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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


23 novembre 2012

32esimo



Gli anniversari vanno sempre rispettati, specie se per molte comunità e per molte persone sono momenti in cui si corre con la mente a un evento luttuoso e tragico, il terremoto del 23 novembre 1980.

Le date da ricordare sono utili anche a guardare indietro e rendersi conto del cammino fatto, ma anche a fare una pausa per capire se il presente è realmente quello che ci aspettavamo e quale prospettiva di futuro si delinea all’ orizzonte.

Per i 36 comuni nei quali i danni furono disastrosi, e dove morirono circa tremila persone, il 23 novembre è ancora una ferita aperta, e 32 anni non sono bastati a ricucirla e a lenire il dolore.

Per l’Italia delle polemiche e dell’opinione pubblica alimentata a dovere dai media il terremoto dell’Irpinia significa ancora oggi scandalo, enorme spreco di denaro, ruberie e quei centesimi che ancora vengono pagati sull’ accisa sulla benzina.

E’ quello che è stato ricordato qualche mese fa in qualche servizio televisivo e giornalistico, quando il CIPE ha ripartito tra i comuni terremotati 33,4  milioni di euro per il completamento di opere e progetti collegati alla ricostruzione in Campania e Basilicata. Questi erano fondi decisi dalla finanziaria del 2007 e nel 2010 era stato formalizzato il decreto ministeriale, ma ancora non erano stati ripartiti tra i comuni per la realizzazione delle opere.

Alla notizia, su molti siti e su qualche giornale sono uscite parole di condanna e sdegno per l’ennesimo scandalo targato Irpinia, e ancor di più le polemiche si sono fatte sentire dopo il terremoto in Emilia, soprattutto per iniziativa della Lega Nord.

Sicuramente  tutto il capitolo di spesa direttamente o indirettamente al terremoto e alla ricostruzione ha rappresentato una pagina difficilmente ripetibile per la quantità di denaro impiegata (più di 32 miliardi di euro) e per i tempi nei quali la ricostruzione è avvenuta.

Ma la memoria pubblica deve anche contemplare quei tremila morti dei paesi dell’Appennino, che abitavano in piccoli centri inadatti a sopportare una scossa così violenta (6.9 scala Richter) e che, per di più, dovettero aspettare tantissime ore prima di veder arrivare i soccorsi.

Una novità che si può cogliere, quando si parla di rischio sismico o dissesto idrogeologico, è il fatto che si sta parlando sempre più diffusamente di prevenzione, di piani complessivi per evitare che la prossima catastrofe ponga in pericolo l’incolumità di chi vive in territori a rischio.  Si vedrà se alle buone intenzioni seguiranno azioni concrete, investimenti e progetti.

I dati dicono che il 36% dei comuni italiani è a rischio sismico e il 58% della superficie del paese è a rischio frana o alluvione. Dal 1944 al 2012, si è speso circa 3,5 miliardi di euro di media annua per i danni provocati da terremoti, alluvioni e frane ( sono i dati del rapporto ANCE sullo Stato del territorio italiano).

Nell’ultimo anno, dall’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e la Lunigiana qualche giorno prima, fino alla sentenza sulla commissione Grandi Rischi a l’Aquila, passando per il terremoto in Emilia e a quello del 26 ottobre scorso sul Pollino, il problema di come fronteggiare e, se possibile, evitare i pericoli derivanti dai disastri è diventato di attualità e fatto comprendere che sono diversi i nodi da sciogliere.

Ad esempio, i comuni devono predisporre i piani di protezione civile, divulgarli, fare esercitazioni e lavorare affinchè funzionino. Quanti sono i comuni italiani che su questo aspetto sono pienamente in regola?

L’anniversario del 23 novembre 1980 serve a discutere, ancora una volta, di prevenzione, di azione comune tra chi opera per quella che una volta si chiamava “pubblica incolumità” e oggi protezione civile.

Stefano Ventura

anche su www.osservatoriosuldoposisma.com



14 novembre 2011

Volontariato e Protezione Civile


Il 24 novembre a Teora si terrà questa iniziativa in cui le associazioni di volontariato e di Protezione Civile si confronteranno sulla memoria della solidarietà del 1980 e le sfide e i problemi attuali. Parteciperà l'allora commissario straordinario, Zamberletti, oltre a importanti realtà del volontariato italiano.
   
Ecco la locandina dell'evento.





