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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


20 dicembre 2009

Terremoto, 30ennale, questioni aperte



In questa intensa settimana ho partecipato a due seminari-convegni che avevano per tema il terremoto. Due situazioni diverse con platee, contesti, argomenti e obiettivi diversi.

Il primo workshop era organizzato dal Dipartimento dove ho frequentato il mio dottorato, il DiGips e il Centro di Ricerca del CISCAM, in collaborazione con l’Università di Perugia e la Società Italiana di Studi Geografici. Il tema era quello degli eventi naturali, con particolare attenzione alle implicazioni narrative della storia, la protezione civile, le tematiche geografiche e anche quelle della psicologia sociale e collettiva.

Per quanto mi riguarda ho cercato di spiegare quali sono stati i miei studi negli ultimi anni sul terremoto in Irpinia. Grazie alla natura interdisciplinare e alla partecipazione di alcuni ricercatori della facoltà di Scienze, che hanno operato alla microzonazione sismica in diversi contesti, il dibattito che si è avuto a margine del convegno ha sollevato diverse questioni che verrano poi affrontate in un convegno a Narni per la prossima primavera. Particolarmente stimolanti gli interventi della prof.ssa Loda, che ha evidenziato come le ricostruzioni post-sismiche siano sempre il frutto di mediazioni e rinegoziazioni tra alto e basso, saranno poi i risultati a dire quanto questa mediazione è stata fruttuosa; come quello del prof. Albarello, che ha sottolineato che i terremoti non sono altro che eventi naturali e sono i sistemi antropici a fare i morti, sottolinenando come la prevenzione e non la previsione dei disastri sia la strada maestra da seguire.

Il 19 dicembre, a Sant’Angelo, presso la sede del CIMA, si è tenuta una giornata di intense attività che hanno avuto come tema centrale l’Analisi e la mitigazione del rischio.  Nell’occasione è stato presentato il progetto per la realizzazione di una mostra permanente per il terremoto del 1980, idea promossa dal CIMA e supportata dal Mattino. Il progetto prevede, oltre alla realizzazione di una mostra, una collaborazione tra i comuni del cratere (inizialmente 7) per creare vari centri di attività con vari argomenti (uno per comune) che nel corso del 2010 porti a varie iniziative. Per quanto mi riguarda ho ribadito l’idea che lanciammo, insieme a Paolo Saggese e al comune di Torella, nel 2006 e cioè una serie di luoghi che possano fornire gli strumenti per tutelare e conservare la/le memorie del sisma. La speranza è che non sia un progetto autoreferenziale e che non prevalgano i campanilismi, ma si punti ad una operazione culturale che ci faccia fare i conti con questi 30 anni di doposisma.

Il 30ennale si sta configurando come un assalto alla diligenza, per di più in un periodo di vacche magre. Sono diversi i progetti e le vetrine, alcune interessanti, altri fittizzi. Le narrazioni della memoria non saranno di certo univoche, c’è il rischio che le comunità più colpite vivano come un fastidio il fatto di dover ripercorre anni di luce ed ombre, di promesse e fallimenti, di emigrazione ripresa e di lavoro che non c’è (in Irpinia, per inciso, si sono persi circa 9mila posti dilavoro a causa della crisi, cioè gli abitanti di Lioni e Teora insieme, per intenderci).

Segnalo che recentemente un giovane storico, Marcello Anselmo, ha curato un audiodocumetario per Radio3 (La Malanotte, le puntate sono disponibili in podcast sul sito).

Per quanto mi riguarda, si tratterà di ritagliarmi uno spazio in questo mare magnum. Sono più di 5 anni che quotidianamente mi occupo di questo tema, ho diverso materiale da poter pubblicare e spero di poterlofare. Resta una stella polare per chi come me si occupa di conseguenze storico-sociali di una catastrofe; al di là dei condizionamenti e degli interessi, l’obiettivo deve essere uno, quello di  raccontare la verità.


10 dicembre 2008

Viaggiando nel vento d'Irpinia

Vi propongo una lettura piacevole, un viaggio paese per paese in Irpinia, tratto da Genteviaggi. Il libro di F. Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela, è stato selezionato tra i migliori dell'anno dalla trasmissione di Radio3 Farhenheit. Complimenti all'autore.

“Restare a casa propria è una negligenza di cui, presto o tardi, si verrà puniti”. Così scrive Paul Morand in un prezioso libretto sul viaggiare. Mettiamoci in viaggio, allora, ma curandoci di non trascurare quei luoghi che aspettano semplicemente che qualcuno li guardi, li riconosca prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia.

