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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


16 giugno 2013

De Sanctis (1874)

" La lotta, qui come in molti altri luoghi d'Italia, piuttosto che da principi politici, fermamente stabiliti, conosciuti e accettati, è ispirata da aderenze, da parentele, da satellizii operanti per le lotte municipali amministrative, da clientele, o sudditanze, da affetti locali e da interessi - ma soprattutto da interessi.

Perchè non è l'ultima delle sventure italiane questa, che lo Stato (e adesso anche la Provincia e, se non rimedia, il Comune) sia considerato generalmente come la Cassa della beneficienza, il gran dispensiere di favori, e il deputato del Parlamento il sollecitatore e il dispensiere di seconda mano".

Francesco De Sanctis

La Gazzetta di Avellino

14 ottobre 1874


14 settembre 2012

Terroni, briganti, meridionali: il dibattito, le polemiche, i fatti storici

Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero di Nuovo Millennio - Echi di Teora. 



Terroni, briganti, meridionali: i problemi del Sud,150 anni dopo

 

Stefano Ventura

 

Nel 2011 si sono svolte le celebrazioni per i 150 anni trascorsi dall’ Unità d’Italia, con una giornata di festa nazionale, il 17 marzo, e una lunga serie di eventi, convegni e altrettanti libri e studi pubblicati.

Festeggiare la ricorrenza dell’Unità ha provocato molte polemiche da parte di chi quell’Unità la digerisce malvolentieri, perché vede uno squilibrio nella distribuzione di tasse e sovvenzioni, di contributi e sprechi tra Nord e Sud; in particolare la Lega Nord ha puntato il dito più volte contro le celebrazioni e anche contro i simboli nazionali, tricolore in particolare.Sulle tesi e gli argomenti usati, però, bisognerebbe parlare a lungo e scendere in profondità, mentre spesso si usano cifre ed esempi utili solo alle argomentazioni di parte.

Però si sono potute ascoltare anche versioni totalmente opposte, alcuni libri e teorie, di chiara impronta meridionalistica, che prendevano di mira il modo in cui fu unificata l’Italia. Tra questi saggi  ha riscosso insperati successi di vendita (250mila copie vendute) il libro di Pino Aprile, “Terroni.Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero“meridionali” (Piemme edizioni). 

L’idea di fondo del volume è quella di svelare e dare testimonianza delle tante ingiustizie compiute ai danni della popolazione meridionale dal momento dell’unificazione in poi, inaugurando una storia segnata nel corso dei decenni dall’emigrazione e dalla leva militare obbligatoria.

La polemica su come è stata unificato il Paese, a danno del Meridione, è la spina dorsale delle argomentazioni di Pino Aprile. Si parla, per esempio, di “saccheggio del Sud”, e in particolare del prelievo di cifre rilevanti di denari dalle banche del Sud a vantaggio delle casse statali del Regno d’Italia. Inoltre, si descrive la feroce guerra civile dei soldati piemontesi contro i briganti e si parla  di subalternità, cioè di quel senso di inferiorità costruito in piccole dosi tra i cittadini del Sud.

La tesi del saccheggio delle risorse del Sud a favore del nuovo Stato pare avere come affermazione implicita il fatto che la situazione del Mezzogiorno, prima dell’Unità, fosse migliore di quella successiva all’annessione alla spedizione dei Mille. Le cifre, che tra l’altro nel libro di Aprile non mancano, e la lettura complessiva ci dicono che il Mezzogiorno del 1860-61 era prevalentemente povero, dominato dal latifondo, con una assoluta scarsità di mezzi e di condizioni preliminari a una parvenza di sviluppo.Un dato per tutti: al Sud i chilometri di ferrovia erano pari a un quarto diquelli delle regioni settentrionali.

Le pagine di letterati e di vari intellettuali, anche stranieri, ci testimoniano di come, al di là di Napoli e Palermo, il Sud fosseuna enorme distesa di boschi e territori inospitali, in cui si annidavano i banditi e varie malattie (il tifo, la malaria). Agli inizi dell’Ottocento,Creuze de Lesser affermava lapidariamente: “l’Europa finisce a Napoli e vifinisce assai male. La Calabria, la Sicilia, tutto il resto appartiene all’Africa”.

