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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


23 novembre 2012

32esimo



Gli anniversari vanno sempre rispettati, specie se per molte comunità e per molte persone sono momenti in cui si corre con la mente a un evento luttuoso e tragico, il terremoto del 23 novembre 1980.

Le date da ricordare sono utili anche a guardare indietro e rendersi conto del cammino fatto, ma anche a fare una pausa per capire se il presente è realmente quello che ci aspettavamo e quale prospettiva di futuro si delinea all’ orizzonte.

Per i 36 comuni nei quali i danni furono disastrosi, e dove morirono circa tremila persone, il 23 novembre è ancora una ferita aperta, e 32 anni non sono bastati a ricucirla e a lenire il dolore.

Per l’Italia delle polemiche e dell’opinione pubblica alimentata a dovere dai media il terremoto dell’Irpinia significa ancora oggi scandalo, enorme spreco di denaro, ruberie e quei centesimi che ancora vengono pagati sull’ accisa sulla benzina.

E’ quello che è stato ricordato qualche mese fa in qualche servizio televisivo e giornalistico, quando il CIPE ha ripartito tra i comuni terremotati 33,4  milioni di euro per il completamento di opere e progetti collegati alla ricostruzione in Campania e Basilicata. Questi erano fondi decisi dalla finanziaria del 2007 e nel 2010 era stato formalizzato il decreto ministeriale, ma ancora non erano stati ripartiti tra i comuni per la realizzazione delle opere.

Alla notizia, su molti siti e su qualche giornale sono uscite parole di condanna e sdegno per l’ennesimo scandalo targato Irpinia, e ancor di più le polemiche si sono fatte sentire dopo il terremoto in Emilia, soprattutto per iniziativa della Lega Nord.

Sicuramente  tutto il capitolo di spesa direttamente o indirettamente al terremoto e alla ricostruzione ha rappresentato una pagina difficilmente ripetibile per la quantità di denaro impiegata (più di 32 miliardi di euro) e per i tempi nei quali la ricostruzione è avvenuta.

Ma la memoria pubblica deve anche contemplare quei tremila morti dei paesi dell’Appennino, che abitavano in piccoli centri inadatti a sopportare una scossa così violenta (6.9 scala Richter) e che, per di più, dovettero aspettare tantissime ore prima di veder arrivare i soccorsi.

Una novità che si può cogliere, quando si parla di rischio sismico o dissesto idrogeologico, è il fatto che si sta parlando sempre più diffusamente di prevenzione, di piani complessivi per evitare che la prossima catastrofe ponga in pericolo l’incolumità di chi vive in territori a rischio.  Si vedrà se alle buone intenzioni seguiranno azioni concrete, investimenti e progetti.

I dati dicono che il 36% dei comuni italiani è a rischio sismico e il 58% della superficie del paese è a rischio frana o alluvione. Dal 1944 al 2012, si è speso circa 3,5 miliardi di euro di media annua per i danni provocati da terremoti, alluvioni e frane ( sono i dati del rapporto ANCE sullo Stato del territorio italiano).

Nell’ultimo anno, dall’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e la Lunigiana qualche giorno prima, fino alla sentenza sulla commissione Grandi Rischi a l’Aquila, passando per il terremoto in Emilia e a quello del 26 ottobre scorso sul Pollino, il problema di come fronteggiare e, se possibile, evitare i pericoli derivanti dai disastri è diventato di attualità e fatto comprendere che sono diversi i nodi da sciogliere.

Ad esempio, i comuni devono predisporre i piani di protezione civile, divulgarli, fare esercitazioni e lavorare affinchè funzionino. Quanti sono i comuni italiani che su questo aspetto sono pienamente in regola?

L’anniversario del 23 novembre 1980 serve a discutere, ancora una volta, di prevenzione, di azione comune tra chi opera per quella che una volta si chiamava “pubblica incolumità” e oggi protezione civile.

Stefano Ventura

anche su www.osservatoriosuldoposisma.com



16 ottobre 2012

Il terremoto degli operai

Segnalo una mia riflessione, e le altre che la accompagnano, sul terremoto in Emilia.
L'originale la trovate su Lavoro culturale, nella nuova serie di Sismografie.


Il terremoto degli operai e la sfida della prevenzione

 Stefano Ventura

Le scosse che hanno interessato l’Emilia Romagna e parte della Lombardia e del Veneto a partire dal 20 maggio scorso hanno provocato sette vittime il 20 maggio (ore 4 e04, magnitudo 5.9 ), e venti vittime il 29 maggio (ore 9, magnitudo 5.8). Un’altra scossa di forte entità (5.2 scala Richter) è stata registrata il 3 giugno (ore 21 e 20), e lo sciame sismico ha tenuto in allarme le aree e le popolazioni terremotate per diversi giorni e con moltissime scosse di minore magnitudo.

I comuni più colpiti sono stati San Felice sul Panaro, Mirandola, Finale Emilia, Cavezzo e Novi. Sono state allestite dalla Protezione civile ventotto aree per la prima sistemazione dei circa 15 mila sfollati, gestite dalle forze del volontariato. In Emilia-Romagna al 25 settembre sono 4.412 le persone assistite. Tra questi, 2.897 sono ospitati nelle aree di accoglienza, 88 nelle strutture al coperto e 1.427 in strutture alberghiere.[1] Mancano, accanto a questi numeri, le cifre delle autonome sistemazioni, cioè tutte quelle famiglie e persone che hanno trovato ospitalità a casa di parenti e amici e per i quali è previsto un contributo basato sul numero di componenti del nucleo familiare.

La situazione degli edifici pubblici ha rappresentato sin da subito un punto critico; per quanto riguarda, ad esempio, le scuole, il 17 settembre hanno riaperto, ma 471 edifici avevano subito danni e circa 70 mila studenti hanno dovuto ricominciare in situazioni provvisorie, in tensostrutture o in strutture prefabbricate, altre volte raggiungendo plessi scolastici di zone vicine o altre ancora ospitati in alberghi, palestre e altri spazi adattati alle necessità.

L’altra situazione d’urgenza riguarda le aziende e l’apparato produttivo, che in quest’area trova un concentramento di importanti realtà, ad esempio nel settore biomedicale e nella produzione alimentare. Molte aziende che hanno subìto il crollo dei capannoni hanno trovato ospitalità nelle fabbriche dell’area vicina o hanno condiviso gli spazi dei capannoni rimasti agibili.

