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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


4 gennaio 2016

Teora, coniugi anziani muoiono lo stesso giorno

da ottopagine, 4 gennaio 2016

Neanche la morte è riuscita a separarli. Luciano Vito Donatiello 88 anni e Antonia Lettieri 87, sono morti a poche ore di distanza. Prima ha ceduto il cuore di lui, dopo qualche ora quello di Antonia non ha retto al dolore dell'addio del compagno di una vita.
Unico il manifesto funebre che recita «dopo una lunga vita trascorsa insieme sono ritornati alla casa del padre».E le bare saranno oggi pomeriggio una a fianco all’altra nella navata della chiesa Madre San Nicola di Mira per l’ultimo saluto. Luciano Vito Donatiello di 88 ani e Antonia Lettieri 87 si erano sposati oltre sessant’anni fa. Dalla loro unione sono nati due figli, Alessandro che vive in Svizzera e Gerardo che morì in giovane età dopo una terribile lotta contro un male che non gli lasciò scampo. Entrambi agricoltori, coltivavano i terreni e andavano fieri dei loro prodotti genuini coltivati con passione e competenza da una vita intera.


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17 agosto 2015

Storie di confino: il poggibonsese Angiolo Corsi

Articolo uscito su TOSCANA NOVECENTO, 17 agosto 2014


La letteratura che riguarda il confino di polizia può annoverare contributi di personaggi di primissimo livello del panorama antifascista, sia politico sia culturale. Tra le testimonianze più importanti ci sono quelle di Carlo Levi, Cesare Pavese e Leone Ginzburg, ma i numeri riguardanti i confinati durante il fascismo furono importanti e influenti (circa 15 mila persone) e non interessarono solo gli antifascisti ma tutti coloro i quali erano ritenuti particolarmente pericolosi per l'ordine pubblico.

Anche in provincia di Siena furono effettuate numerose assegnazioni al confino, dal 1926 in poi, che cercarono di colpire l’ossatura delle strutture clandestine del partito comunista e, in misura minore, del partito socialista e del movimento anarchico. Tra le diverse forme di limitazione della libertà (carcere, confino, internamento, ammonizione, sorveglianza speciale, diffida), il confino riguardò 129 antifascisti per una condanna a 380 anni complessivi. Secondo quanto riportato da Rineo Cirri (L’antifascismo senese nei documenti della polizia e del Tribunale Speciale 1926-1943), nel complesso furono 699 le persone che tra il 1926 e il 1943 subirono un deferimento al Tribunale speciale; “ad ognuno di questi antifascisti sono collegate vicende umane, storie dolorose di famiglie e di gruppi di persone con le loro sofferenze, i loro dolori e i loro drammi ma anche le speranze di una parte della popolazione di vivere in una società più giusta”.

Alcuni personaggi di primo piano della lotta antifascista e anche del periodo di ricostruzione democratica in provincia di Siena hanno raccontato in libri, memorie e diari le proprie esperienze al confino, e tra gli altri Fortunato Avanzati “Viro” e Mauro Capecchi “Faro”. Per ricostruire le biografie e i percorsi personali e politici di altri militanti è invece necessario ricorrere ad altri tipi di fonte, come le note giudiziarie, gli atti dei Tribunali speciali, le carte di prefetture e i verbali di carabinieri e poliziotti. In questo contributo il personaggio di cui si racconteranno le vicissitudini è Angiolo Corsi, nato nel 1905 a Poggibonsi, di professione falegname.

Corsi fu arrestato per la prima volta il 26 luglio 1932 a Poggibonsi, all’età di 27 anni; la scheda   personale nel Casellario Politico Centrale del 28 agosto 1932 riporta queste informazioni: “Cicatrice sopracciglio sinistro, mancante falange mano, abbigliamento solito: da operaio. E’ di regolare condotta morale e immune da pendenze e precedenze penali. In precedenza non aveva mai dato luogo a rilievi in line apolitica né di nutrire sentimenti contrari al regime. Essendo venuto a risultare che faceva parte del comitato federale comunista costituitosi clandestinamente in Poggibonsi ed era in relazione con funzionari e fiduciari del partito stesso, distribuiva la stampa sovversiva e distribuiva materiale di propaganda. Raccoglieva gli oboli per il soccorso alle vittime politiche e loro famiglie e prendeva parte alle riunioni clandestine del partito. Funzionava anche da corriere per il collegamento e trasporto di stampa sovversiva tra Empoli- Poggibonsi e Siena. Per tale reato pende tuttora provvedimento penale a di lui carico. Esercita il mestiere di falegname, da cui trae i mezzi di sussistenza.

Nonostante questi dettagliati indizi a suo carico, Corsi fu prosciolto per insufficienza di prove. L’arresto successivo avverrà nell’aprile del 1934 per “compartecipazione a organizzazione comunista” e l’8 giugno sarà condannato a cinque anni di reclusione di cui due di libertà vigilata. Fu condotto al carcere di Roma il 10 febbraio 1935 e, dopo la sentenza del 5 aprile 1935, la condanna fu confermata ma gli saranno condonati due anni.

