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teoraventura
L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


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6 dicembre 2012

La piccola borghesia del Mezzogiorno

"I latifondisti sono numericamente un infima minoranza, e per tenersi su hanno bisogno dei voti della piccola borghesia. Si ha così un’associazione fra latifondisti e piccoli borghesi che è la chiave di volta di tutta la vita pubblica meridionale. I due alleati si dividono da buoni amici il terreno da sfruttare : i latifondisti si prendono il Parlamento e la piccola borghesia lavora nei consigli comunali.

In che modo i primi sfruttino il potere parlamentare, tutti sanno. In che modo sia sfruttato dai secondi il potere comunale, si può capire quando si ponga mente ai bisogni e alla miseria di tutto il proletariato intellettuale meridionale. Ogni professionista disoccupato o aspirante a impieghi cerca di diventare impiegato municipale. Il giovane munito di licenza tecnica aspira a un posto da scrivano municipale o di ispettore del dazio consumo; il medico privo di ammalati domanda una condotta; l’ingegnere disoccupato domanda di entrare nell’ufficio tecnico municipale. Ogni posto di guardia municipale, di acchiappacani, di bidello ha i suoi aspiranti.

Ma gli aspiranti son troppi: cento cani intorno a un osso si lacerano furiosamente per strapparlo l’uno all’altro. Quelli che sono fuori dagli impieghi, cercano di mettersi al posto di quelli che son dentro; questi si difendono senza scrupoli come meglio possono. Alla turba dei disoccupati se ne aggiungono sempre nuovi, che ingrossano le fila degli assalitori, e la guerra dura anni, ed è condotta avanti con la calunnia, con la lettera anonima, con la delazione, con il tradimento.

Quelli che sono riesciti a conquistarsi un reddito a carico del bilancio municipale e quelli che vogliono conquistarselo formano così due partiti amministrativi, per i quali la vittoria o la sconfitta nelle elezioni significano la conquista o la perdita del pane quotidiano. Questi partiti hanno bisogno di una bandiera; la prendono dove la trovano. Si chiamano bianchi o rossi, della banda nuova o della banda vecchia, della tromba o del tamburo, di San Francesco o di Sant’Antonio o che so io.

Quando un partito riesce a sbalzar giù dal potere i suoi avversari, per prima cosa manda a spasso gli impiegati antichi e mette al loro posto i propri aderenti. Questo è il vantaggio e l’obiettivo fondamentale delle battaglie locali. E’, insomma, per chi perde un disastro e per chi vince un terno al lotto".

Gaetano Salvemini (1898)

La questione meridionale

in Scritti sulla questione meridionale (1896-1955)


  




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12 luglio 2011

Novità in libreria

presenta



Le conseguenze di un disastro dipendono dal grado di sviluppo di una società ma, al pari della loro loro percezione, sono anche e soprattutto un fattore culturale. Raccogliendo i contributi di studiosi di differenti discipline il volume, attraverso l’analisi dei fenomeni sismici, si propone di affrontare alcuni aspetti della storia degli eventi naturali inserendola nel più ampio contesto dello studio dei rischi e dell’evoluzione delle modalità di prevenzione e risposta alle calamità, in questo caso naturali, elaborate in Italia dall’Ottocento fino ai nostri giorni. Tra gli obiettivi è quello di fornire un contributo in direzione della elaborazione di una moderna memoria storica di questi eventi. Il saggio, piuttosto che limitarsi ad una semplice elencazione di episodi e testimonianze (talvolta semplicemente di “casi umani”, toccanti fa fini a sé stessi) o di dati quantitativi, intende studiare con un approccio multidisciplinare le modalità con cui la società italiana si rapporta con questi eventi e, più in generale, con la natura, con il territorio e con l’ambiente: come sul piano legislativo così su quello della gestione dell’emergenza, così sul piano delle politiche di ricostruzione del territorio e dei beni ambientali; tanto sotto il profilo tecnico quanto su quello culturale e dell’immaginario collettivo.