Questo terremoto sarà quindi consegnato al purtroppo ricco elenco di disastri che hanno tormentato l’Italia come “il terremoto degli operai” e dei capannoni crollati, così come il terremoto di San Giuliano di Puglia e del Molise, che sta per compiere dieci anni (31 ottobre 2002) è quello dei bambini morti nel crollo della scuola, così come il terremoto dell’Aquila ha assunto come simbolico apice di sventura il crollo della Casa dello Studente di via XX settembre.

Ognuno di questi disastri, e nello specifico i terremoti, ha trovato risposte diverse non tanto nell’organizzazione e nella prontezza dei soccorsi, quanto nell’architettura istituzionale e di governo della gestione dell’emergenza e ancor di più nell’avvio della fase di ricostruzione. In 15 anni, dal terremoto dell’Umbria e delle Marche ad oggi, tutti gli eventi principali hanno avuto storia a sé, sono stati caratterizzati da filosofie di intervento proprie, da un equilibrio di volta in volta diverso tra le principali forze in campo, cioè comunità e istituzioni locali, Regioni, Protezione Civile e Governi nazionali. Nel primo caso (Umbria e Marche 1997) il Governo diede ben presto alla Regione l’incarico di coordinare gli interventi dei comuni; in Molise, quando la gestione commissariale passò alla Regione, il governatore Iorio allargò a dismisura le fasce di danno dirottando le risorse su opere e provvedimenti non collegati alla ricostruzione. L’Aquila ha rappresentato il ritorno a una gestione fortemente centralizzata da parte del Governo e della Protezione civile, con l’azione sinergica di Berlusconi e Bertolaso che ha privato quasi del tutto i sindaci e le popolazioni locali della possibilità di intervenire.

Far trascorrere un po’ di tempo tra lo svolgimento dei fatti e lo studio dei singoli casi aiuterà a capire se questa lettura, qui forzatamente semplificata, sia corretta o meno. Atteniamoci ora all’attualità per cercare di cogliere gli elementi principali che emergono dalla vicenda del terremoto emiliano.

Il 17 maggio, tre giorni prima della scossa del 20, è entrato in vigore il decreto n.59, quello che stabilisce compiti e modalità di intervento della nuova Protezione civile, dopo gli anni in cui alla Protezione civile sono stati affidati compiti e poteri che esulavano dalla sua vocazione originaria (i grandi eventi, ad esempio).

Il decreto stabilisce che la Protezione civile ha potere di ordinanza per venti giorni dopo una calamità

(Tremonti aveva introdotto un passaggio obbligato e una autorizzazione preventiva del ministero dell’Economia prima di stanziare i fondi per l’emergenza) e ha potere di intervento e spesa su operazioni di soccorso, assistenza alle popolazioni e opere per la sicurezza con 50 milioni di euro a disposizione da destinare allo scopo. L’emergenza dura sessanta giorni, prorogabili al massimo di altri quaranta giorni, per un totale massimo di cento giorni, dopo i quali la gestione passa alle amministrazioni ordinarie. Il decreto contiene anche l’accantonamento del principio per il quale lo Stato è tenuto a risarcire integralmente i danni dovuti a disastri e introduce un’assicurazione obbligatoria contro i danni da calamità per le abitazioni private[2].

L’Emilia rappresenta quindi il primo banco di prova di questo decreto, e da più parti è stato fatto notare che in sessanta o al massimo cento giorni non si risolve quasi nulla. Il fondo stabilito per la gestione dell’emergenza è di 50 milioni di euro, che in Emilia sono finiti venti giorni prima della scadenza dello stato di emergenza. Le istituzioni locali in particolare devono imparare in fretta a fare da soli, sotto la guida della Regione, ma ad a oggi i soldi per operare sembrano non esserci, né da parte del governo italiano (tranne i 500 milioni derivanti dalle accise sulla benzina), né dall’Unione Europea (i 670 milioni stanziati arriveranno nei primi mesi del 2013). La cosiddetta congiuntura economica, d’altronde, non è certo quella più adatta a spese e impegni finanziari straordinari. 

Eppure le prime dichiarazioni di alcuni membri del governo, al di là delle cifre annunciate, sollevavano questioni aperte di grande importanza; il ministro dell’ambiente, Clini, dichiarava di voler promuovere un piano nazionale per la difesa del territorio. Per questo sforzo straordinario servirebbero, secondo il ministro, 41 miliardi di euro e 15 anni di tempo[3].

Il ministro Fornero, invece, faceva notare che il crollo dei capannoni e degli edifici sensibili, in altri Paesi, non sarebbe potuto succedere[4].

E’ indubbio che il problema della sicurezza del patrimonio di edilizia pubblica e privata italiana è davvero il principale nemico per la difesa dai rischi naturali e antropici, ma per vari motivi non si è mai agito seriamente per porre rimedio alla questione. Dal terremoto di San Giuliano di Puglia a oggi sono passati dieci anni; tuttavia non si ricordano in questi anni leggi, interventi e impegni di spesa per la messa in sicurezza di scuole, edifici storici e per i fabbricati più datati.

Scorrendo i titoli e le pagine dei giornali delle settimane successive al terremoto emergono, inoltre, polemiche e allarmi sul rischio di nuove scosse e sull’adeguatezza della mappa nazionale del rischio sismico. La zona colpita non risulta, infatti, tra le zone a più alto rischio sismico, anche se storicamente in quell’area si ricordano alcuni terremoti, anche di forte entità, come ad esempio il sisma del 1570 a Ferrara, e in quel caso lo sciame sismico durò diverso tempo[5].

L’annuncio di imminenti scosse di uguale o maggiore entità ha tenuto in allarme la popolazione e messo in difficoltà geologi ed esperti che stavano, nel frattempo, monitorando la situazione, vista anche la relativa novità del fenomeno. Si pone quindi un altro problema, quasi etico: comunicare tutte le informazioni di cui la comunità scientifica è in possesso oppure selezionarle per evitare allarmismi e panico?

Quello che sicuramente emerge è la corsa alla semplificazione, i titoli a effetto e la rapidità frenetica imposta da comunicazione di massa al tempo dei social network, quando un tweet o un hashtag hanno più presa di un approfondimento ragionato. Nel caso del terremoto, la previsione di un evento sismico sta diventando un’ossessione scientificamente infondata, ma sempre evocata. Invece di inventarsi date, previsioni e allarmi su dove e quando sarà il prossimo sisma, sarebbe certamente meglio investire le energie per adeguare le strutture materiali e per educare la popolazione.

