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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


26 ottobre 2011

Il terremoto in Turchia e i disastri dei ricchi e dei poveri


Sul terremoto di Van (Turchia) del 23 ottobre 2011

l gatto di Van, anche detto Turco van, è una razza di grande taglia, generalmente dal mantello bianco, con la coda colorata di pelo rossiccio e macchie sul capo. Narra la leggenda che quando finì il diluvio universale, Noè non riusciva a controllare l’agitazione degli animali a bordo dell’arca, e due gatti riuscirono a scappare tuffandosi in acqua e nuotando verso la terraferma. I gatti di Van, infatti, sono abili nuotatori.

La città di Van, quindi, prima di ieri a ora di pranzo, era famosa soprattutto per essere la patria di origine di questi felini. Situata nell’area sudest della Turchia, vicino al confine con l’Iran e l’Armenia, questa zona è altamente problematica dal punto di vista geopolitico, perché vicina al teatro delle lotte di rivendicazione del popolo curdo contro il governo turco. Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre, infatti, sono stati uccisi 21 soldati dell’esercito turco come ritorsione per la cattura di diversi attivisti del PKK (il partito indipendentista curdo) e dei bombardamenti nell’area e nel nord dell’Iraq.

Il terremoto, di magnitudo 7.2 Richter, si è verificato ieri, 23 ottobre, alle 13 e 41 locali, con una forte replica (5,6 Richter) dopo circa quindici minuti. Al momento le notizie che giungono dall’area parlano di 270 morti, bilancio che è purtroppo destinato a salire.

Intanto le scosse di assestamento non si placano, rendendo più complicate le operazioni di soccorso ai terremotati. Nella città di Van risiedeva anche una famiglia italiana, originaria della Toscana, che viveva lì da tempo e aveva una piccola attività artigianale; si sono prontamente messi in salvo al momento della scossa.

Tra le tristi analogie, c’è da segnalare il crollo di un ostello destinato ad ospitare studenti universitari nella città di Ercis, come avvenne a L’Aquila nel 2009. Anche il premier turco Erdogan si è recato nell’area per visitare le città colpite, rifiutando tuttavia l’aiuto offerto da molti paesi stranieri, tra cui anche Israele.

Nel 1999 un altro forte terremoto colpì l’area nord ovest del Paese, nei pressi del Mar di Marmara, causando tra i 17mila e i 18mila morti. La penisola anatolica è infatti un’area ad altissimo pericolo sismico per la presenza di numerose faglie.

Di recente è stato pubblicato uno studio, a cura dell’Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena, in cui vengono illustrate in prospettiva comparata le conseguenze dei disastri sotto il profilo macroeconomico in diverse aree del mondo. Lo studio, intitolato “Una scossa al sistema. Come ricominciare”, dimostra come un disastro ha effetti piuttosto simili sulle economie nel breve periodo, ma a fare la differenza sono, nel medio e lungo termine, i precedenti livelli di prodotto interno lordo pro capite e la presenza di istituzioni pubbliche efficienti e non corrotte. Lo studio è stato pubblicato nel rapporto “La fabbrica del terremoto”, a cura dell’Osservatorio Permanente sul Doposisma.


(pubblicato anche qui  e qui)


21 ottobre 2011

Il termovalorizzatore di Melfi tra veleni e omissioni

Segnalo anche qui un piccolo contributo pubblicato su TU SI NAT IN ITALY in cui si parla dell'inquinamento prodotto dal termovalorizzatore Fenice a Melfi.

Melfi, proseguono le indagini sul termovalorizzatore

Destapreoccupazione l’inchiesta di Potenza sull’inquinamento delle falde acquifere da parte dell’Impianto  Fenice, di proprietà dal colosso energetico francese EDF, nell’area industriale San Nicola di Melfi.

Nell’impianto fin dal 1999 vengono smaltiti, oltre ai rifiuti solidi urbani della Basilicata, anche rifiuti industriali provenienti dai grandi impianti del Mezzogiorno. Lei ndagini hanno accertato che dal 2002 al 2007 non sono stati resi pubblici i rilievi e le tabelle sullo stato delle acque del sottosuolo nei dintorni dell’impianto. I dati presentati lo scorso 17 settembre sono risultati nettamente superiori ai valori consentiti, con tracce di nichel, cromo e mercurio.  Dati preoccupanti erano emersi già nel marzo 2009, con l’apertura di un’inchiesta presso la Procura di Melfi trasferita poi nel più stretto riserbo a Potenza, senza però interventi diretti sulla centrale.

