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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Terremoti e dintorni


22 novembre 2014

23 novembre, ancora una volta

Io stavo sul divano, 7 e 34, se non sbaglio, segnaAmbu dell’Inter, e chi se lo scorda, io pò so tifosa interista.. 

Va via la luce e inizia 'sta cosa che veramente, là per là, non ti rendi nemmeno conto che cos’è. Ci siamo ritrovati, poi, ci siamo ritrovati in strada, tutta la nottata queste persone che erano scampate, si sentivano solo le grida. Quando è arrivata la scossa prima un piccolo venticello, poi la scossa, una luna chiarissima, là dov’era tutto nero ci dicevano là è tutto caduto, dove abitavo io era la parte più danneggiata.

Che ti devo dire di sto terremoto, c’ha segnato,c’ha segnato tanto, più che altro perché c’ha levato tutto; prima ci riunivamo in piazza, era piacevole, era proprio bello, poi si è disgregato tutto, chi è partito da una parte, amicizie spezzate, tante cose che adesso, così, da descrivere sono difficili, non riesco. Però è vivo, come ricordo è vivissimo.

Una testimonianza sul 23 novembre 1980

Archivio Stefano Ventura


18 ottobre 2013

Siena, 18 ottobre: si presenta "Vogliamo viaggiare, non emigrare"


29 agosto 2013

Vajont, la memoria e il dolore

       





Alcune foto da Longarone e Erto, luoghi protagonisti della tragedia della diga del Vajont (1963).
Quest'anno è il 50esimo trascorso; su www.Vajont50.it le iniziative e altri approfondimenti.

Il Vajont è stato argomento di discussione anche a ESEH 2013, lo scorso weekend, a Monaco di Baviera. (leggi anche qui)


27 aprile 2013

Vogliamo viaggiare, non emigrare. Presentazione a Contursi Terme


5 aprile 2013

Terremoto. Una testimonianza su Teora

Incollo qui un intervento di Giuliano Bugani che ho trovato in rete. Lo riporto così com'è
,con la punteggiatura esasperata e gli errori di conteggio dei morti.



Terremoto


C’ è differenza, tra fare e non fare. Io l’ ho fatto, il soldato. Di leva. Mi hanno
levato, un anno. Della mia vita. C’ è differenza, tra partire e non partire. Io
partii l’ 11 novembre 1980. Destinazione Lecce. Reparto carristi. Ci insegnavano come
si guida, un carro. Armato. Io non volevo, fare il soldato. Poi, il 23 novembre del
1980. Il terremoto. In Irpinia. 3.000 morti. 300.000 sfollati. Dopo pochi giorni,
all’ufficio Fureria. Chiesero volontari, per i soccorsi. Diedi il mio nome. Sei
troppo magro. E piccolo. I volontari vennero trovati. La sera, prima di partire, per
Avellino. Un volontario si ritirò. Mi chiamarono. Sei magro, e piccolo. Ma vai bene
lo stesso. Partii volontario, per i soccorsi. In Irpinia. Facevo qualcosa, di utile.
Fuori, dal carro. Armato. Telefonai alla mamma. Pianse. Telefonai alla ragazza.
Pianse. Se non piangi, ti sposo. Quando torno. Dal militare. Partimmo, la notte del 4
dicembre. Arrivammo, a mezzogiorno. Nel comune di Teora. Avellino. Un paese di 2.500
anime. A Teora, trovammo l’inferno. C’erano stati 500 morti. Le bare, erano
accatastate ai muri, rimasti in piedi. C’è differenza, tra la vita e la morte. La
notte, dovevamo montare di guardia. Contro gli sciacalli. Spara. Mi dissero. Se li
vedi. Io guardai in alto. Non c’ erano, nemmeno più le stelle. Quelle rimaste. Erano
sul colletto, della mia giacca, militare. C’ è differenza, tra sparare e non sparare.
La prima notte, dormimmo in quindici, soldati. Dentro la cassa. Del camion. Io ero l’
ultimo. Vicino allo sportello, di uscita. Ero magro. Era freddo. Le coperte, le
avevamo prese dai cassonetti. Dell’ immondizia. C’ è differenza, tra il caldo e il
freddo. Quella notte. Fecero molte scosse. Sentivamo i bambini urlare. Io, sentii
anche qualche soldato. Piangere. Dentro la cassa. Del camion. La seconda notte.
C’erano tende. Nel campo da calcio. Di Teora. I civili trovarono alloggio. Nelle
tende. Poi anche qualche soldato. Restammo in tre. Nella cassa. Del camion. Riempimmo
le gavette di alcool. Demmo fuoco. Fece così caldo, che dormimmo fuori, dai sacchi a
pelo. Un giorno. Incontrammo una ragazza. Ci fecero una foto. Adesso, è in un
cassetto. Un giorno. Incontrammo un uomo. Ci raccontò che sua moglie. Era nel letto.
Con lui. Prima del terremoto. I soccorsi trovarono lui. Vivo. Lui disse che sua
moglie, era a pochi metri. Ma i soccorsi, non l’ascoltarono. Trovarono sua moglie,
dopo dieci giorni. Dove lui aveva detto. Morta. Quell’ uomo, lo raccontava a tutti.
Quelli che incontrava. E piangeva. Ma tutti, a Teora, piangevano qualcuno. Partimmo
il pomeriggio del 12 dicembre. C’è differenza tra partire e non partire. Io, da
Teora, non sono mai partito. Poi, il terremoto all’ Aquila. 6 aprile 2009. Dopo venti
giorni. Sono andato. Da Anna e Paolo. E Stefania. All’ Aquila. Erano vivi. Ho sposato
la mia ragazza. E non ti ho detto. Che a Teora, Dopo dodici giorni. Trovarono una
bambina. Di tre anni. Viva. Ma io. Non parto mai. Un giorno, prendo un terremoto. E
lo porto lontano.

