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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


26 aprile 2009

Il terremoto dell'Irpinia, un monologo

Questa volta uso il blog per una marchetta pubblicitaria, che è più che altro una segnalazione. Si tratta di un monologo teatrale sul terremoto del 1980, scritta da Benvenuto Benvenuti. L'autore mette per iscritto tutta una serie di considerazioni e di bilanci basati sia su dati e notizie che sull'esperienza personale. Si è  parlato molto di Irpinia in queste settimane, e questo volumetto contribuisce a fornire qualche suggestione sul tema.
Io ho curato la prefazione.





Se volete acquistare il libro scrivetemi  oppure andate qui.


17 aprile 2009

Se trent'anni vi sembran pochi

Vi segnalo alcuni stralci di un reportage uscito sull'Espresso di oggi che parla del nostro terremoto e di quello dell'Umbria. Si è parlato tanto di Irpinia in questi giorni, molte volte a sproposito. Forse questo momento spingerà finalmente i nostri comuni a intervenire per recuperare, custodire e trasmettere la memoria del terremoto, ma soprattutto la verità dei fatti, evitando così facili polemiche strumentali.



Se trent'anni vi sembran pochi




Come ricostruire? A chi far gestire le spese e delegare i controlli? Meglio creare una new town o rifare il caro, vecchio centro storico? Per cercare risposte realistiche alle domande che oggi tutti si fanno, bisogna spegnere la tv e mettersi in viaggio. Per andare a chiedere com'è andata, e cosa non va, direttamente a loro, a quei cittadini dell'Umbria e dell'Irpinia che, per tante ragioni non banalmente geografiche, in questi giorni ripetono a tutti di sentirsi "come i parenti più stretti", o "come i vicini di casa", dei terremotati dell'Abruzzo. "Le scosse, i morti, le tende, le macerie... E il nuovo ospedale crollato, le case di pietra distrutte... Guardando Onna o L'Aquila, ci sembra di rivivere la nostra storia".
Michele Forte è il primo sindaco post-demitiano di Sant'Angelo dei Lombardi, il più grande dei comuni che furono rasi al suolo dal terrificante sisma del 23 novembre 1980. "Cosa ci ha insegnato il terremoto? Forse la lezione più importante è che si deve pensare subito al dopo. Il difficile è far vivere una comunità quando gli aiuti finiscono e si spengono le luci dell'emergenza".
In Irpinia il più grave terremoto del dopoguerra (2.735 vittime) è stato seguito da una ricostruzione diventata sinonimo di sprechi, ritardi, infiltrazioni camorristiche, affarismo e mala politica: a conti fatti, la spesa pubblica ha superato i 32 miliardi di euro.

[....]