Infine, bisogna prestare attenzione al frequente appello alla “retorica della tragedia”, cioè a quella vulgata che sottolinea in maniera strumentale il carattere di una comunità,  la fierezza degli aquilani oppure la laboriosità degli emiliani. Certamente raccontare le esperienze positive di rinascita può essere di incoraggiamento per chi deve ripartire.

Molto spesso, però, questo tipo di narrazione serve a oscurare o mettere in secondo piano l’individuazione delle responsabilità, ad esempio sui palazzi costruiti su una faglia a Pettino, quartiere dell’Aquila, o sui capannoni accartocciati su se stessi in un niente in Emilia e spinge a minimizzare i problemi della ricostruzione e dell’immediato.

Staremo a vedere quale corso prenderà la ricostruzione in Emilia; di certo la seria considerazione dei problemi degli emiliani porterebbe a una più matura consapevolezza della fragilità dell’Italia intera e, forse, a pensare la natura e il territorio come elementi primari e non trascurabili. Al di là delle politiche di lungo periodo, delle azioni di governo nazionali e locali, la prima cellula di Protezione civile è sempre il buonsenso, quello individuale e quello collettivo; per far maturare questa coscienza è fondamentale sostenere e rafforzare i progetti educativi, che già nel nostro Paese sono ben presenti grazie al volontariato, all’associazionismo e a ricercatori e professionisti della prevenzione. Vale anche la pena ricordare di come la prevenzione, oltre a salvare vite umane, potrebbe far risparmiare le ingenti risorse necessarie, ogni volta, per ricostruire dopo un disastro. C’è bisogno, quindi, di agire con continuità in questa direzione, senza aspettare la prossima calamità.



13 giugno 2012

Il terremoto in Emilia (20 e 29 maggio 2012)


Le due scosse del 20 maggio e del 29 maggio, con epicentro nella zona tra le province di Bologna, Modena e Ferrara, hanno causato 23 morti (7 nella prima scossa alle 4 e 03 del 20 maggio, 16 nella scossa delle 9 del 29 maggio); i senzatetto sono circa 14mila, i feriti circa 350. 

Su ORENT e sul sito dell'Osservatorio sul Doposisma potete leggere le rassegne stampa, gli approfondimenti e le riflessioni sul terremoto dell'Emilia.









26 ottobre 2011

Il terremoto in Turchia e i disastri dei ricchi e dei poveri


Sul terremoto di Van (Turchia) del 23 ottobre 2011

l gatto di Van, anche detto Turco van, è una razza di grande taglia, generalmente dal mantello bianco, con la coda colorata di pelo rossiccio e macchie sul capo. Narra la leggenda che quando finì il diluvio universale, Noè non riusciva a controllare l’agitazione degli animali a bordo dell’arca, e due gatti riuscirono a scappare tuffandosi in acqua e nuotando verso la terraferma. I gatti di Van, infatti, sono abili nuotatori.

La città di Van, quindi, prima di ieri a ora di pranzo, era famosa soprattutto per essere la patria di origine di questi felini. Situata nell’area sudest della Turchia, vicino al confine con l’Iran e l’Armenia, questa zona è altamente problematica dal punto di vista geopolitico, perché vicina al teatro delle lotte di rivendicazione del popolo curdo contro il governo turco. Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre, infatti, sono stati uccisi 21 soldati dell’esercito turco come ritorsione per la cattura di diversi attivisti del PKK (il partito indipendentista curdo) e dei bombardamenti nell’area e nel nord dell’Iraq.

Il terremoto, di magnitudo 7.2 Richter, si è verificato ieri, 23 ottobre, alle 13 e 41 locali, con una forte replica (5,6 Richter) dopo circa quindici minuti. Al momento le notizie che giungono dall’area parlano di 270 morti, bilancio che è purtroppo destinato a salire.

Intanto le scosse di assestamento non si placano, rendendo più complicate le operazioni di soccorso ai terremotati. Nella città di Van risiedeva anche una famiglia italiana, originaria della Toscana, che viveva lì da tempo e aveva una piccola attività artigianale; si sono prontamente messi in salvo al momento della scossa.

Tra le tristi analogie, c’è da segnalare il crollo di un ostello destinato ad ospitare studenti universitari nella città di Ercis, come avvenne a L’Aquila nel 2009. Anche il premier turco Erdogan si è recato nell’area per visitare le città colpite, rifiutando tuttavia l’aiuto offerto da molti paesi stranieri, tra cui anche Israele.

Nel 1999 un altro forte terremoto colpì l’area nord ovest del Paese, nei pressi del Mar di Marmara, causando tra i 17mila e i 18mila morti. La penisola anatolica è infatti un’area ad altissimo pericolo sismico per la presenza di numerose faglie.

Di recente è stato pubblicato uno studio, a cura dell’Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena, in cui vengono illustrate in prospettiva comparata le conseguenze dei disastri sotto il profilo macroeconomico in diverse aree del mondo. Lo studio, intitolato “Una scossa al sistema. Come ricominciare”, dimostra come un disastro ha effetti piuttosto simili sulle economie nel breve periodo, ma a fare la differenza sono, nel medio e lungo termine, i precedenti livelli di prodotto interno lordo pro capite e la presenza di istituzioni pubbliche efficienti e non corrotte. Lo studio è stato pubblicato nel rapporto “La fabbrica del terremoto”, a cura dell’Osservatorio Permanente sul Doposisma.


(pubblicato anche qui  e qui)


6 ottobre 2011

L'Irpinia e la fabbrica della memoria

Incollo qui un articolo uscito sul Mattino di ieri, 5 ottobre; si inserisce in un dibattito sui luoghi e gli spazi della memoria. Sembra che ci sia una strana sindrome per la quale si debbano inventare musei della memoria, non si sa poi di che. Invece le cose già si sono, basta vederle e metterle in connessione tra loro.
Buona lettura.