Su ORENT è possibile riascoltare gli interventi di Zamberletti e Postiglione.

Su TU SI NAT IN ITALY e VOLONTARIATOGGI trovate i resoconti del convegno.


1 maggio 2010

Protezione, Civile e partecipata

 

Quest’anno, anno 30 del dopo terremoto che fa da spartiacque alla storia d’Irpinia, sarà così: attualità, mass media, suggestioni e fatti del passato e letture possibili del futuro si sovrapporranno in continuazione, con continui richiami a fenomeni ciclici o straordinari.

Personalmente ho trattato il tema della genesi e dell’evoluzione della protezione civile diverse volte; prima per Nuovo Millennio due anni fa e oggi su una rivista on line di storia, Storia e Futuro. Sarà questa la linea su cui cercherò, da studioso, di percorrere i prossimi mesi, in vista del 23 novembre 2010, data di arrivo di un percorso di lavoro e speriamo di partenza per un discorso collettivo di tutela e trasmissione della memoria (è la 127esima volta che dico questa frase…) .

In questi scorsi mesi, il frastuono nato attorno alla Protezione Civile e al suo Capo Guido Bertolaso hanno riportato di nuovo, dopo il terremoto di Haiti e quello del Cile, sulle prime pagine di giornali e tg il rapporto tra istituzioni ed emergenze, vere o finte che siano. In effetti, considerare il Giubileo, la morte di Papa Woityla e i mondiali di nuoto e di ciclismo eventi da affidare a gestioni straordinarie e denominarli “grandi eventi” ha provocato una degenerazione di fatto del ruolo storico per cui era nata la protezione civile; questo sta al di fuori delle indagini giudiziarie che faranno il loro corso e stabiliranno le eventuali responsabilità.

Un giudizio serio ed equilibrato viene da chi ha plasmato la legge italiana sulla Protezione Civile, Giuseppe Zamberletti, lo trovate qui con un'intervista e qui c'è la video-intervista.

Nei giorni scorsi ho partecipato a un convegno a Firenze dove si è parlato di Protezione civile, unendo le esperienze accademiche e di ricerca alla narrazione collettiva dei volontari, facenti parte di grandi movimenti come l’Anpas e la Misericordia. Il tema era volontariato e partecipazione, la chiave di lettura, fornita anche dai molti aquilani presenti e intervenuti, era quella di una struttura di Protezione Civile più attenta ai temi di prevenzione e previsione, appunto con la sua reti di associazioni e strutture sul territorio, e quindi attenta a temi come lo stupro del paesaggio e la sfida al territorio, specie dove questo è più fragile (e questo in Italia vuol dire quasi ovunque).

La gestione dei grandi eventi e di progetti e anche appalti che potrebbero benissimo essere ricondotti ad amministrazioni ordinarie distrae la Protezione Civile da questo compito, al di là di polemiche e inchieste giudiziarie che poi alimentano confusione e anche dubbi. Queste cose le dice Zamberletti, colui che ha scritto le norme di Protezione Civile del nostro paese, e che ha gestito le emergenze coniugando efficienza e dialogo, senza mai attraversare inchieste e scandali.

Se parliamo di modelli relativi alle emergenze, non possiamo lasciarci condizionare da contingenze e vulgate mediatiche; l’Aquila e l’Abruzzo hanno una storia a sé, così come l’Irpinia, il Friuli e l’Umbria, ogni emergenza è gestita secondo le direttive che i governi all’opera dettano. Ma proprio questo fa sorgere un’idea, già accennata in passato da chi si è occupato di legislazione e provvedimenti straordinari per le emergenze: una legge quadro, un riferimento generale per ogni disastro o emergenza (reale e non costruita), declinabile a seconda di territori e contesti colpiti, con le voci di spesa necessarie e relative, con la suddivisione dei compiti tra volontariato, protezione civile, competenze tecniche e amministrazioni dello stato. L’’Italia ha sempre avuto una costante spina dorsale, diffusa più o meno su tutto il suo territorio: il volontariato, il vero motore della protezione civile; se la testa (nel nostro caso il Dipartimento nazionale) pretende di fare scelte scollegate dal suo corpo (le associazioni di volontariato), non è detto che il corpo reagisca bene, anzi. 


27 novembre 2007

La protezione civile dopo il sisma del 1980

Questo è un mio articolo pubblicato dal Corriere Irpinia ieri 26 novembre. Buona lettura. 

