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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


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4 gennaio 2016

Teora, coniugi anziani muoiono lo stesso giorno

da ottopagine, 4 gennaio 2016

Neanche la morte è riuscita a separarli. Luciano Vito Donatiello 88 anni e Antonia Lettieri 87, sono morti a poche ore di distanza. Prima ha ceduto il cuore di lui, dopo qualche ora quello di Antonia non ha retto al dolore dell'addio del compagno di una vita.
Unico il manifesto funebre che recita «dopo una lunga vita trascorsa insieme sono ritornati alla casa del padre».E le bare saranno oggi pomeriggio una a fianco all’altra nella navata della chiesa Madre San Nicola di Mira per l’ultimo saluto. Luciano Vito Donatiello di 88 ani e Antonia Lettieri 87 si erano sposati oltre sessant’anni fa. Dalla loro unione sono nati due figli, Alessandro che vive in Svizzera e Gerardo che morì in giovane età dopo una terribile lotta contro un male che non gli lasciò scampo. Entrambi agricoltori, coltivavano i terreni e andavano fieri dei loro prodotti genuini coltivati con passione e competenza da una vita intera.


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12 agosto 2014

Parole vuote e autoreferenzialità

Anche quest'anno ho trascorso una decina di giorni a Teora e una settimana in Basilicata, in famiglia e con gli amici, senza particolari soggiorni marittimi o altro.

Negli ultimi anni il filo che mi tiene legato ai luoghi d'origine si è allentato, per motivi lavorativi: torno meno spesso, curo meno i rapporti con le persone con le quali ho avuto modo di collaborare nel recente passato, cerco di portare a termine cose mirate e agili.
Ho provato, anche a questo giro, a proporre progetti, idee e percorsi che ritengo fattibili, a costo zero o quasi, ho provato a capire quali interlocutori fossero più attenti, ho provato a riprendere il filo di tante cose fatte in passato. Non ci sono riuscito, se non in minima parte, e la colpa non è solo mia.
Si parla tanto, in pubbliche occasioni, e le parole sono sempre le stesse: territorio, sviluppo locale , turismo, giovani, occupazione. Non sono solo politici e amministratori a pronunciarle, ma anche presidenti di associazioni locali, intellettuali da paese, portatori di piccoli interessi, attivisti di qualche nicchia specifica.
Devo dire che in questo elenco ci sono anche persone davvero in gamba, che ci provano. 
Ma lo sconforto è la scollatura, la mancanza di dialogo, l'assurda autoreferenzialità che separa i singoli campanili, i piccoli gruppi, chi dovrebbe occuparsi di bene pubblico. 
Scrivere queste righe mi riesce difficile, sono frasi e osservazioni che possono sembrare retoriche.
Dico solo che, anche da lontano, anche per pochi giorni all'anno, anche con poche competenze, avrei voluto e voglio dare un contributo all'Irpinia, al Sud che conosco meglio e che cerco di capire attraverso l'approfondimento, lo studio. 
Ma se ti trovi di fronte a telefonate rifiutate di continuo, a mail con progetti e proposte ignorate, ad appuntamenti rinviati e a impegni non rispettati, a tempi biblici per fare cose minime, allora ti viene da pensare che è inutile sperare in positivo. 
Vorrà dire che le energie andranno spese altrove, con interlocutori più attenti, tempi più rapidi e forse più soddisfazione.
Senza rancore 


16 marzo 2014

Contro la desertificazione: la madre di tutte le battaglie

Di recente sono usciti alcuni dati statistici sull'Alta Irpinia; è possibile seguire le notizie e la rassegna stampa e web su diversi siti di informazione e blog locali, come radiolontracaposele.it, più economia, Tu si nat in Italy.
Cito e riporto un articolo che racconta le cifre dell'emigrazione a Teora e dintorni, riportando proprio una delle storie delle famiglie che in rapida successione hanno lasciato l'Irpinia alla volta della Svizzera Italiana. E' inutile dire che questa è la madre di tutte le battaglie: meno bambini vuol dire meno scuole, meno acquisti nei negozi, meno servizi in generale, più invasività da parte di predatori senza scrupoli.
Purtroppo non sembra esserci una ricetta miracolosa contro questo problema, che è di tutto l'osso appenninico. Serve tanto lavoro, sia quello materiale che quello progettuale, creativo e solidale. 


Emigrazione, fenomeno in crescita. Partono sopratutto i giovani, con titolo di studio medio alto, diplomati o laureti che cercano possibilità migliori fuori. Il problema continua a colpire in particolare i comuni dell’Alta Irpinia.

A Teora dati più preoccupanti nell’ultimo anno. In comuni come Cairano i decessi superano i nuovi nati

Il Sindaco di Monteverde, Franco Ricciardi, consegna la sua testimonianza: «Qui si riesce ancora a vivere, ma il fenomeno esiste. Negli ultimi 10 anni, esattamente dal 2001 al 2011, circa 3.500 abitanti hanno lasciato molti comuni dell’Alta Irpinia. Fino a poco tempo fa Lioni non aveva di questi problemi, ma dal 2013 ha avuto una perdita di abitanti elevata. Questo crea disagi portando alla chiusura di molti servizi. Penso al Tribunale di Sant’Angelo Dei Lombardi, all’ospedale di Bisaccia. Nei prossimi anni saranno a rischio anche le scuole. Ma il calo demografico è causato dalle nascite pari a zero, tanto da arrivare a due-tre soli parti all’anno, oltre agli spostamenti degli studenti».
Il Sindaco conclude dicendo che il problema non può essere risolto dal singolo comune, bisogna che si attivi la politica con nuove programmazioni. Il Sindaco di Teora, Stefano Farina, fa diverse riflessioni sul problema dell’emigrazione, di come si sia evoluta in maniera negativa.
«Non solo registro delle partenze anomale, ma dalla fine del 2013 e l’inizio del 2014 sono andate via tre famiglie per un totale di 12 persone. Oltre alla preoccupazione dello spostamento non è difficile intravedere uno calo delle nascite e un aumento dei decessi. Voglio sottolineare la differenza tra l’emigrazione attuale e quella degli anni 60' e 70'.
Precedentemente si parlava di emigrazione a tempo determinato, perché si partiva per racimolare dei soldi per poi rientrare e cominciare a muovere l’economia. Ora invece la situazione è terribile. Il sacrificio di coloro che partono non ha risultati perché non tornano più e l’economia si ferma, anzi retrocede. I figli con titoli di studio alti partono e proiettano il loro futuro lontano. L’economia è in crisi. A difesa di chi amministra la situazione è tragica, perché la ricaduta negativa non è limitata al meridione ma è europea e internazionale. Non c’è possibilità di azione. Prima i comuni avevano margini di manovra, oggi il patto di stabilità e la spending review bloccano tutto. Il sindaco finisce così per essere un killer armato dal governo quando la gente deve pagare, dall’altro un consolatore della comunità. Come Sindaco sono un povero lottatore in prima linea».