Leproteste dei cittadini dei comuni vicini all’area hanno sollevato l’attenzione mediatica anche nazionale sul caso. Lo scorso 11 ottobre sono stati arrestati due dirigenti dell’ARPAB, l’Agenzia regionale incaricata di monitorare i dati sull’inquinamento ambientale, tra i quali l’ex presidente Sigillito, per disastro ambientale e omissione di atti d’ufficio.  

L’impianto ha continuato a funzionare grazie a una autorizzazione della Provincia di Potenza e in attesa che la Regione concedesse il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale; la Provincia ha nelle scorse ore revocato l’autorizzazione per 150 giorni in attesa degli sviluppi dell’inchiesta.

I cittadini e gli amministratori della zona avevano da tempo registrato preoccupanti segnali per la salute; da segnalare il caso di una inserviente che si occupava delle pulizie all’interno dell’impianto e che dal 2005 si è ritrovata con il corpo ricoperto di macchie rosse e viola e piaghe e ha denunciato il fatto alla Procura della Repubblica di Potenza.

LaFenice si difende dichiarando di aver provveduto ad eliminare le sorgenti di contaminazione. A partire dalle rilevazioni anomale del 2009 la stessa Fenice si era autodenunciata e aveva stanziato 3,5 milioni per la messa in sicurezza.

Intantocontinuano le polemiche sulle responsabilità politiche di mancato controllo e intervento.  Oltre al caso recente di Melfi, sono numerose le associazioni territoriali lucane che si occupano di monitoraggio ambientale raccogliendo documentazione e producendo dossier e inchieste.


Altri approfondimenti

Il quotidiano della Basilicata

La Repubblica inchieste

Olambientalista

Di Consoli sul caso Melfi


 


11 ottobre 2011

L'Aquila e la shock doctrine all'italiana

Quella che pubblico è una mia riflessione meditata dopo una visita all'Aquila, circa un mese fa. Sono concetti già esposti e approfonditi da altri: del resto la letteratura, il materiale in rete, i documentari e altri lavori sul terremoto del 2009 sono già moltissimi e vari. Però è importante mantenere accesi i riflettori sull'Aquila e sull'Abruzzo, dove le debolezze e i pregi del nostro carattere nazionale (sempre che ce ne sia uno) sono emersi nitidamente in questi quasi 1000 giorni di doposisma

 L'AQUILA E LA SHOCK ECONOMY ALL'ITALIANA

Ogni evento fuori dall'ordinario si colloca nel tempo in cui accade. A maggior ragione un terremoto interviene a fare tabula rasa di una comunità, delle dinamiche e delle abitudini della gente che lo subisce, offrendo uno spazio di infinite possibili alternative.

Per questo chi in quel periodo si trova in una posizione di responsabilità, in particolare i governi territoriali e nazionali, hanno il compito di scegliere il destino di una ricostruzione, tanto più incisivo quanto più distruttivo è stato il sisma.

Anche il terremoto del 2009 in Abruzzo non ha fatto eccezione. Una cosa è apparsa chiara sin da subito; l'Aquila e l'Abruzzo hanno rappresentato in piccolo i pregi e i difetti dell'intera nazione, le aspirazioni e i difetti della sua classe dirigente, dei suoi imprenditori, della gente comune.

Una delle frasi più comuni che si sentono dire agli aquilani (una precisazione; laddove si citeranno per brevità gli aquilani, si intende una parte per il tutto, quindi tutti i cittadini del cratere terremotato) è che se non si visita la città non si può capire l'effetto del sisma. Questo inciso deriva dal fatto che la narrazione mass mediatica del sisma è stata fortemente influenzata dall'informazione mainstream, fortemente condizionata da poche e influenti lobby. Va detto anche che il terremoto e la ricostruzione hanno prodotto comunque una messe informativa spropositata, chemetterà certamente in difficoltà quelli che vorranno fare i conticon questo evento nei prossimi anni. Gli studi, i video, idocumentari, i libri, i blog tematici sono veramente un oceano in cui perdersi facilmente, e per questo risulta difficile percepire quale e quanta informazione è giunta a destinazione e in che modo.

Di certo, camminare per le strade della città provoca sensazioni forti a chi la visita, figuriamoci a chi l'ha vista nel suo splendore e poi la vede ora. Una delle cose più evidenti è la selva di impalcature che proteggono e ingabbiano i palazzi, e infatti è stata questa una delle voci di spesa più ingenti del doposisma (circa 136 milioni di euro, secondo i dati forniti dall'assessore alla ricostruzione del comune dell'Aquila, Pietro Di Stefano).