22 novembre 2010 Giuliano Bugani, operaio, giornalista, poeta.




permalink | inviato da teoraventura il 5/4/2013 alle 16:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


12 marzo 2013

Coop e donne, il passato insegna

Dal Mattino dell'8 marzo 2013


“Vogliamo viaggiare, non emigrare” era lo slogan stampato su uno striscione che le ragazze della cooperativa  “La Metà del Cielo”, di Teora, portavano a varie manifestazioni e eventi subito dopo il terremoto del 1980. Lo slogan era ispirato da un film di Troisi, uscito proprio in quel periodo, “Ricomincio da tre”. Nel film il protagonista, Gaetano, sceglie di andar via dalla famiglia per fare nuove esperienze; ogni volta che qualcuno gli chiede da dove viene, e lui risponde che viene da Napoli, allora gli chiedono: “Emigrante”? e lui risponde di no, che vuole solo viaggiare, conoscere, chi l’ha detto che chi viene dal sud è per forza emigrante?

“Vogliamo viaggiare, non emigrare” è il titolo del libro che ho curato e che verrà presentato oggi 8 marzo a Teora (ore 17). Il libro nasce da una borsa di ricerca sui temi della cooperazione sociale promossa dalla Fondazione di Comunità Officina Solidale; la prefazione è a cura di Luisa Morgantini.

Oltre alla “Metà del Cielo” di Teora, dopo il terremoto nacquero, tra Irpinia e Basilicata, molte cooperative nel settore manifatturiero, nell’edilizia, in agricoltura e anche nel settore culturale e della ristorazione. Molti dei promotori di queste cooperative venivano dall’esperienza dei comitati popolari, altre esperienze nascevano dal confronto e dall’interazione quotidiana tra i giovani dei paesi  terremotati e i volontari. La “Metà del Cielo” nacque grazie alla spinta decisiva di Luisa Morgantini, allora sindacalista arrivata da Milano come volontaria e poi protagonista di una lunga serie di attività in campo politico, umanitario e sociale (è stata anche vicepresidente del Parlamento Europeo). Altre cooperative femminili nacquero a Conza della Campania (“La Verde Valle”), Sant’Angelo dei Lombardi (“Il Lucignolo”),  Santomenna (“La Spiga d’oro”), Rapone (“La Ginestra”), Nusco e Torella dei Lombardi. I primi tempi furono duri per queste ragazze, ma pian piano ci fu una vera e propria scoperta delle proprie possibilità, un percorso verso l’emancipazione attraverso il lavoro e l’apertura verso l’esterno.