Anno 2011– pp. 248 – € 22,00
ISBN 9788865820063
Piero Lacaita Editore
Vico degli Albanesi, 4
74024 Manduria (TA)
Tel./Fax 099 9711124

I contributi

  • Gianni Silei, Introduzione
  • Cristina Capineri, Antonella Rondinone, Michela Teobaldi, Geografie del giorno dopo: il disastro come spazio d’eccezione
  • Gianni Silei, Paure collettive, disastri e immaginario. La narrazione e la mediatizzazione dei terremoti tra Otto e Novecento
  • Andrea Giovanni Noto, I terremoti nella storia: Messina 1908
  • Stefano Ventura, I terremoti nella storia: Irpinia 1980
  • Bruno Bonomo, Lo sviluppo urbano come catastrofe: stampa e trasformazioni delle città d’Italia tra dopoguerra e boom
  • Dario Albarello, Pericolosità e rischio sismico nell’Italia post-unitaria: proposte per una storia sociale della normativa sismica
  • Viviana Castelli, Per non dimenticare. Un censimento dei rituali sismici collettivi in Italia
  • Andrea Ragusa, Paesaggio e bellezze naturali: origini e sviluppo di una politica di tutela
  • Paolo Passaniti, Dalla bella proprietà ai beni ambientali. Il complicato incontro tra diritto e paesaggio
  • Massimo Furiozzi, La Protezione civile nella storia d’Italia
Altre informazioni su_

www.orent.it

www.lacaita.com


30 ottobre 2010

ZEITOUN

In seguito all’uragano Katrina, due residenti di lunga data a New Orleans, Abdulraman e Kathy Zeitoun, si ritrovano a dover combattere una battaglia assurda contro forze che vanno ben oltre quelle del vento e dell’acqua. In questa opera di non fiction, sorprendente e profondamente umana, i lettori potranno vedere con occhi nuovi il peggior disastro naturale degli Stati Uniti, scoprendo tutte le speranze e le contraddizioni di un momento unico della storia americana.
(dalla 4a di copertina)





Dave Eggers, Zeitoun, Mondadori (leggi la recensione)

Uscendo per qualche secondo dalle questioni locali e storiche nostrane (vedi terremoto e altro), vorrei proporvi una lettura che ho trovato molto utile a comprendere alcuni angoli bui di questi anni Zero. Siamo a New Orleans nel 2005, Era Bush, negli Stati Uniti che hanno nella testa e negli occhi il dramma dell’11 settembre. La catastrofe dimostra, invece, i profondi limiti della dottrina della sicurezza interna; sia la fase di previsione sia la gestione dell’emergenza sono piene di errori e lacune organizzative. L’unica forma di risposta che l’amministrazione governativa riesce a mettere in campo è repressiva e violenta.

Chi conosce cos’è la Shock economy, cioè il meccanismo di usare dei momenti di “shock” (catastrofi naturali, attentati, guerre) per azzerare le regole e sostituirle con un sistema di deroghe all’ordinario, sa quanto è stata questa la vera filosofia dominante usata da Bush e soci.

Ecco perché le polemiche nostrane, le zone rosse alle macerie di un centro storico, le discariche dichiarate “aree di interesse strategico nazionale”, l’uso di un commissario che agisce in deroga, cioè al di sopra e al di fuori della legge ordinaria, sono molto più legittime se inquadrate in uno scenario globale.

Zeitoun è una storia vera, così vera che sembra un romanzo.


L'uragano Katrina sarà al centro di due relazioni del convegno "La memoria delle catastrofi", che si terrà il 25 e 26 novembre a Napoli.







2 dicembre 2008

Segnalazioni

Mercoledì 3 dicembre
ore 18.00 / Sala Pintor, via dello Scalo di San Lorenzo 67, Roma
proiezione del documentario

 “TERRE IN MOTO”

di Michele Citoni, Angela Landini, Ettore Siniscalchi

parteciperanno: Pierluigi Sullo (direttore di Carta) e Piero Bevilacqua (storico).