L'Irpinia e le fabbriche della memoria

Stefano Ventura

Da due anni è in attività un Osservatorio Permanente sul Doposisma. Ha sede a Pertosa e Auletta, in provincia di Salerno, ed è nato per iniziativa della Fondazione MIDA (Musei integrati dell'Ambiente). E' diretto dal giornalista Antonello Caporale e raccoglie le iniziative e il lavoro di giovani ricercatori, giornalisti, videomaker, organizzatori di eventi. L'idea è quella di produrre ricerche e dossier, con cadenza annuale, che possano stimolare riflessione e dibattito. L'anno scorso abbiamo studiato le emergenze più recenti della storia italiana in chiave comparata, partendo dal terremoto del 1980 per arrivare a quello dell'Abruzzo, raccontando con cifre e storie quali sono stati i criteri e i risultati ottenuti nella gestione della fase immediatamente successiva ai terremoti.Quest'anno abbiamo analizzato “la fabbrica del terremoto”, grazie al contributo dell'Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena. Partendo dal contesto internazionale, si è voluto analizzare in chiave economica quali fattori condizionano in positivo o in negativo i territori colpiti da disastri. La ricerca è stata poi integrata da un bilancio sul piano di sviluppo industriale successivo al terremoto del 1980, con tanto di dati aggiornati sul numero di addetti e sulle aziende ancora oggi attive nelle aree industriali della 219 e illustrando non solo le promesse mancate ma anche alcuni casi di industrie che mantengono la loro produttività e offrono ancora un'opportunità ai lavoratori irpini e lucani. 
Abbiamo però anche indagato, grazie al lavoro di una giovane antropologa, Teresa Caruso, come si è ricostruita una comunità (quella di Caposele) dopo trent'anni di doposisma. Queste ricerche sono state presentate a fine agosto nel corso del Festival “Sentimento dei Luoghi” che ha visto la partecipazione di quattro presidenti di Regione (Campania, Friuli, Umbria e Basilicata), scrittori, giornalisti e studiosi. La nostra attività si sostiene con un budget molto limitato, grazie ai fondi della Fondazione MIDA, ma questo non toglie certo valore alle ricerche e alle nostre varie attività (mostre, documentari, web). 
Anche il contatto con le istituzioni è faticoso e richiede un impegno di stimolo continuo. Ma quello di cui sentiamo davvero la mancanza è il dialogo con chi come noi fa dell'iniziativa culturale e civica la sua missione e agisce in territori a noi vicini. In provincia di Avellino ci sono diversi progetti realmente realizzati nel corso degli anni; penso al museo etnografico di Aquilonia, al Centro di documentazione sulla Poesia del Sud e al Museo diocesano di Nusco, al museo del lavoro di San Potito, il museo irpino del Risorgimento da poco aperto al Carcere Borbonico, ma anche a nuovi centri di iniziativa e proposta come Officina Solidale in Alta Irpinia o all' Home Festival Irpinia d'Oriente curato dalla Scuola Holden nei giorni scorsi, e mi perdoneranno quelli che non ho citato solo per questioni di brevità.
Tutti questi poli sembrano tanti buoni musicisti che suonano benissimo il proprio spartito, ma che non riescono a suonare da orchestra. Ogni appuntamento, ogni inaugurazione di un nuovo spazio della cultura, ogni progetto sembra essere incapace di dialogare con gli altri, costruire collaborazioni e sinergie che rafforzerebbero a vicenda. Proprio il terremoto, un evento che accomuna tanti comuni di questa provincia, ha dimostrato questo limite in occasione del trentennale; tante iniziative di commemorazione e approfondimento, anche simili se non identiche, in tanti posti diversi e con tante forme organizzative, ma nessuna regia, nessun dialogo tra gli attori in campo, e quindi tanta confusione. In occasione dell'anniversario dei bombardamenti su Avellino del 1943 sono tornate in circolazione alcune idee sulla costruzione di un museo della memoria, dove archiviare e conservare materiale documentario utile poi alla divulgazione. 
E' un'idea, quella dei musei, degli archivi o delle case della memoria, che è già circolata su altri temi come il terremoto o l'emigrazione. Credo, tuttavia, che si potrebbe partire più banalmente da quello che già c'è, quelle realtà che citavo prima, e creare una rete formata da tanti diversi poli, ognuno autonomo e indipendente ma che fa sponda e si relaziona agli altri. Questo progetto dovrebbe avere un respiro regionale e raccogliere le realtà esistenti per poi crearne altre. Si potrebbe partire semplicemente dalla costruzione di uno spazio web che faccia da vetrina e contenitore delle iniziative, con un calendario regionale di eventi che non si danneggino a vicenda.Sul tema della Seconda guerra mondiale, ad esempio, Avellino potrebbe avere uno spazio che parta dal bombardamento del 14 settembre 1943 per inserirsi in un “parco della memoria” regionale che racconti le varie stragi, battaglie ed eventi accaduti in quel periodo. Anche quest'idea c'è già e va solo messa in rete. La stessa cosa potrebbe essere fatta sul terremoto, e il nostro Osservatorio in provincia di Salerno potrebbe dialogare con altri spazi che ricordino il terremoto in Alta Irpinia e con i dipartimenti universitari che a Napoli studiano alcuni aspetti del doposisma. Stessa cosa potrebbe essere fatta sull'emigrazione, sul cinema, sul lavoro e così via.Certamente risulta difficile parlare di iniziative culturali in tempi in cui la crisi economica si fa sentire duramente per sempre più famiglie. Ma molte volte l'ingegno e l'originalità, insieme alla passione nel fare quello per cui siamo portati, possono sopperire alla mancanza di fondi. Sarebbe bello che queste realtà inizino a suonare lo stesso spartito, come una vera orchestra.


4 novembre 2010

Trentennale, le anticipazioni

Sul blog terremoto irpinia c’è un elenco di alcuni degli appuntamenti che si svolgeranno nei prossimi giorni per commemorare i 30 anni dal terremoto del 1980.

Il 15 novembre presenterò al circolo della stampa di Avellino (Corso Vittorio Emanuele, ore 17 e 30) il mio libro sul terremoto. Si intitola “Non sembrava novembre quella sera” (Mephite). Appena sarà uscito pubblicherò una pagina web con una scheda descrittiva e le informazioni su dove trovarlo e come acquistarlo su internet.

Domenica parlerò del libro alla trasmissione Zazà su Radio3 (ore 16)



Una foto dal reportage di Dodici


Segnalo qualche collegamento ai programmi di alcuni convegni, a dossier di riviste e magazine e a siti di approfondimento.

La Memoria delle catastrofi (convegno internazionale, Napoli,25 e 26 novembre)

L’Italia che trema (Salerno, 20-27 novembre)

Terremoto 80. Ricostruzione e sviluppo (Istituto Nazionale di Urbanistica, Fisciano, 23 e 24 novembre)

Ambiente, rischio sismico e prevenzione nella storia italiana, Siena, 2 dicembre 2010


Il dossier di Altreconomia

Il dossier di Dodici magazine



4 agosto 2010

Le industrie del dopoterremoto

Metto qui un articolo uscito sulla mia rubrica nel nuovo numero di Nuovo Millennio, il giornale che i ragazzi del Forum e il direttore Pasquale Chirico pubblicano non senza sforzi e sacrifici. In questo numero si parla delle fabbriche della 219, un tema cruciale della ricostruzione post sisma. Si spera che in occasione del prossimo 30ennale si possano avere dei dati più aggiornati su quanti addetti lavorano, dopo la crisi degli ultimi anni, nelle aree industriali delle province di Salerno, Avellino e Potenza.