Le cose cambiarono quando prese piede l’intervento industriale del doposisma, che intercettò una buona fetta dei finanziamenti statali destinati allo sviluppo delle aree terremotate.  C’è però da dire che molte di queste cooperative hanno avuto un ciclo di vita lungo (alcune sono ancora attive, anche se hanno cambiato denominazione), resistendo fino agli anni Duemila. Inoltre, le loro attività si collegavano spesso alla tradizione artigianale locale.

Dall’esperienza del passato emerge una suggestione che forse è utile anche oggi; in un momento di difficoltà  (il doposisma) si incrociarono destini e difficoltà, si incontrarono altre realtà, si provò a reagire.

Le ragazze di queste cooperative capirono che unendo le proprie forze, investendo sulla propria formazione e sulle proprie capacità e condividendo il rischio di impresa, si poteva immaginare un futuro nei propri paesi, senza per forza prendere la valigia e andarsene.

La cooperazione, come dicono i dati, è uno dei settori che ha accusato di meno la crisi degli ultimi anni, anzi, alcune imprese in sofferenza sono state rilevate dai dipendenti attraverso la costituzione di cooperative.

L’altro tema forte che emerge dallo studio è il fatto che le potenzialità di crescita e di rinascita devono per forza considerare i giovani e le donne come elemento cardine; l’Italia è al 74esimo posto su 134 paesi nella classifica che misura il divario di opportunità lavorative tra uomini e donne, e sappiamo quanto è grave la questione dell’occupazione giovanile. Solo colmando questo divario si può pensare a una ripartenza dell’economia


4 marzo 2013

Vogliamo viaggiare, non emigrare. La presentazione


23 novembre 2012

32esimo



Gli anniversari vanno sempre rispettati, specie se per molte comunità e per molte persone sono momenti in cui si corre con la mente a un evento luttuoso e tragico, il terremoto del 23 novembre 1980.

Le date da ricordare sono utili anche a guardare indietro e rendersi conto del cammino fatto, ma anche a fare una pausa per capire se il presente è realmente quello che ci aspettavamo e quale prospettiva di futuro si delinea all’ orizzonte.

Per i 36 comuni nei quali i danni furono disastrosi, e dove morirono circa tremila persone, il 23 novembre è ancora una ferita aperta, e 32 anni non sono bastati a ricucirla e a lenire il dolore.

Per l’Italia delle polemiche e dell’opinione pubblica alimentata a dovere dai media il terremoto dell’Irpinia significa ancora oggi scandalo, enorme spreco di denaro, ruberie e quei centesimi che ancora vengono pagati sull’ accisa sulla benzina.

E’ quello che è stato ricordato qualche mese fa in qualche servizio televisivo e giornalistico, quando il CIPE ha ripartito tra i comuni terremotati 33,4  milioni di euro per il completamento di opere e progetti collegati alla ricostruzione in Campania e Basilicata. Questi erano fondi decisi dalla finanziaria del 2007 e nel 2010 era stato formalizzato il decreto ministeriale, ma ancora non erano stati ripartiti tra i comuni per la realizzazione delle opere.

Alla notizia, su molti siti e su qualche giornale sono uscite parole di condanna e sdegno per l’ennesimo scandalo targato Irpinia, e ancor di più le polemiche si sono fatte sentire dopo il terremoto in Emilia, soprattutto per iniziativa della Lega Nord.

Sicuramente  tutto il capitolo di spesa direttamente o indirettamente al terremoto e alla ricostruzione ha rappresentato una pagina difficilmente ripetibile per la quantità di denaro impiegata (più di 32 miliardi di euro) e per i tempi nei quali la ricostruzione è avvenuta.