Altra segnalazione: è in edicola con Carta un libro di Pierluigi Sullo, che si chiama Postfuturo (13 euro). Nel libro l'autore parla ampiamente della sua esperienza di inviato del Manifesto in Irpinia dopo il terremoto. In particolare ci sono molti riferimenti a Teora, dove il giornalista capitò poche ore dopo la tragedia. Tra l'altro lo stesso giornalista scrisse nel 1981 un libro su quell'esperienza (La casa di Rocco) in cui parlava ampiamente della situazione di Teora e Laviano nell'emergenza.






21 settembre 2008

Terra matta

Un contadino di Chiaramonte Gulfi (Ragusa), nato nel 1899, decide nel trascorrere della sua vecchiaia di mettere per iscritto, alla sua maniera, il diario personale di una intera vita. La fame delle campagne siciliane, l'esperienza terribile al fronte nella Prima guerra mondiale, la Guerra d'Africa e gli anni da minatore in Germania. Una vita "maletratata, molto travagliata e molto desprezata".
Vincitore del premio
dell'Archivio diaristico nazionale  di Pieve Santo Stefano (Ar), è stato oggetto di una revisione funzionale alla pubblicazione, che però non ha cambiato di una virgola il contenuto, e rappresenta una pagina unica di memoria, un racconto del '900 visto con gli occhi dei semplici. Un piccola gemma, che è stato possibile rendere pubblica grazie al lavoro di una istituzione culturale che intende la memoria come un bene collettivo da preservare, un elemento fondante della società. Anche oggi.   




Vincenzo Rabito

Terra Matta

Einaudi, 2007, 18,5 €


12 luglio 2008

Il vento forte della paesologia

E' stato bello vedere tra gli scaffali di una libreria senese il nuovo libro di Franco Arminio, edito per la Laterza. Frequentando, seppur non con continuità, la comunità provvisoria, di cui Franco è un artefice e un elemento propulsore, sapevo dell'uscita di questo libro e da ieri ho potuto materialmente sfogliarlo. Altra piccola sorpresa: il primo capitolo si intitola. Giobbe a Teora, racconta una storia personale dolorosa di un nostro compaesano e sfiora le nostre strade, i nostri luoghi, come tutto il libro fa. Ci saranno varie occasioni per entrare in contatto con i temi di questo libro, durante quest'estate. Intanto incollo una recensione di Andrea Di Consoli che può farne assaporare qualche stralcio.


                


Dopo Viaggio nel cratere (Sironi, 2003) e Circo dell’ipocondria (Le lettere, 2006), Franco Arminio manda alle stampe Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia (Laterza, 186 pagine, 10,00 euro), un libro che segnerà in profondità le sorti della grande letteratura di “strapaese”, e le sorti della letteratura per frammenti, antiromanzesca e antiborghese (”Il paesologo non ama il narrare disteso, ma la smania aforistica, la frase singola, spaiata” scrive Arminio nel piccolo zibaldone finale dove, tra l’altro, ci sono immagini e intuizioni di superba bellezza: “Tre luoghi aperti nelle mattinate dei paesi: il bar, il Comune, il cimitero”; “Quasi ogni mattina vado a trovare qualche paese come si va a trovare un vecchio zio, vado a vedere che faccia ha, a che punto è la sua malattia o la sua salute. Vado per vedere un paese, ma alla fine è il paese che mi vede, mi dice qualcosa di me che non sa dirmi nessuno”, ecc.). Un libro, questo, che è tante cose: uno zibaldone di pensieri, un libro di viaggi, un reportage, un diario, una miniera di soggetti, di figure, di profili, di oggetti, di scenografie urbane, un epicedio, un lamento, un momento di gioia mal trattenuta, un referto inesauribile di paure e di pietà. Franco Arminio, che è nato, e da sempre vive a Bisaccia, nell’Irpinia sbilanciata verso la Lucania, visita in questo libro i suoi paesi (Conza, Greci, Vallata, Aquilonia, Flumeri, ecc.), facendo anche alcune sortite “fuori casa”: in Val Germanasca, nel Cilento, e nel Salento. Ma le pagine più belle sono dedicate proprio alla sua Irpinia, ché Arminio, come egli stesso scrive, appartiene solo al suo paese, è “un dente dentro la bocca del cavallo, un mattone dentro un muro”.