Colpiscono poi le pattuglie dell'esercito e delle forze dell'ordine che presidiano alcune “zone rosse”, invalicabili e vietate, tanto da poter incappare in severe ammende e condanne. Ma quella delle zone rosse, e le loro consorelle, le “zone verdi” (quelle create ad esempio nell'Iraq belligerante degli ultimissimi anni per proteggere le truppe e l'entourage americano e alleato) , è una caratteristica che sembra accomunare questo disastro ad altri “shock”. Chi interviene dopo un disastro, dopo la tabula rasa, sempre più spesso recinta e espropria spazi e luoghi potenzialmente pericolosi, e così facendo espropria anche diritti e decisioni. E'accaduto a New Orleans, a scapito degli abitanti del Lower Ninth Ward, la zona più povera di New Orleans, ma anche sulle coste delSudest asiatico spazzate vie dallo tsunami del 2004, dove i pescatori sono stati deportati nell'interno per lasciare spazio a progetti che prevedono resort turistici di lusso da costruire sulla costa.

La shock economy ben descritta da Naomi Klein ha quindi scelto i disastri, le guerre, le crisi di sistema come espediente per accelerare processi di privatizzazione ed esproprio di spazi, poteri, diritti, quasi sempre a vantaggio di pochi e scelti approfittatori a scapito del percorso decisionale democratico. Quasi sempre i processi di primo intervento nelle ricostruzioni vengono appaltati a grandi consorzi di imprese, che a volte non possiedono neanche una ruspa ma subappaltano ad altri gli interventi materiali da compiere, e il più delle volte questi consorzi e queste imprese sono esterne all'area colpita, perchè questo permette meno condizionamenti e meno ostacoli alla realizzazione dei progetti preconfenzionati. Questa, infatti, appare un'altra caratteristica della shock doctrine; i progetti di intervento sono già pronti prima che un disastro accada, in modo tale da bruciare sul tempo qualsiasi idea alternativa e da poter sfruttare con forza il bisogno di decisionismo e di interventismo che una catastrofe, e i suoi effetti psicologici, richiedono.

Milton Friedman, il teorico della scuola di Chicago che ha coniato la shock doctrine, affermava dopo New Orleans che quella poteva essere “un'opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo”, dotando i cittadini di buoni scuola da spendere nel sistema di istruzione privato e liquidando quello pubblico, perchè “soltanto una crisi -vera o presunta – produce vero cambiamento”.

Friedman è morto nel 2008; Bush e i suoi seguaci sono stati sconfitti dalla speranza di cambiamento di Obama; anche in Italia la cricca è sotto inchiesta, e i vertici nazionali della Protezione Civile nel terremoto del 2009 sono stati chiamati direttamente incausa dalle indagini.

C'è, dunque, la necessità di una nuova dottrina, un nuovo modello di solidarietà globale, che ponga al centro dell'attenzione non più il mercato e le sue fantasiose appendici ma le comunità come portatrici di diritti, in tutti gli angoli del pianeta, da Haiti al Giappone, da New Orleans all'Aquila. 


Stefano Ventura




6 ottobre 2011

L'Irpinia e la fabbrica della memoria

Incollo qui un articolo uscito sul Mattino di ieri, 5 ottobre; si inserisce in un dibattito sui luoghi e gli spazi della memoria. Sembra che ci sia una strana sindrome per la quale si debbano inventare musei della memoria, non si sa poi di che. Invece le cose già si sono, basta vederle e metterle in connessione tra loro.
Buona lettura.