L’Irpinia è una provincia solo dal punto di vista amministrativo. In realtà si tratta di una regione, costituita di territori molto diversi. Forse la parte più singolare di questa regione è quella che possiamo chiamare Irpinia d’oriente. Un nome che deriva innanzitutto dal fatto che si trova all’estremo lembo orientale della Campania, come una sorta di cuneo che si apre verso la Puglia e la Basilicata. Poi ci sono da considerare la particolare conformazione geografica (tortuosa fascia di terreni miocenici) e la storia di questi luoghi, esposti a continue invasioni dall’est. Basta vedere i volti degli anziani per rendersene conto, facce che parlano un linguaggio forte, deciso, facce che fanno pensare all’armenia, al Caucaso. Nel passaggio che in tante zone del sud si è compiuto dalla civiltà contadina alla modernità incivile, in un mondo che tende ad impastarsi e a divenire come la pasta di granchio giapponese con cui si fa tutto senza assaporare più niente, l’Irpinia d’oriente conserva un suo sapore, e lo si avverte attraversando quelle ragnatele di silenzio e luce che sono i paesi. Qui i paesi sono come fiocchi di neve: non ce ne sono due uguali. E tra un paese e l’altro c’è la terra dell’osso dove nei secoli si è costruita una civiltà della lentezza e del disincanto che accompagnava e un po’ leniva la penosa arretratezza  dei “cafoni”. Chi viene da queste parti deve disporsi a svolgere una serena obiezione alla civiltà della fretta e della distrazione, agli agi e ai disagi che comporta. Questi posti possono inserirsi significativamente nel circuito delle destinazioni rurali interne caratterizzate da un orientamento attrattivo di tipo ambientale, culturale e gastronomico: qui si può ancora respirare aria pulita, pensare a piedi, mangiare buon cibo.

 

Il viaggio inizia da Bisaccia, dal suo castello a lungo frequentato dai poeti. A parte il soggiorno di Torquato Tasso, qui Federico II riuniva a volte i poeti della sua scuola. Il paese ha una piazza da cui quando l’aria è chiara si vede il tavoliere di Puglia, la nuca sassosa del Gargano. Possono sconfortare i filari di case chiuse, l’assenza di dolci fanciulle a spasso, il vento spinoso che soffia anche d’estate, ma poi capitano certi giorni in cui la luce sembra la stessa dalle sette del mattino fino al tramonto, una luce che non sembra provenire da alcun luogo e ti fa stare nel paese con la sensazione che sei arrivato in un posto che non scorderai. A Bisaccia il verde dura meno di un mese, è il verde del grano che a fine maggio comincia ad ingiallire, a perdere il rosso dei papaveri. In quel grano da qualche anno si sollevano le grandi pale eoliche, sculture in movimento che a volt

e tagliano le nuvole basse in visita al paese. Non ci sono vetrine e il maestoso castello non ha altro che pietre. Da quasi trent’anni importanti reperti archeologici non riescono a trovare una degna sistemazione e questo è un po’ l’emblema di un paese che è un museo della vita mancata.

 

Per trovare un museo vero bisogna arrivare ad Aquilonia. Ma qui a mancare è il paese. Del vecchio abitato è rimasto qualcosa che adesso si vorrebbe far rivivere per fini turistici. Intanto, l’unica attrazione di Aquilonia è il museo della civiltà contadina. Si può dire che ormai ce n’è uno in ogni contrada, un po’ come le statue di Padre Pio, ma questo è davvero ben fatto, completo, organizzato con rigore. Il tutto si deve alla straordinaria passione e competenza di un uomo che si chiama Mimì Tartaglia. L’impresa gli è riuscita perché ha vissuto a lungo lontano dal borgo natio e si è tenuto lontano dai suoi succhi venefici. La sua collezione di “roba vecchia” all’inizio era oggetto di derisione. Ora non è più così, ora il passato non è più una cosa di cui disfarsi.

 

Anche a Calitri c’è un museo, quello della ceramica. Lo hanno costruito nel punto più alto, sistemando una serie di case che erano state danneggiate dal sisma dell’ottanta. La ceramica è una peculiarità autentica del luogo, ma se non si ha voglia di vedere anfore e vasi si può fare un giro nel centro antico. Qui il paese c’è e se lo si vede dalla zona detta di Santa Lucia ti offre una visione incantevole. Il disegno era dato dalla collina. Gli uomini ci hanno messo una sopra l’altra le loro povere case. Insomma, il tutto è straordinariamente superiore alla somma delle parti.