Cinquecento chilometri più a sud, a Sant'Angelo dei Lombardi - 370 vittime anagrafiche nel terremoto del 1980, da sommare ai 90 morti sotto il cemento dell'ospedale inaugurato un anno prima - la ricostruzione è "quasi ultimata". Quasi? Dopo 29 anni? Il perito dell'ufficio tecnico comunale, Nunziante Braccia, è preciso: "Devono essere ultimati una quindicina di immobili. In tutto il comune, le case ancora disabitate sono un centinaio". Nel palazzo che chiude la piazza principale, diviso tra 15 proprietari, il Comune ha imposto i lavori di struttura e di facciata, ma le finestre restano vuote. "Il guaio è che ci abitava un solo residente e agli altri 14 non bastava il contributo del 25 per cento previsto per le seconde case". Con poche altre eccezioni, il centro storico è stato rifatto "bello com'era".
Ma attorno al castello longobardo si snodano distese di palazzoni e muraglioni modernamente osceni.
Michele Cetta, vicesindaco del Pd, picchetta i muri delle nuove costruzioni per mostrare intonaci gonfi e ferri ossidati: "Anche il cemento ha una scadenza. E dopo 30 anni si vede. Non esiste un materiale sicuro se non se ne controlla la composizione e la posa in opera. Io vivo in quella casa popolare e, come tutti qui, devo farla ispezionare ogni 5-6 anni.L'ultimo controllo, l'anno scorso, mi è costato 19 mila euro. Ho fatto un mutuo".
Il sindaco Michele Forte, appoggiato anche da mezzo centrodestra, riconosce che "la ricostruzione c'è stata ed è costata anche troppo, ma ha arricchito solo una piccola casta di tecnici e costruttori. Abbiamo dovuto rifare tre volte le fognature. Nel polo industriale è rimasta solo l'industria più seria, la Ferrero. Gli altri cosiddetti imprenditori sono scappati con i soldi. Ma il problema più grave ora è lo sfilacciamento del tessuto urbano e sociale. La vede quella? Era la nostra piazza dello struscio e adesso è vuota. Una volta da qui emigravano i poveracci, ora se ne vanno i giovani con la laurea".
In Irpinia, invece dei consorzi obbligatori, valeva il sistema dei sussidi a pioggia ai singoli proprietari, autocertificati dai loro progettisti. In via Petrile, sul colle cementificato che sovrasta il borgo, c'è un assurdo urbanistico a suo modo esemplare: una casa vuota che sembra segata in due. Il vicesindaco allarga le braccia: "Un proprietario ha rifatto la sua parte, l'altro no".
Il Comune ha concesso gran parte delle licenze tra l'84 e l'86. E il grosso dei lavori è finito tra il '92 e il '94. Ma proprio nel decennio dei soldi e degli sprechi, chiuso dai magistrati di Napoli con 554 arresti, Sant'Angelo ha continuato a perdere abitanti: 5.170 nell'81, solo 4.236 nel 2001. Ora sono 4.515, "ma grazie agli uffici pubblici".
Per Tony Lucido, presidente della Pro Loco e memoria vivente del terremoto, "il primo errore fu l'allargamento dell'area del sisma: noi abbiamo avuto i morti, Napoli i soldi. L'altra sciagura è stata la speculazione, gli appalti vinti solo per subappaltare. Ma la scelta di ricostruire tutto com'era, quella è sacrosanta: se un paese perde la memoria storica, nemmeno i giovani hanno un futuro".
Tra i Comuni più colpiti dell'Irpinia, Conza è l'esempio opposto: un paese "delocalizzato", che guadagna residenti. "Lì emigrano anche le giovani coppie, perché c'è un po' di lavoro", conferma Nicole Castellano, logopedista fresca di laurea. L'antica Conza è stata rasa al suolo e ora è un triste e bellissimo parco archeologico, con narcisi e ginestre tra le pietre delle case a cielo aperto. A valle, il nuovo paese è una spianata di stradoni, vetrine d'alluminio e villette con giardino: sembra quasi un meteorite caduto in Irpinia dal pianeta Brianza. Salvatore Fuino, barista "nato nel 1981 da mamma incinta durante il terremoto", conosce i limiti della sua new town: "La nostra memoria è fatta solo di parole. Senza romanticismo, però, ora abbiamo più lavoro e sicurezza".
Vito Farese, sindaco del Pd "rieletto con l'82 per cento dei voti" (e a ricordarlo è suo padre, già minatore in Belgio), sottolinea che "l'epicentro era qui, sulla sella di Conza: spostare il paese era inevitabile. Tra sprechi indecenti e lavori da rifare, siamo usciti dai container nel '92. Ma oggi il nostro non è un paese fantasma. Ricostruire ex novo è sicuramente più facile e meno costoso. Il nostro polo di piccole industrie dà lavoro a 300 occupati. E ormai la gente si è abituata alla casa più grande, al garage e all'asfalto. Certo, sradicare una popolazione è sempre un sacrilegio. Ora stiamo cercando di ricostruirci una storia. Guardi come sono orientate le nostre finestre: perfino il Monumento ai Volontari è puntato sulla vecchia Conza".
Davanti alla chiesa, faraonica, la Pro Loco raccoglie adesioni: "Si parte per l'Abruzzo, noi non possiamo mancare"