Proprio in quegli anni, però, si misero in bella luce numerosi storici e politici meridionali, che lottarono con entusiasmo e alto valore morale per risolvere i problemi del Sud all’interno del nuovo Stato, in Parlamento e nelle istituzioni; tra questi ricordiamo Francesco Saverio Nitti (originario di Melfi), Giustino Fortunato da Rionero in Vulture, gli irpini Francesco De Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini.

Aprile nel suo “Terroni” analizza in profondità le forme e gli episodi che caratterizzarono il brigantaggio (“finora avevamo i briganti” – sottolinea Aprile citando fonti dell’epoca – “e vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena, vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è causa del popolo”).

E’ evidente il giudizio severo dell’autore nei confronti dell’azione repressiva adottata dai Savoia subito dopo l’Unità ( il capitoloche affronta il brigantaggio è intitolato “La strage”). Il tema che passa sottola definizione generica di brigantaggio è stato trattato in maniera contraddittoria dalla storia nazionale, senza contributi specifici di particolare peso, mentre sono molte le opere di storia locale e saggistica prodotte da autorimeridionali, così come attraverso la musica è stata recuperata e diffusa unavalenza quasi eroica dell’esperienza ribelle dei briganti.

E’ senza dubbio illuminante leggere le pagine di chi havissuto da attore protagonista quelle vicende, come ad esempio Carmine Donatelli Crocco, di Rionero in Vulture, che ha messo per iscritto le sue memorie mentre scontava la sua pena (il libro si chiama Come divenni brigante). Nelle sue considerazioni, Crocco ammette e descrive anche gli aspetti più cruenti e violenti delle azioni di guerriglia dei briganti contro l’esercito piemontese e contro chi nel Sud lo sosteneva, e spiega chiaramente le motivazioni che spingevano alla ribellione, e nel suo caso particolare le ingiustizie subite dalla sua famiglia per mano di un signorotto locale.

Se il numero di meridionali che perse la vita in quella vera e propria guerra civile fu senza dubbio troppo alto, è anche vero che lareazione dei ribelli era di difesa e di distruzione, ma non proponeva nessunasoluzione alternativa per il destino del Sud, se non il ritorno allo status quoborbonico. Rispetto a un'altra delle tesi forti del libro di Aprile, quella della “educazione alla minorità”, sembra che in 150 anni non sia cambiato niente, perché è questa una visione passiva e piagnona della propria realtà; se il Sud non acquista consapevolezza dei suoi problemi reali e non si rende protagonista diretto della soluzione degli stessi, anziché chiedere che sianoaltri a farlo, difficilmente l’eterna questione meridionale potrà avviarsi a un esito positivo.


17 marzo 2011

150 anni da ITALIA

In occasione dell'anniversario dei 150 anni dell'Unità d'Italia, data che per gli storici è motivo di riflessione, analisi e approfondimento, sono stati pubblicati o ripubblicati libri e opere varie; tra queste ha avuto particolare successo il volume di Pino Aprile, Terroni, che ha venduto circa 150mila copie.
Cerco di dire la mia su questione meridionale, piemontesi, briganti, saccheggio vero o presunto etc. n questo articolo; siccome è stato pubblicato senza particolare risalto sul Corriere dell'Irpinia di domenica scorsa, lo pubblico qua, consapevole di aver sostenuto delle tesi anche impopolari, forse, ma di sicuro meno opportuniste di quelle di Aprile. Buona lettura. 




Italiani, meridionali, terroni; quale storia dopo 150 anni?