Infine il Sindaco Farina ci racconta la storia di un suo amico, di cui non fa il nome, il quale è stato costretto ad emigrare.
«Ero molto dispiaciuto nel vedere partire un amico. Ha perso sua madre nel terremoto dell’80 e poco dopo, a causa di una malattia, anche suo padre. Ma quando si è creato la sua famiglia se pur dotato di grande energia e forza di volontà altruisticamente se ne è andato. Egoisticamente poteva rimanere ma sperava per la su famiglia un futuro migliore».
Ed ecco le parole del Sindaco di Cairano Luigi D’Angelis:«La speranza è che i giovani rimangano per creare la loro opportunità di vita a Cairano. Stiamo perdendo la parte migliore del nostro territorio con la fuga dei cervelli. Per ora non abbiamo avuto spostamenti fuori regione o all’estero, solo qualcuno nei paesi vicini. Con i servizi non abbiamo problemi, stiamo cercando di garantire la massima disponibilità.
Il problema è quello della mortalità rispetto alle nascite, per ogni tre bambini che nascono muoiono 10 abitanti. C’è stato anche un caso di ritorno ma quando la situazione è senza sbocco molti sono costretti ad abbandonare il proprio luogo originario». Non ci sono molte soluzioni per un problema come quello delle emigrazioni, i comuni da soli non possono fare molto sono delle piccole tessere di un mosaico che non riescono a far ancora parte del disegno comune. I giovani sono la speranza ma se anche loro vanno via il problema non può far altro che rimanere tale o evolversi.

di Luisa Urciuoli dal Corriere dell’Irpinia del 14 marzo 2014


23 ottobre 2013

Teora negli anni '40: storia di Angelo Corsi, confinato

Pubblico anche qui, in simultanea con l'uscita della rivista, un articolo apparso sul Mai Tardi,  periodico dell'Istituto storico della Resistenza senese. E' il primo di due, il prossimo uscirà entro dicembre 2013.
Quella dei confinati irpini è una vicenda che abbiamo tentato di ricostruire insieme ad altri cultori di storia locale. Alcuni articoli sono usciti su "Nuovo Millennio" negli anni scorsi e li trovate in questo stesso blog.
Se avete appunti, materiali utili, notizie curiose sul periodo del ventennio fascista e della guerra a Teora, Irpinia e dintorni, Teoraventura è disponibile a darvi spazio.

Angelo Corsi: una biografia dal confino

Stefano Ventura

Mai Tardi, n.1/2013

Qualche anno fa, nel 2003, in un’intervista a un giornalista inglese del settimanale Spectator, parlando dell’attacco all’Iraq di Saddam Hussein e delle figure di dittatori a confronto, l’allora presidente del consiglio Berlusconi definì il confino di polizia un periodo di villeggiatura che Mussolini concedeva, a carico dello Stato e del regime, affermando che i luoghi che ospitarono i confinati ora sono luoghi di turismo esclusivo. Questa reinterpretazione storica è solo uno degli esempi che spesso sono stati usati per corroborare una lettura poco profonda che ha sempre fatto del fascismo una dittatura più blanda e di Mussolini una figura tutto sommato non sanguinaria. Per fortuna sono numerosi e più seri gli studi che smentiscono, dati e storie alla mano, questa interpretazione (basti pensare al libro sugli episodi più atroci e poco noti che hanno avuto gli italiani come protagonisti, Italiani brava gente?, scritto da Angelo Del Boca nel 2005). 

Le vicende legate al confino di polizia hanno riguardato, invece, quasi 17mila persone che furono arrestate senza processo, senza prove, senza possibilità di difendersi, detenute per un periodo di tempo mai definito con certezza e facilmente prolungabile, costretti a vivere in condizioni igieniche, alimentari, sanitarie al limite della decenza. I luoghi del confino non erano solo nelle isole che oggi sono luoghi turistici affermati, ma anche paesi e piccoli borghi dell’Appennino, dall’Abruzzo all’Aspromonte, in luoghi remoti, inospitali e raggiungibili solo dopo lunghi e disagevoli viaggi.

A partire dal 1927 Mussolini manifestò la necessità di avviare la deportazione per i sospettati di antifascismo. Proprio la radice etimologica di deportazione, l’azione del “portare via”, indicava un allontanamento forzato che cambiava radicalmente lo stato di diritto del condannato. Il confinato si trovava a essere un cittadino senza alcun diritto, non poteva disporre di alcuna garanzia e non sapeva nulla sul proprio destino, sui motivi dell’arresto, sul luogo assegnato, sulla durata della pena e sulla eventuale liberazione. 

Se si pensa ai campi di identificazione ed espulsione che oggi ospitano i numerosi migranti che tentano di raggiungere clandestinamente l’Europa e l’Italia, la situazione di sospensione dei diritti individuali è la medesima, visto che anche quei profughi non hanno diritti, non sono accusati di un reato specifico e certo e non conoscono bene il loro immediato destino.

Approfondire le caratteristiche del confino e le vicende individuali dei confinati è quindi un atto di legittimità verso i protagonisti di quelle condanne e verso chi oggi subisce ancora una limitazione ingiustificata dello stato di diritto.

Brevi cenni su confino e repressione

La letteratura che riguarda il confino può annoverare contributi di personaggi di primissimo livello del panorama sia politico sia culturale dell'antifascismo.