Irpinia scandalo continuo
 
Il 23 novembre 1980 il terremoto più grave del dopoguerra, con epicentro in Irpinia, ha provocato la morte di 2.735 persone. Il sisma ha raso al suolo interi paesi. Tra i Comuni totalmente distrutti, il più grande è Sant'Angelo dei Lombardi: 370 vittime registrate all'anagrafe e quasi altrettante tra i non residenti. Oltre alle case in pietra del borgo antico, sono crollati il nuovo ospedale e i palazzoni in cemento armato costruiti negli anni '60 e '70. Le prime leggi anti-sismiche sono nate dopo questa tragedia.
La ricostruzione in Campania è stata costellata di sprechi, ritardi, infiltrazioni camorristiche, truffe imprenditoriali, speculazioni affaristiche e corruzioni politiche. Per tutti gli anni '80 l'area degli aiuti ha continuato ad allargarsi. Tra il '92 e il '94 le inchieste sulla ricostruzione hanno portato i magistrati di Napoli a ordinare 554 arresti. Tempi lunghi e prescrizioni hanno poi salvato gran parte degli indagati. A tutt'oggi la spesa pubblica complessiva per la ricostruzione ha superato i 32 miliardi di euro.
(17 aprile 2009)


11 aprile 2009

Imparare dalle tragedie


Inoltre, copio qui un articolo uscito sul Mattino di oggi, un reportage di Marco Ciriello in due paesi simbolo del terremoto del 1980, Conza e Laviano.


Niente tv, il dolore dell'Irpinia

Tra Conza e Laviano con i terremotati del 1980

MARCO CIRIELLO

Non c’è vento a Conza della Campania, le pale eoliche sono ferme, lo specchio d’acqua della diga sembra aver ingoiato ogni rumore. Berlusconi abbraccia i parenti delle vittime a L’Aquila. La radio trasmette i funerali, qui, Concetta Cantarella del 1914 «uccisa dalle pietre», la sera dell’Ottanta, fissa i cipressi per sempre. Sono 184 i morti, solo quelli di Conza. La televisione nel bar è spenta, poca gente per strada, c’è un mercatino nella piazza, non si è fermato nessuno. Il paese è una new town spalmata in pianura, niente a che vedere col vecchio che sta in alto, arroccato, composto e vuoto. Sotto è il Texas, sopra era l’Irpinia. Monsignor Georg Gaenswein legge il messaggio di Benedetto XVI, Valeria e Luisa Masini (del 1968 e 1971) il viso nascosto dai fiori, immagine in bianco e nero, capelli corti, occhioni neri e un principio di tristezza. L’Abruzzo è legato all’Irpinia dalla transumanza, o almeno lo era, due mondi contadini annodati da quello animale. Il terremoto è esplicitazione caotica della morte che incombe su di noi, ma crea anche legami. È come per la malaria, dopo non si è più gli stessi. Nei suoi scomposti gesti distruttivi c’è il rapporto: tra pena e condannato, vita/morte. Scorrono le facce di Napolitano, Berlusconi, Ciampi, Letta, Fini, Schifani. A casa della signora Rosa Nazianzeno (62 anni) pensionata, dal 1982 al 1990 in un prefabbricato, la tv è accesa, il cardinal Bertone invita alla speranza: «Sotto le macerie dell’Abruzzo c’è la voglia di ripartire, di tornare a sognare». C’era anche qua la voglia, ma poi il dolore è diventato fame di spazio: «Più grande era la perdita maggiore la voglia di avere una casa grande, una tomba enorme, per non disperdere il ricordo».
Le telecamere indugiano sulle bare. «Qui non ci sono stati momenti formali», mi dice Stefano Ventura, dottorando in scienze storiche a Siena, tesi in storia e memoria del terremoto. «Sì, ammetto di essermi commosso. Ma anche di aver ravvisato nella discussione sulla ricostruzione - cominciata troppo presto - il solito errore di non consultare le popolazioni». Lo incontriamo a Sella di Conza, epicentro del sisma irpino, a cavallo di due provincie (Avellino e Salerno), diretti a Laviano (trecento morti). Dove andiamo con Marina Brancato, che sta scrivendo una tesi di dottorato in scienze antropologiche, sulla perdita della casa, e incrocia il terremoto con la Pasqua ebraica, rievocazione dell’esodo dall’Egitto. «Pesach: in ebraico significa passaggio e segna la metamorfosi dallo stato di schiavitù a quello della libertà, ma anche la perdita di quel poco che avevano, e un nuovo cammino - difficile - da fare». Non ha guardato i funerali «non amo le sepolture mediatiche, il lutto televisivo è l’anticamera dell’oblio».
Il sindaco di Laviano è Rocco Falivena, ha messo insieme un comitato di comuni, vista l’esperienza accumulata durante il disastro campano, e preferisce concentrarsi su un’unica opera concordata con le amministrazioni colpite: «Poco rumore, ma tanta sostanza». Questo, per lui, è anche un modo per sondare il grado di meschinità di chi «non è disposto a rendere quello che ha avuto», e infine il tentativo di tenere in vita la memoria della sofferenza «provando a trarne un dato antropologico». Falivena è un uomo pratico, d’azione, sociologo di formazione, a capo di una cooperativa che fa tagli boschivi. Uno che parla chiaro: «Qua la gente tende a rimuovere il dramma, ecco perché nessuno segue i funerali in tv, ma non è cinismo, piuttosto un modo di tenere a distanza il dolore. Perché il terremotato è anche diventato una categoria sociologica, pericolosa. Si parte col risarcimento e si finisce per usare il dolore come clava, bisogna starci attenti». E spiega il processo: «Si comincia col rancore verso il sopravvissuto e si finisce con l’essere pronti a sferrare la coltellata in nome del metro quadro». Una fila interminabile di carri funebri attende la fine del rito, a L’Aquila. Qui, il vento, leggero, a ripreso a far girare le pale eoliche.