 

Da Calitri si va giù per un gomitolo di curve, poi un po’ di pianura ed ecco spuntare un altro paese in cui bisogna assolutamente fermarsi. Conza fu completamente distrutta dal terremoto dell’ottanta. Il luogo non venne spianato dalle ruspe. La nuova Conza fu ricostruita nella valle e ci si può passare in macchina per capire quanto sia geneticamente diversa dall’originale. Invece il paese vecchio si può solo percorrerlo a piedi fino a salire al campo sportivo che sta in cima alla collina. È il fascino dei luoghi abbandonati dall’uomo e che la natura lentamente si riprende. In una casa è cresciuto un fico, un’altra sembra la teca di un’erboristeria. C’è solo il rumore di qualche lucertola che guizza tra le pietre. Questo non è un posto da visitare in molti, venire qui è un po’ come andare al cimitero. Bisogna venirci da soli o con persone care. Si può restare mezz’ora o un intero pomeriggio, comunque si deposita il senso di aver visto qualcosa che ci rende meno apatici e indifferenti.

 

Da Conza si prosegue per Lioni dove ci si può fermare per comprare degli ottimi latticini. La meta però è più avanti, è l’abbazia del Goleto. Ancora un luogo di grandi suggestioni. C’è solo qualche monaco che si muove in punta di piedi. Il complesso è stato restaurato dopo il terremoto e offre manufatti artistici e architettonici di notevole pregio. Ma, come a Calitri, il tutto è superiore alla somma delle parti. Si può scattare qualche foto per dire agli amici che siamo stati in un posto bello, ma forse è meglio tirar fuori dalla borsa un libro e leggersi qualche pagina seduti su uno scalino. Stare qui è come accarezzare la propria vita e non c’è fretta di curiosare nella brochure che racconta l’affascinante storia di quest’abbazia. Bisogna solo accordarsi col respiro del luogo e piano piano il luogo ti porta dentro la sua quiete, te la soffia e non ti senti più naufrago. Senti che per un po’ sei salvo, in disparte dalla rissa e dall’inconcludente clamore di ogni giorno.

 

Il viaggio prosegue verso Rocca San Felice. Il borgo antico è stato tutto ricostruito con le pietre. Dovrebbe essere un allettamento per turisti. La gente del posto preferisce abitare le case col garage e la sala rustica. Il centro del paese è un bel tiglio e tutto accade un po’ lì, fuori dalla sua ombra è già periferia. Da queste parti si trova la Mefite, una pozza di fango grigiastro che per Virgilio era la porta degli inferi e che può essere una trappola mortale per chi ha l’ardire di avvicinarsi troppo. Più agevole salire verso la Rocca dove Federico II fece rinchiudere suo figlio Enrico. La salita è breve, ma ripida. Si arriva su con un filo d’affanno e se con voi c’è qualcuno che vi vuole abbracciare, qui sentirete meglio che altrove il dolce brivido di avere un corpo, di essere vivi.

 

A proposito di abbracci, la prossima visita è a Gesualdo dove soggiornò il grande madrigalista Carlo Gesualdo che si ritirò nel bellissimo castello dopo aver ucciso la moglie rea di flagrante  adulterio. Il “principe dei musici” vi rimase diciotto anni e compose molta della sua musica che, assieme alle vicende della sua vita, ne ha fatto un personaggio di grande interesse. Werner Herzog qui ha girato un film e un progetto simile aveva Bernardo Bertolucci. Il paese ha un edificio assai curioso che chiamano Cappellone, una bella fontana e tanti portali di pregevole fattura. Il paesaggio comincia a essere diverso da quello dell’irpinia d’oriente. Lì c’è solo grano. Da qui s’intravedono le colline che danno i grandi vini come il Taurasi o il Greco di Tufo. Siamo vicini a Fontanarosa, la meta finale del nostro viaggio.

 

A Fontanarosa si fanno ottimi salumi, si lavora la pietra con antica maestria. Ad agosto i buoi tirano il carro di paglia, straordinaria creazione collettiva che ha resistito ai vaneggiamenti della modernità. Siamo in un paese dalle mani buone. Forse non basta a farne una località di grande attrazione turistica, ma una breve visita se la merita, come la meritano quasi tutti i paesi irpini che  non abbiamo elencato. Penso innanzitutto a Senerchia e a Zungoli e poi, solo per dirne alcuni, a Frigento, Greci, Montefusco, Trevico, Montemiletto, Torella, Cairano, Avella, Monteverde.

 

L’Irpinia, dunque, è la terra dei paesi. Ce ne sono centodiciannove, piccoli e piccolissimi (uno solo supera i quindicimila abitanti). Sono paesi da due righe nella garzantina universale, ma a visitarli può venirne ancora qualche sentimento.

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