Il padre della paesologia ha fondato un nuovo modo di viaggiare; è piuttosto un vagare, un perdersi tra cose belle e brutte, tra piazze deserte, sotto lampioni spenti, dinanzi a porte chiuse, sotto la neve o il sole; un fare domande per perdersi nel suono delle risposte, un fotografare cani, camion della frutta, anziani al bar. Niente di più lontano dal bozzetto, dall’oleografia e dal sottobosco paesano. Se avesse ancora senso, diremmo che Arminio ha uno sguardo geografico e letterario tra i più moderni in Italia (ma antico e moderno, in specie se contrapposti, sono vecchie categorie accademiche senza più significato). Vento forte tra Lacedonia e Candela non auspica un ripopolamento o lo sviluppo “moderno” dei paesi (non cade nel tranello dell’utopia); non è un lamento del passato, dei bei tempi della civiltà contadina (non cede alle sirene delle “anime belle”); è, piuttosto, qualcosa che sta a metà: una dichiarazione d’amore del “qui ed ora” dei paesi per come sono adesso (i paesi della birra al bar, dei ricordi, dei silenzi, dei manifesti funebri, dei negozi, dei personaggi buffi, delle prepotenze, delle case anonime del dopo-terremoto, ecc.), un perdersi, tra paura e pace, nei “dintorni” di una terra straordinaria quanto più è ordinaria, vera, scrostata di ogni sovrastruttura ideologica.

Arminio sta nella sua Irpinia come l’albume sta nel guscio. Questa pace, però, è attraversata dalla nevrosi (collettiva) di Arminio, dalle sue parole, dai suoi presagi di morte (ma sono, appunto, nevrosi consustanziali ai paesi, alla loro lenta e pacifica agonia). Ma tutte le tragedie della sua terra – a partire dal terremoto del 1980 – non hanno fatto che rafforzare un vincolo di appartenenza (”La sera che ci fu il terremoto io stavo bene. Mi piaceva tutta quella gente per strada, tutti che si guardavano come se ognuno fosse una cosa preziosa. Quando molti si sono messi a dormire nelle macchine mi sono fatto un giro, li ho benedetti uno per uno”). E questa è un’immagine, se vogliamo, di aedo contemporaneo, di vate fraterno e antiretorico.

Il libro di Arminio è una “Spoon River” dei vivi che si preparano a morire (anche la morte, qui, è un’ombra concreta, amichevolmente tetra, che si aggira tra le strade). Ma quel che più commuove, di questo libro, è il saper amare le cose e le persone nonostante l’agguato quotidiano dei pensieri neri, del “naufragio”, dello sfinimento, della morte (la morte, per Arminio, è una notizia improvvisa, come un terremoto, o un ictus); è il saper amare solo ciò che davvero si ama (”Forse io sono un paesologo dei miei paesi e di Castro dei Volsci non so che dire. Mi manca la radice infiammata della residenza, mi manca il nervo che lega gli occhi al cuore”); l’attrazione innamorata per il marginale, il superfluo e i perdenti (”Tonino è morto per sfinimento, perché era un giocatore rimasto per anni e anni sul campo a giocare la partita della solitudine, mai un intervallo, mai un goal, tutto un andare avanti e indietro, senza concludere mai”; e ancora: “A Lacedonia si vive le ricordo di un passato in cui c’erano tanti uffici e adesso non c’è neppure un negozio di scarpe. A me questo non dispiace. Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono. In fondo le delusioni, le mancanze, sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura”). E quest’ultimo pensiero, a rileggerlo, è non soltanto una politica e un’etica, ma una poetica, e un insegnamento a tutti quelli che credono che nei paesi non accada nulla, ché Arminio ci dimostra, con questo libro indimenticabile e commovente, che si può fare letteratura con gli antieroi, con i falliti, con le parole non dette, con le azioni non fatte, con gli uomini silenziosi, con i non-paesaggi, con la desolazione delle piazze deserte, a dimostrazione dell’assunto che un grande scrittore non ha bisogno della Storia o della cronaca nera per toccare il cuore caldo e spaventato degli uomini.