Per abbonarvi al giornale andate sul sito del Forum dei giovani oppure scrivete a forumteora@libero.it

Tra i segni più evidenti di questi 30 anni di dopo terremoto sicuramente hanno un posto di rilievo le venti aree industriali che con la legge 219 sono state installate nelle zone interne di Campania e Basilicata. Infatti, la legge per la ricostruzione delle zone terremotate aveva come obiettivo anche lo sviluppo di queste stesse zone, da sempre tra le più povere del Meridione e segnate da altissimi indici di emigrazione. Oggi, di quel piano di sviluppo, restano sicuramente alcune aziende e qualche posto di lavoro, ma rispetto allo sforzo economico sostenuto dallo Stato e agli obiettivi che erano stati prefissati, sicuramente la situazione attuale è al di sotto delle previsioni e l’industria irpina affronta un periodo di profondo disagio. Facciamo, però, un passo indietro e cerchiamo di mostrare la genesi e gli episodi che hanno contraddistinto la storia dell’industrializzazione dopo il terremoto.

Come già accennato, la legge 219 aveva un capitolo apposito, contenuto nell’articolo 32, per programmare lo sviluppo delle aree terremotate; questo obiettivo incontrava il parere favorevole di tutte le forze parlamentari, anche se sulle linee specifiche le opinioni divergevano. La legge quindi prevedeva la realizzazione di venti nuove aree industriali nelle provincie di Avellino (12), Salerno (3) e Potenza (5); le nuove aziende sarebbero dovute essere 228 e circa 13 mila i posti di lavoro da creare.
I primi problemi sorsero nell’individuazione dei comuni dove queste aree industriali dovevano sorgere e lì le questioni di campanile e l’influenza dei referenti politici locali e nazionali furono determinanti. Il criterio enunciato era quello di localizzare le aree in posti logisticamente favorevoli, lungo le rive dell’Ofanto, del Sele e del Basento e in corrispondenza delle arterie di comunicazione ferroviaria e stradale. Proprio l’apertura di queste aree industriali indirizzò sulle opere infrastrutturali ingenti fondi statali, che hanno portato alla costruzione della fondovalle Sele e dell’Ofantina/bis, così come il potenziamento del raccordo Sicignano - Potenza. Invece, le linee ferroviarie, che in molti casi si sviluppavano lungo le stesse direttrici (la principale è la linea Avellino - Rocchetta Sant’Antonio), non hanno ricevuto uguale attenzione e sono state ridimensionate nel corso del tempo.
Inoltre, l’occupazione di ampi spazi pianeggianti in prossimità dei fiumi ha comportato un enorme impatto dal punto di vista ambientale, influendo sul paesaggio e anche sull’inquinamento delle falde e del terreno.
Sulle linee di intervento e sui settori strategici su cui investire per creare uno sviluppo legato al territorio si era espresso un illustre studioso di problemi meridionali, Manlio Rossi Doria, già nei primi mesi dopo il terremoto, con un saggio pubblicato dal centro studi della facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, con sede a Portici. Rossi Doria e i suoi collaboratori, dopo aver suddiviso l’intera area terremotata in base alle diverse caratteristiche agricole e produttive, suggerivano di rilanciare e modernizzare il tessuto produttivo, agricolo in particolare, già esistente, di riconvertire alcune aziende in funzione dei bisogni della ricostruzione, puntando decisamente sulla modernità tecnologia e su livelli avanzati di sperimentazione.
La lettura dei dati sui settori produttivi in questi trent’anni sembra dare ragione a Rossi Doria: il settore che non ha mai subìto crolli è quello della trasformazione dei prodotti agricoli, che raggiunge vette d’eccellenza in prodotti quali il tartufo nero di Bagnoli Irpino, le castagne di Montella e il caciocavallo podolico di Carmasciano; l’altro settore in costante crescita è quello del vino, con le produzioni di Taurasi, Falanghina e Fiano di Avellino, oltre all’intramontabile Aglianico.
Fu avviato, sin dai primi anni del dopo terremoto, una procedura di individuazione e selezione delle aziende da insediare e alla fine del procedimento furono ammesse 228 aziende; tra queste figuravano grandi nomi dell’imprenditoria nazionale, come la Parmalat, la Ferrero, la Zuegg, Finmeccanica e altre aziende del gruppo Fiat. Nel 2005, di queste 228 aziende ne rimanevano in produzione 142 (circa il 60%) e dei circa 13mila nuovi assunti previsti, nell’ottobre del 2000 lavoravano 6997 persone. I finanziamenti che lo Stato aveva stanziato per questo progetto industriale, fino al 2000, ammontavano a 2882 miliardi di lire, vale a dire 412 milioni per ogni posto di lavoro creato.
L’attualità restituisce una situazione allarmante in Irpinia, soprattutto in seguito alla crisi finanziaria che ha investito i mercati globali. Molte aziende hanno chiuso i battenti e licenziato i propri lavoratori, alcuni per mancanza di commesse, altri per scelta industriale, hanno cioè preferito delocalizzare le proprie fabbriche in posti dove il costo del lavoro è minore e hanno portato lì la produzione e i macchinari, molte volte comprati grazie agli aiuti dello Stato per la ricostruzione. Nel 2009 i tagli all’occupazione hanno raggiunto le 13300 unità, con circa 80mila lavoratori inseriti negli elenchi di disoccupazione dei centri per l’impiego; numeri purtroppo altissimi, che, se uniti a quelli che caratterizzano l’emigrazione, non lasciano spazio all’ottimismo. Anche una delle realtà produttive più importanti, la FMA di Pratola Serra, che produce i motori per la FIAT, sta affrontando una trattativa tra lavoratori e proprietà per scongiurare il pericolo di licenziamenti e dismissioni. Nelle aree industriali più vicine a noi è recente la vicenda della Bitron Sud, che qualche anno fa ha lasciato l’area industriale di Morra de Sanctis, e quella della Sivis di Conza della Campania che, pur non avendo difficoltà nel reperire commesse e non avendo mai fatto ricorso alla cassa integrazione, ha deciso di chiudere all’improvviso; in queste due aziende erano impiegati diversi lavoratori teoresi.
Anche se è facile fare considerazioni a posteriori sull’esperienza industriale successiva al terremoto, a mio parere sono diversi gli errori interpretativi e strategici commessi. Sulle scelte di settore che hanno interessato la produzione industriale si è già detto; l’industria pesante e la creazione di industrie dell’indotto, le prime ad essere in difficoltà in tempo di crisi, ha penalizzato quei settori più direttamente legati al locale. Inoltre, l’imprenditorialità irpina si è dimostrata sempre troppo vincolata alle logiche politiche, che ne hanno indirizzato scelte e percorsi, in particolare nel campo delle assunzioni, senza lasciare alla classe imprenditoriale la libertà di scelta e di azione. Questo è un marchio di fabbrica che questo processo si è portato dietro sin dalla nascita.
E’ mancato del tutto un percorso formativo che creasse una classe imprenditoriale locale, che probabilmente avrebbe legato in modo stretto i risultati al territorio, mentre gli imprenditori venuti dall’esterno hanno dimostrato poco interesse al destino di queste zone. Su questo aspetto va citato un tentativo parallelo, nato negli anni in cui i volontari erano ancora presenti nei paesi terremotati, e cioè l’esperienza cooperativa, che tentò di formare alcune figure professionali e dirigenti nel settore della cultura, dell’artigianato e dell’edilizia e del turismo. I fondi statali destinati a sostenere questo progetto furono molto pochi (solo 100 miliardi rispetto ai 60mila totali destinati alla ricostruzione) e di quella esperienza è rimasto ben poco; però, soprattutto nell’artigianato, una serie di scelte diverse e un maggior sostegno avrebbe permesso ad un settore storico della nostra terra di sopravvivere e di reinventarsi, grazie a percorsi formativi specifici e a reti di promozione e sostegno istituzionali e culturali; inoltre, costruendo alcune realtà artigianali nei singoli paesi, si sarebbero favorite le forze imprenditoriali locali. Qui subentra un discorso di mentalità, però; molte volte i giovani dell’area hanno preferito e aspettato l’assunzione in fabbrica, che comportava meno rischi e meno pensieri, rispetto al coraggio di una scelta imprenditoriale in autonomia.
In sostanza, la lezione che ci deve far riflettere è quella di saper coniugare la modernità e la tradizione, legandosi al territorio per rivolgersi allo scenario sempre più globale, e per far questo hanno sicuramente un ruolo chiave le tecnologie e la scuola.