Il 20 febbraio 1937 gli venne concesso l'indulto, revocato però solo due mesi dopo dal Tribunale di Siena. Le notizie successive risalgono poi al 25 luglio 1940, quando una nota riservata della prefettura di Siena, firmata dal prefetto, dispose la scarcerazione e il foglio di via alla volta di Avellino; questa volta Corsi fu accusato per avere pronunciato frasi disfattiste sulla posizione dell’Italia in guerra.

Il comune scelto fu quindi Teora (Avellino), dove Corsi giungerà il 27 luglio 1940. Lì ebbe diversi problemi nel rapportarsi alle autorità locali del regime; appena giunto a Teora scrisse, infatti, al questore di Avellino per richiedere il rimborso di 25 lire per il viaggio effettuato da Avellino alla volta di Teora dai suoi familiari più stretti (moglie e figlio).  La lettera riporta evidenti errori grammaticali, ma contiene una puntuale lamentela sui torti subìti, sui quali Corsi aveva informato anche Questura di Siena e comune di Poggibonsi.

Il questore di Avellino, Vignali, risponde in modo molto seccato con una nota al podestà di Teora in cui dice: “Il soprascritto Angelo Corsi ha fatto pervenire alla R. Questura di Siena un esposto con il quale, usando una forma alquanto altezzosa, chiede di essere rimborsato delle spese che la moglie ha sostenuto per il tratto di viaggio da Avellino a Teora e cerca di polemizzare e di fare ricadere la colpa al Municipio di Poggibonsi e alla R. Questura di Siena. […] Si prega di richiamare il C. a tenere un comportamento più corretto e a scrivere, sempre che gli capiterà di scrivere ad autorità costituite, con la forma dovuta e senza alterigia.

Il 9 ottobre 1941 Corsi chiese di essere trasferito ad altra località (la richiesta fu però respinta) e il 9 gennaio 1942 lo stesso Corsi chiese 35 lire per la risolatura delle scarpe, ormai consumate e non adatte al rigido inverno dell’Appennino. Il questore Vignali respinse anche questa richiesta. L’assegnazione al confino terminò il 22 febbraio 1942 e così Corsi potè far ritorno a Poggibonsi, dove non terminerà la sua attività politica.

Corsi, infatti, ricoprì un ruolo nevralgico nell'organizzazione dei primi gruppi di combattimento in Valdelsa, occupandosi anche del reclutamento e della formazione dei giovani più vicini alle strutture clandestine del P.C.I., come testimonia un giovane collega del Corsi, Fortunato Fusi, ricordandone le vicende.

Dalle notizie fornite dai colleghi falegnami della ditta Lucita di Poggibonsi e dalle memorie di Treves Frilli, figura di riferimento del C.L.N. e del P.C.I. a Poggibonsi, emerge un carattere molto aspro e diretto, che procurerà a Corsi diversi grattacapi anche nella quotidianità della vita politica del dopoguerra, come è rintracciabile nella corrispondenza tra Corsi e i dirigenti locali del P.C.I. a Poggibonsi negli anni Cinquanta e Sessanta.

Quella di Angiolo Corsi, pur rappresentando solo una tessera del mosaico che può ricomporre la storia dell’antifascismo popolare, è una vicenda indicativa e sintomatica di come la scelta della militanza antifascista non badava a spese, a costo di dover subire il carcere o il confino.


12 agosto 2014

Parole vuote e autoreferenzialità

Anche quest'anno ho trascorso una decina di giorni a Teora e una settimana in Basilicata, in famiglia e con gli amici, senza particolari soggiorni marittimi o altro.

Negli ultimi anni il filo che mi tiene legato ai luoghi d'origine si è allentato, per motivi lavorativi: torno meno spesso, curo meno i rapporti con le persone con le quali ho avuto modo di collaborare nel recente passato, cerco di portare a termine cose mirate e agili.
Ho provato, anche a questo giro, a proporre progetti, idee e percorsi che ritengo fattibili, a costo zero o quasi, ho provato a capire quali interlocutori fossero più attenti, ho provato a riprendere il filo di tante cose fatte in passato. Non ci sono riuscito, se non in minima parte, e la colpa non è solo mia.
Si parla tanto, in pubbliche occasioni, e le parole sono sempre le stesse: territorio, sviluppo locale , turismo, giovani, occupazione. Non sono solo politici e amministratori a pronunciarle, ma anche presidenti di associazioni locali, intellettuali da paese, portatori di piccoli interessi, attivisti di qualche nicchia specifica.
Devo dire che in questo elenco ci sono anche persone davvero in gamba, che ci provano. 
Ma lo sconforto è la scollatura, la mancanza di dialogo, l'assurda autoreferenzialità che separa i singoli campanili, i piccoli gruppi, chi dovrebbe occuparsi di bene pubblico. 
Scrivere queste righe mi riesce difficile, sono frasi e osservazioni che possono sembrare retoriche.
Dico solo che, anche da lontano, anche per pochi giorni all'anno, anche con poche competenze, avrei voluto e voglio dare un contributo all'Irpinia, al Sud che conosco meglio e che cerco di capire attraverso l'approfondimento, lo studio. 
Ma se ti trovi di fronte a telefonate rifiutate di continuo, a mail con progetti e proposte ignorate, ad appuntamenti rinviati e a impegni non rispettati, a tempi biblici per fare cose minime, allora ti viene da pensare che è inutile sperare in positivo. 
Vorrà dire che le energie andranno spese altrove, con interlocutori più attenti, tempi più rapidi e forse più soddisfazione.
Senza rancore 