Andrea Di Consoli
Pubblicato su L’Unità del 4 luglio 2008


12 dicembre 2007

Basilicata da leggere


                                               


Da un anno a questa parte, nel mondo della letteratura contemporanea si è proposta una nuova realtà, con due romanzi di una certa rilevanza: la Basilicata. I due titoli sono il romanzo di Mariolina Venezia, Mille anni che sto qui (Einaudi,15 euro ) e il libro di Gaetano Cappelli (Marsilio, 15,5 euro) dal titolo chilometrico. Il primo dei due lo avevo letto ancora prima che vincesse il premio Campiello 2007, e mi piacque perchè evoca cose familiari (il paese in cui è ambientato, Grottole, è confinante con il paese d'origine di mio padre, Miglionico). Il secondo, che evoca il "nostro" aglianico nel titolo, è un romanzo che vive nella contemporaneità, ambientato a Potenza ma che svaria su varie realtà della Basilicata, con alcune digressioni storiche piacevoli; è scritto molto bene ed è bello perchè reale e disincantato. Insomma, una piacevole novità per una realtà sempre dimenticata ma che si rinnova bene, coniugando radici e innovazione. E noi irpini, incredibilmente simili ai lucani, dovremmo guardare con attenzione ai nostri vicini; o almeno, leggere questi due romanzi.


1 aprile 2007

La terra è finità?

La terra è finita. Breve storia dell'ambiente www. laterza.it

LA TERRA E' FINITA. Breve storia dell'ambiente. (P. Bevilacqua)

Un manuale di storia dell'ambiente. Che mette insieme, uno dopo l'altro, i grandi punti di crisi che hanno dato un giro di ruota all'ecosistema del pianeta. A partire dalle piccole rivoluzioni locali legate all'agricoltura fino alla prima vera svolta della rivoluzione industriale e al nuovo tipo di inquinamento atmosferico del carbone. Una rincorsa verso gli scenari del capitalismo avanzato fino alla globalizzazione del problema caratterizzata da una fame continua di territorio e risorse, una sete inestinguibile di acqua e carburanti, uno sfruttamento senza fine di tutto il materiale di cui il sistema ha bisogno per vivere a queste condizioni. Senza dimenticare, nel grande scenario, gli esempi cristallini del nostro Paese, tra devastazione del paesaggio, disastri naturali che hanno sempre come concausa la mano dell'uomo, oppure disastri esclusivamente umani come Seveso. Una galleria degli orrori inserita in un contesto storico, in un processo che non si è mai allontanato dalla direzione imboccata. (Da Repubblica.it, 28/09/2006).
 