 


27 luglio 2010

Una notte in Italia, mostra su Irpinia e Abruzzo

Una Notte in Italia
Irpinia • L'Aquila: istantanee da un dopo sisma

 

Il 31 luglio 2010 sarà inaugurata la mostra fotografica “Una notte in Italia. Irpinia-L’Aquila, istantanee da un dopo sisma”. La mostra sarà collocata presso i locali del palazzo Jesus ad Auletta (Salerno) e sarà visitabile fino a dicembre 2010.

La mostra contiene immagini di due fotografi di fama nazionale, Francesco Fantini e Daniele Lanci, che hanno cercato di catturare dettagli e testimonianze di due territori devastati da due terremoti, in due epoche diverse.

La mostra si inserisce nelle attività promosse dall’Osservatorio permanente sul Doposisma, promosso dalla Fondazione Mida e diretto da Antonello Caporale.


8 gennaio 2010

Qualcosa si muove

DOMANI A GROTTAMINARDA SI SVOLGERA' IL PRIMO SEMINARIO DI PAESOLOGIA.





INTANTO SU FACEBOOK NASCE UN GRUPPO DI PERSONE CHE PENSA AL TRENTENNALE DEL TERREMOTO.





(cliccate sulle immagini per maggiori informazioni)


20 dicembre 2009

Terremoto, 30ennale, questioni aperte



In questa intensa settimana ho partecipato a due seminari-convegni che avevano per tema il terremoto. Due situazioni diverse con platee, contesti, argomenti e obiettivi diversi.

Il primo workshop era organizzato dal Dipartimento dove ho frequentato il mio dottorato, il DiGips e il Centro di Ricerca del CISCAM, in collaborazione con l’Università di Perugia e la Società Italiana di Studi Geografici. Il tema era quello degli eventi naturali, con particolare attenzione alle implicazioni narrative della storia, la protezione civile, le tematiche geografiche e anche quelle della psicologia sociale e collettiva.

Per quanto mi riguarda ho cercato di spiegare quali sono stati i miei studi negli ultimi anni sul terremoto in Irpinia. Grazie alla natura interdisciplinare e alla partecipazione di alcuni ricercatori della facoltà di Scienze, che hanno operato alla microzonazione sismica in diversi contesti, il dibattito che si è avuto a margine del convegno ha sollevato diverse questioni che verrano poi affrontate in un convegno a Narni per la prossima primavera. Particolarmente stimolanti gli interventi della prof.ssa Loda, che ha evidenziato come le ricostruzioni post-sismiche siano sempre il frutto di mediazioni e rinegoziazioni tra alto e basso, saranno poi i risultati a dire quanto questa mediazione è stata fruttuosa; come quello del prof. Albarello, che ha sottolineato che i terremoti non sono altro che eventi naturali e sono i sistemi antropici a fare i morti, sottolinenando come la prevenzione e non la previsione dei disastri sia la strada maestra da seguire.

Il 19 dicembre, a Sant’Angelo, presso la sede del CIMA, si è tenuta una giornata di intense attività che hanno avuto come tema centrale l’Analisi e la mitigazione del rischio.  Nell’occasione è stato presentato il progetto per la realizzazione di una mostra permanente per il terremoto del 1980, idea promossa dal CIMA e supportata dal Mattino. Il progetto prevede, oltre alla realizzazione di una mostra, una collaborazione tra i comuni del cratere (inizialmente 7) per creare vari centri di attività con vari argomenti (uno per comune) che nel corso del 2010 porti a varie iniziative. Per quanto mi riguarda ho ribadito l’idea che lanciammo, insieme a Paolo Saggese e al comune di Torella, nel 2006 e cioè una serie di luoghi che possano fornire gli strumenti per tutelare e conservare la/le memorie del sisma. La speranza è che non sia un progetto autoreferenziale e che non prevalgano i campanilismi, ma si punti ad una operazione culturale che ci faccia fare i conti con questi 30 anni di doposisma.