Stefano Ventura

Nelle celebrazioni dei 150 anni di Unità italiana, si può ben individuare un filone letterario -saggistico, di chiara impronta meridionalistica, che propugna tesi fortemente polemiche nei confronti dei modi e delle iniziative messe in campo dalla classe dirigente settentrionale che fu protagonista politica dell’unificazione. Tra questi saggi, ha riscosso insperati successi di vendita (150mila copie vendute), il libro di Pino Aprile, “Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali” (Piemme edizioni). 
L’idea di fondo del volume è quella di svelare e dare testimonianza delle tante ingiustizie compiute ai danni della popolazione meridionale dal momento dell’unificazione in poi, inaugurando un lungo processo di subalternità segnato nel corso dei decenni dall’emigrazione e dalla leva militare obbligata.
Le polemiche sui modi e le forme dell’unificazione a scapito del Meridione hanno alcuni paradigmi ricorrenti, quegli stessi che Aprile ha scelto come spina dorsale della sua argomentazione. Tra queste, “il saccheggio del Sud”, e in particolare il drenaggio di risorse dalle banche del Sud, dove la fiscalità borbonica aveva accumulato discrete somme di denaro, nelle casse statali del Regno d’Italia; la cruenta e indiscriminata guerra civile ingaggiata dai soldati piemontesi contro i briganti; la subalternità, costruita in piccole dosi, del Meridione, come bacino di consumo dei beni prodotti al Nord e come luogo di accaparramento delle risorse primarie a vantaggio delle aziende trasformatrici settentrionali. 
La tesi del saccheggio delle risorse del Sud a favore del nuovo Stato pare avere come inferenza implicita il fatto che la situazione del Mezzogiorno, prima dell’Unità, fosse migliore di quella successiva all’annessione al resto del territorio nazionale. L’approfondimento di cifre e letture complessive, che tra l’altro nel libro di Aprile non mancano, ci dice che il Mezzogiorno del 1860-61 era prevalentemente povero, dominato dal latifondo, con una assoluta scarsità di mezzi e di condizioni preliminari a una parvenza di sviluppo. Un dato per tutti: al Sud i chilometri di ferrovia erano pari a un quarto di quelli delle regioni settentrionali. 
Le pagine di letterati e di vari intellettuali, anche stranieri, ci testimoniano che, al di là di Napoli e Palermo, il Sud fosse una enorme distesa di boschi e territori inospitali, in cui si annidavano i banditi e varie malattie (il tifo, la malaria). Agli inizi dell’Ottocento, Creuze de Lesser affermava lapidariamente: “l’Europa finisce a Napoli e vi finisce assai male. La Calabria, la Sicilia, tutto il resto appartiene all’Africa”.
Sul mito del “saccheggio del Sud” ha scritto anche Luciano Cafagna, dicendo che questo mito non può essere avallato in maniera sommaria dal punto di vista dei dati economici, ma va articolato e approfondito, perché le condizioni di partenza dell’Italia unita vedevano un Nord che aveva i prerequisiti necessari in termini di infrastrutture, di collegamenti con i mercati europei e internazionali, di rete commerciale interna, struttura finanziaria e amministrativa rispetto a un Sud dove erano più profonde le diseguaglianze e l’arretratezza. Inoltre, Cafagna sottolinea come questa falsa credenza sia servita come premessa per le richieste di finanziamento e sovvenzione aggiuntiva e straordinaria, quando invece sarebbe stato opportuno un discorso qualitativo e strategico, volto a sanare gli squilibri cronici sul piano della corruzione amministrativa, dell’inefficienza pubblica e della criminalità.
La letteratura saggistica e politico-sociale che nacque dopo l’Unità ed ebbe notevoli esponenti, che coprirono spesso il doppio ruoli di pensatori e politici (Nitti, Fortunato, Salvemini, Ciccotti, Colajanni e poi il nostro Dorso), fu contraddistinta da un sentimento di benevolenza verso il cammino unitario, sebbene gli stessi intellettuali ne cogliessero con lucidità gli errori e i limiti; tra questi, è senza dubbio da ricordare la figura di Giustino Fortunato (tra le altre cose concittadino del famoso generale dei briganti, Carmine Crocco: entrambi nacquero a Rionero in Vulture, anche se Fortunato da una famiglia benestante e Crocco da una famiglia umile di pastori). Gli scritti di Fortunato, come ci segnala Procacci nella sua “Storia degli Italiani”, “contribuirono notevolmente a dissipare quel mito georgico e virgiliano dell’Italia Meridionale come madre di messi che pure, per quanto incredibile possa sembrare, era ancora corrente in certi settori dell’opinione pubblica, e a svelare la realtà amara di un Mezzogiorno senz’acqua e senza civiltà”. 