Bevilacqua si/ci chiede come è potuto accadere. Meglio, come è possibile che continui ad accadere, sfacciatamente, senza ritegno e senza che il consesso umano riesca a trovare il modo di reagire. Stiamo parlando nientemeno che del pianeta, dell’ecosfera, dell’”orbe terracqueo”, di madre natura, del Creato, di Gaia… del futuro della vita nostra e di quella dei nostri figli. Chi pensa che, come in tutte le storie poliziesche che si rispettino, alla fine si trovi sempre un colpevole,  rimarrà deluso.  La storia, anzi la coevoluzione delle storie umana e naturale, non ha “spiegazioni monocasuali”, semplici, riduzionistiche. Non possiamo prendercela con un sistema  socio-economico (il capitalismo industriale) , con un sistema di pensiero (giudaico-cristiano), con un approccio scientifico (cartesiano),  con un dispositivo tecnico ed energetico (la meccanica e l’uso della energia fossile), con una particolare mentalità (l’utilitarismo consumistico)… ma con il loro indistricabile insieme dispiegato lungo un processo storico fino ad ora, almeno, inarrestabile.
Da storico, Bevilacqua ci offre una guida (ogni capitolo è correlato da una esauriente scelta bibliografica per possibili approfondimenti specialistici) alla comprensione delle ragioni dell’”eccesso” di pressione esercitata dalla popolazione umana sulla biosfera. Dall’”urbanesimo accelerato”, alla  nebbia fotonica, dal dust blow (palle di polvere come effetto della desertificazione) alla polluzione chimica,  dai nuovi rifiuti tecnologici ai Persisten Organic Pollutants, dai “nemici invisibili” radioattivi ed elettromagnetici ai semi geneticamente modificati, dall’”esaurimento biologico” del mare al riscaldamento della terra, dall’esaurimento delle risorse non rigenerabili alla grande “nuova sete” della Terra. Non è un punto di vista naturalistico, il suo, ma antropocentrico. Ci racconta come siamo riusciti a rompere i cicli vitali autorigenerativi che per qualche miliardo di anni hanno consentito al nostro pianeta di mantenersi in un discreto stato di salute, ma in realtà parla di noi, di come abbiamo anche mutato “la natura degli uomini”. DA CARTA.ORG

"Questo testo - ha osservato Bevilacqua nel suo intervento di presentazione- ha una finalità strettamente didattica. Purtroppo la cultura ambientalista in Italia spesso è assai superficiale, così ho pensato ad un libro dal linguaggio chiaro e semplice, in quanto rivolto al grande pubblico. Il nostro futuro su questo pianeta dipende infatti innanzitutto dalla consapevolezza diffusa dei problemi dell'ambiente, ed è quindi fondamentale lavorare sul piano della più ampia divulgazione". "Ho strutturato il volume - ha aggiunto Bevilacqua - cercando di ricostruire il modo in cui l'umanità è arrivata a minacciare la propria sopravvivenza. Io credo che la risposta a questa domanda stia nello sfruttamento dell'industrialismo capitalista. Da sempre l'uomo ha danneggiato l'ambiente, ma nel periodo precapitalista si strattava di sfruttamento a scala locale. I veri problemi sono iniziati quando, dopo la rivoluzione industriale, questo fenomeno ha raggiunto una scala globale". "Ecco perché - ha concluso l'autore - occorre fare molta attenzione alla tecno-scienza: l'innalzamento delle temperature e il buco dell'ozono sono la dimostrazione dei danni incalcolabili che questa ha provocato in pochi decenni".

Il problema ambientale si impone drammaticamente all’ordine del giorno anche nelle tavole rotonde tra le nazioni che muovono le file dell’ordine mondiale da quando uno studio della Banca Mondiale commissionato dalla Gran Bretagna ha dimostrato che lo squilibrio ambientale costa alle risorse economiche britanniche il 20% in più sul prodotto interno lordo annuale.  Bevilacqua è uno storico dell’ambiente autorevole, uno dei miei preferiti anche per il suo stile comunicativo, semplice e diretto pur essendo ricco di richiami storiografici. In quest’ultimo lavoro parla della Terra e delle problematiche ambientali a tutto tondo: risorse energetiche, inquinamento, acqua, agricoltura, squilibrio demografico e politiche ambientali e ambientaliste.
Qualche notizia in ordine sparso: per produrre 1 kilocaloria di carne ne occorrono 122, per una kilocaloria di pollo arrosto ne occorrono 19 di mangimi e per produrre 1 kcal di cereali occorre il triplo dell’energia che quei cereali forniranno. Gli USA costituiscono il 4% della popolazione mondiale ma consumano il 30% delle risorse e sono i maggiori produttori di sostanze inquinanti.