Carlo Levi scrisse, sulla base dell’esperienza del confino in Basilicata, “Cristo si è fermato a Eboli”, uno dei capolavori della storia culturale italiana, non tanto in termini stilistici quanto per gli effetti prodotti; infatti, dopo la fine della guerra e la liberazione dal nazifascismo, grazie alle narrazioni di Levi l’Italia scoprì una parte dimenticata del suo territorio, un mondo arretrato fino all’inverosimile dove superstizione e povertà tenevano prigionieri i contadini e dove permaneva un’organizzazione quasi feudale della società.

Cesare Pavese scrisse il romanzo “Il carcere”, ispirandosi al suo confino a Brancaleone Calabro (Reggio Calabria), anche se in questo caso il protagonista, Stefano, non è una trasposizione autobiografica dell’autore. Del confino a Brancaleone restano, tuttavia, come testimonianza le lettere scritte alla sorella Maria, nella cui corrispondenza Pavese descriveva nei minimi particolari luoghi, fatti e personaggi del vivere quotidiano della sua condizione di confinato. AncheLeone Ginzburg visse l’esperienza del confino a Pizzoli, in Abruzzo.

Più in generale, il confino di polizia fu uno degli strumenti decisivi che il regime usò per la repressione dell’antifascismo, del dissenso e per il controllo di chiunque fosse ritenuto pericoloso per l’ordine pubblico. Il confino, introdotto dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del novembre 1926, subentrava al domicilio coatto, misura introdotta nel 1863 contro il brigantaggio e usata in seguito come strumento di controllo sociale. Il domicilio coatto fu usato in maniera ampia da Crispi come metodo di repressione politica e rimase in uso fino al 1900, alla caduta del governo Pelloux. In particolare, nel 1894 le leggi “anti anarchiche” e la repressione del movimento dei Fasci Siciliani allargarono a dismisura il numero di domiciliati. Con i governi a guida Giolitti questa forma d’istituto penale non fu più usata fino alla prima guerra mondiale, quando fu reintrodotta per i cittadini delle nazioni nemiche.

Durante il regime, il confino di polizia era ordinato da commissioni provinciali composte dal prefetto, dal procuratore del re, dal comandante dell’arma dei carabinieri e da un ufficiale superiore della Milizia Volontaria per la Sicurezza; nel 1942 fu incluso anche il segretario del Partito nazionale fascista. L’invio al confino restava comunque un atto preventivo demandato alla discrezionalità degli organi di polizia. L’assegnazione al confino poteva durare al massimo cinque anni ma poteva essere rinnovata.

Furono i diversi attentati compiuti ai danni del duce tra il novembre 1925 (per opera di Zaniboni) e il novembre 1926 che convinsero il Consiglio dei Ministri, sulla spinta dell’emotività, a varare alcuni provvedimenti restrittivi tra i quali lo scioglimento dei partiti e delle associazioni, pene severe per l’espatrio clandestino e il confino di polizia per quanti potessero essere sospettati di essere pericolosi per l’ordinamento dello stato.

In realtà, la rapidità con la quale furono predisposte le prime assegnazioni fa presupporre che queste misure indirizzate a colpire coloro i quali avevano svolto o “manifestato il proposito di voler svolgere attività sovversiva per gli ordinamenti dello stato” fossero state preparate già nei mesi precedenti.

Nel novembre 1926 i primi 68 confinati vennero inviati nelle isole siciliane (Favignana, Lampedusa, Pantelleria e Ustica); a fine anno i confinati erano 900.

Non è facile avere una cifra definita del numero di persone che tra il 1926 e il 1943 furono assegnate al confino, tenendo conto che le stesse persone qualora non si fossero “ravvedute” potevano essere riassegnate al confino. Paola Carucci,in un suo contributo del 2005, parladi 15.440 assegnazioni al confino. Alessandra Gissi, in una ricerca basata su un fondo dell’Archivio centrale di Stato, riporta il numero di 12.330 confinati e 16.876 fascicoli personali, seguendo un criterio che esclude i condannati per truffa, traffico di valuta estera, funzionari di enti pubblici e del partito fascista, bancarottieri, sospetti, spie e così via[1].

Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale al confino di polizia si aggiunse l’internamento, che secondo il diritto internazionaleera una misura restrittiva della libertà personale che, in caso di conflitto, gli Stati avevano il potere di prendere nei confronti di certe categorie di stranieri o di propri cittadini, allontanandoli dalle zone di guerra e relegandoli in località militarmente non importanti, ove esercitare agevolmente la vigilanza. La convenzione di Ginevra del 1929 contemplava la possibilità di istituire, in caso di guerra, campi di prigionia e di lavoro.

A partire dal 1940 l’internamento fu adottato per i civili nemici presenti in Italia e anche per altri individui ritenuti pericolosi, sospetti o indesiderabili durante la guerra. La misura dell’internamento fu estesa anche agli “ebrei stranieri” (maggio 1940) e molti campi d’internamento furono costruiti nelle nazioni nemiche occupate, in particolare in Jugoslavia, dove il numero dei civili internati raggiunse le 100mila unità. L’internamento civile fascista invece poteva essere “libero” (obbligo di residenza in particolari località, in genere posti disagiati nelle zone interne della penisola) o “nei campi”, cioè strutture appositamente costruite allo scopo di ospitare gli internati. Inizialmente, nel 1936, una circolare del ministero della Guerra prevedeva che in tutta Italia ne fossero costruiti tre, in cui ospitare 1000-1500 internati ciascuna, e che i campi fossero preferibilmente collocati nelle province di Perugia, Ascoli Piceno. L’Aquila, Avellino, Macerata. Presso l’Archivio Centrale di Stato sono conservati circa 20mila fascicoli di internati, di cui 8.418 di pericolosi italiani e circa 12 mila riguardanti stranieri e italiani internati per spionaggio.