In seguito alla scelta protezionista adottata da Crispi nel 1887, furono penalizzate soprattutto le colture specializzate nell’esportazione, in particolare olio e agrumi, che costituivano una importante voce di sussistenza per vaste aree del Meridione. Non esisteva, invece, al Sud un tessuto protoindustriale in grado di garantire seppur in parte uno sbocco occupazionale. Di fronte alle difficili condizioni del Mezzogiorno, molti furono quelli che trovarono come unica alternativa l’emigrazione, in particolare verso le Americhe, altro tema caro ai sostenitori delle tesi di una unificazione compiuta ai danni del Meridione.
Il latifondo cerealicolo, e tutte le forme di sfruttamento e diseguaglianza economica ad esso collegate, invece, non furono intaccate e costituirono il bacino di produzione dei grani destinati al mercato interno; in questa fase le attenzioni dei sovvenzionamenti pubblici furono rivolte al decollo dell’apparato industriale del Nord, prediligendo per il Mezzogiorno la configurazione di un mercato di consumo dei beni industriali del Nord.
Fu su questo punto, che può essere considerato una delle basi che permise l’accelerazione del divario Nord-Sud, che insisterono i grandi meridionalisti citati in precedenza, chiedendo, sulla base dei dati raccolti dalle grandi inchieste parlamentari sulla Sicilia, su Napoli, sull’istruzione, che ci fossero dei piani straordinari d’intervento anche nel Mezzogiorno.
E’da sottolineare un’altra anomalia che fece da freno, sin da allora, alle ipotesi di crescita dell’Italia Meridionale, e cioè la connivenza e la pervasività delle oligarchie che gestivano il potere politico, attraverso le clientele, e le trame oscure che legavano le stesse ai poteri criminali radicati in varie parti del Mezzogiorno.
Aprile nel suo “Terroni” analizza in profondità le forme e gli episodi che caratterizzarono il brigantaggio (“finora avevamo i briganti” – sottolinea Aprile citando fonti dell’epoca – “e vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena, vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è causa del popolo”).
E’ evidente il giudizio severo dell’autore nei confronti dell’azione repressiva adottata dai Savoia subito dopo l’Unità ( il capitolo che affronta il brigantaggio è intitolato “la strage”). Il tema che passa sotto la definizione generica di brigantaggio è stato trattato in maniera contraddittoria dalla storiografia nazionale, senza contributi specifici di particolare peso, mentre sono molte le opere di storia locale e saggistica prodotte da autori meridionali, così come attraverso la musica è stata recuperata e diffusa una valenza quasi eroica dell’esperienza ribelle dei briganti. E’ senza dubbio illuminante leggere le pagine di chi ha vissuto da attore protagonista quelle vicende, come ad esempio Carmine Donatelli Crocco, che ha messo per iscritto le sue memorie mentre scontava la sua pena (Come divenni brigante, Lacaita, 1964). Nelle sue considerazioni, Crocco ammette e descrive anche gli aspetti più cruenti e violenti delle azioni di guerriglia dei briganti contro l’esercito piemontese e contro chi nel Sud lo sosteneva, e spiega in maniera diffusa le motivazioni che spingevano alla ribellione, e nel suo caso particolare le ingiustizie subite dalla sua famiglia per mano di un signorotto locale.
Se il numero di meridionali che perse la vita in quella vera e propria guerra civile fu senza dubbio troppo alto, è anche vero che la reazione dei ribelli, come li definisce anche lo storico britannico Hobsbawm, era di difesa e di distruzione, ma non proponeva nessuna soluzione alternativa per i territori meridionali, se non il ritorno allo status quo borbonico. 
Rispetto a un'altra delle tesi forti del libro di Aprile, quella della “educazione alla minorità”, sembra che in 150 anni non sia cambiato niente, perché è questa una visione passiva e piagnona della propria realtà; se il Sud non acquista consapevolezza dei suoi problemi reali e non si rende protagonista diretto della soluzione degli stessi, anziché chiedere che siano altri a farlo, difficilmente l’eterna questione meridionale potrà avviarsi a un esito positivo.
Di certo non si deve cogliere l’occasione di un anniversario così solenne per avallare teorie e pratiche dell’oggi, senza l’opportuno approfondimento richiesto dalla verità storica.

