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Memorie teoresi: la storia di un confinato

E' in edicola in questi giorni un numero inedito di "Nuovo Millennio-Echi di Teora", il giornale edito dal Forum dei Giovani di Teora e diretto da Pasquale Chirico.
Pubblico anche qui un mio articolo uscito su questo numero. Si parla della triste vicenda di un confinato antifascista a Teora. Sullo stesso tema ho collaborato a livello provinciale, con altri studiosi di storia locale, ad una ricerca che dovrebbe essere pubblicata di qui a qualche mese. Comunque sui prossimi numeri di Nuovo Millennio ci saranno altri contributi simili. Buona lettura.





Giovanni Bacinello



In molti comuni della provincia di Avellino, durante il ventennio fascista, furono ospitati diversi confinati e internati; il confino era una misura che le autorità di polizia ordinavano per coloro i quali erano ritenuti pericolosi per la sicurezza pubblica e che erano sospettati di svolgere azioni sovversive contro gli ordinamenti politici, sociali ed economici dello Stato. Questo provvedimento fu adottato nei confronti di numerosi esponenti politici antifascisti così come per intellettuali, scrittori e artisti, tra i quali ad esempio Cesare Pavese, Manlio Rossi Doria o Carlo Levi, che proprio alla sua esperienza di confinato si ispirò per scrivere “Cristo si è fermato ad Eboli”.

A Teora, tra il 1939 e la fine della seconda guerra mondiale, furono destinati circa trenta tra confinati e internati; questi trovavano sistemazione presso famiglie che davano la disponibilità al Comune e in cambio ricevevano il pagamento di un fitto. La permanenza di confinati e internati a Teora poteva variare da poche settimane a un massimo di cinque anni; erano quasi tutti di umili condizioni (contadini, operai, impiegati, artigiani), provenivano in gran parte dalle regioni centro-settentrionali e la maggioranza di essi era stata assegnata al confino per motivi politici. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale a Teora trovarono rifugio anche molte famiglie di sfollati, con masse di popolazione in movimento soprattutto da e per Napoli nel periodo in cui la città fu bombardata dagli alleati. 

In questo periodo contraddistinto da enormi ristrettezze, nelle popolazioni irpine, e anche nei teoresi, si  manifestarono solidarietà umana ed empatia nella sofferenza. Uno dei casi esemplari è rintracciabile in un carteggio risalente al febbraio del 1945 tra l’allora commissario prefettizio di Teora, Pasquale Chirico e lo zio del confinato politico Giovanni Bacinello. Originario di San Polo (Venezia), Bacinello era operaio presso la “Società Adriatica di elettricità San Marco”, morì a Teora di tifo nel gennaio 1944, all’età di 35 anni.

Toccò al commissario prefettizio Chirico il dovere di comunicare alla famiglia la morte di Giovanni, e Chirico lo fece riuscendo a coniugare la formalità del ruolo ad un senso di profonda umanità: “Mi addolora doverle comunicare che il povero Bacinello decedette il 23 gennaio 1944 a seguito di tifo. A lei e ai familiari sia di conforto sapere che il caro estinto è stato oggetto delle cure più meticolose da parte di autorità, amici e cittadinanza. Il decorso del male fu seguito da ansie e da trepidazioni da parte di tutti che in Bacinello vedevano un martire del mai tanto deprecato fascismo, un apostolo assertore di libertà. Le esequie, vero plebiscito di popolo, riuscirono imponentissime e numerosi i discorsi pronunziati fra i quali anche io che più degli altri gli ero legato da sana e fraterna amicizia”

Enrico Poli, zio del confinato rispose però ponendo qualche dubbio sulle cause della morte del suo “povero nipote”: “Ho il dubbio che di morte naturale, cioè di malattia (come Lei mi scrive) il povero Giovanni non sia morto. La prego, con me, può essere franco e dirmi se altra dura verità si nasconde che riguardi qualche efferatezza compiuta dai mai tanto maledetti fascisti”.

In un'altra lettera lo stesso Chirico, però, ribadiva: “Il povero Giovanni ebbe a morire effettivamente di tifo, curato da tre medici locali e amorevolmente assistito in famiglia privata come persona di casa che ne ha anticipato ogni spese per medicinali occorsi ed altri generi necessari alla cura. Mi torna doveroso comunicarle che ancora che il povero Giovanni era ben stimato e voluto bene da autorità e cittadini che in lui riscontravano l’esempio della correttezza e signorilità non disgiunte dalla nobiltà di cuore, per cui la sua dipartita lasciò un profondo vuoto nel mio piccolo paese, ospitale e scevro da animosità politiche.

Oltre agli amministratori del paese, i familiari del confinato intrattennero una corrispondenza anche con altri cittadini teoresi; la sorella del confinato, Anita, scriveva nel mese di ottobre e dicembre 1945 ad Angelo Chirico per concordare le modalità con le quali effettuare il trasporto della salma del “caro Nino” a Venezia. Le enormi difficoltà dovute al periodo post-bellico furono superate grazie all’interessamento della società presso la quale Giovanni Bacinello lavorava. Nelle lettere, i familiari del confinato ringraziavano sia Chirico sia gli altri amici teoresi di Giovanni per le parole di conforto e anche perché erano soliti portare fiori sulla sua tomba nel cimitero di Teora. Un’altra famiglia con cui Giovanni Bacinello intrattenne rapporti di amicizia era la famiglia Pannuti, come citato nello stesso carteggio. Sono rintracciabili anche alcune fotografie in cui il confinato è ritratto in momenti spensierati insieme, tra gli altri, a Luigi, Nunziatina ed Antonetta Pannuti, Alessandro Gervasio, Giuseppe Castellano, Antonio Zarra.

Le tracce che permettono di delineare questi rapporti rafforzano quindi l’ipotesi che Bacinello avesse stretto diverse amicizie nel periodo di permanenza a Teora, e che i rapporti tra confinati e cittadini teoresi fossero di ospitalità e concordia, contribuendo a rendere più lieve la pena del confino per i condannati, e allo stesso tempo permettendo ai teoresi di potersi avvalere, attraverso il confronto e l’interazione con i confinati, di momenti di crescita e di arricchimento.

 

Pubblicato il 17/2/2009 alle 15.11 nella rubrica Diario.

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