La repressione dellantifascismo e i confinati senesi

La geografia del movimento antifascista senese, anche dopo le leggi eccezionali del 1926, rispecchiava le lotte dei lavoratori dalla fine del primo conflitto mondiale in poi. I minatori di Abbadia San Salvatore e dellAmiata, gli operai di Siena e della Val dElsa senese, alcuni nuclei di mezzadri in Valdichiana e Val di Merse rimasero attivi organizzandosi clandestinamente e costituendo lossatura delle strutture clandestine del partito comunista e, in misura minore, del partito socialista e del movimento anarchico. La ricostruzione storiografica di quello che potremmo definireantifascismo popolareè piuttosto ardua per il fatto che questi militanti non lasciarono quasi mai documenti e tracce; la loro storia è da recuperare attraverso le note giudiziarie, gli atti dei Tribunali speciali, le carte delle prefetture e i verbali di carabinieri e poliziotti.

Nello specifico, tra le diverse forme di limitazione della libertà (carcere, confino, internamento, ammonizione, sorveglianza speciale, diffida), il confino riguardò 129 antifascisti della provincia di Siena per una condanna a 380 anni complessivi.

Andrea Orlandini ha reso noto qualche numero complessivo sugli antifascisti senesi schedati nel Casellario Politico Centrale; i fascicoli personali erano 1060 nella provincia di Siena tra il 1926 e il 1943, 417 sanzioni comminate a 310 persone, tra cui 28 donne[2].

Secondo quanto riportato da Rineo Cirri, nel complesso furono 699 le persone che tra il 1926 e il 1943 subirono un deferimento al Tribunale speciale, sommando confinati, internati, ammoniti e diffidati, ricercati allestero, rimpatriati e sospettati, un numero che per una provincia come quella di Siena (circa 270mila abitanti in quegli anni) è certamente significativo.

Nella Poggibonsi di Angelo Corsi fin dal maggio del 1932 il nucleo comunista, formato da 19 militanti, fu individuato e rimandato a giudizio per associazione e propaganda sovversiva. Nella motivazione della sentenza si legge chel'organizzazionecomunista [] svolgeva intensa attività politica e sindacale con raccolta di somme per il Soccorso Rosso. Fu poi concessa loro l'amnistia per il decennale della marcia su Roma.

Nell'aprile 1934, però, un nucleo più cospicuo di comunisti, questa volta di 27 persone, fu nuovamente perseguito e sottoposto a pene che andavano dai due ai sette anni, anche se per otto di questi fu stabilito il non luogo a procedere. Questa volta la motivazione era la seguente:l'attività comprendeva riunioni campestri, celebrazioni di feste comuniste, diffusione dellaScintillae deL'Unità.

Le feste richiamate erano il primo maggio e l'anniversario della rivoluzione d'ottobre, mentre laScintillaera un giornale che rappresentava il comitato politico provinciale, costituitosi con difficoltà dopo le azioni repressive del 1932 e che aveva proprio sede a Poggibonsi per meglio tenere i rapporti con il comitato regionale di stanza a Empoli.  Angelo Corsi fu tra i fermati in entrambe le occasioni citate. Maggiori dettagli sulla biografia di Angelo Corsi saranno illustratinella seconda parte di questo contributo, in uscita sul prossimo numero diquesta rivista.

In conclusione, quindi, sembra ancora importante e utile il lavoro di tessitura di tutta quella complessa e sotterranea ragnatela che ha costituito lantifascismo militante e popolare in provincia di Siena e in tutta Italia, perché, come affermava Luigi Orlandi:ad ognuno di questi antifascisti sono collegate vicende umane, storie dolorose di famiglie e di gruppi di persone con le loro sofferenze, i loro dolori e i loro drammi ma anche le speranze di una parte della popolazione di vivere in una società più giusta[3]


[1]Paola Carucci, Dal domicilio coatto alsoggiorno obbligato: confino e internamento nel sistema di prevenzione erepressione fascista e nel dopoguerra, in Regione di confino: la Calabria (1927-1943), a cura di F. Cordova ePantaleone Sergi, Bulzoni editore, Roma, 2005, pp. 33- 102. Alessandra Gissi, Un percorso a ritroso: donne al confinopolitico 1926-1943 (Italia Contemporanea, 2002, fascicolo 226), pag. 32.

[2]Andrea Orlandini, L’antifascismo a Siena:le schede del Casellario Politico Centrale, Mai tardi, fascicolo 3/2011.

[3] Tratta da L’antifascismo senese nei documenti della polizia e del Tribunale Speciale, 1926-1943,a cura di Rineo Cirri.


16 giugno 2013

De Sanctis (1874)

" La lotta, qui come in molti altri luoghi d'Italia, piuttosto che da principi politici, fermamente stabiliti, conosciuti e accettati, è ispirata da aderenze, da parentele, da satellizii operanti per le lotte municipali amministrative, da clientele, o sudditanze, da affetti locali e da interessi - ma soprattutto da interessi.

Perchè non è l'ultima delle sventure italiane questa, che lo Stato (e adesso anche la Provincia e, se non rimedia, il Comune) sia considerato generalmente come la Cassa della beneficienza, il gran dispensiere di favori, e il deputato del Parlamento il sollecitatore e il dispensiere di seconda mano".

Francesco De Sanctis

La Gazzetta di Avellino

14 ottobre 1874


1 marzo 2013

Vento, terra e libertà



(Foto di Nicola Fiore)



E' a suo modo una notizia da segnare sul calendario; nel paesaggio urbano e rurale che sta attorno a Teora sono spuntate le pale eoliche.
Bisogna dire che, dopo la ricostruzione, il colpo d'occhio offerto da Teora era mutato radicalmente, con palazzoni squadrati al posto di vicoli e della Chiesa Madre.
Personalmente, nei mesi scorsi, quando sono passato sulla strada che congiunge Teora a Sant'Andrea, avevo notato i lavori di installazione delle pale eoliche, e mi ero fatto qualche domanda, e le avevo fatte un pò in giro.
E' un tema delicato, quello dell'eolico e della sua impronta ecologica sul paesaggio, così come sulle terre a uso agricolo che lasciano il posto ai campi eolici (o ancora più spesso ai campi fotovoltaici). Non si può neanche polarizzare tra chi è pro e chi è contro l'eolico, in mezzo ci sono mille sfumature e questioni complesse da analizzare.
A Teora il problema dell'installazione delle pale eoliche aveva avuto una implicazione politica in più di una campagna elettorale passata.
Non ho le informazioni e i dati completi per parlarne. Non ha neanche tanto senso mettere un articolo su questo blog, che al tempo di facebook, twitter e what's app non viene neanche più aggiornato tanto spesso.
Però dopo aver visto la foto di Nicola Fiore l'ho voluta mettere qui, archiviarla, a futura memoria.