Negli ultimi mesi, in diversi comuni della provincia di Avellino, sono stati varati i Piani Comunali di Protezione Civile, vale a dire le predisposizioni da adottare nella prima emergenza in caso di calamità e disastri di grave entità. Del resto, il prefetto di Avellino, Orrei, in una nota del 3 ottobre scorso, invitava gli amministratori comunali a far fronte alla messa a punto dei piani; infatti, a quella data solo 11 comuni su 119 erano dotati di un Piano Comunale d’Intervento. I Piani Comunali, una volta adottati, prevedono in caso di calamità la creazione dei Centri Operativi Misti (COM) da collegare alle centrali provinciali e regionali; per tale scopo la Provincia di Avellino ha stanziato dei finanziamenti per la creazione dei ponti-radio.
Se analizziamo il tema dell’intervento di primo soccorso in caso di emergenza, viene subito alla mente il terribile terremoto del 23 novembre 1980; in quel caso si palesarono in modo limpido le gravi carenze che contraddistinguevano la macchina governativa in tema di Protezione Civile. Infatti, per molte ore, alcuni paesi terremotati non vennero raggiunti dai soccorsi e anche quando questi arrivarono, in molti casi erano sprovvisti di mezzi necessari per soccorrere i feriti o recuperare i corpi o, ancora, essendo i soccorritori in gran parte militari di leva, pagavano lo scotto dell’inesperienza di fronte ad una tragedia di così grandi proporzioni. Tra le cause dei ritardi, per quanto riguarda l’esercito, ci furono le asperità morfologiche del territorio irpino e la scarsità di vie di comunicazione tra le zone interne e le principali arterie stradali e autostradali. Inoltre 18 su 24 tra i reparti delle Forze Armate attrezzati per i soccorsi erano situati in Italia settentrionale, uno solo di essi si trovava al Sud. Il presidente della Repubblica Pertini, in visita alle zone terremotate nei giorni immediatamente successivi, constatò direttamente il ritardo degli interventi e non mancò di sottolinearlo con un intervento televisivo dai toni duri.
Lo stesso commissario straordinario incaricato di coordinare gli interventi, Giuseppe Zamberletti, ebbe modo di rimarcare la netta differenza di uomini e mezzi che erano a sua disposizione 4 anni prima, dopo il terremoto che aveva colpito il Friuli; infatti, essendo il Friuli un territorio strategico dal punto di vista militare, era dotato di un numero cospicuo di personale dell’esercito. Due giorni dopo il sisma in Irpinia erano presenti 4 mila unità delle Forze Armate, mentre in Friuli erano 20 mila.
Sul piano legislativo, le norme per il soccorso di protezione civile in vigore al 23 novembre 1980 erano riconducibili al decreto legge 996 del 1970; tuttavia questa legge era inapplicabile perché non era stato promulgato il suo regolamento d’attuazione. Tra gli estensori della legge vi era anche Zamberletti. Quindi tra i primi interventi di legge vi fu la predisposizione di un regolamento attuativo della vecchia legge, che andava a coprire le falle che il tempo trascorso aveva aperto. Nel febbraio 1981, con il regolamento n. 66/81, questa grave inadempienza venne quindi sanata. In particolare, la legge del 1970 prevedeva una serie di interventi operativi basati essenzialmente sul dislocamento dei battaglioni delle Forze Armate e dei Vigili del Fuoco. Tuttavia, sia nel caso del terremoto in Friuli che in quello irpino, nelle prime 48 ore è stata fatale l'assenza di una direzione unitaria degli interventi, che ha poi portato in entrambi i casi alla decisione di nominare un commissario straordinario.
Il 1° luglio 1981 il commissario straordinario per l’emergenza fu nominato ministro senza portafoglio per il coordinamento della Protezione Civile. E’ da sottolineare un elemento; oltre al terremoto, durante il mese di maggio avvenne un episodio che tenne l’Italia col fiato sospeso: la tragedia di Vermicino. Quindi, sull’onda emotiva scaturita da questi due eventi, che il mezzo televisivo aveva prepotentemente posto all’attenzione dell’opinione pubblica, si innescò un processo contingente che ebbe come epilogo naturale la creazione di un ministero apposito per la Protezione civile.
Per avviare i lavori di stesura di una nuova legge, Zamberletti individuò alcuni elementi che potevano rappresentare i punti innovativi di un provvedimento organico sulla protezione civile:
- istituire un organismo permanente di coordinamento;
- inserire la previsione e la prevenzione accanto alla protezione civile;
- assicurare la partecipazione degli enti locali periferici (Regioni, Province e Comuni);
- riconoscere il volontariato come parte integrante del Servizio Nazionale della Protezione Civile. Secondo le nuove norme che Zamberletti auspicava, “la protezione civile è ogni comune che diventa caposaldo, ogni villaggio che diventa elemento attivo di protezione civile e non solo un’organizzazione centralizzata, meravigliosa, taumaturgica, che piomba sul territorio a salvare la gente quando è in pericolo. E’ la gente che si aiuta a proteggersi, e a preservarsi la vita e tutelare i suoi beni”. Questa impostazione sarà adottata per tutti gli adeguamenti legislativi successivi, in cui si cercherà di dare importanza alla diffusione di una cultura della protezione civile in cui i cittadini diventano i primi attori. E' noto, infatti, quanto siano importanti i primi momenti successivi ad una catastrofe, e il terremoto in particolare, per le sorti delle popolazioni colpite. Inoltre, sull'esperienza dei due terremoti, quello friulano e quello irpino, la diffusione della cultura di protezione civile e i compiti di prevenzione dei disastri sono affidati alle associazioni presenti nei territori.
Per risolvere i problemi riguardanti le competenze degli interventi in caso di calamità, con decreto del Presidente del Consiglio Spadolini, il 24 maggio 1982 nacque il Dipartimento Nazionale della Protezione civile, che faceva capo direttamente al Presidente del Consiglio. Nel 1984 un ulteriore decreto contribuirà a chiarire meglio l’organizzazione e i compiti del Dipartimento.
Per quanto riguarda la procedura parlamentare che avrebbe portato a scrivere una legge nuova e al passo coi tempi in materia di Protezione Civile, il 5 febbraio 1982 il decreto legge 3140 venne presentato alla Camera; nella relazione introduttiva si sottolineava da un lato la novità della creazione di un assetto permanente per il Sistema Nazionale di Protezione Civile, dall’altro l’obiettivo che la legge si pose fu quello di creare una struttura preesistente a qualsiasi evento. In sostanza, le innovazioni illustrate da Zamberletti erano state accolte e inserite nella legge che però, a causa della fine anticipata della legislatura, non venne approvata.