Il 30ennale si sta configurando come un assalto alla diligenza, per di più in un periodo di vacche magre. Sono diversi i progetti e le vetrine, alcune interessanti, altri fittizzi. Le narrazioni della memoria non saranno di certo univoche, c’è il rischio che le comunità più colpite vivano come un fastidio il fatto di dover ripercorre anni di luce ed ombre, di promesse e fallimenti, di emigrazione ripresa e di lavoro che non c’è (in Irpinia, per inciso, si sono persi circa 9mila posti dilavoro a causa della crisi, cioè gli abitanti di Lioni e Teora insieme, per intenderci).

Segnalo che recentemente un giovane storico, Marcello Anselmo, ha curato un audiodocumetario per Radio3 (La Malanotte, le puntate sono disponibili in podcast sul sito).

Per quanto mi riguarda, si tratterà di ritagliarmi uno spazio in questo mare magnum. Sono più di 5 anni che quotidianamente mi occupo di questo tema, ho diverso materiale da poter pubblicare e spero di poterlofare. Resta una stella polare per chi come me si occupa di conseguenze storico-sociali di una catastrofe; al di là dei condizionamenti e degli interessi, l’obiettivo deve essere uno, quello di  raccontare la verità.


22 novembre 2009

Sisma '80, la memoria dei rassegnati

In questo 29esimo anniversario del sisma, anno dispari, le commemorazioni saranno inevitabilmente in tono minore, in vista del prossimo 30ennale. Io che mi occupo quotidianamente di questo tema, voglio contribuire con un pezzo che racconta gli attimi della tragedia attraverso le parole di chi visse quei momenti e perse persone care. Sono testimonianze di gente comune, di persone di età diversa e che avevano ruoli diversi nella propria comunità. Il testo è un sunto di un saggio ben più corposo uscito su Italia Contemporanea nel 2006. Prego quindi chiunque voglia prendere spunto da questo testo di citare la fonte.
Le riflessioni da fare sui meccanismi della commemorazione, sulle diverse modalità di ricordare il 23 novembre 1980, sulla relazione tra il nostro sisma e l'opinione pubblica nazionale, soprattutto dopo il terremoto dell'Abruzzo, sarebbero tante e sono già state affrontate su questo blog. Ci sarebbe tanto da fare, nelle nostre comunità, per raccontare la verità dei fatti di questi 29 anni.




Nei racconti sentiti molte volte e da tante voci diverse, comprese le fonti scritte che hanno narrato di quella sera di novembre che sconvolse la vita di molte persone, c’è un elemento ricorrente, un elemento climatico. Tutti i racconti descrivono la giornata del 23 novembre, una domenica, facendo riferimento alla mitezza dell’aria novembrina. Quella calma dell’aria veniva associata, in questi racconti, ad un presagio di sventura, un ribollire delle viscere della terra che nascondevano qualcosa. La forza con cui la terra tremò alle 19 e 34 del 23 novembre 1980 fece sì che quel presagio di sventura si tramutasse in realtà. La scossa raggiunse un’intensità tra il decimo e l’undicesimo grado della scala Mercalli, i morti furono 2.914, i feriti 8.850 e circa 400.000 i senzatetto.

L’Irpinia è una zona altamente sismica e nel Novecento erano già avvenuti due terremoti, uno nel 1930 e l’altro nel 1962. Nessuno di questi, però, aveva assunto le dimensioni con cui si presentò nel 1980. Il danno fu ampliato dalle condizioni fatiscenti delle abitazioni, case in pietra nei centri abitati e abitazioni rurali alquanto povere per gli alloggi dei contadini. L’alto pericolo sismico e due terremoti a distanza di poco più di trent’anni non avevano permesso all’Irpinia e alla Basilicata del Nord di risolvere il problema della fatiscenza del patrimonio edilizio.  

La cronaca del terremoto non può prescindere dai racconti di chi quei minuti li ha vissuti. I morti, i feriti e le persone intrappolate sotto le macerie erano il segno tangibile e senza appello della ferocia del sisma. Ora che alcuni processi storici innescati dal sisma possono considerarsi conclusi e la distanza temporale inizia ad essere cospicua acquista quindi particolare importanza la memoria, sia intesa come semplice ricordo personale che intesa in maniera più ampia. Raccontare la dimensione di una sofferenza estrema è sempre difficile, ma l’uso del racconto orale è particolarmente efficace perché permette di esprimere una gamma di sentimenti che il testo scritto non è in grado di restituire. Ecco perché il racconto dei sopravvissuti a quella calamità, così come i racconti della Shoah, degli stupri di massa e dei bombardamenti, acquista un valore diverso se recuperato con gli strumenti della storia orale.

Riporto alcuni stralci in cui gli intervistati raccontano quella domenica sera le azioni quotidiane, i propri microcosmi catapultandoci nella realtà dell’Irpinia di allora, e di Teora in particolare, in una sera di novembre del 1980.


Avevo nove anni e mezzo. La sera del 23 novembre stavo studiando storia (allora frequentavo la scuola elementare) nella cucina di casa, al terzo piano di uno stabile, che apparteneva alla mia famiglia ed era stato restaurato nel 1978. Ero con mio nonno e mia nonna. Vidi saltare in aria il libricino che avevo davanti e si sentì un boato fortissimo. Quando mia nonna si accorse della cosa, ci spinse fuori e, sebbene fosse notte, si vedeva benissimo grazie a una luna spaventosamente grande. Casa nostra fu investita da massi e macerie provenienti da altre abitazioni. Mi misi le mani in testa, dopo essere stato sbalzato dalla sedia, e mi riparai sotto il camino. Sentii un forte dolore alla mano, poiché un masso mi cadde sulla testa, mentre io la proteggevo con le mani. Sentivo solo il freddo del sangue che scorreva sulle mani. Passati alcuni minuti sentii mia nonna che ci chiamava a gran voce e con mio nonno riuscimmo a uscire dalla parte di casa nostra che dava sulla strada. Trovammo mia zia con le mie tre cugine. Mia madre era da alcune vicine a fare la pasta a mano. Mia nonna spostò con furia inaudita un motocarro che ostruiva le possibili ricerche tra le macerie, poi chiese alle due signore dove fosse mia madre, ma loro furono evasive, fin quando i miei zii si misero a scavare in modo forsennato. Mia zia, nel frattempo, ci fece spostare, e lungo la via Nazionale ci incamminammo per raggiungere il centro del paese. Mio padre era al bar; era riuscito ad uscire prima che crollasse e si era portato al centro della piazza per non essere colpito dalle macerie dei palazzi. Aveva poi trascinato con sé un signore anziano e si erano diretti insieme verso Tarantino. Ci toccò una macchina come primo rifugio, e nel frattempo mi medicarono la ferita alla mano. Poi arrivò mio zio che ci disse, piangendo, che mia madre era morta.