p.s. In questi mesi l'Irpinia sta vivendo il problema delle possibili trivellazioni alla ricerca di petrolio, il cosidetto "Permesso di ricerca Nusco - Gesualdo". In rete è possibile trovare tutte le informazioni sui documenti, i dati, le posizioni dei comitati e dei partiti.
Io penso che è anacronistico pensare ancora al petrolio, e andare a fare trivellazioni pericolose, a poca distanza da centri abitati nocive per l'ambiente e la salute delle persone. Ma anche questo discorso è troppo articolato e richiede gli opportuni approfondimenti.


14 settembre 2012

Terroni, briganti, meridionali: il dibattito, le polemiche, i fatti storici

Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero di Nuovo Millennio - Echi di Teora. 



Terroni, briganti, meridionali: i problemi del Sud,150 anni dopo

 

Stefano Ventura

 

Nel 2011 si sono svolte le celebrazioni per i 150 anni trascorsi dall’ Unità d’Italia, con una giornata di festa nazionale, il 17 marzo, e una lunga serie di eventi, convegni e altrettanti libri e studi pubblicati.

Festeggiare la ricorrenza dell’Unità ha provocato molte polemiche da parte di chi quell’Unità la digerisce malvolentieri, perché vede uno squilibrio nella distribuzione di tasse e sovvenzioni, di contributi e sprechi tra Nord e Sud; in particolare la Lega Nord ha puntato il dito più volte contro le celebrazioni e anche contro i simboli nazionali, tricolore in particolare.Sulle tesi e gli argomenti usati, però, bisognerebbe parlare a lungo e scendere in profondità, mentre spesso si usano cifre ed esempi utili solo alle argomentazioni di parte.

Però si sono potute ascoltare anche versioni totalmente opposte, alcuni libri e teorie, di chiara impronta meridionalistica, che prendevano di mira il modo in cui fu unificata l’Italia. Tra questi saggi  ha riscosso insperati successi di vendita (250mila copie vendute) il libro di Pino Aprile, “Terroni.Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero“meridionali” (Piemme edizioni). 

L’idea di fondo del volume è quella di svelare e dare testimonianza delle tante ingiustizie compiute ai danni della popolazione meridionale dal momento dell’unificazione in poi, inaugurando una storia segnata nel corso dei decenni dall’emigrazione e dalla leva militare obbligatoria.

La polemica su come è stata unificato il Paese, a danno del Meridione, è la spina dorsale delle argomentazioni di Pino Aprile. Si parla, per esempio, di “saccheggio del Sud”, e in particolare del prelievo di cifre rilevanti di denari dalle banche del Sud a vantaggio delle casse statali del Regno d’Italia. Inoltre, si descrive la feroce guerra civile dei soldati piemontesi contro i briganti e si parla  di subalternità, cioè di quel senso di inferiorità costruito in piccole dosi tra i cittadini del Sud.

La tesi del saccheggio delle risorse del Sud a favore del nuovo Stato pare avere come affermazione implicita il fatto che la situazione del Mezzogiorno, prima dell’Unità, fosse migliore di quella successiva all’annessione alla spedizione dei Mille. Le cifre, che tra l’altro nel libro di Aprile non mancano, e la lettura complessiva ci dicono che il Mezzogiorno del 1860-61 era prevalentemente povero, dominato dal latifondo, con una assoluta scarsità di mezzi e di condizioni preliminari a una parvenza di sviluppo.Un dato per tutti: al Sud i chilometri di ferrovia erano pari a un quarto diquelli delle regioni settentrionali.

Le pagine di letterati e di vari intellettuali, anche stranieri, ci testimoniano di come, al di là di Napoli e Palermo, il Sud fosseuna enorme distesa di boschi e territori inospitali, in cui si annidavano i banditi e varie malattie (il tifo, la malaria). Agli inizi dell’Ottocento,Creuze de Lesser affermava lapidariamente: “l’Europa finisce a Napoli e vifinisce assai male. La Calabria, la Sicilia, tutto il resto appartiene all’Africa”.

Proprio in quegli anni, però, si misero in bella luce numerosi storici e politici meridionali, che lottarono con entusiasmo e alto valore morale per risolvere i problemi del Sud all’interno del nuovo Stato, in Parlamento e nelle istituzioni; tra questi ricordiamo Francesco Saverio Nitti (originario di Melfi), Giustino Fortunato da Rionero in Vulture, gli irpini Francesco De Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini.

Aprile nel suo “Terroni” analizza in profondità le forme e gli episodi che caratterizzarono il brigantaggio (“finora avevamo i briganti” – sottolinea Aprile citando fonti dell’epoca – “e vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena, vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è causa del popolo”).

E’ evidente il giudizio severo dell’autore nei confronti dell’azione repressiva adottata dai Savoia subito dopo l’Unità ( il capitoloche affronta il brigantaggio è intitolato “La strage”). Il tema che passa sottola definizione generica di brigantaggio è stato trattato in maniera contraddittoria dalla storia nazionale, senza contributi specifici di particolare peso, mentre sono molte le opere di storia locale e saggistica prodotte da autorimeridionali, così come attraverso la musica è stata recuperata e diffusa unavalenza quasi eroica dell’esperienza ribelle dei briganti.

E’ senza dubbio illuminante leggere le pagine di chi havissuto da attore protagonista quelle vicende, come ad esempio Carmine Donatelli Crocco, di Rionero in Vulture, che ha messo per iscritto le sue memorie mentre scontava la sua pena (il libro si chiama Come divenni brigante). Nelle sue considerazioni, Crocco ammette e descrive anche gli aspetti più cruenti e violenti delle azioni di guerriglia dei briganti contro l’esercito piemontese e contro chi nel Sud lo sosteneva, e spiega chiaramente le motivazioni che spingevano alla ribellione, e nel suo caso particolare le ingiustizie subite dalla sua famiglia per mano di un signorotto locale.