L'Irpinia e le fabbriche della memoria

Stefano Ventura

Da due anni è in attività un Osservatorio Permanente sul Doposisma. Ha sede a Pertosa e Auletta, in provincia di Salerno, ed è nato per iniziativa della Fondazione MIDA (Musei integrati dell'Ambiente). E' diretto dal giornalista Antonello Caporale e raccoglie le iniziative e il lavoro di giovani ricercatori, giornalisti, videomaker, organizzatori di eventi. L'idea è quella di produrre ricerche e dossier, con cadenza annuale, che possano stimolare riflessione e dibattito. L'anno scorso abbiamo studiato le emergenze più recenti della storia italiana in chiave comparata, partendo dal terremoto del 1980 per arrivare a quello dell'Abruzzo, raccontando con cifre e storie quali sono stati i criteri e i risultati ottenuti nella gestione della fase immediatamente successiva ai terremoti.Quest'anno abbiamo analizzato “la fabbrica del terremoto”, grazie al contributo dell'Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena. Partendo dal contesto internazionale, si è voluto analizzare in chiave economica quali fattori condizionano in positivo o in negativo i territori colpiti da disastri. La ricerca è stata poi integrata da un bilancio sul piano di sviluppo industriale successivo al terremoto del 1980, con tanto di dati aggiornati sul numero di addetti e sulle aziende ancora oggi attive nelle aree industriali della 219 e illustrando non solo le promesse mancate ma anche alcuni casi di industrie che mantengono la loro produttività e offrono ancora un'opportunità ai lavoratori irpini e lucani. 
Abbiamo però anche indagato, grazie al lavoro di una giovane antropologa, Teresa Caruso, come si è ricostruita una comunità (quella di Caposele) dopo trent'anni di doposisma. Queste ricerche sono state presentate a fine agosto nel corso del Festival “Sentimento dei Luoghi” che ha visto la partecipazione di quattro presidenti di Regione (Campania, Friuli, Umbria e Basilicata), scrittori, giornalisti e studiosi. La nostra attività si sostiene con un budget molto limitato, grazie ai fondi della Fondazione MIDA, ma questo non toglie certo valore alle ricerche e alle nostre varie attività (mostre, documentari, web). 
Anche il contatto con le istituzioni è faticoso e richiede un impegno di stimolo continuo. Ma quello di cui sentiamo davvero la mancanza è il dialogo con chi come noi fa dell'iniziativa culturale e civica la sua missione e agisce in territori a noi vicini. In provincia di Avellino ci sono diversi progetti realmente realizzati nel corso degli anni; penso al museo etnografico di Aquilonia, al Centro di documentazione sulla Poesia del Sud e al Museo diocesano di Nusco, al museo del lavoro di San Potito, il museo irpino del Risorgimento da poco aperto al Carcere Borbonico, ma anche a nuovi centri di iniziativa e proposta come Officina Solidale in Alta Irpinia o all' Home Festival Irpinia d'Oriente curato dalla Scuola Holden nei giorni scorsi, e mi perdoneranno quelli che non ho citato solo per questioni di brevità.
Tutti questi poli sembrano tanti buoni musicisti che suonano benissimo il proprio spartito, ma che non riescono a suonare da orchestra. Ogni appuntamento, ogni inaugurazione di un nuovo spazio della cultura, ogni progetto sembra essere incapace di dialogare con gli altri, costruire collaborazioni e sinergie che rafforzerebbero a vicenda. Proprio il terremoto, un evento che accomuna tanti comuni di questa provincia, ha dimostrato questo limite in occasione del trentennale; tante iniziative di commemorazione e approfondimento, anche simili se non identiche, in tanti posti diversi e con tante forme organizzative, ma nessuna regia, nessun dialogo tra gli attori in campo, e quindi tanta confusione. In occasione dell'anniversario dei bombardamenti su Avellino del 1943 sono tornate in circolazione alcune idee sulla costruzione di un museo della memoria, dove archiviare e conservare materiale documentario utile poi alla divulgazione. 
E' un'idea, quella dei musei, degli archivi o delle case della memoria, che è già circolata su altri temi come il terremoto o l'emigrazione. Credo, tuttavia, che si potrebbe partire più banalmente da quello che già c'è, quelle realtà che citavo prima, e creare una rete formata da tanti diversi poli, ognuno autonomo e indipendente ma che fa sponda e si relaziona agli altri. Questo progetto dovrebbe avere un respiro regionale e raccogliere le realtà esistenti per poi crearne altre. Si potrebbe partire semplicemente dalla costruzione di uno spazio web che faccia da vetrina e contenitore delle iniziative, con un calendario regionale di eventi che non si danneggino a vicenda.Sul tema della Seconda guerra mondiale, ad esempio, Avellino potrebbe avere uno spazio che parta dal bombardamento del 14 settembre 1943 per inserirsi in un “parco della memoria” regionale che racconti le varie stragi, battaglie ed eventi accaduti in quel periodo. Anche quest'idea c'è già e va solo messa in rete. La stessa cosa potrebbe essere fatta sul terremoto, e il nostro Osservatorio in provincia di Salerno potrebbe dialogare con altri spazi che ricordino il terremoto in Alta Irpinia e con i dipartimenti universitari che a Napoli studiano alcuni aspetti del doposisma. Stessa cosa potrebbe essere fatta sull'emigrazione, sul cinema, sul lavoro e così via.Certamente risulta difficile parlare di iniziative culturali in tempi in cui la crisi economica si fa sentire duramente per sempre più famiglie. Ma molte volte l'ingegno e l'originalità, insieme alla passione nel fare quello per cui siamo portati, possono sopperire alla mancanza di fondi. Sarebbe bello che queste realtà inizino a suonare lo stesso spartito, come una vera orchestra.

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