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La terra รจ inquieta

Sul nuovo numero di Nuovo Millennio, la rivista che il Forum dei Giovani di Teora pubblica con grande dedizione e grandi ostacoli, è uscito un mio pezzo sui terremoti recenti e sullo scenario che si prospetta per il trentennale dell'Irpinia. In attesa di nuove segnalazioni che spero di poter fare presto, leggetevi questo. Comprate,sostenete, abbonatevi al giornale.



 


  

 

Le terribili immagini del terremoto che ha distrutto Haiti il 12 gennaio hanno riportato d’attualità la tremenda potenza distruttrice della Natura, che ha colpito uno degli stati più poveri del continente americano. Il segretario generale dell’ONU ha affermato che questo potrebbe essere la peggior crisi umanitaria che l’organizzazione si sia trovata a dover fronteggiare nell’arco di molti decenni. Probabilmente non si saprà mai il numero certo delle vittime di questo terremoto, verificatosi in un’area in cui abitavano circa 3,5 milioni di persone, la maggior parte delle quali vivevano nella miseria.
In questa tragedia noi teoresi siamo stati coinvolti ancor più direttamente poiché la prima vittima italiana riconosciuta, Gigliola Martino, era originaria proprio di Teora; molte altre famiglie (Cappuccio, Caprio, Sperduto, Vitiello) erano presenti e attive nell’isola dal punto di vista economico e commerciale fin dagli inizi del ‘900. Proprio per la loro attività imprenditoriale nel settore della produzione di PVC (tubi in plastica, bicchieri) la famiglia Martino era diventata una delle più importanti dell’isola, dando lavoro a circa 5 mila persone; anche il cognato di Gigliola Martino, Mario Caprio, era conosciuto e ricordato per la sua attività di medico chirurgo e per la sua clinica, dove venivano curati gratuitamente i più poveri.
 Al momento in cui scrivo si nutrono forti preoccupazioni anche per la sorte di Antonio Sperduto, rimasto sotto le macerie del supermercato di cui era responsabile.
Nel 2004 era stato lo tsunami del Sud-est asiatico a mostrare analoghe scene di disperazione, poi l’uragano Katrina nel 2005 e altri disastri, fino ad arrivare al sisma dell’Abruzzo del 6 aprile 2009; tutti eventi che possono essere inseriti nella categoria di catastrofi naturali. Lo studioso svizzeroMax Frisch ha scritto, però, che “la Natura non conosce catastrofi”; i terremoti, le pioggie torrenziali e gli uragani sono fenomeni naturali, noi misuriamo i loro effetti distruttivi nel rapporto con le comunità umane. Restando nel settore dei terremoti, quindi, la costruzione di strutture antisismiche e il corretto addestramento dei cittadini possono evitare o limitare al massimo il numero di vittime e  le precauzioni adottate in alcune regioni della California e del Giappone testimoniano questa verità.
Sono diverse le iniziative e i progetti che stanno mettendosi in moto nella nostra zona per commemorare il trentesimo anniversario del terremoto del 1980. Il CIMA (Centro Irpino per l’Innovazione e il Monitoraggio Ambientale) con sede a Sant’Angelo dei Lombardi, ha intenzione di allestire una mostra permanente sul terremoto, coinvolgendo i diversi paesi che poi svilupperanno diversi temi e iniziative in maniera coordinata. In provincia di Salerno, a Pertosa, è già attivo un “Osservatorio sul doposisma” che opera nel campo della ricerca e della documentazione presso la fondazione MIDA. Un regista della Rai sta preparando un documentario che riguarda l’intervento dei militari tedeschi a Teora dopo la scossa e nel corso dell’anno usciranno diverse pubblicazioni, film e spettacoli teatrali sul terremoto. Anche l’immancabile facebook si sta riempiendo di gruppi che hanno intenzione di commemorare quell’evento.
In questa sede mi occuperò di alcune considerazioni che partono dal settore di cui mi occupo (la storia contemporanea) e dagli studi che ho realizzato negli ultimi anni sul tema delle conseguenze storico - sociali del terremoto, prima per la mia tesi di laurea, poi per la tesi di dottorato e altri saggi e ricerche.