Se il numero di meridionali che perse la vita in quella vera e propria guerra civile fu senza dubbio troppo alto, è anche vero che lareazione dei ribelli era di difesa e di distruzione, ma non proponeva nessunasoluzione alternativa per il destino del Sud, se non il ritorno allo status quoborbonico. Rispetto a un'altra delle tesi forti del libro di Aprile, quella della “educazione alla minorità”, sembra che in 150 anni non sia cambiato niente, perché è questa una visione passiva e piagnona della propria realtà; se il Sud non acquista consapevolezza dei suoi problemi reali e non si rende protagonista diretto della soluzione degli stessi, anziché chiedere che sianoaltri a farlo, difficilmente l’eterna questione meridionale potrà avviarsi a un esito positivo.


9 febbraio 2012

Neve in Irpinia, tra emergenza e normalità

Questo articolo è uscito stamattina (9 febbraio) sul Mattino di Avellino, con il titolo "Le catastrofi create dall'uomo". Altre informazioni e letture utili sull'emergenza neve in Alta Irpinia li trovate su comunità provvisorie, piccoli paesi e sugli organi di news locali on line (Tu si nat in Italy, Il Ciriaco, Orticalab e altri).


Teora, febbraio 2012 (foto di Emidio De Rogatis)


Neve,emergenza e buon senso


StefanoVentura


Lanatura non conosce catastrofi”, affermava lo scrittore svizzero MaxFrisch. Non sono i fenomeni naturali a provocare disastri econseguenze letali per l'uomo, ma l'inadeguatezza e l'impreparazione.La “catastrofe” di questi giorni si chiama neve, quella diqualche mese fa che colpì Genova e Lunigiana si chiamava “bombad'acqua”, ma in generale la comunicazione di massa abusa asproposito della categoria delle catastrofi, ovvero un “sovvertimentodella realtà”, secondo l'etimologia.

Benpiù serio è il discorso che riguarda le responsabilità, leinadempienze e i possibili correttivi. In questi giorni sono statispesso chiamati in causa i sindaci, che hanno a loro volta criticatola struttura nazionale della Protezione Civile.

InIrpinia sappiamo bene cosa vuol dire protezione civile, sappiamoquanto è stato doloroso e grave che non ci fosse subito dopo lascossa del 23 novembre 1980; abbiamo imparato a conoscere unonorevole di Varese, Zamberletti, che ci ha insegnato, da commissariostraordinario, che la Protezione Civile nasce dal coordinamento trale varie forze, siano esse istituzioni, forze armate, volontari osemplici cittadini.

Poiè venuta negli anni Duemila la gestione Bertolaso, contraddistintada un forte interventismo dai modi spicci, una impostazione che haavuto, come effetto secondario, quello di addossare alla ProtezioneCivile un ruolo salvifico che sopperisse ai limitidell'amministrazione ordinaria.

Lepolemiche che abbondano e che tirano in ballo anche leamministrazioni locali avellinesi, così come quelle regionali, nonsono infondate, ma sono inutili se non avviano un dibattito corale suuna reale prevenzione e sugli strumenti per realizzarla. Una nevicataparticolarmente forte è un evento prevedibile, come le pioggetorrenziali e come le ondate di calore, a differenza di un terremoto.

Laprevenzione chiama in ballo anche i singoli cittadini, che sono iprimi attori della Protezione Civile. Molte volte è il correttocomportamento dei singoli a evitare conseguenze peggiori in caso di allarme o emergenza, basterebbero a volte piccoli atti di buon senso,che non necessitano per forza di una ordinanza del sindaco o di unbollettino della Protezione Civile.

Allostesso tempo, però, le istituzioni devono avere un protocollochiaro e condiviso da attuare in previsione e in seguito ad unanevicata, evento tutt'altro che estremo per zone interne come lenostre (anche se quest'ondata ha assunto davvero i caratteridell'eccezionalità, pensiamo ad esempio all'Alta Irpinia).

Tuttoquesto insieme di regole e comportamenti non può certo manifestarsiper incanto alla caduta del primo fiocco di neve, ma va preparato,così come va diffusa una cultura capillare e partecipata diProtezione civile. Pensiamo al rischio sismico: i comuni sonoobbligati a dotarsi di un piano di Protezione Civile, a verificarlo,a tenere esercitazioni e a diffonderlo. Anche su questo tema negliultimi tempi si è avuto modo di polemizzare, ma la programmazione ela pianificazione pubblica troppo spesso eludono gli scenari di lungotermine, a vantaggio del tornaconto immediato. Insomma, polemizzare èinutile se fine a se stesso, sarebbe meglio iniziare un processoserio e partecipato che metta al lavoro tutti quelli che possono dareun contributo reale.

Passata l'emergenza, sciolta la neve, dovremmo avere cura di continuare astimolare le istituzioni comunali, provinciali e regionali affinchèadottino o perfezionino i propri piani di Protezione Civile, puntandoal pieno coinvolgimento del mondo del volontariato, che in Irpiniaesiste, opera e si impegna, e anche coinvolgendo scuole, enti estrutture di ricerca, professionalità e competenze plurali.



14 gennaio 2012

Teoresi all'estero, si rinnova la tradizione

Metto qui un articolo uscito sul magazine Tu si nat in Italy (da cui ho già pubblicato un articolo). Si parla della tradizione della pizza di Sant'Martin.


L’undici novembre ricorre la festa di San Martino; l’aneddoto legato alla storia di questo santo narra che in un giorno di autunno, mentre si trovava nei pressi della città francese di Amiens, Martino incontrò un povero anziano seminudo e in preda al freddo. Mosso a compassione, divise in due la sua tunica e ne diede una parte al vecchio; in quel momento le nuvole lasciarono spazio a un sole estivo. Per questo motivo è detto “estate di San Martino” il periodo di novembre in cui di solito la temperatura è più mite.