A causa di varie vicende parlamentari e politiche, bisognerà aspettare il 31 luglio 1990 affinché, dopo varie legislature, crisi di governo e dibattiti di carattere tecnico e di merito, la legge sia approvata dalla Camera. Ma i problemi non erano finiti: il presidente della Repubblica, Cossiga, in base all’articolo 74 della Costituzione, chiese una nuova deliberazione perché la legge attribuiva particolare rilevanza al ministro senza portafoglio e creava sovrapposizioni di ruoli fra ministro dell’Interno e ministro per la Protezione Civile. Inoltre da pochi mesi era attiva la commissione parlamentare d’inchiesta sulle zone terremotate di Campania e Basilicata che avrebbe sicuramente apportato nuovi suggerimenti per nuovi interventi legislativi. Il parlamento, dopo aver riesaminato e riformulato il testo, lo approvò il 24 febbraio 1992 e il testo diventò legge con la dicitura: “Istituzione del Servizio Nazionale di Protezione civile”(legge n. 225/92).
In una delle prime occasioni in cui il nuovo Sistema fu messo alla prova, il terremoto che colpì l’Umbria e le Marche il 26 settembre 1997, l’impianto generale dell’organizzazione di Protezione Civile si dimostrò valido e le varie forze impiegate sul territorio colpito agirono con buona coordinazione ed efficacia.
Il terremoto dell’Irpinia, quindi, costituì lo stimolo principale affinché le Istituzioni e il Parlamento diffondessero un modello diverso d’intendere la Protezione Civile, non più affidato a misure straordinarie e disperse su vari livelli di competenze, con la conseguente confusione di ruoli, ma organizzato in un Sistema Nazionale di Protezione Civile, consolidato dal concorso di più forze, in grado di intervenire con rapidità ed efficienza in casi di calamità (terremoti, alluvioni, incendi, frane o altro) e che oltre agli interventi, considera parte fondamentale la prevenzione e l’informazione diffusa per rendere ogni cittadino parte attiva della Protezione Civile.

Stefano Ventura

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