16 marzo 2014

Contro la desertificazione: la madre di tutte le battaglie

Di recente sono usciti alcuni dati statistici sull'Alta Irpinia; è possibile seguire le notizie e la rassegna stampa e web su diversi siti di informazione e blog locali, come radiolontracaposele.it, più economia, Tu si nat in Italy.
Cito e riporto un articolo che racconta le cifre dell'emigrazione a Teora e dintorni, riportando proprio una delle storie delle famiglie che in rapida successione hanno lasciato l'Irpinia alla volta della Svizzera Italiana. E' inutile dire che questa è la madre di tutte le battaglie: meno bambini vuol dire meno scuole, meno acquisti nei negozi, meno servizi in generale, più invasività da parte di predatori senza scrupoli.
Purtroppo non sembra esserci una ricetta miracolosa contro questo problema, che è di tutto l'osso appenninico. Serve tanto lavoro, sia quello materiale che quello progettuale, creativo e solidale. 


Emigrazione, fenomeno in crescita. Partono sopratutto i giovani, con titolo di studio medio alto, diplomati o laureti che cercano possibilità migliori fuori. Il problema continua a colpire in particolare i comuni dell’Alta Irpinia.

A Teora dati più preoccupanti nell’ultimo anno. In comuni come Cairano i decessi superano i nuovi nati

Il Sindaco di Monteverde, Franco Ricciardi, consegna la sua testimonianza: «Qui si riesce ancora a vivere, ma il fenomeno esiste. Negli ultimi 10 anni, esattamente dal 2001 al 2011, circa 3.500 abitanti hanno lasciato molti comuni dell’Alta Irpinia. Fino a poco tempo fa Lioni non aveva di questi problemi, ma dal 2013 ha avuto una perdita di abitanti elevata. Questo crea disagi portando alla chiusura di molti servizi. Penso al Tribunale di Sant’Angelo Dei Lombardi, all’ospedale di Bisaccia. Nei prossimi anni saranno a rischio anche le scuole. Ma il calo demografico è causato dalle nascite pari a zero, tanto da arrivare a due-tre soli parti all’anno, oltre agli spostamenti degli studenti».
Il Sindaco conclude dicendo che il problema non può essere risolto dal singolo comune, bisogna che si attivi la politica con nuove programmazioni. Il Sindaco di Teora, Stefano Farina, fa diverse riflessioni sul problema dell’emigrazione, di come si sia evoluta in maniera negativa.
«Non solo registro delle partenze anomale, ma dalla fine del 2013 e l’inizio del 2014 sono andate via tre famiglie per un totale di 12 persone. Oltre alla preoccupazione dello spostamento non è difficile intravedere uno calo delle nascite e un aumento dei decessi. Voglio sottolineare la differenza tra l’emigrazione attuale e quella degli anni 60' e 70'.
Precedentemente si parlava di emigrazione a tempo determinato, perché si partiva per racimolare dei soldi per poi rientrare e cominciare a muovere l’economia. Ora invece la situazione è terribile. Il sacrificio di coloro che partono non ha risultati perché non tornano più e l’economia si ferma, anzi retrocede. I figli con titoli di studio alti partono e proiettano il loro futuro lontano. L’economia è in crisi. A difesa di chi amministra la situazione è tragica, perché la ricaduta negativa non è limitata al meridione ma è europea e internazionale. Non c’è possibilità di azione. Prima i comuni avevano margini di manovra, oggi il patto di stabilità e la spending review bloccano tutto. Il sindaco finisce così per essere un killer armato dal governo quando la gente deve pagare, dall’altro un consolatore della comunità. Come Sindaco sono un povero lottatore in prima linea».

Infine il Sindaco Farina ci racconta la storia di un suo amico, di cui non fa il nome, il quale è stato costretto ad emigrare.
«Ero molto dispiaciuto nel vedere partire un amico. Ha perso sua madre nel terremoto dell’80 e poco dopo, a causa di una malattia, anche suo padre. Ma quando si è creato la sua famiglia se pur dotato di grande energia e forza di volontà altruisticamente se ne è andato. Egoisticamente poteva rimanere ma sperava per la su famiglia un futuro migliore».
Ed ecco le parole del Sindaco di Cairano Luigi D’Angelis:«La speranza è che i giovani rimangano per creare la loro opportunità di vita a Cairano. Stiamo perdendo la parte migliore del nostro territorio con la fuga dei cervelli. Per ora non abbiamo avuto spostamenti fuori regione o all’estero, solo qualcuno nei paesi vicini. Con i servizi non abbiamo problemi, stiamo cercando di garantire la massima disponibilità.
Il problema è quello della mortalità rispetto alle nascite, per ogni tre bambini che nascono muoiono 10 abitanti. C’è stato anche un caso di ritorno ma quando la situazione è senza sbocco molti sono costretti ad abbandonare il proprio luogo originario». Non ci sono molte soluzioni per un problema come quello delle emigrazioni, i comuni da soli non possono fare molto sono delle piccole tessere di un mosaico che non riescono a far ancora parte del disegno comune. I giovani sono la speranza ma se anche loro vanno via il problema non può far altro che rimanere tale o evolversi.