 

In questo racconto è molto indicativo il fatto di ricordarsi addirittura quale materia si stava studiando quella sera. Un altro ragazzo di Teora, quella domenica sera, aveva scelto un diversivo.

 

Ero in un locale e stavo consumando un Campari vicino al banco del bar. Al momento della scossa mi sembrò che il pavimento si alzasse di un metro. Persi i miei occhiali; l’ingresso era alla mia sinistra, poi c’era un atrio, e prima di cercare l’uscita riuscii a trovare gli occhiali. Trovai la proprietaria e dissi, inveendo contro di lei: “Perché le bombole del gas non le tenete fuori dal locale?”; infatti, la prima impressione era che lo scoppio fosse dovuto all’esplosione di una bombola del gas. Nel frattempo sopraggiunse la seconda scossa, ancora più forte. Usciti dalla discoteca cercai e, per fortuna trovai, gli altri due della comitiva. Comunque la discoteca non cadde.

Recuperammo la nostra automobile per far ritorno verso casa; dopo 500 metri, andando verso la zona di san Bernardino, verso il centro di Lioni, trovammo il passaggio ostruito dalle case in poltiglia. Decidemmo di fare il giro da Sant’Angelo e sulla strada trovammo due persone che ci dissero: “Sant’Angelo è tutta distrutta”; erano al terzo piano dell’ospedale e si erano ritrovati al piano terra. Il terreno si era staccato dai piloni dei ponti, la gente per poter passare ricomponeva come un puzzle i pezzi d’asfalto che erano saltati. La mia casa era stata rinnovata da due-tre anni, quindi speravamo tenesse e restasse in piedi. D’altronde, Teora era poggiata sul tufo. Erano ormai le undici di sera. Pensai bene poi di raggiungere casa mia, dove trovai i miei parenti in lacrime che ci credevano morti. A casa mia vidi che la scalinata interna si era aperta e arrivava a mostrare la cantina sottostante.

 

L’allora parroco di Teora ci restituisce un’altra testimonianza della forza sconvolgente del terremoto.

 

Mi trovavo a Morra de Sanctis e stavo preparando alcuni canti natalizi insieme alla parrocchia di Morra. Dopo la scossa pensai subito di dirigermi verso Teora. Le strade di collegamento erano impraticabili, quindi cercai di raggiungere Teora attraverso le strade interpoderali. Ci riuscii; arrivato a Teora trovai un ragazzo di 16 anni, a cui chiesi le prime informazioni. Salii verso piazza Castello; da lì si sentivano in modo distinto i lamenti; invece, verso Arret i Santi, regnava un silenzio tombale. La mia impressione era che fossero morti tutti. Trovai un corpo già avvolto in un lenzuolo. Arrivai a Tarantino, dove era stato utilizzato un pulmino per il trasporto scolastico per ricoverare gli anziani. Non ci si rendeva conto della reale gravità della situazione. Il sindaco era fuori Teora. La gente trovò riparo nelle automobili. Il corso era inaccessibile, una muraglia di calcinacci. Al chiaro di luna si vedeva che non c’era più niente. Da via Monte si vedeva direttamente Lioni, quando prima le case ti ostruivano la vista. Sopra la Chiesa si propagavano le fiamme di una casa.

 

Ecco un’altra testimonianza di una casalinga teorese che in quella sera di novembre perse una figlia.

 

Quella domenica sera ero in casa, accanto al camino, e lavoravo all’uncinetto, nella casa dove vivevo con due figli, un ragazzo di 15 e una ragazza di 13 anni. Era una costruzione abbastanza vecchia, costruita molti anni prima e situata nella parte centrale di Teora. Il pomeriggio lo avevo passato in campagna. Nel tardo pomeriggio ero andata a richiamare mia figlia in piazza per riportala a casa, visto che aveva da fare i compiti e tardava a rientrare. Era una cosa che non avevo mai fatto prima. Però un’amica di mia figlia la venne a chiamare nuovamente e lei uscì per un’altra passeggiata per le vie del paese. Ad un certo punto iniziò a tremare la terra: tentai di scappare, ma rimasi imprigionata nel crollo delle mura e di quei secondi ricordo solo il buio. Fortunatamente un vicino di casa riuscì a liberarmi dalla morsa delle pietre e raggiunsi gli altri sopravvissuti nella piazza di Teora, dove fui anche medicata per la vistosa ferita alla fronte che avevo riportato. Intanto incontrai mio figlio, che era rimasto illeso. Il mattino seguente mi incamminai verso casa, alla ricerca di Teresa, ma il parroco mi fermò chiedendomi dove stessi andando. Gli risposi che andavo a cercare mia figlia. Mi rispose che era inutile perché Teresa era morta, schiacciata dal crollo di un balcone lungo il corso. Fui trasportata all’ospedale d’Oliveto Citra per altre medicazioni, ma volevo tornare a Teora per poter vedere il corpo di mia figlia.

 

Queste testimonianze, raccolte direttamente dalla voce dei sopravvissuti, non hanno certo la pretesa di dare informazioni storiche esaustive; vanno lette più nell’ottica della commemorazione e del ricordo; però, attraverso operazioni di questo tipo, compiute in maniera seria e rigorosa, si potrebbe favorire il recupero della memoria dei singoli ma anche delle comunità, in modo tale da salvare dall’oblio un pezzo così importante di storia irpina. Il tentativo di ricostruzione di una memoria collettiva e individuale, insomma, può rappresentare un primo elemento su cui basare la scrittura quanto più possibile corale, ma non per questo omogenea e semplicistica, del terremoto.

 

 

NOTA BENE: Questo lavoro riprende e rielabora due miei lavori precedenti: la mia tesi di laurea in Storia dal titolo “Irpinia 1980-1992: storia e memoria del terremoto” (Università di Siena relatore il prof. Santomassimo) e un saggio apparso sul numero 143 di Italia contemporanea (giugno 2006) dal titolo “Il terremoto dell’Irpinia: storiografia e memoria”.

                                                                        

                                    

(Tutti i diritti di riproduzione sono riservati. I trasgressori verranno puniti a norma di legge).

 

 

Stefano Ventura



22 ottobre 2009

I terremotati di Giovanni Iozzoli

Segnalo un testo sul terremoto del 1980; si tratta di una narrazione corale attraverso una serie di storie personali, per raccontare quello che è venuto dopo quel sisma attraverso le voci di gente comune.






Qui una recensione del libro.

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