 



16 novembre 2010

Il terremoto del 1980 tra storia e memoria




Non sembrava novembre quella sera.

Il terremoto del 1980 tra storia e memoria

Edizioni Mephite




(CONTATTI)


I prossimi appuntamenti:

Salerno, 24 novembre, ore 16 e 30, nell'ambito del calendario di "L'Italia che trema"

Napoli, 25 e 26 novembre, convegno "La memoria delle catastrofi" (Università Federico II e AISO)

Siena, 2 dicembre 2010, convegno su Ambiente, rischio sismico e prevenzione nella storia italiana

Presentazioni del libro:

27 novembre ore 18, Chiesa del Carmine, Avellino ( a cura del Presidio del Libro di Avellino)

29 novembre, ore 18 Bisaccia, Castello Ducale

30 novembre, ore 18, Frigento, Palazzo De Leo

Teora (27  dicembre)

gruppo facebook: non sembrava novembre quella sera


30 marzo 2010

L'attualità e la storia

Sulla rivista di storia on line STORIA E FUTURO c'è un mio articolo sulla storia della Protezione Civile e i principali terremoti dell'Italia Repubblicana.


 


 

Rimando ulteriori considerazioni sul presente della Protezione Civile e sulle ultime vicende a tempi più tranquilli. Il mio è un contributo d'approfondimento, che conferma, però, che è sempre nel passato che si trovano le radici del presente. Buona lettura.

I terremoti italiani del secondo dopoguerra e la Protezione civile


13 marzo 2010

La terra è inquieta

Sul nuovo numero di Nuovo Millennio, la rivista che il Forum dei Giovani di Teora pubblica con grande dedizione e grandi ostacoli, è uscito un mio pezzo sui terremoti recenti e sullo scenario che si prospetta per il trentennale dell'Irpinia. In attesa di nuove segnalazioni che spero di poter fare presto, leggetevi questo. Comprate,sostenete, abbonatevi al giornale.



 


  

 