di Luisa Urciuoli dal Corriere dell’Irpinia del 14 marzo 2014


12 marzo 2013

Coop e donne, il passato insegna

Dal Mattino dell'8 marzo 2013


“Vogliamo viaggiare, non emigrare” era lo slogan stampato su uno striscione che le ragazze della cooperativa  “La Metà del Cielo”, di Teora, portavano a varie manifestazioni e eventi subito dopo il terremoto del 1980. Lo slogan era ispirato da un film di Troisi, uscito proprio in quel periodo, “Ricomincio da tre”. Nel film il protagonista, Gaetano, sceglie di andar via dalla famiglia per fare nuove esperienze; ogni volta che qualcuno gli chiede da dove viene, e lui risponde che viene da Napoli, allora gli chiedono: “Emigrante”? e lui risponde di no, che vuole solo viaggiare, conoscere, chi l’ha detto che chi viene dal sud è per forza emigrante?

“Vogliamo viaggiare, non emigrare” è il titolo del libro che ho curato e che verrà presentato oggi 8 marzo a Teora (ore 17). Il libro nasce da una borsa di ricerca sui temi della cooperazione sociale promossa dalla Fondazione di Comunità Officina Solidale; la prefazione è a cura di Luisa Morgantini.

Oltre alla “Metà del Cielo” di Teora, dopo il terremoto nacquero, tra Irpinia e Basilicata, molte cooperative nel settore manifatturiero, nell’edilizia, in agricoltura e anche nel settore culturale e della ristorazione. Molti dei promotori di queste cooperative venivano dall’esperienza dei comitati popolari, altre esperienze nascevano dal confronto e dall’interazione quotidiana tra i giovani dei paesi  terremotati e i volontari. La “Metà del Cielo” nacque grazie alla spinta decisiva di Luisa Morgantini, allora sindacalista arrivata da Milano come volontaria e poi protagonista di una lunga serie di attività in campo politico, umanitario e sociale (è stata anche vicepresidente del Parlamento Europeo). Altre cooperative femminili nacquero a Conza della Campania (“La Verde Valle”), Sant’Angelo dei Lombardi (“Il Lucignolo”),  Santomenna (“La Spiga d’oro”), Rapone (“La Ginestra”), Nusco e Torella dei Lombardi. I primi tempi furono duri per queste ragazze, ma pian piano ci fu una vera e propria scoperta delle proprie possibilità, un percorso verso l’emancipazione attraverso il lavoro e l’apertura verso l’esterno.

Le cose cambiarono quando prese piede l’intervento industriale del doposisma, che intercettò una buona fetta dei finanziamenti statali destinati allo sviluppo delle aree terremotate.  C’è però da dire che molte di queste cooperative hanno avuto un ciclo di vita lungo (alcune sono ancora attive, anche se hanno cambiato denominazione), resistendo fino agli anni Duemila. Inoltre, le loro attività si collegavano spesso alla tradizione artigianale locale.

Dall’esperienza del passato emerge una suggestione che forse è utile anche oggi; in un momento di difficoltà  (il doposisma) si incrociarono destini e difficoltà, si incontrarono altre realtà, si provò a reagire.

Le ragazze di queste cooperative capirono che unendo le proprie forze, investendo sulla propria formazione e sulle proprie capacità e condividendo il rischio di impresa, si poteva immaginare un futuro nei propri paesi, senza per forza prendere la valigia e andarsene.

La cooperazione, come dicono i dati, è uno dei settori che ha accusato di meno la crisi degli ultimi anni, anzi, alcune imprese in sofferenza sono state rilevate dai dipendenti attraverso la costituzione di cooperative.

L’altro tema forte che emerge dallo studio è il fatto che le potenzialità di crescita e di rinascita devono per forza considerare i giovani e le donne come elemento cardine; l’Italia è al 74esimo posto su 134 paesi nella classifica che misura il divario di opportunità lavorative tra uomini e donne, e sappiamo quanto è grave la questione dell’occupazione giovanile. Solo colmando questo divario si può pensare a una ripartenza dell’economia


4 marzo 2013

Vogliamo viaggiare, non emigrare. La presentazione


1 marzo 2013

Vento, terra e libertà



(Foto di Nicola Fiore)



E' a suo modo una notizia da segnare sul calendario; nel paesaggio urbano e rurale che sta attorno a Teora sono spuntate le pale eoliche.
Bisogna dire che, dopo la ricostruzione, il colpo d'occhio offerto da Teora era mutato radicalmente, con palazzoni squadrati al posto di vicoli e della Chiesa Madre.
Personalmente, nei mesi scorsi, quando sono passato sulla strada che congiunge Teora a Sant'Andrea, avevo notato i lavori di installazione delle pale eoliche, e mi ero fatto qualche domanda, e le avevo fatte un pò in giro.
E' un tema delicato, quello dell'eolico e della sua impronta ecologica sul paesaggio, così come sulle terre a uso agricolo che lasciano il posto ai campi eolici (o ancora più spesso ai campi fotovoltaici). Non si può neanche polarizzare tra chi è pro e chi è contro l'eolico, in mezzo ci sono mille sfumature e questioni complesse da analizzare.
A Teora il problema dell'installazione delle pale eoliche aveva avuto una implicazione politica in più di una campagna elettorale passata.
Non ho le informazioni e i dati completi per parlarne. Non ha neanche tanto senso mettere un articolo su questo blog, che al tempo di facebook, twitter e what's app non viene neanche più aggiornato tanto spesso.
Però dopo aver visto la foto di Nicola Fiore l'ho voluta mettere qui, archiviarla, a futura memoria.

