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Coop e donne, il passato insegna

Dal Mattino dell'8 marzo 2013


“Vogliamo viaggiare, non emigrare” era lo slogan stampato su uno striscione che le ragazze della cooperativa  “La Metà del Cielo”, di Teora, portavano a varie manifestazioni e eventi subito dopo il terremoto del 1980. Lo slogan era ispirato da un film di Troisi, uscito proprio in quel periodo, “Ricomincio da tre”. Nel film il protagonista, Gaetano, sceglie di andar via dalla famiglia per fare nuove esperienze; ogni volta che qualcuno gli chiede da dove viene, e lui risponde che viene da Napoli, allora gli chiedono: “Emigrante”? e lui risponde di no, che vuole solo viaggiare, conoscere, chi l’ha detto che chi viene dal sud è per forza emigrante?

“Vogliamo viaggiare, non emigrare” è il titolo del libro che ho curato e che verrà presentato oggi 8 marzo a Teora (ore 17). Il libro nasce da una borsa di ricerca sui temi della cooperazione sociale promossa dalla Fondazione di Comunità Officina Solidale; la prefazione è a cura di Luisa Morgantini.

Oltre alla “Metà del Cielo” di Teora, dopo il terremoto nacquero, tra Irpinia e Basilicata, molte cooperative nel settore manifatturiero, nell’edilizia, in agricoltura e anche nel settore culturale e della ristorazione. Molti dei promotori di queste cooperative venivano dall’esperienza dei comitati popolari, altre esperienze nascevano dal confronto e dall’interazione quotidiana tra i giovani dei paesi  terremotati e i volontari. La “Metà del Cielo” nacque grazie alla spinta decisiva di Luisa Morgantini, allora sindacalista arrivata da Milano come volontaria e poi protagonista di una lunga serie di attività in campo politico, umanitario e sociale (è stata anche vicepresidente del Parlamento Europeo). Altre cooperative femminili nacquero a Conza della Campania (“La Verde Valle”), Sant’Angelo dei Lombardi (“Il Lucignolo”),  Santomenna (“La Spiga d’oro”), Rapone (“La Ginestra”), Nusco e Torella dei Lombardi. I primi tempi furono duri per queste ragazze, ma pian piano ci fu una vera e propria scoperta delle proprie possibilità, un percorso verso l’emancipazione attraverso il lavoro e l’apertura verso l’esterno.

Le cose cambiarono quando prese piede l’intervento industriale del doposisma, che intercettò una buona fetta dei finanziamenti statali destinati allo sviluppo delle aree terremotate.  C’è però da dire che molte di queste cooperative hanno avuto un ciclo di vita lungo (alcune sono ancora attive, anche se hanno cambiato denominazione), resistendo fino agli anni Duemila. Inoltre, le loro attività si collegavano spesso alla tradizione artigianale locale.

Dall’esperienza del passato emerge una suggestione che forse è utile anche oggi; in un momento di difficoltà  (il doposisma) si incrociarono destini e difficoltà, si incontrarono altre realtà, si provò a reagire.

Le ragazze di queste cooperative capirono che unendo le proprie forze, investendo sulla propria formazione e sulle proprie capacità e condividendo il rischio di impresa, si poteva immaginare un futuro nei propri paesi, senza per forza prendere la valigia e andarsene.

La cooperazione, come dicono i dati, è uno dei settori che ha accusato di meno la crisi degli ultimi anni, anzi, alcune imprese in sofferenza sono state rilevate dai dipendenti attraverso la costituzione di cooperative.

L’altro tema forte che emerge dallo studio è il fatto che le potenzialità di crescita e di rinascita devono per forza considerare i giovani e le donne come elemento cardine; l’Italia è al 74esimo posto su 134 paesi nella classifica che misura il divario di opportunità lavorative tra uomini e donne, e sappiamo quanto è grave la questione dell’occupazione giovanile. Solo colmando questo divario si può pensare a una ripartenza dell’economia

Pubblicato il 12/3/2013 alle 12.22 nella rubrica Terremoti e dintorni.

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