Nella tradizione teorese questa data rappresenta un appuntamento familiare e di comunità; ci si ritrova con familiari e amici attorno alla “pizza di Sant’Martin’”, che altro non è che il gateau di patate preparato con patate, latte, uova, salame, formaggio, prezzemolo, mozzarella, sale e pepe. La particolarità, però, consiste nel fatto che nelle porzioni che vengono consegnate ai commensali è nascosta una moneta (”lu sold”, proprio perché alle origini della tradizioni era la moneta da un soldo ad essere l’ambito premio). Le porzioni sono messe in tavola e scelte in maniera casuale dai commensali. Chi trova il soldo acquista il potere di ordinare il pranzo ai commensali, il cosiddetto “cummit” (convito), che, come da tradizione, si svolgerà il 21 novembre, che secondo il calendario religioso è il giorno dedicato alla presentazione di Maria Vergine.  

Altra versione della tradizione, decisamente più pagana, si può rintracciare a Napoli ed è legata al convento in cima al colle di San Martino, dove erano soliti recarsi “i cornuti” in processione cantando; nel caso avessero incontrato nella salita una donna sconosciuta e l’avessero, per modo di dire, “conquistata”, le corna sarebbero per incanto sparite.

Come tutte le tradizioni popolari, anche quella della pizza di San Martino rischia di andare perduta; tuttavia, grazie alla caparbietà degli emigranti teoresi, ogni anno si perpetua l’appuntamento dell’11 novembre che diventa motivo di incontro tra gli emigranti in diversi posti nel mondo. Anche quest’anno la tradizione è stata rispettata e in Svizzera, nei pressi di Stans, si sono radunate circa 300 persone, tra le quali una buona parte erano teoresi, anche se non mancavano altri irpini e altri italiani emigrati.

Hanno partecipato alla manifestazione, organizzata da Rocco Casale e Antonio Ciccone, anche alcuni amministratori del comune di Teora, tra cui il sindaco, e altri cittadini arrivati per l'occasione dall’Alta Irpinia, e anche il console generale italiano in Svizzera, Mario Fridegotto.  

Dalla serata trascorsa insieme, che ha visto la partecipazione degli emigrati provenienti dai vari cantoni, è emersa l’idea di gemellare il comune di Teora e il cantone di Lucerna, per replicare in altre manifestazioni nel corso dell’anno il legame e il contatto tra emigrati e luoghi d’origine. Anche a Teora, però, questa tradizione si rinnova ed è rispettata, anche tra i giovani.

Il prossimo appuntamento individuato potrebbe essere legato al carnevale e agli “squaqqualacchiun”, una maschera teorese tipica del periodo del carnevale.

Di certo l’appuntamento dello scorso 11 novembre ha rinfocolato quel legame mai interrotto tra emigrati e paese di origine. Negli anni passati, e ancora oggi, anche in Italia settentrionale “la pizza di Sant’Martin’” rappresenta una data cerchiata in rosso sul calendario dei teoresi e occasione di incontro e di condivisione.

Infatti, nella condivisione e nell’amore per il prossimo sta il significato simbolico della pizza, proprio come il Santo divise il suo mantello con il prossimo infreddolito.

   


6 gennaio 2012

Intellettuali irpini, una riflessione


Nellanostra provincia abbondano i politici e gli intellettuali. Dei primi preferisconon parlare.

Sul secondo ambito, serve fare un piccolo quadro della situazione;in provincia ci conosciamo quasi tutti, se non di persona quanto meno di nome.

Esistono quattro giornali provinciali a buona tiratura (Mattino di Avellino, Ottopagine,Corriere Irpinia e Buonasera-ex Buongiorno); esistono tantissimi siti di informazioneonline, cresciuti moltissimo nell’ultimo anno (Irpinianews, Irpiniaoggi, IlCiriaco, Irpinia report, tu si nat in italy); esistono diverse televisionilocali, distribuite tra Avellino, Ariano e anche Lioni.

Insostanza, c’è abbondanza di spazi informativi e una differenziata offerta,anche qualitativamente ampia, con buone punte di originalità e anche moltaimprovvisazione.

Tuttoquesto ha anche l’ effetto di creare confusione, e di aprire palcosceniciimprovvisati per moltissimi aspiranti comunicatori, editorialisti avventurosi,commentatori imperterriti.

E' da notare il fatto che esistano delle conventicole e deigruppi abbastanza definiti e tra loro molte volte in contrasto, che sicontendono non solo l’ultima voce in capitolo sui dibattiti dell’attualitàpolitica e culturale, ma anche il possibile accesso a forme di mecenatismopubblico, anche se le casse provinciali e regionali languono.  Evito (per carità!) di entrare nelle pieghe del dibattito su uno dei pochi centri istituzionali di ricerca e attività culturale della nostra provincia (il Centro Guido Dorso).

Inoltre,i singoli componenti delle  confraterniteintellettuali irpine tendono ad auto elogiare i propri circuiti diappartenenza, le proprie case editrici, i “fratelli” con i quali condividono unpezzo di cammino verso obiettivi sempre nebulosi. E anche auto elogiarsi.

Il tutto è comunque rinchiuso negli angusticonfini provinciali, non guarda al di fuori, dove dovrebbe scontrarsi concompetitori forse più attrezzati. Anche gli argomenti (il meridionalismo neoborbonicoalla Pino Aprile, una difesa indefinita dell’identità irpina) e le modalità concui si affrontano (serie di editoriali su diversi quotidiani, convegni e caminettioligarchici aperte, di fatto, a poche menti elette) sono a dir pocodiscutibili.

Nonè il caso di andare a scomodare Gramsci, Pasolini e Croce su che cos’è l’intellettuale e qual è il suo ruolo nella società.

Bastapensare a quei tanti ragazzi e persone che portano avanti associazioni,progetti e passioni rimettendoci spesso di tasca propria, senza aspettare l’elemosinapolitica di turno (da quella del comune su fino a quella del Parlamento).

E aitanti “trasferiti”, gente che dell’identità irpina non se ne fa niente perché peresprimersi liberamente ha preferito altri luoghi e altri scenari. Lasciando lascena a molti personaggi in cerca d’autore.