p.s. In questi mesi l'Irpinia sta vivendo il problema delle possibili trivellazioni alla ricerca di petrolio, il cosidetto "Permesso di ricerca Nusco - Gesualdo". In rete è possibile trovare tutte le informazioni sui documenti, i dati, le posizioni dei comitati e dei partiti.
Io penso che è anacronistico pensare ancora al petrolio, e andare a fare trivellazioni pericolose, a poca distanza da centri abitati nocive per l'ambiente e la salute delle persone. Ma anche questo discorso è troppo articolato e richiede gli opportuni approfondimenti.


23 novembre 2012

32esimo



Gli anniversari vanno sempre rispettati, specie se per molte comunità e per molte persone sono momenti in cui si corre con la mente a un evento luttuoso e tragico, il terremoto del 23 novembre 1980.

Le date da ricordare sono utili anche a guardare indietro e rendersi conto del cammino fatto, ma anche a fare una pausa per capire se il presente è realmente quello che ci aspettavamo e quale prospettiva di futuro si delinea all’ orizzonte.

Per i 36 comuni nei quali i danni furono disastrosi, e dove morirono circa tremila persone, il 23 novembre è ancora una ferita aperta, e 32 anni non sono bastati a ricucirla e a lenire il dolore.

Per l’Italia delle polemiche e dell’opinione pubblica alimentata a dovere dai media il terremoto dell’Irpinia significa ancora oggi scandalo, enorme spreco di denaro, ruberie e quei centesimi che ancora vengono pagati sull’ accisa sulla benzina.

E’ quello che è stato ricordato qualche mese fa in qualche servizio televisivo e giornalistico, quando il CIPE ha ripartito tra i comuni terremotati 33,4  milioni di euro per il completamento di opere e progetti collegati alla ricostruzione in Campania e Basilicata. Questi erano fondi decisi dalla finanziaria del 2007 e nel 2010 era stato formalizzato il decreto ministeriale, ma ancora non erano stati ripartiti tra i comuni per la realizzazione delle opere.

Alla notizia, su molti siti e su qualche giornale sono uscite parole di condanna e sdegno per l’ennesimo scandalo targato Irpinia, e ancor di più le polemiche si sono fatte sentire dopo il terremoto in Emilia, soprattutto per iniziativa della Lega Nord.

Sicuramente  tutto il capitolo di spesa direttamente o indirettamente al terremoto e alla ricostruzione ha rappresentato una pagina difficilmente ripetibile per la quantità di denaro impiegata (più di 32 miliardi di euro) e per i tempi nei quali la ricostruzione è avvenuta.

Ma la memoria pubblica deve anche contemplare quei tremila morti dei paesi dell’Appennino, che abitavano in piccoli centri inadatti a sopportare una scossa così violenta (6.9 scala Richter) e che, per di più, dovettero aspettare tantissime ore prima di veder arrivare i soccorsi.

Una novità che si può cogliere, quando si parla di rischio sismico o dissesto idrogeologico, è il fatto che si sta parlando sempre più diffusamente di prevenzione, di piani complessivi per evitare che la prossima catastrofe ponga in pericolo l’incolumità di chi vive in territori a rischio.  Si vedrà se alle buone intenzioni seguiranno azioni concrete, investimenti e progetti.

I dati dicono che il 36% dei comuni italiani è a rischio sismico e il 58% della superficie del paese è a rischio frana o alluvione. Dal 1944 al 2012, si è speso circa 3,5 miliardi di euro di media annua per i danni provocati da terremoti, alluvioni e frane ( sono i dati del rapporto ANCE sullo Stato del territorio italiano).

Nell’ultimo anno, dall’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e la Lunigiana qualche giorno prima, fino alla sentenza sulla commissione Grandi Rischi a l’Aquila, passando per il terremoto in Emilia e a quello del 26 ottobre scorso sul Pollino, il problema di come fronteggiare e, se possibile, evitare i pericoli derivanti dai disastri è diventato di attualità e fatto comprendere che sono diversi i nodi da sciogliere.

Ad esempio, i comuni devono predisporre i piani di protezione civile, divulgarli, fare esercitazioni e lavorare affinchè funzionino. Quanti sono i comuni italiani che su questo aspetto sono pienamente in regola?

L’anniversario del 23 novembre 1980 serve a discutere, ancora una volta, di prevenzione, di azione comune tra chi opera per quella che una volta si chiamava “pubblica incolumità” e oggi protezione civile.

Stefano Ventura

anche su www.osservatoriosuldoposisma.com



18 aprile 2012

Buone e cattive pratiche, dall'Irpinia a l'Aquila

Sul Mattino di Av di oggi, 18 aprile, è uscito questo mio pezzo. Buona lettura.

