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La solidarietà contro l'abbandono

E' vivo in questi giorni un dibattito sulla possibilità di ospitare in strutture dei paesi dell'Alta Irpinia i migranti nordafricani giunti a Lampedusa. Prima è stato Franco Arminio a proporre di accogliere i migranti e magari renderli stabilmente cittadini dei nostri paesi, a rischio abbandono. Sono poi intervenuti la Fondazione Officina Solidale e il sindaco di Conza della Campania, la vice sindaco di Sant'Andrea di Conza, la CGIL e il presidente degli industriali irpini, Sabino Basso.
L'Osservatorio sul Doposisma ha pubblicato un dossier per riflettere sulla proposta, sulle risposte di alcuni sindaci e sulle mutazioni antropologiche del nostro territorio.
Io ho curato un quadro sui comuni del terremoto, il senso di abbandono e le sfide del futuro.
Sul Mattino (edizione Avellino) di ieri, 10 aprile, ci sono anche alcune righe in cui dico la mia. 


Dalla solidarietà la ricetta contro l’abbandono


 

Nel piccolo paese dell’Alta Irpinia dove sono cresciuto, nel 2005 è nato un solo bambino, Salvatore. Tutti ci domandammo cosa sarebbe successo quando Salvatore avrebbe dovuto iscriversi in prima elementare; sarebbe stato unico alunno, senza compagni di classe e amici di giochi. E’ a questo che ho pensato in questi giorni, quando prima da Franco Arminio, poi da Rosanna Repole, presidente della Fondazione Officina Solidale, e dal sindaco di Conza della Campania, Vito Farese, è stata avanzata la proposta di accogliere i profughi e i migranti nordafricani nei paesi dell’Alta Irpinia. Le dichiarazioni non sono sembratesolo frutto della emotività del momento, ma ben presto si è ipotizzato diaccogliere i tanti in fuga da situazioni di profondo disagio per rianimare le nostre comunità, sempre più spopolate, che devono fare i conti quotidianamente con il ridimensionarsi dei servizi primari, quelli che garantiscono il diritto alla salute, all’istruzione, al rispetto e alla valorizzazione del territorio enon al suo colpevole abbandono, all’accesso a internet e a alle sue infinite possibilità.

Ci sono due motivazioni profonde che secondo me legittimano a pieno questa risposta disolidarietà e apertura. Da un lato c’è la nostra storia, fatta anch’essa di migrazioni e partenze da una situazione di povertà e difficoltà, in varie ondate che si sono fatalmente riprodotte in diverse epoche della nostra storia, anche recente. Per ogni cento irpini che vivono in provincia di Avellino, i dati dicono che ce ne sono almeno venti sparsi in ogni angolo del mondo.

La seconda motivazione è legata alla ferita più profonda che quei paesi hanno sofferto, quella del terremoto del 1980. La straordinaria esperienza di solidarietà e aiuto ricevuta allora non è stata dimenticata, e difficilmente potrebbe essere altrimenti, e in queste occasioni vengono fuori la consapevolezza e il bisogno di contraccambiare in diversi modi quel sentimento collettivo che ci aiutò nelduro periodo dell’emergenza post sismica.

Di sicuro letante realtà del mondo del volontariato e dell’associazionismo, cattolico el aico, nate negli anni del dopo terremoto e sviluppatesi poi nel corso deltempo, possono giocare la loro partita e confrontarsi con una nuova sfida,quella dell’accoglienza e del confronto con l’altro.

Mi auguro che il dibattito attorno alla vicenda dei rifugiati nordafricani stimoli anchela riflessione sui problemi della quotidianità sociale delle comunità e sugliscenari che il futuro pone. Le cifre sono impietose; per l’Alta Irpinia siparla di circa 3 mila abitanti in meno, negli ultimi dieci anni, su una popolazione complessiva di 65 mila persone; è come se un intero paese e tutti isuoi abitanti fossero stati presi e sparpagliati nel resto d’Italia e all’estero.In compenso sono arrivate dall’Est europeo molte donne, e a volte interi nuclei familiari, che si dedicano all’assistenza della popolazione anziana, ebisognerebbe considerare anche il loro essere nuove cittadine e nuovicittadini.

Nella proposta di Franco Arminio sono stati, inoltre, citati esplicitamente alcuni mestieri epossibili settori  nei quali rendere attivi i migranti che potrebbero giungere in Irpinia, e cioè la cura del territorio, dei boschi, delle terre coltivabili, dove sono rimasti gli anziani a dover accollarsi il peso di certi lavori.

Insomma, l’ipotesi che si sta prefigurando, seppur ad uno stadio ancora embrionale e che richiederebbe uno sforzo e un concorso ampio di forze per realizzarsi e per superarei numerosi problemi che potrebbero sorgere, sarebbe una esperienza di contaminazione che potrebbe garantire un futuro al patrimonio di tradizioni edi beni immateriali del nostro territorio. Anche l’impoverimento del patrimonio ambientale e fisico sarebbe un effetto indiretto dello spopolamento; nelpassato, una delle caratteristiche della nostra provincia era quella di averela più bassa percentuale di terre incolte rispetto alle zone collinare e montane del resto d’Italia, un primato purtroppo andato perduto.

In molti comuni tra poche settimane si andrà al voto. Le tornate amministrative sono,per le piccole comunità, momenti di vitalità e agitazione. Ma in un’area che deve combattere contro pericoli interni ed esterni ha davvero poco senso rinchiudersi dentro angusti confini e sotto campanili ormai inattuali, dimostrarsi sordi alle pressanti richieste del mondo che ci circonda e non accogliere sfide e stimoli nuovi, lasciandosi soggiogare da una passività letale.

In questosenso, il tema dell’accoglienza dei migranti e della lotta all’abbandono dei nostri centri è un banco di prova da non eludere.

Stefano Ventura

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Pubblicato il 11/4/2011 alle 6.30 nella rubrica altra irpinia.

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