Dopo questo inverno nordafricano, l’estate porterà quasi sicuramente problemi legati alla siccità; nel nord Italia il Po si comporta come un torrente, visto che le sue fonti di alimentazione sono discontinue: le nevi dei ghiacciai alpini sono molto ridotte e le piogge in questo inverno sono state insufficienti e  violente quando si sono manifestate. E’ necessario, insomma, ingegnarsi, come l’uomo ha sempre fatto, ma soprattutto è necessario porre un freno allo sfruttamento delle risorse, soprattutto quelle esauribili; basti pensare che la prima industria mondiale è quella delle automobili e la seconda quella del petrolio, il cui sfruttamento sta portando a un rapido esaurirsi dei giacimenti. Dal risparmio e dalla razionalità dell’uso delle risorse potrebbe venire un cospicuo contributo.




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9 maggio 2006

"In viaggio con Erodoto" di Rizsard Kapuscinsky

Kapuscinsky è un distinto signore di quasi 80 anni, calvo, dai modi gentili ma che lasciano trasparire la sua austerità da uomo del Nord. E’ così che mi si è presentato ieri pomeriggio a Siena, in un aula universitaria del dipartimento dove andavo a lezione. Proprio a lezione di storia delle relazioni internazionali ho imparato a conoscere i suoi reportage che hanno attraversato tutti i continenti e raccontato le vicissitudini di popoli, stati e sistemi ideologici. Ieri la conferenza era sugli effetti della globalizzazione, sia sull’informazione che sulla società. Mi ha colpito la lucidità con cui questo signore di 80 anni parlava dei processi messi in moto dalla caduta della cortina di ferro, del fatto che tutte le nazioni del mondo sono coinvolte in uno scambio, in un movimento globale, che mette in movimento persone, beni, cose, informazioni, immagini; anche le migrazioni sono uno di questi fenomeni indotti. Un fenomeno inarrestabile, nonostante la presenza di correnti di resistenza ai movimenti migratori di massa. La sua non era una analisi di parte, ma un quadro della situazione, senza giudizi di merito, così come nei suoi libri si limitava a testimoniare, con la profondità che caratterizza la sua intelligenza, il mondo contemporaneo.

In questo periodo sul comodino ho “I viaggi di Erodoto”, libro che è uscito l’anno scorso e narra del valore affettivo che lo storico greco di Alicarnasso ha avuto per Kapuscinsky durante i suoi viaggi di lavoro. Il resto dei suoi libri l’ho letto in fasi successive. Ma ora il libro che ho sul comodino è arricchito dalla firma e dalla dedica dell’autore.

Piccola bibliografia

Ebano (sull’Africa)

Imperium (sull’ex Urss)

La prima guerra del football (sull’America Latina)

Sha in Sha (su Iran e Medio Oriente)

Lapidarium

Il Negus (Sull’Etiopia)




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8 marzo 2006

"Asce di guerra", di Wu Ming e Vitaliano Ravagli



Fra poco più di un mese, si commemorerà la liberazione dell'Italia dal dominio nazifascista,il 25 aprile. Per me che ho studiato storia, e storia italiana in particolare, è una ricorrenza sempre importante. Quest'anno coincidenza ha voluto che per il seminario di dottorato che parlerà di resistenza io debba preparare del materiale per supportare la relazione del prof. Focardi. Niente di più stimolante. Inoltre, questo si aggiunge al fatto di aver iniziato a raccogliere alcune testimonianze a Teora sul periodo immediatamente successivo alla liberazione, e cioè il '46 e il referendum monarchia-repubblica. Inoltre c'è il libro che ho citato su. In questo libro c'è l'autobiografia di Vitaliano Ravagli, romagnolo che dopo aver vissuto da adolescente la Resistenza in Romagna, decise negli anni 50 di andare in Laos a combattere al fianco dei vietcong...La cosa che mi ha fatto pensare è il racconto diretto di come, dopo la fine della guerra e l'amnistia concessa da Togliatti, sia stato facile per i vecchi sostenitori del regime cambiare casacca e tornare a rivestire posti importanti nella società, nonostante avessero le mani sporche di torture ai partigiani e di omicidi. E' una storia che brucia ancora troppo, e se brucia a me, che vivo in un Italia totalmente diversa da quella, figuriamoci quelli che l'hanno vissuta in prima persona. Io non ammetto revisionismi su questo; già immagino le obiezioni sulle foibe, su"quando c'era lui i treni partivano in orario". Non si può dimenticare, non si deve. Questo 25 aprile spero sia un'altra liberazione, spero che si possa tornare a sperare presto, anche noi giovani precari e insicuri, meridionali e emigranti, noi che subiamo direttamente l'immobilismo e l'incapacità di una classe dirigente.  
Grazie ai Wu Ming per aver raccolto la testimonianza di Ravagli e per il fatto di scrivere libri sempre furoi dal coro e stimolanti.. 