Il terremoto, Barca e la lezione dell'Irpinia

Stefano Ventura


Il ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca, ha visitato alcuni paesi del Cratere domenica scorsa, accompagnato dall’ex sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi, Rosanna Repole, e incontrando diversi sindaci e amministratori. Il motivo della visita è stato l’approfondimento delle dinamiche di legge e di ricostruzione urbanistica che hanno contraddistinto la ricostruzione irpina, con i suoi processi virtuosi e casi positivi e con le ombre che hanno ispirato più volte la narrazione scandalistica che i media hanno trasmesso nel corso degli anni all’opinione pubblica nazionale.

In particolare Barca ha cercato di conoscere dettagliatamente i meccanismi di ricostruzione dei centri storici dei piccoli paesi irpini, alla ricerca di spunti e stimoli da trasferire a L’Aquila. E’ incoraggiante  che un ministro che si occupa di coesione dei territori, qualcosa di cui si ha un drammatico bisogno in tempi di tagli serrati, accorpamenti e chiusure di strutture, visiti queste aree del Mezzogiorno diverse dalle solite mete.  Sarebbe stato bello avere la stessa attenzione durante l’emergenza neve del febbraio scorso, soprattutto da parte degli amministratori della Regione Campania.

Il ministro Barca ha avuto occasione di spiegare il suo modo di intendere le tre parole chiave (infrastrutture, scuola e banda larga) da lui individuate per tentare di dare una scrollata al Mezzogiorno intorpidito.

La visita capita poi in prossimità dello sblocco di circa 50 milioni di euro per completare la ricostruzione in provincia di Avellino; un’occasione importante per i comuni terremotati, una piccola boccata d’ossigeno da gestire all’insegna di metodi e criteri nuovi, come proposto nel dettaglio di norme e procedimenti da alcuni sindaci, dall’Anci e dalla Lega Autonomie.

Un piccolo esempio di un progetto - pilota innovativo Barca lo ha osservato ad Auletta (Salerno) dove ha sede un Osservatorio sul Doposisma. Qui Il recupero del centro storico, il “Parco a ruderi”, ancora abbandonato dal 1980, è stato al centro di un concorso di idee coordinato a RENA ( Rete per l’Eccellenza nazionale), che ha visto partecipare 56 progetti da tutto il mondo; sono stati poi scelti cinque finalisti, che si sono confrontati in un workshop che avvierà un percorso per prendere il meglio da ognuno dei progetti. I prossimi mesi diranno se la sfida è stata vinta, ma quelli finora giunti sono segni incoraggianti.

Tra le cose buone da suggerire per la ricostruzione dell’Aquila, se fosse possibile, si dovrebbe restituire un pizzico di quello spirito che animò gli irpini e i lucani subito dopo il sisma, quella voglia di ripartire, quel senso di solidarietà e di comunità che poi, con l’arrivo dei soldi per ricostruire, e quindi degli interessi, andò scemando. Gli aquilani, se rivogliono il loro centro storico, non dovranno essere egoisti, dovranno essere pronti cedere anche qualche metro quadro di proprietà, dovranno pensare all’insieme e non al particolare.

Sulle cose da non fare, invece, bisogna rimarcare che le cricche e il malaffare, compreso quello criminale, sono abilissimi a infiltrarsi tra subappalti, concessioni e incarichi, specie se c’è fretta di fare. Su questo si deve vigilare, al di là dei certificati antimafia, con strutture inquirenti e di controllo, ma anche con la partecipazione attiva degli stessi terremotati e della società responsabile.

Inoltre, sarebbe buono evitare progetti megalomani e sradicati di infrastrutture e sviluppo. Non voglio parlare delle aree industriali del cratere, faccio un altro esempio più recente; a San Giuliano di Puglia è stata costruita una scuola avveniristica, dopo il terremoto del 2002, costata quattro milioni di euro per circa 100 bambini iscritti. Non sarebbe forse meglio costruire tante scuole, asili e plessi universitari “normali”, sicuri e attrezzati, invece che strutture sovradimensionate?   

 


9 febbraio 2012

Neve in Irpinia, tra emergenza e normalità

Questo articolo è uscito stamattina (9 febbraio) sul Mattino di Avellino, con il titolo "Le catastrofi create dall'uomo". Altre informazioni e letture utili sull'emergenza neve in Alta Irpinia li trovate su comunità provvisorie, piccoli paesi e sugli organi di news locali on line (Tu si nat in Italy, Il Ciriaco, Orticalab e altri).


Teora, febbraio 2012 (foto di Emidio De Rogatis)


Neve,emergenza e buon senso


StefanoVentura


Lanatura non conosce catastrofi”, affermava lo scrittore svizzero MaxFrisch. Non sono i fenomeni naturali a provocare disastri econseguenze letali per l'uomo, ma l'inadeguatezza e l'impreparazione.La “catastrofe” di questi giorni si chiama neve, quella diqualche mese fa che colpì Genova e Lunigiana si chiamava “bombad'acqua”, ma in generale la comunicazione di massa abusa asproposito della categoria delle catastrofi, ovvero un “sovvertimentodella realtà”, secondo l'etimologia.

Benpiù serio è il discorso che riguarda le responsabilità, leinadempienze e i possibili correttivi. In questi giorni sono statispesso chiamati in causa i sindaci, che hanno a loro volta criticatola struttura nazionale della Protezione Civile.