Le terribili immagini del terremoto che ha distrutto Haiti il 12 gennaio hanno riportato d’attualità la tremenda potenza distruttrice della Natura, che ha colpito uno degli stati più poveri del continente americano. Il segretario generale dell’ONU ha affermato che questo potrebbe essere la peggior crisi umanitaria che l’organizzazione si sia trovata a dover fronteggiare nell’arco di molti decenni. Probabilmente non si saprà mai il numero certo delle vittime di questo terremoto, verificatosi in un’area in cui abitavano circa 3,5 milioni di persone, la maggior parte delle quali vivevano nella miseria.
In questa tragedia noi teoresi siamo stati coinvolti ancor più direttamente poiché la prima vittima italiana riconosciuta, Gigliola Martino, era originaria proprio di Teora; molte altre famiglie (Cappuccio, Caprio, Sperduto, Vitiello) erano presenti e attive nell’isola dal punto di vista economico e commerciale fin dagli inizi del ‘900. Proprio per la loro attività imprenditoriale nel settore della produzione di PVC (tubi in plastica, bicchieri) la famiglia Martino era diventata una delle più importanti dell’isola, dando lavoro a circa 5 mila persone; anche il cognato di Gigliola Martino, Mario Caprio, era conosciuto e ricordato per la sua attività di medico chirurgo e per la sua clinica, dove venivano curati gratuitamente i più poveri.
 Al momento in cui scrivo si nutrono forti preoccupazioni anche per la sorte di Antonio Sperduto, rimasto sotto le macerie del supermercato di cui era responsabile.
Nel 2004 era stato lo tsunami del Sud-est asiatico a mostrare analoghe scene di disperazione, poi l’uragano Katrina nel 2005 e altri disastri, fino ad arrivare al sisma dell’Abruzzo del 6 aprile 2009; tutti eventi che possono essere inseriti nella categoria di catastrofi naturali. Lo studioso svizzeroMax Frisch ha scritto, però, che “la Natura non conosce catastrofi”; i terremoti, le pioggie torrenziali e gli uragani sono fenomeni naturali, noi misuriamo i loro effetti distruttivi nel rapporto con le comunità umane. Restando nel settore dei terremoti, quindi, la costruzione di strutture antisismiche e il corretto addestramento dei cittadini possono evitare o limitare al massimo il numero di vittime e  le precauzioni adottate in alcune regioni della California e del Giappone testimoniano questa verità.
Sono diverse le iniziative e i progetti che stanno mettendosi in moto nella nostra zona per commemorare il trentesimo anniversario del terremoto del 1980. Il CIMA (Centro Irpino per l’Innovazione e il Monitoraggio Ambientale) con sede a Sant’Angelo dei Lombardi, ha intenzione di allestire una mostra permanente sul terremoto, coinvolgendo i diversi paesi che poi svilupperanno diversi temi e iniziative in maniera coordinata. In provincia di Salerno, a Pertosa, è già attivo un “Osservatorio sul doposisma” che opera nel campo della ricerca e della documentazione presso la fondazione MIDA. Un regista della Rai sta preparando un documentario che riguarda l’intervento dei militari tedeschi a Teora dopo la scossa e nel corso dell’anno usciranno diverse pubblicazioni, film e spettacoli teatrali sul terremoto. Anche l’immancabile facebook si sta riempiendo di gruppi che hanno intenzione di commemorare quell’evento.
In questa sede mi occuperò di alcune considerazioni che partono dal settore di cui mi occupo (la storia contemporanea) e dagli studi che ho realizzato negli ultimi anni sul tema delle conseguenze storico - sociali del terremoto, prima per la mia tesi di laurea, poi per la tesi di dottorato e altri saggi e ricerche.
Il primo argomento che illustrerò in relazione ai trent’anni del dopo terremoto è quello della memoria. Il concetto stesso di memoria è difficile da interpretare, per la sua straordinaria importanza culturale e anche sociale, di comunità. Si pensi all’importanza di un tema come la memoria dell’evento sismico; proprio per la sua imprevedibilità e il suo essere spartiacque tra un prima e un dopo, quel momento lascia segni profondi in chi vi sopravvive. Recentemente la storiografia ha sondato i terreni del racconto e della testimonianza dei sopravvissuti ai bombardamenti della seconda guerra mondiale  oppure alle stragi di civili o alle violenze sui civili avvenute dopo l’8 settembre 1943, oltre alla memoria dell’olocausto, su cui è stato scritto già molto.Anche una trasmissione radiofonica, curata da Marcello Anselmo e trasmessa da Radio3 Rai, ha usato le testimonianze dei sopravvissuti per raccontare il dopo terremoto in Irpinia e a Napoli.
 Quindi, il ricordo di un evento che è simbolicamente potente ed evocativo, come il terremoto, è sicuramente un terreno d’indagine importante per lo storico. Chiunque abbia parlato con un sopravvissuto al terremoto del 23 novembre 1980 si è reso conto che tutti ricordano perfettamente, nei minimi dettagli, cosa stessero facendo quella sera; raccontare, poi, la sofferenza e il dolore di quei momenti richiede un difficile sforzo comunicativo ed emotivo. Dobbiamo però renderci conto che raccontare, recuperare la memoria e le memorie di quella sera è cruciale sia per trasmetterle alle nuove generazioni e non farle scivolare nell’oblìo, sia per prevenire e saper affrontare catastrofi future, essendo il nostro territorio fortemente sismico. Dalle tragedie, insomma, bisognerebbe imparare e non solo trarre lo spunto per polemizzare. Dopo un forte coinvolgimento emotivo di tutta la popolazione italiana nei primi giorni dopo il 23 novembre 1980, cui contribuì la significativa mole di immagini e testimonianze diffuse dalla televisione, il terremoto dell’Irpinia è ritornato all’attenzione pubblica in seguito ad alcune inchieste giornalistiche pubblicate negli ultimi anni del decennio Ottanta - Novanta. Le inchieste chiamavano direttamente in causa molti politici di rilievo nazionale e originari delle zone terremotate. Ancora oggi, quindi, il richiamo all’Irpinia vuol dire per l’opinione pubblica ricordare le terribili immagini di distruzione e disperazione, ma anche l’implicito riferimento a sprechi, ruberie e malaffare diffusosi in quegli anni. Anche di recente, in occasione del terremoto dell’Abruzzo, l’Irpinia è stata utilizzata come esempio negativo in assoluto di tutte le ricostruzioni e i disastri italiani. Non ci sono stati tentativi di approfondire le vere cause, i processi e le dinamiche di lungo periodo, le vere responsabilità degli errori commessi in quella ricostruzione, né c’è stato accenno ai risvolti positivi della ricostruzione.
Per evitare che anche l’occasione del trentennale sposti l’attenzione solo sulla polemica, è cruciale che le comunità terremotate recuperino e trasmettano la propria memoria, con iniziative proprie e di largo respiro, soprattutto per una forma di rispetto alle migliaia di morti che i nostri paesi hanno sacrificato per concedere, poi, all’Italia intera una moderna organizzazione della Protezione civile (è in quegli anni, infatti, che si posero le basi per la legge che istituiva la Protezione Civile come oggi la conosciamo).
Invece sembra che gli abitanti dei paesi terremotati tendano a guardare a quell’evento con rassegnazione, come una grande occasione persa e l’ennesima sconfitta subìta in maniera fatalista. Ed e così che la storia della ricostruzione in Irpinia viene raccontata molto più spesso con i mezzi e i metodi della polemica giornalistica che con gli strumenti dell’analisi e della conoscenza storica. Siamo ancora in tempo, come comunità, per tentare questa operazione rivolta al futuro e alla verità, in modo obiettivo e non consolatorio, senza aspettare che siano altri a raccontarci, dall’esterno, la nostra storia.
Questa è una delle sfide che il trentennale pone.