Ma la memoria pubblica deve anche contemplare quei tremila morti dei paesi dell’Appennino, che abitavano in piccoli centri inadatti a sopportare una scossa così violenta (6.9 scala Richter) e che, per di più, dovettero aspettare tantissime ore prima di veder arrivare i soccorsi.

Una novità che si può cogliere, quando si parla di rischio sismico o dissesto idrogeologico, è il fatto che si sta parlando sempre più diffusamente di prevenzione, di piani complessivi per evitare che la prossima catastrofe ponga in pericolo l’incolumità di chi vive in territori a rischio.  Si vedrà se alle buone intenzioni seguiranno azioni concrete, investimenti e progetti.

I dati dicono che il 36% dei comuni italiani è a rischio sismico e il 58% della superficie del paese è a rischio frana o alluvione. Dal 1944 al 2012, si è speso circa 3,5 miliardi di euro di media annua per i danni provocati da terremoti, alluvioni e frane ( sono i dati del rapporto ANCE sullo Stato del territorio italiano).

Nell’ultimo anno, dall’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e la Lunigiana qualche giorno prima, fino alla sentenza sulla commissione Grandi Rischi a l’Aquila, passando per il terremoto in Emilia e a quello del 26 ottobre scorso sul Pollino, il problema di come fronteggiare e, se possibile, evitare i pericoli derivanti dai disastri è diventato di attualità e fatto comprendere che sono diversi i nodi da sciogliere.

Ad esempio, i comuni devono predisporre i piani di protezione civile, divulgarli, fare esercitazioni e lavorare affinchè funzionino. Quanti sono i comuni italiani che su questo aspetto sono pienamente in regola?

L’anniversario del 23 novembre 1980 serve a discutere, ancora una volta, di prevenzione, di azione comune tra chi opera per quella che una volta si chiamava “pubblica incolumità” e oggi protezione civile.

Stefano Ventura

anche su www.osservatoriosuldoposisma.com



16 ottobre 2012

Il terremoto degli operai

Segnalo una mia riflessione, e le altre che la accompagnano, sul terremoto in Emilia.
L'originale la trovate su Lavoro culturale, nella nuova serie di Sismografie.


Il terremoto degli operai e la sfida della prevenzione

 Stefano Ventura

Le scosse che hanno interessato l’Emilia Romagna e parte della Lombardia e del Veneto a partire dal 20 maggio scorso hanno provocato sette vittime il 20 maggio (ore 4 e04, magnitudo 5.9 ), e venti vittime il 29 maggio (ore 9, magnitudo 5.8). Un’altra scossa di forte entità (5.2 scala Richter) è stata registrata il 3 giugno (ore 21 e 20), e lo sciame sismico ha tenuto in allarme le aree e le popolazioni terremotate per diversi giorni e con moltissime scosse di minore magnitudo.

I comuni più colpiti sono stati San Felice sul Panaro, Mirandola, Finale Emilia, Cavezzo e Novi. Sono state allestite dalla Protezione civile ventotto aree per la prima sistemazione dei circa 15 mila sfollati, gestite dalle forze del volontariato. In Emilia-Romagna al 25 settembre sono 4.412 le persone assistite. Tra questi, 2.897 sono ospitati nelle aree di accoglienza, 88 nelle strutture al coperto e 1.427 in strutture alberghiere.[1] Mancano, accanto a questi numeri, le cifre delle autonome sistemazioni, cioè tutte quelle famiglie e persone che hanno trovato ospitalità a casa di parenti e amici e per i quali è previsto un contributo basato sul numero di componenti del nucleo familiare.

La situazione degli edifici pubblici ha rappresentato sin da subito un punto critico; per quanto riguarda, ad esempio, le scuole, il 17 settembre hanno riaperto, ma 471 edifici avevano subito danni e circa 70 mila studenti hanno dovuto ricominciare in situazioni provvisorie, in tensostrutture o in strutture prefabbricate, altre volte raggiungendo plessi scolastici di zone vicine o altre ancora ospitati in alberghi, palestre e altri spazi adattati alle necessità.