Il primo argomento che illustrerò in relazione ai trent’anni del dopo terremoto è quello della memoria. Il concetto stesso di memoria è difficile da interpretare, per la sua straordinaria importanza culturale e anche sociale, di comunità. Si pensi all’importanza di un tema come la memoria dell’evento sismico; proprio per la sua imprevedibilità e il suo essere spartiacque tra un prima e un dopo, quel momento lascia segni profondi in chi vi sopravvive. Recentemente la storiografia ha sondato i terreni del racconto e della testimonianza dei sopravvissuti ai bombardamenti della seconda guerra mondiale  oppure alle stragi di civili o alle violenze sui civili avvenute dopo l’8 settembre 1943, oltre alla memoria dell’olocausto, su cui è stato scritto già molto.Anche una trasmissione radiofonica, curata da Marcello Anselmo e trasmessa da Radio3 Rai, ha usato le testimonianze dei sopravvissuti per raccontare il dopo terremoto in Irpinia e a Napoli.
 Quindi, il ricordo di un evento che è simbolicamente potente ed evocativo, come il terremoto, è sicuramente un terreno d’indagine importante per lo storico. Chiunque abbia parlato con un sopravvissuto al terremoto del 23 novembre 1980 si è reso conto che tutti ricordano perfettamente, nei minimi dettagli, cosa stessero facendo quella sera; raccontare, poi, la sofferenza e il dolore di quei momenti richiede un difficile sforzo comunicativo ed emotivo. Dobbiamo però renderci conto che raccontare, recuperare la memoria e le memorie di quella sera è cruciale sia per trasmetterle alle nuove generazioni e non farle scivolare nell’oblìo, sia per prevenire e saper affrontare catastrofi future, essendo il nostro territorio fortemente sismico. Dalle tragedie, insomma, bisognerebbe imparare e non solo trarre lo spunto per polemizzare. Dopo un forte coinvolgimento emotivo di tutta la popolazione italiana nei primi giorni dopo il 23 novembre 1980, cui contribuì la significativa mole di immagini e testimonianze diffuse dalla televisione, il terremoto dell’Irpinia è ritornato all’attenzione pubblica in seguito ad alcune inchieste giornalistiche pubblicate negli ultimi anni del decennio Ottanta - Novanta. Le inchieste chiamavano direttamente in causa molti politici di rilievo nazionale e originari delle zone terremotate. Ancora oggi, quindi, il richiamo all’Irpinia vuol dire per l’opinione pubblica ricordare le terribili immagini di distruzione e disperazione, ma anche l’implicito riferimento a sprechi, ruberie e malaffare diffusosi in quegli anni. Anche di recente, in occasione del terremoto dell’Abruzzo, l’Irpinia è stata utilizzata come esempio negativo in assoluto di tutte le ricostruzioni e i disastri italiani. Non ci sono stati tentativi di approfondire le vere cause, i processi e le dinamiche di lungo periodo, le vere responsabilità degli errori commessi in quella ricostruzione, né c’è stato accenno ai risvolti positivi della ricostruzione.
Per evitare che anche l’occasione del trentennale sposti l’attenzione solo sulla polemica, è cruciale che le comunità terremotate recuperino e trasmettano la propria memoria, con iniziative proprie e di largo respiro, soprattutto per una forma di rispetto alle migliaia di morti che i nostri paesi hanno sacrificato per concedere, poi, all’Italia intera una moderna organizzazione della Protezione civile (è in quegli anni, infatti, che si posero le basi per la legge che istituiva la Protezione Civile come oggi la conosciamo).
Invece sembra che gli abitanti dei paesi terremotati tendano a guardare a quell’evento con rassegnazione, come una grande occasione persa e l’ennesima sconfitta subìta in maniera fatalista. Ed e così che la storia della ricostruzione in Irpinia viene raccontata molto più spesso con i mezzi e i metodi della polemica giornalistica che con gli strumenti dell’analisi e della conoscenza storica. Siamo ancora in tempo, come comunità, per tentare questa operazione rivolta al futuro e alla verità, in modo obiettivo e non consolatorio, senza aspettare che siano altri a raccontarci, dall’esterno, la nostra storia.
Questa è una delle sfide che il trentennale pone.

 

 

 



Pubblicato il 13/3/2010 alle 18.41 nella rubrica altra irpinia.

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