6 aprile 2009

Terremoto, due ragazzi teoresi coinvolti

Anche due studenti teoresi, Piero Sibilia e Giulio Rotonda si trovavano a L'Aquila. Fortunatamente non hanno riportato conseguenze gravi.

Questa è la notizia uscita su irpinianews
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Riporto invece il trafiletto uscito oggi su Ottopagine:

Apprensione per due studenti di Teora e Torella
«Mi sono salvato dai crolli scappando in un cunicolo»

Grande apprensione anche a Teora e Torella. Due studenti di Teora frequentano l’Università a l’Aquila, appena televisioni, radio e siti internet hanno iniziato a diffondere notizie sul violento terremoto riferendo che era crollata la casa dello studente si è sparso il panico in paese: Giulio
Rotonda, che frequenta la facoltà di Scienze ambientale, alloggiava nella casa dello studente. Fortunatamente il ragazzo è riuscito a mettersi in salvo attraverso un cunicolo e a telefonare subito a casa. “Era fortemente provato, scioccato – racconta il sindaco Salvatore Domenico ed in apprensione per gli amici ancora sotto le macerie.
Notizie rassicuranti per fortuna anche per Piero Sibilia. I genitori di entrambi i ragazzi Franchino Rotonda e Enzo Sibilia sono partiti insieme per l’Aquila accompagnati dal maresciallo dei carabinieri Michele Grella per andarli a riprendere. Il maresciallo si è messo in contatto con un collega che a sua volta ha accompagnato Giulio e Piero fuori dalla città, evitando così ai genitori di rimanere bloccati per ore. Da Teora – aggiunge il sindaco Di Domenico – partiranno aiuti le zone terremotate”. Tutti sani e salvi gli studenti di Torella che studiano a L’Aquila, anche loro fanno fatto ritorno a casa. (pds)



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