L’altra situazione d’urgenza riguarda le aziende e l’apparato produttivo, che in quest’area trova un concentramento di importanti realtà, ad esempio nel settore biomedicale e nella produzione alimentare. Molte aziende che hanno subìto il crollo dei capannoni hanno trovato ospitalità nelle fabbriche dell’area vicina o hanno condiviso gli spazi dei capannoni rimasti agibili.

Questo terremoto sarà quindi consegnato al purtroppo ricco elenco di disastri che hanno tormentato l’Italia come “il terremoto degli operai” e dei capannoni crollati, così come il terremoto di San Giuliano di Puglia e del Molise, che sta per compiere dieci anni (31 ottobre 2002) è quello dei bambini morti nel crollo della scuola, così come il terremoto dell’Aquila ha assunto come simbolico apice di sventura il crollo della Casa dello Studente di via XX settembre.

Ognuno di questi disastri, e nello specifico i terremoti, ha trovato risposte diverse non tanto nell’organizzazione e nella prontezza dei soccorsi, quanto nell’architettura istituzionale e di governo della gestione dell’emergenza e ancor di più nell’avvio della fase di ricostruzione. In 15 anni, dal terremoto dell’Umbria e delle Marche ad oggi, tutti gli eventi principali hanno avuto storia a sé, sono stati caratterizzati da filosofie di intervento proprie, da un equilibrio di volta in volta diverso tra le principali forze in campo, cioè comunità e istituzioni locali, Regioni, Protezione Civile e Governi nazionali. Nel primo caso (Umbria e Marche 1997) il Governo diede ben presto alla Regione l’incarico di coordinare gli interventi dei comuni; in Molise, quando la gestione commissariale passò alla Regione, il governatore Iorio allargò a dismisura le fasce di danno dirottando le risorse su opere e provvedimenti non collegati alla ricostruzione. L’Aquila ha rappresentato il ritorno a una gestione fortemente centralizzata da parte del Governo e della Protezione civile, con l’azione sinergica di Berlusconi e Bertolaso che ha privato quasi del tutto i sindaci e le popolazioni locali della possibilità di intervenire.

Far trascorrere un po’ di tempo tra lo svolgimento dei fatti e lo studio dei singoli casi aiuterà a capire se questa lettura, qui forzatamente semplificata, sia corretta o meno. Atteniamoci ora all’attualità per cercare di cogliere gli elementi principali che emergono dalla vicenda del terremoto emiliano.

Il 17 maggio, tre giorni prima della scossa del 20, è entrato in vigore il decreto n.59, quello che stabilisce compiti e modalità di intervento della nuova Protezione civile, dopo gli anni in cui alla Protezione civile sono stati affidati compiti e poteri che esulavano dalla sua vocazione originaria (i grandi eventi, ad esempio).

Il decreto stabilisce che la Protezione civile ha potere di ordinanza per venti giorni dopo una calamità

(Tremonti aveva introdotto un passaggio obbligato e una autorizzazione preventiva del ministero dell’Economia prima di stanziare i fondi per l’emergenza) e ha potere di intervento e spesa su operazioni di soccorso, assistenza alle popolazioni e opere per la sicurezza con 50 milioni di euro a disposizione da destinare allo scopo. L’emergenza dura sessanta giorni, prorogabili al massimo di altri quaranta giorni, per un totale massimo di cento giorni, dopo i quali la gestione passa alle amministrazioni ordinarie. Il decreto contiene anche l’accantonamento del principio per il quale lo Stato è tenuto a risarcire integralmente i danni dovuti a disastri e introduce un’assicurazione obbligatoria contro i danni da calamità per le abitazioni private[2].

L’Emilia rappresenta quindi il primo banco di prova di questo decreto, e da più parti è stato fatto notare che in sessanta o al massimo cento giorni non si risolve quasi nulla. Il fondo stabilito per la gestione dell’emergenza è di 50 milioni di euro, che in Emilia sono finiti venti giorni prima della scadenza dello stato di emergenza. Le istituzioni locali in particolare devono imparare in fretta a fare da soli, sotto la guida della Regione, ma ad a oggi i soldi per operare sembrano non esserci, né da parte del governo italiano (tranne i 500 milioni derivanti dalle accise sulla benzina), né dall’Unione Europea (i 670 milioni stanziati arriveranno nei primi mesi del 2013). La cosiddetta congiuntura economica, d’altronde, non è certo quella più adatta a spese e impegni finanziari straordinari. 