12 agosto 2011

L'estate del vicolo cieco


Ci sono periodi in cui non te la senti nemmeno di fare il grillo parlante, di scrivere le stesse cose sul blog, di parlare sempre di Irpinia, problemi vecchi e nuovi, immobilismo e ignavia di questo pezzo di Sud. 

Eppure bisogna farlo, anche a costo di sembrare pedanti, anche a costo di essere presuntuosi e antipatici.

Siamo sull’orlo del baratro, forse abbiamo già iniziato a precipitare e non ce ne rendiamo conto. Parlo di Italia, ma il mio sguardo parte dal territorio che conosco meglio, l’Irpinia come la vedo io.

L’ultima novità è la centrale a biomasse che la Ferrero ha chiesto di creare nell’area industriale di Porrara; questa si aggiunge ai progetti del distretto delle energie rinnovabili che il giovane De Mita si premura di pubblicizzare per nascondere il fallimento sul fronte sanità e sul fronte rifiuti, dove Avellino e provincia si sono viste sopraffare dalle decisioni di Napoli, che ci tratta solo da periferia a suo servizio. Ma non sembra esserci un’idea di massima sull’energia, e soprattutto sulle ricadute reali per i cittadini irpini in termini di ristoro, posti di lavoro e royalties.

Intanto l’Irisbus chiude e la FIAT decide di venderla a Di Risio, che ha creato una azienda automobilistica sfruttando a piene mani i fondi del dopo terremoto in Molise. Anche dal punto di vista logico è un controsenso: chiude una azienda che costruisce autobus per il trasporto urbano a favore di una che costruisce il SUV italiano. Vorrà dire che andremo tutti in auto di grossa cilindrata anche se la benzina costa al litro molto più di una bottiglia di acqua minerale. 

Intanto l’estate è nel pieno del suo svolgimento; se devo essere sincero, non c’è alcuna novità incoraggiante, a Teora come nei paesi vicini, in termini di inventiva e eventi. Ho perso il conto di quante sagre siano state inserite nel calendario estivo teorese, ma le sagre abbondano in ogni dove. Ci sono anche iniziative buone, e secondo me basterebbe fare poche cose ma bene, piuttosto che appuntamenti quotidiani ma logoranti.

Mancano inoltre momenti di riflessione seri, culturali e civili, su cosa stiamo diventando e sui problemi reali. E quei pochi che ci sono, sono fatti con i piedi. Ma è estate, bisogna essere spensierati, come i naviganti sul Titanic prima di affondare. Anche un libro sul terremoto non può essere presentato d’estate, la gente vuol ballare, divertirsi e non pensare ai problemi. Sacrosanto. Ma poi non lamentatevi se vi chiude l’ospedale, se le prime elementari nei nostri paesi non hanno più iscritti, se le cave e le pale eoliche si moltiplicano e non sappiamo chi  ne ricava gli utili.

Il problema del Sud siamo noi, la nostra approssimazione, la nostra mancanza di ambizioni, la nostra abitudine alla scorciatoia. Cose ataviche, ma sempre presenti e attuali.

Eppure abbiamo tante armi, dobbiamo denunciare le cose che non vanno; c’è la rete, c’è facebook, usateli per dire cosa non va nel vostro quartiere, per dire le ingiustizie che subìte quotidianamente, per dire che non vi hanno preso per un lavoro perché c’era un raccomandato che vi ha superato etc. Oppure per ringraziare qualcuno che fa onestamente il suo lavoro, che ha avuto un’idea buona, che fa qualcosa di concreto per la sua comunità. 

Se volete, usate pure questo spazio; ma forse non c’è tempo, bisogna organizzare la prossima sagra.


22 giugno 2011

CAIRANO 7X, nuovo look

Quest'anno, il festival dei "piccoli paesi, grande vita" cambia aspetto e organizzazione. Ci saranno 7 appuntamenti diluiti tra maggio e novembre, diversi per temi e per i gruppi che li penseranno.
Il primo appuntamento era alla fine di maggio; da venerdì 24 giugno si apre un nuovo fine settimana di eventi, dibattiti e varie attività: inizia BorgoGiardino.
Tutte le informazioni le trovate sul sito ufficiale di Cairano 7X. Io incollo qui solo il programma di questo weekend e per le altre curiosità rimando ai vari spazi facebook, youtube, flickr etc.
Una sola nota stonata; la Regione Campania non ha incluso questo Festival nei suoi eventi, e quindi non lo supporta finanziariamente, preferendo altre iniziative; l'ennesima porta in faccia all'Alta Irpinia.





Venerdì 24 giugno

ore 16  Chiesa di San Leone 

Borgo Giardino 2011  presentazione del programma  

 ore 16.30 Sala Carissanum 

Laboratorio dell’ Immaginazione a cura di Donatella Mazzoleni  

accoglienza / conoscenza dei partecipanti / conoscenza dei luoghi / ascolto del mito

ore 20

“Terra di Serenate” con i Menestrelli di  Teora nella rappresentazione della serenata rurale e tradizionale / Balcone Carissanum

 sabato 25 giugno

9.00 / 13.00  :  formazione gruppi / esplorazione del borgo / analisi e costruzione delle mappe / prima verifica

 9.30 /13.30  ascolto / comunicazioni con video-proiezione, 14 min. 

15.00 / 19.00  : discussione / costruzione ipotesi di progetto / seconda verifica 

15.30 / 19.30 parola  / interventi programmati e messaggeria libera, 7 min.  

 tra piazza San Leone e sala municipio 

“Mostra di Architettura dello Studio?AAYU Architecten,?Amsterdam”, a cura di Luigi Pucciano

“Mercatini della Nuova Ruralità”, a cura di Antonio Vespucci

“Viaggiatori a Cairano 2011”, presentazione di IrpiniaTurismo

 “Scuola di Cucina”, a cura di A. Gargano, chef del Ristorante la Locanda, S.Angelo d.L.

ore 20 :  Gran Concerto della ‘Banda Musicale Città di Calitri’ / Terrazza Carissanum

 domenica 26 giugno Chiesa di San Leone

9.00 / 12.00 : discussione / elaborazione / presentazione prime ipotesi di progetto

 Laboratorio della Comunicazione a cura di Angelo Verderosa 




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