 

 

 




10 dicembre 2009

Eventi naturali: convegno




(CLICCATE SULL'IMMAGINE PER LEGGERE IL PROGRAMMA COMPLETO)


26 agosto 2009

Dichiarazioni estive

Riporto integralmente (non correggo nemmeno i refusi come Borgo Monica..) alcune dichiarazioni del sindaco di Teora uscite su Irpinianews in questo mese d'agosto.





Teora - La realizzazione della città giardino continua.
L’amministrazione comunale guidata da *Salvatore Di Domenico* prosegue il suo progetto con nuove idee e nuovi cantieri. “Abbiamo dato corso – spiega il numero uno teorese – ad una serie di interventi per migliorare la qualità della vita e creare una città verde, accogliente e moderna”.
Dopo il terremoto del 1980, Teora ha cambiato volto diventando una piccola ‘bomboniera’ agli occhi dei suoi visitatori. “All’ingresso del paese – spiega il sindaco – abbiamo realizzato tre murales in ceramica raffiguranti momenti della vita locale. Inoltre abbiamo ridato luce ad
una stampa del Pacichelli risalente al 1703 dove è perfettamente illustrato un panorama del nostro Comune con il castello dei Carafa in bella mostra”. Insomma, si punta tutto sul recupero della memoria storica, perché come ha spiegato lo stesso numero uno teorese “… senza
conoscere il passato non si può guardare al futuro”. In quest’ottica è stato anche portato all’antico splendore il portale Asilo Fiore, oggi ingresso dell’area archeologica locale. Il tutto rientra anche in quadro ben strutturato dell’amministrazione: incentivare il turismo in Alta Irpinia. “Discordo fortemente da chi dice che le aree altirpine sono luoghi decentrati e inattivi. – prosegue Di Domenico - Credo che le nostre terre, dopo il terremoto, abbiamo ritrovato un nuovo impulso. La
ricostruzione, ultimata quasi in tutti i Comuni, ha creato nuovi servizi ai cittadini e a quanti decidono di trascorrere le estati da noi per respirare aria pura e disintossicarsi dal caos delle città. A questo
proposito, credo sia necessario incentivare ogni forma di turismo sia attraverso le tipicità gastronomiche che attraverso le bellezze paesaggistiche che luoghi spettacolari, come quelli dell’Alta Irpinia, sanno regalare”.

