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18 ottobre 2013

Siena, 18 ottobre: si presenta "Vogliamo viaggiare, non emigrare"


28 novembre 2010

comunità e emergenza





       

La comunità che si fondò sull'emergenza
 


Nelle conversazioni abituali e informali che si fanno tra chi ha vissuto il terremoto nei paesi disastrati, la prima cosa che viene in mente è il momento della scossa, che cosa si stava facendo, la paura, le dirette conseguenze, la perdita di persone care. Subito dopo è molto facile che il discorso vada a ricordare le tante persone venute in soccorso di chi aveva subìto gli effetti più gravi e disastrosi del terremoto. Si ricordano uno a uno i comuni gemellati, le associazioni e le singole persone che divennero amici e confidenti, quasi persone di famiglia; è questa una delle pagine più positive della storia dolorosa e buia del dopo terremoto, ed è una costante che riempie la storia nazionale ogni volta che si verifica qualche calamità (è avvenuto a Messina nel 1908, a Firenze nel 1966, fino ad arrivare al terremoto in Abruzzo nel 2009). 
L’impegno numerico dei volontari raggiunse l’apice nei primi due mesi del dopo terremoto, quando erano tantissime le cose da fare per superare i disagi e lo stato di precarietà provocati dalla calamità. Tuttavia, i volontari e i terremotati spesso costruirono un rapporto che andò oltre l’emergenza. Si possono fare alcuni esempi in merito. Quando si profilava l’ipotesi di spostare i terremotati in alberghi e strutture della costa campana, la reazione dei terremotati e il supporto di esperienza dei volontari portarono alla nascita in molti paesi dei comitati di base o di iniziativa popolare. 
Proprio quando il numero dei volontari andava diminuendo, ci fu chi rimase. Perché si legò affettivamente a ragazze e ragazzi del posto e questo fattore ha condizionato in modo duraturo la vita di quelle persone. Ci furono gruppi di persone che avviarono programmi di più lunga durata. Tra i progetti che presero piede nei primi mesi e continuarono per qualche anno è senza dubbio da ricordare l’intervento in Irpinia del Cresm, il Centro di ricerche e studi sul Mezzogiorno nato dopo il terremoto del Belice nel 1968. Il segno dell’azione dei volontari in quei mesi è rimasto ancora oggi in alcuni luoghi, che hanno preso il nome dei comuni e delle province gemellate, cambiando magari toponimi molto più antichi: Villaggio Bergamo, Villaggio Svizzero, Borgo Monaco, Campo Genova. Questo testimonia ancora oggi un’eredità topografica che riporta a quell’esperienza. 
Il significato emotivo e la condivisione nel dolore tra terremotati e soccorritori è testimoniata dai racconti biografici, di gruppo o individuali, che coloro che hanno trascorso quei giorni in Irpinia hanno deciso di scrivere poi nel corso degli anni. La forma scritta più diffusa è a meta tra la letteratura, la saggistica e il diario; di solito, quando i gruppi organizzati sono tornati nelle proprie zone di provenienza dopo essere stati in Irpinia, hanno messo per iscritto le proprie impressioni e esperienze, o a volte lo hanno fatto in occasione degli anniversari del terremoto, in particolare nel primo decennio. Questa auto-narrazione si è poi rafforzata grazie alla rete; in occasione degli anniversari e ancor di più nell’era di internet e social network, i volontari lasciano traccia dei loro ricordi, anche attraverso brevi commenti o aneddoti, in modo molto più consistente di quanto facciano gli abitanti dei paesi distrutti del terremoto. 
Chi partecipò come volontario, come militare, in modo spontaneo, ricorda i giorni di permanenza nelle aree terremotate come un’esperienza di arricchimento, di condivisione e di partecipazione. Per gli abitanti dell’area terremotata, ricordare quella sera di novembre vuol dire ricordare anche la paura, la perdita di persone care o di luoghi familiari, ma anche collegare il ricordo alla narrazione dialettica che l’opinione pubblica ha adottato di quell’evento, cioè i ritardi e gli sprechi di denaro pubblico, la trasformazione radicale dei contesti sociali e urbanistici. Di sicuro, quindi, è una memoria più difficoltosa rispetto a chi ha vissuto quella fase come una parentesi, di solito bella, di pochi giorni. 
Ci sarebbe anche da indagare su quei volontari che danno una lettura invece negativa come prima reazione quando si parla del terremoto del 1980, ma questo tipo di reazione è riferita più agli errori e alle contraddizioni della ricostruzione che alla fase di emergenza. Forse, chi ha creduto di fare delle zone terremotate un laboratorio politico e ideologico, quando ha visto prevalere interessi e gruppi che gestivano la spesa pubblica, ben diversi anche dalla classe amministratrice locale, si è sentito tradito e ha considerato fallito il suo obiettivo di quei mesi. Questo tipo di memoria è sicuramente meno visibile e molte volte, quando non diventa rimozione, può essere definita una memoria indolente. 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 


30 marzo 2010

L'attualità e la storia

Sulla rivista di storia on line STORIA E FUTURO c'è un mio articolo sulla storia della Protezione Civile e i principali terremoti dell'Italia Repubblicana.


 


 

Rimando ulteriori considerazioni sul presente della Protezione Civile e sulle ultime vicende a tempi più tranquilli. Il mio è un contributo d'approfondimento, che conferma, però, che è sempre nel passato che si trovano le radici del presente. Buona lettura.

I terremoti italiani del secondo dopoguerra e la Protezione civile

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