InIrpinia sappiamo bene cosa vuol dire protezione civile, sappiamoquanto è stato doloroso e grave che non ci fosse subito dopo lascossa del 23 novembre 1980; abbiamo imparato a conoscere unonorevole di Varese, Zamberletti, che ci ha insegnato, da commissariostraordinario, che la Protezione Civile nasce dal coordinamento trale varie forze, siano esse istituzioni, forze armate, volontari osemplici cittadini.

Poiè venuta negli anni Duemila la gestione Bertolaso, contraddistintada un forte interventismo dai modi spicci, una impostazione che haavuto, come effetto secondario, quello di addossare alla ProtezioneCivile un ruolo salvifico che sopperisse ai limitidell'amministrazione ordinaria.

Lepolemiche che abbondano e che tirano in ballo anche leamministrazioni locali avellinesi, così come quelle regionali, nonsono infondate, ma sono inutili se non avviano un dibattito corale suuna reale prevenzione e sugli strumenti per realizzarla. Una nevicataparticolarmente forte è un evento prevedibile, come le pioggetorrenziali e come le ondate di calore, a differenza di un terremoto.

Laprevenzione chiama in ballo anche i singoli cittadini, che sono iprimi attori della Protezione Civile. Molte volte è il correttocomportamento dei singoli a evitare conseguenze peggiori in caso di allarme o emergenza, basterebbero a volte piccoli atti di buon senso,che non necessitano per forza di una ordinanza del sindaco o di unbollettino della Protezione Civile.

Allostesso tempo, però, le istituzioni devono avere un protocollochiaro e condiviso da attuare in previsione e in seguito ad unanevicata, evento tutt'altro che estremo per zone interne come lenostre (anche se quest'ondata ha assunto davvero i caratteridell'eccezionalità, pensiamo ad esempio all'Alta Irpinia).

Tuttoquesto insieme di regole e comportamenti non può certo manifestarsiper incanto alla caduta del primo fiocco di neve, ma va preparato,così come va diffusa una cultura capillare e partecipata diProtezione civile. Pensiamo al rischio sismico: i comuni sonoobbligati a dotarsi di un piano di Protezione Civile, a verificarlo,a tenere esercitazioni e a diffonderlo. Anche su questo tema negliultimi tempi si è avuto modo di polemizzare, ma la programmazione ela pianificazione pubblica troppo spesso eludono gli scenari di lungotermine, a vantaggio del tornaconto immediato. Insomma, polemizzare èinutile se fine a se stesso, sarebbe meglio iniziare un processoserio e partecipato che metta al lavoro tutti quelli che possono dareun contributo reale.

Passata l'emergenza, sciolta la neve, dovremmo avere cura di continuare astimolare le istituzioni comunali, provinciali e regionali affinchèadottino o perfezionino i propri piani di Protezione Civile, puntandoal pieno coinvolgimento del mondo del volontariato, che in Irpiniaesiste, opera e si impegna, e anche coinvolgendo scuole, enti estrutture di ricerca, professionalità e competenze plurali.



14 gennaio 2012

Teoresi all'estero, si rinnova la tradizione

Metto qui un articolo uscito sul magazine Tu si nat in Italy (da cui ho già pubblicato un articolo). Si parla della tradizione della pizza di Sant'Martin.


L’undici novembre ricorre la festa di San Martino; l’aneddoto legato alla storia di questo santo narra che in un giorno di autunno, mentre si trovava nei pressi della città francese di Amiens, Martino incontrò un povero anziano seminudo e in preda al freddo. Mosso a compassione, divise in due la sua tunica e ne diede una parte al vecchio; in quel momento le nuvole lasciarono spazio a un sole estivo. Per questo motivo è detto “estate di San Martino” il periodo di novembre in cui di solito la temperatura è più mite.

Nella tradizione teorese questa data rappresenta un appuntamento familiare e di comunità; ci si ritrova con familiari e amici attorno alla “pizza di Sant’Martin’”, che altro non è che il gateau di patate preparato con patate, latte, uova, salame, formaggio, prezzemolo, mozzarella, sale e pepe. La particolarità, però, consiste nel fatto che nelle porzioni che vengono consegnate ai commensali è nascosta una moneta (”lu sold”, proprio perché alle origini della tradizioni era la moneta da un soldo ad essere l’ambito premio). Le porzioni sono messe in tavola e scelte in maniera casuale dai commensali. Chi trova il soldo acquista il potere di ordinare il pranzo ai commensali, il cosiddetto “cummit” (convito), che, come da tradizione, si svolgerà il 21 novembre, che secondo il calendario religioso è il giorno dedicato alla presentazione di Maria Vergine.  

Altra versione della tradizione, decisamente più pagana, si può rintracciare a Napoli ed è legata al convento in cima al colle di San Martino, dove erano soliti recarsi “i cornuti” in processione cantando; nel caso avessero incontrato nella salita una donna sconosciuta e l’avessero, per modo di dire, “conquistata”, le corna sarebbero per incanto sparite.

Come tutte le tradizioni popolari, anche quella della pizza di San Martino rischia di andare perduta; tuttavia, grazie alla caparbietà degli emigranti teoresi, ogni anno si perpetua l’appuntamento dell’11 novembre che diventa motivo di incontro tra gli emigranti in diversi posti nel mondo. Anche quest’anno la tradizione è stata rispettata e in Svizzera, nei pressi di Stans, si sono radunate circa 300 persone, tra le quali una buona parte erano teoresi, anche se non mancavano altri irpini e altri italiani emigrati.