Eppure le prime dichiarazioni di alcuni membri del governo, al di là delle cifre annunciate, sollevavano questioni aperte di grande importanza; il ministro dell’ambiente, Clini, dichiarava di voler promuovere un piano nazionale per la difesa del territorio. Per questo sforzo straordinario servirebbero, secondo il ministro, 41 miliardi di euro e 15 anni di tempo[3].

Il ministro Fornero, invece, faceva notare che il crollo dei capannoni e degli edifici sensibili, in altri Paesi, non sarebbe potuto succedere[4].

E’ indubbio che il problema della sicurezza del patrimonio di edilizia pubblica e privata italiana è davvero il principale nemico per la difesa dai rischi naturali e antropici, ma per vari motivi non si è mai agito seriamente per porre rimedio alla questione. Dal terremoto di San Giuliano di Puglia a oggi sono passati dieci anni; tuttavia non si ricordano in questi anni leggi, interventi e impegni di spesa per la messa in sicurezza di scuole, edifici storici e per i fabbricati più datati.

Scorrendo i titoli e le pagine dei giornali delle settimane successive al terremoto emergono, inoltre, polemiche e allarmi sul rischio di nuove scosse e sull’adeguatezza della mappa nazionale del rischio sismico. La zona colpita non risulta, infatti, tra le zone a più alto rischio sismico, anche se storicamente in quell’area si ricordano alcuni terremoti, anche di forte entità, come ad esempio il sisma del 1570 a Ferrara, e in quel caso lo sciame sismico durò diverso tempo[5].

L’annuncio di imminenti scosse di uguale o maggiore entità ha tenuto in allarme la popolazione e messo in difficoltà geologi ed esperti che stavano, nel frattempo, monitorando la situazione, vista anche la relativa novità del fenomeno. Si pone quindi un altro problema, quasi etico: comunicare tutte le informazioni di cui la comunità scientifica è in possesso oppure selezionarle per evitare allarmismi e panico?

Quello che sicuramente emerge è la corsa alla semplificazione, i titoli a effetto e la rapidità frenetica imposta da comunicazione di massa al tempo dei social network, quando un tweet o un hashtag hanno più presa di un approfondimento ragionato. Nel caso del terremoto, la previsione di un evento sismico sta diventando un’ossessione scientificamente infondata, ma sempre evocata. Invece di inventarsi date, previsioni e allarmi su dove e quando sarà il prossimo sisma, sarebbe certamente meglio investire le energie per adeguare le strutture materiali e per educare la popolazione.

Infine, bisogna prestare attenzione al frequente appello alla “retorica della tragedia”, cioè a quella vulgata che sottolinea in maniera strumentale il carattere di una comunità,  la fierezza degli aquilani oppure la laboriosità degli emiliani. Certamente raccontare le esperienze positive di rinascita può essere di incoraggiamento per chi deve ripartire.

Molto spesso, però, questo tipo di narrazione serve a oscurare o mettere in secondo piano l’individuazione delle responsabilità, ad esempio sui palazzi costruiti su una faglia a Pettino, quartiere dell’Aquila, o sui capannoni accartocciati su se stessi in un niente in Emilia e spinge a minimizzare i problemi della ricostruzione e dell’immediato.

Staremo a vedere quale corso prenderà la ricostruzione in Emilia; di certo la seria considerazione dei problemi degli emiliani porterebbe a una più matura consapevolezza della fragilità dell’Italia intera e, forse, a pensare la natura e il territorio come elementi primari e non trascurabili. Al di là delle politiche di lungo periodo, delle azioni di governo nazionali e locali, la prima cellula di Protezione civile è sempre il buonsenso, quello individuale e quello collettivo; per far maturare questa coscienza è fondamentale sostenere e rafforzare i progetti educativi, che già nel nostro Paese sono ben presenti grazie al volontariato, all’associazionismo e a ricercatori e professionisti della prevenzione. Vale anche la pena ricordare di come la prevenzione, oltre a salvare vite umane, potrebbe far risparmiare le ingenti risorse necessarie, ogni volta, per ricostruire dopo un disastro. C’è bisogno, quindi, di agire con continuità in questa direzione, senza aspettare la prossima calamità.