(mercoledì 26 agosto 2009 alle 09.56)

Teora - Lavori pubblici: non si arresta la macchina amministrativa


Teora - Continua tra progetti e cantieri l'estate per l'amministrazione comunale guidata dal primo cittadino Salvatore Di Domenico. L'area del paese maggiormente interessata dai lavori è il cimitero comunale. Si stanno fabbricando 80 nuovi loculi nella nuovissima parte del camposanto. Inoltre, in seguito ad un piccolo smottamento che si è verificato proprio nell'area interessata dal cantiere, l'amministrazione ha predisposto un immediato intervento di riqualificazione. Ritinteggiato anche il muro di cinta del cimitero e sistemato l'ingresso principale.
Attenzione puntata anche alle scuole elementari e medie. Già  oggetto di interventi di ammodernamento, il sindaco ha predisposto una ulteriore sistemazione dei due plessi scolastici. Infatti, prima del ritorno tra i banchi gli studenti troveranno le aule imbiancate di fresco. "I nostri plessi scolastici“ spiega la fascia tricolore è già  godono di buona salute, ma è nostro compito offrire agli scolari le migliori condizioni per poter studiare. E nel pentolone del parlamentino teoresi bollono altre importanti novità . L'area ex Forno sarà  totalmente riqualificata e bonificata. Verranno rimossi i fabbricati in zinco, risalenti al terremoto del 1980, e creati spazi verdi per l'aggregazione sociale. La nostra idea di città  giardino sta prendendo forma e questo per l'amministrazione è un importante traguardo. Per quanto riguarda i prefabbricati pesanti, dopo l'abbandono degli ex occupanti, il parlamentino altirpino ha proceduto alla riconversione in villaggio turistico destinato ad accogliere i tanti cittadini che scelgono l'Irpinia come meta per le vacanze. Procede speditamente anche il progetto fotovoltaico nelle contrade rurali.
Mentre per quanto riguarda la riqualificazione dell'arredo urbano, da borgo Monica a via Nazionale, il gruppo consiliare di Teora sta mettendo nero su bianco altri progetti di edilizia pubblica: un campetto polivalente per attività  sportive all'aperto, un piccolo anfiteatro per spettacoli sotto le stelle e manutenzione alle strade cittadine.

(venerdì 21 agosto 2009 alle 09.25)

A queste si aggiungono la notizia del recupero del Mulino ad acqua ( 11 agosto) e la celebrazione per i 100 anni di Remigio Lepore ( quest'ultima degna di considerazione perchè rievoca un episodio del passato; anzi, metto a disposizione le mie ricerche su Teora negli anni '40 se si volesse dare un contorno storico alla manifestazione).
Sul resto però mi permetto di commentare: ma ritinteggiare la scuola è un opera pubblica o semplice gestione dell'ordinario? Perchè richiamare ora il fatto che siano state poste le maioliche lungo la via nazionale? Perchè questa enfasi grafomane di rivendicare questi interventi (poca cosa a dire il vero) a pochi giorni di distanza?
Cito solo un aneddoto; lo scorso 25 giugno Teora è stata visitata da un gruppo di studenti dell'Aquila, col loro professore, e da alcuni architetti. Al termine delle visite, questi ragazzi mi dicevano che Teora è il paese che gli ha dato l'impressione peggiore, come ricostruzione e come impianto urbano.
Inoltre, sulla gestione dei prefabbricati, invito ad andare a vedere cosa fa il comune di Laviano, nel suo "villaggio antistress", tanto che le richieste in quel comune superano di gran lunga quelle di Teora (che sono comunque molte). E poi su questa vocazione turistica, basata sui prefabbricati,  un simbolo di provvisorietà, destinato ad un uso limitato nel tempo, ci sarebbe da discutere, dato l'enorme patrimonio abitativo non utilizzato nel paese.
Incentivare il turismo, promuovere l'aria buona e il buon cibo, rianimare i nostri centri, sono tutti buoni propositi che vanno sostenuti. Sono i metodi che forse andrebbero rivisti, a cominciare da una comunicazione più vicina al reale.
Sulla comunicazione teorese, poi, ci sarebbero da raccontare le enormi difficoltà che ha "Nuovo Millennio", l'unico giornale del paese, a tirare avanti, visto che le istituzioni paesane non lo sovvenzionano, come facevano in passato con gli altri giornali, e va avanti solo con gli abbonamenti. Lì questo tipo di comunicati non vengono riportati, mentre si riportano eventuali manifestazioni, inaugurazioni etc.. A me sembra giusto così, ma evidentemente è più importante avere una cassa di risonanza che mettere in chiaro i progetti e la strada per realizzarli.

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