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31 gennaio 2006

budapest di c.buarque

copertina
Budapest

Traduzione: Roberto  Francavilla
Collana: I Narratori
Pagine: 144
Prezzo: Euro 13
FELTRINELLI
E
' un libro che unisce due luoghi geografici,due stili di vita, due donne...Il protagonista fa di professione il ghost writer, in una agenzia di Rio de Janeiro. In un viaggio a Istanbul per una riunione dell'Internazionale degli scrittori anonimi, è costretto a fermarsi per problemi aerei a Budapest e soggiornare in hotel, Ascoltando il telegiornale in ungherese, Jose si innamorerà di quella lingua misteriosa. In Brasile lui è felicemente sposato con una conduttrice del tg, ma tornerà a Budapest dove si tratterà qualche mese e conoscerà Kriska, che gli insegnerà con pazienza quella lingua misteriosa....
In un mix ardimentoso di Brasile e Ungheria, con due donne dai caratteri estremamente diversi, il protagonista vivrà le sue vicissitudini in preda al disorientamento, con l'unico filo d'Arianna della lingua ungherese, forse la secondo protagonista del romanzo.




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18 gennaio 2006

narratori delle riserve

NARRATORI DELLE RISERVE
di Gianni Celati

Questa è una antologia di racconti-testi scritti da autori più o meno noti della provincia italiana. Tre di essi ci sono Rossana Campo, Valerio Magrelli, Marco Belpoliti, Ermanno Cavazzoni. Il filo comune che lega tutti gli scritti è, come dice Celati, il fatto di essere nati senza la spinta dell'urgenza di essere scritti, "quei momenti in cui si riesce a scrivere per sè senza dover dimostrare niente a nessuno". Sono pagine varie e piacevoli, testimoniano una vitalità provinciale non indifferente, anche se il libro non è recentissimo (1992).
La piacevole sorpresa cheho avuto quando sono andato aprendere il libro nello scaffale della biblioteca e ho iniziato a sfogliarlo è stata vedere, tra gli autori in ordine alfabetico, al primo posto Franco Arminio. Celati dice le "Miniature"(così viene chiamata la serie di testi presenti nell'antologia) testimoniano "un modo del tutto inedito di guardare alle cose del sud".




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Tornare all'Aquila 1000 giorni dopo il sisma

 

 

 

 

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Contributi sparsi

I terremoti italiani e la Protezione Civile

Il terremoto del 1980. Storiografia e memoria

30 anni di terremoti italiani

Irpinia 1980, viaggio nel terremoto

L'emergenza e i soccorsi, dalle memorie alla Protezione civile

Le industrie, 30 anni dopo 

Il lavoro in Irpinia negli anni del terremoto

I comuni del terremoto dalla ricostruzione al futuro

I ragazzi dell'Ufficio di Piano. La ricostruzione urbanistica in Irpinia

Semiseria analisi lessicale di un disastro naturale (prefazione)

I confinati in Irpinia durante il fascismo

Le industrie del dopo terremoto in Campania e Basilicata

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Gli Angeli Del Terremoto_Stefano Ventura_2010

Le Industrie Del Dopoterremoto_Stefano Ventura

L'Irpinia, la Crisi e lo spopolamento

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