13 giugno 2012

Il terremoto in Emilia (20 e 29 maggio 2012)


Le due scosse del 20 maggio e del 29 maggio, con epicentro nella zona tra le province di Bologna, Modena e Ferrara, hanno causato 23 morti (7 nella prima scossa alle 4 e 03 del 20 maggio, 16 nella scossa delle 9 del 29 maggio); i senzatetto sono circa 14mila, i feriti circa 350. 

Su ORENT e sul sito dell'Osservatorio sul Doposisma potete leggere le rassegne stampa, gli approfondimenti e le riflessioni sul terremoto dell'Emilia.









11 maggio 2012

Il giro a Laceno e l'elogio della pedivella

Il Giro d'Italia 2012 ha come punta meridionale del suo itinerario l'Irpinia, con l'arrivo a Lago Laceno. Per me che amo il ciclismo e la bici è l'occasione per una riflessione su Tu si nat in Italy, non solo sulla festa che il Giro d'Italia rappresenta, ma sulla bici come modo di essere e come antidoto alla mobilità esasperata

                  

Il Giro d'Italia, una festa popolare e un'opportunità

Domenica 13 maggio l’Irpinia sarà sugli schermi dei televisori italiani e stranieri perché ospiterà un arrivo di tappa del Giro d’Italia, a Lago Laceno. L’appuntamento rosa è diventato una piacevole abitudine negli ultimi anni, quando la salita di Montevergine è stata inserita tra le tappe iniziali della corsa rosa, e dove ha sempre rappresentato anche un primo test per i corridori più forti.

Quest’anno, Lago Laceno rappresenterà anche la punta più a sud che l’itinerario ciclistico toccherà, anche per il fatto che il Giro quest’anno è partito dalla Danimarca. La scelta di coinvolgere altri Paesi come sede di tappa ha motivazioni legate a sponsor e ascolti televisivi, e quest’anno è cambiato anche il colore della maglia assegnata ai migliori scalatori, che da verde è diventata azzurra per far contento lo sponsor. Bisogna anche dire che i Paesi scelti sono posti dove, prima ancora che il ciclismo, è la bicicletta a rappresentare molto più che un mezzo di trasporto, tanto da avere la precedenza sulle altre vetture e anche sui pedoni (è il caso dell’Olanda, da dove è partito il Giro del 2010, e della stessa Danimarca). Il prossimo anno si parla di Napoli come sede di partenza di un Giro che prevede più chilometri al Sud.

La presenza del Giro d’Italia sulle nostre strade, quindi, ha significati che vanno al di là del semplice evento sportivo, un evento popolare e festoso che ha attraversato la storia italiana del Novecento. Non mancheranno sicuramente le iniziative legate alla promozione turistica del territorio; l’Altopiano del Laceno e i comuni vicini di Bagnoli Irpino, Montella e Nusco hanno sicuramente un potenziale positivo in tal senso, fatto di bellezza paesaggistica, di piste da sci, aree attrezzate e sentieri, ma anche di prodotti gastronomici tipici (il tartufo nero di Bagnoli, la castagna di Montella, il caciocavallo e il pecorino, i vini irpini).

Ma la vetrina offerta dal Giro porta in evidenza anche le criticità di chi vive in questo territorio e deve fronteggiare la crisi del lavoro e altre vertenze di diverso tipo; gli operai della Irisbus, i forestali e poi i sostenitori della linea ferroviaria Avellino – Rocchetta e i tifosi della Scandone hanno già in qualche modo annunciato la propria presenza.