Hanno partecipato alla manifestazione, organizzata da Rocco Casale e Antonio Ciccone, anche alcuni amministratori del comune di Teora, tra cui il sindaco, e altri cittadini arrivati per l'occasione dall’Alta Irpinia, e anche il console generale italiano in Svizzera, Mario Fridegotto.  

Dalla serata trascorsa insieme, che ha visto la partecipazione degli emigrati provenienti dai vari cantoni, è emersa l’idea di gemellare il comune di Teora e il cantone di Lucerna, per replicare in altre manifestazioni nel corso dell’anno il legame e il contatto tra emigrati e luoghi d’origine. Anche a Teora, però, questa tradizione si rinnova ed è rispettata, anche tra i giovani.

Il prossimo appuntamento individuato potrebbe essere legato al carnevale e agli “squaqqualacchiun”, una maschera teorese tipica del periodo del carnevale.

Di certo l’appuntamento dello scorso 11 novembre ha rinfocolato quel legame mai interrotto tra emigrati e paese di origine. Negli anni passati, e ancora oggi, anche in Italia settentrionale “la pizza di Sant’Martin’” rappresenta una data cerchiata in rosso sul calendario dei teoresi e occasione di incontro e di condivisione.

Infatti, nella condivisione e nell’amore per il prossimo sta il significato simbolico della pizza, proprio come il Santo divise il suo mantello con il prossimo infreddolito.

   


12 agosto 2011

L'estate del vicolo cieco


Ci sono periodi in cui non te la senti nemmeno di fare il grillo parlante, di scrivere le stesse cose sul blog, di parlare sempre di Irpinia, problemi vecchi e nuovi, immobilismo e ignavia di questo pezzo di Sud. 

Eppure bisogna farlo, anche a costo di sembrare pedanti, anche a costo di essere presuntuosi e antipatici.

Siamo sull’orlo del baratro, forse abbiamo già iniziato a precipitare e non ce ne rendiamo conto. Parlo di Italia, ma il mio sguardo parte dal territorio che conosco meglio, l’Irpinia come la vedo io.

L’ultima novità è la centrale a biomasse che la Ferrero ha chiesto di creare nell’area industriale di Porrara; questa si aggiunge ai progetti del distretto delle energie rinnovabili che il giovane De Mita si premura di pubblicizzare per nascondere il fallimento sul fronte sanità e sul fronte rifiuti, dove Avellino e provincia si sono viste sopraffare dalle decisioni di Napoli, che ci tratta solo da periferia a suo servizio. Ma non sembra esserci un’idea di massima sull’energia, e soprattutto sulle ricadute reali per i cittadini irpini in termini di ristoro, posti di lavoro e royalties.

Intanto l’Irisbus chiude e la FIAT decide di venderla a Di Risio, che ha creato una azienda automobilistica sfruttando a piene mani i fondi del dopo terremoto in Molise. Anche dal punto di vista logico è un controsenso: chiude una azienda che costruisce autobus per il trasporto urbano a favore di una che costruisce il SUV italiano. Vorrà dire che andremo tutti in auto di grossa cilindrata anche se la benzina costa al litro molto più di una bottiglia di acqua minerale. 

Intanto l’estate è nel pieno del suo svolgimento; se devo essere sincero, non c’è alcuna novità incoraggiante, a Teora come nei paesi vicini, in termini di inventiva e eventi. Ho perso il conto di quante sagre siano state inserite nel calendario estivo teorese, ma le sagre abbondano in ogni dove. Ci sono anche iniziative buone, e secondo me basterebbe fare poche cose ma bene, piuttosto che appuntamenti quotidiani ma logoranti.

Mancano inoltre momenti di riflessione seri, culturali e civili, su cosa stiamo diventando e sui problemi reali. E quei pochi che ci sono, sono fatti con i piedi. Ma è estate, bisogna essere spensierati, come i naviganti sul Titanic prima di affondare. Anche un libro sul terremoto non può essere presentato d’estate, la gente vuol ballare, divertirsi e non pensare ai problemi. Sacrosanto. Ma poi non lamentatevi se vi chiude l’ospedale, se le prime elementari nei nostri paesi non hanno più iscritti, se le cave e le pale eoliche si moltiplicano e non sappiamo chi  ne ricava gli utili.

Il problema del Sud siamo noi, la nostra approssimazione, la nostra mancanza di ambizioni, la nostra abitudine alla scorciatoia. Cose ataviche, ma sempre presenti e attuali.

Eppure abbiamo tante armi, dobbiamo denunciare le cose che non vanno; c’è la rete, c’è facebook, usateli per dire cosa non va nel vostro quartiere, per dire le ingiustizie che subìte quotidianamente, per dire che non vi hanno preso per un lavoro perché c’era un raccomandato che vi ha superato etc. Oppure per ringraziare qualcuno che fa onestamente il suo lavoro, che ha avuto un’idea buona, che fa qualcosa di concreto per la sua comunità. 

Se volete, usate pure questo spazio; ma forse non c’è tempo, bisogna organizzare la prossima sagra.

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