Più in generale, la crescente esperienza che la provincia sta assumendo nell’organizzare e nell’ospitare tappe della Corsa Rosa, potrebbe spingere a qualcosa di più, a un discorso legato alla cultura e alla salute. Chi è appassionato di bicicletta, e non solo a scopi agonistici, sa quanti scenari e percorsi ideali per i cicloamatori offre il nostro territorio, tra il verde, i corsi d’acqua, le colline di vigneti e le strade di campagna.

Allo stesso modo sarebbe conveniente sensibilizzare e favorire l’uso della bicicletta per la mobilità urbana, soprattutto dove i dislivelli non sono così consistenti (il capoluogo in questo senso si presterebbe bene).

Ma c’è tanto da lavorare, in tutte le città d’Italia, per creare le condizioni utili a questo scenario. Lo scorso 28 aprile a Roma circa 50 mila persone hanno partecipato alla giornata #Salvaiciclisti, in contemporanea con Londra. Questa iniziativa è stata lanciata dal “Times” per sensibilizzare alla mobilità urbana sostenibile e per invitare al rispetto di chi usa la bici da parte delle altre vetture motorizzate, intervenendo sulla viabilità e sulla segnaletica con una vera e propria piattaforma in otto punti, ma anche autoregolamentando il comportamento dei ciclisti urbani. Purtroppo, lo scorso anno sono state in Italia 2556 le vittime  di incidenti in bicicletta.

Spostarsi in bicicletta, e poterlo fare in sicurezza, è il modo più conveniente per coprire brevi distanze, evita imbottigliamenti e nevrosi da traffico, evita di imprecare contro il prezzo dei carburanti, permette di stimolare più sensi (l’olfatto, l’udito, la vista) e influisce in positivo sul benessere fisico.

Il Giro d’Italia, oltre ai colori della carovana, allo spirito di gara e alle manifestazioni collegate, può quindi stimolare la voglia di pedalare e magari discorsi più importanti legati al turismo e al modo di vivere le città e il territorio.

 

LINKS COLLEGATI

Le informazioni tecniche sulla tappa (altimetria, percorso, mappe)

http://www.gazzetta.it/Speciali/Giroditalia/2012/it/tappa.shtml?t=08&lang=it

 

Associazione Palazzo Tenta 39 – Bagnoli Irpino

http://www.palazzotenta39.it/public/?p=23456

 

Consorzio Laceno- IrpiniaTurismo

http://www.consorziolaceno.com/servizi/irpinia-turismo/

 

SALVA I CICLISTI

http://www.salvaiciclisti.it


9 maggio 2012

E' uscito "Sismografie. Tornare a l'Aquila mille giorni dopo il sisma"


SISMOGRAFIE. Tornare all'Aquila mille giorni dopo il sisma è il titolo di un volume collettivo nato dalle pagine web di Lavoro Culturale, un blog cultural-letterario che raccoglie contributi e discussioni ed è promosso e gestito da giovani studiosi e studenti dell'Università di Siena.

Da una serie di saggi e articoli sul terremoto dell'Aquila del 2009 è nata l'idea di dar vita a un volume di riflessione a più voci.


LEGGI LA RECENSIONE SU CARMILLA

 

LA SEZIONE SISMOGRAFIE SU LAVORO CULTURALE

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Contributi sparsi

I terremoti italiani e la Protezione Civile

Il terremoto del 1980. Storiografia e memoria

30 anni di terremoti italiani

Irpinia 1980, viaggio nel terremoto

L'emergenza e i soccorsi, dalle memorie alla Protezione civile

Le industrie, 30 anni dopo 

Il lavoro in Irpinia negli anni del terremoto

I comuni del terremoto dalla ricostruzione al futuro

I ragazzi dell'Ufficio di Piano. La ricostruzione urbanistica in Irpinia

Semiseria analisi lessicale di un disastro naturale (prefazione)

I confinati in Irpinia durante il fascismo

Le industrie del dopo terremoto in Campania e Basilicata

OkNotizie 

 

Gli Angeli Del Terremoto_Stefano Ventura_2010

Le Industrie Del Dopoterremoto_Stefano Ventura

L'Irpinia, la Crisi e lo spopolamento

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