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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


23 novembre 2012

32esimo



Gli anniversari vanno sempre rispettati, specie se per molte comunità e per molte persone sono momenti in cui si corre con la mente a un evento luttuoso e tragico, il terremoto del 23 novembre 1980.

Le date da ricordare sono utili anche a guardare indietro e rendersi conto del cammino fatto, ma anche a fare una pausa per capire se il presente è realmente quello che ci aspettavamo e quale prospettiva di futuro si delinea all’ orizzonte.

Per i 36 comuni nei quali i danni furono disastrosi, e dove morirono circa tremila persone, il 23 novembre è ancora una ferita aperta, e 32 anni non sono bastati a ricucirla e a lenire il dolore.

Per l’Italia delle polemiche e dell’opinione pubblica alimentata a dovere dai media il terremoto dell’Irpinia significa ancora oggi scandalo, enorme spreco di denaro, ruberie e quei centesimi che ancora vengono pagati sull’ accisa sulla benzina.

E’ quello che è stato ricordato qualche mese fa in qualche servizio televisivo e giornalistico, quando il CIPE ha ripartito tra i comuni terremotati 33,4  milioni di euro per il completamento di opere e progetti collegati alla ricostruzione in Campania e Basilicata. Questi erano fondi decisi dalla finanziaria del 2007 e nel 2010 era stato formalizzato il decreto ministeriale, ma ancora non erano stati ripartiti tra i comuni per la realizzazione delle opere.

Alla notizia, su molti siti e su qualche giornale sono uscite parole di condanna e sdegno per l’ennesimo scandalo targato Irpinia, e ancor di più le polemiche si sono fatte sentire dopo il terremoto in Emilia, soprattutto per iniziativa della Lega Nord.

Sicuramente  tutto il capitolo di spesa direttamente o indirettamente al terremoto e alla ricostruzione ha rappresentato una pagina difficilmente ripetibile per la quantità di denaro impiegata (più di 32 miliardi di euro) e per i tempi nei quali la ricostruzione è avvenuta.

Ma la memoria pubblica deve anche contemplare quei tremila morti dei paesi dell’Appennino, che abitavano in piccoli centri inadatti a sopportare una scossa così violenta (6.9 scala Richter) e che, per di più, dovettero aspettare tantissime ore prima di veder arrivare i soccorsi.

Una novità che si può cogliere, quando si parla di rischio sismico o dissesto idrogeologico, è il fatto che si sta parlando sempre più diffusamente di prevenzione, di piani complessivi per evitare che la prossima catastrofe ponga in pericolo l’incolumità di chi vive in territori a rischio.  Si vedrà se alle buone intenzioni seguiranno azioni concrete, investimenti e progetti.

I dati dicono che il 36% dei comuni italiani è a rischio sismico e il 58% della superficie del paese è a rischio frana o alluvione. Dal 1944 al 2012, si è speso circa 3,5 miliardi di euro di media annua per i danni provocati da terremoti, alluvioni e frane ( sono i dati del rapporto ANCE sullo Stato del territorio italiano).

Nell’ultimo anno, dall’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e la Lunigiana qualche giorno prima, fino alla sentenza sulla commissione Grandi Rischi a l’Aquila, passando per il terremoto in Emilia e a quello del 26 ottobre scorso sul Pollino, il problema di come fronteggiare e, se possibile, evitare i pericoli derivanti dai disastri è diventato di attualità e fatto comprendere che sono diversi i nodi da sciogliere.

Ad esempio, i comuni devono predisporre i piani di protezione civile, divulgarli, fare esercitazioni e lavorare affinchè funzionino. Quanti sono i comuni italiani che su questo aspetto sono pienamente in regola?

L’anniversario del 23 novembre 1980 serve a discutere, ancora una volta, di prevenzione, di azione comune tra chi opera per quella che una volta si chiamava “pubblica incolumità” e oggi protezione civile.

Stefano Ventura

anche su www.osservatoriosuldoposisma.com



16 ottobre 2012

Il terremoto degli operai

Segnalo una mia riflessione, e le altre che la accompagnano, sul terremoto in Emilia.
L'originale la trovate su Lavoro culturale, nella nuova serie di Sismografie.


Il terremoto degli operai e la sfida della prevenzione

 Stefano Ventura

Le scosse che hanno interessato l’Emilia Romagna e parte della Lombardia e del Veneto a partire dal 20 maggio scorso hanno provocato sette vittime il 20 maggio (ore 4 e04, magnitudo 5.9 ), e venti vittime il 29 maggio (ore 9, magnitudo 5.8). Un’altra scossa di forte entità (5.2 scala Richter) è stata registrata il 3 giugno (ore 21 e 20), e lo sciame sismico ha tenuto in allarme le aree e le popolazioni terremotate per diversi giorni e con moltissime scosse di minore magnitudo.

I comuni più colpiti sono stati San Felice sul Panaro, Mirandola, Finale Emilia, Cavezzo e Novi. Sono state allestite dalla Protezione civile ventotto aree per la prima sistemazione dei circa 15 mila sfollati, gestite dalle forze del volontariato. In Emilia-Romagna al 25 settembre sono 4.412 le persone assistite. Tra questi, 2.897 sono ospitati nelle aree di accoglienza, 88 nelle strutture al coperto e 1.427 in strutture alberghiere.[1] Mancano, accanto a questi numeri, le cifre delle autonome sistemazioni, cioè tutte quelle famiglie e persone che hanno trovato ospitalità a casa di parenti e amici e per i quali è previsto un contributo basato sul numero di componenti del nucleo familiare.

La situazione degli edifici pubblici ha rappresentato sin da subito un punto critico; per quanto riguarda, ad esempio, le scuole, il 17 settembre hanno riaperto, ma 471 edifici avevano subito danni e circa 70 mila studenti hanno dovuto ricominciare in situazioni provvisorie, in tensostrutture o in strutture prefabbricate, altre volte raggiungendo plessi scolastici di zone vicine o altre ancora ospitati in alberghi, palestre e altri spazi adattati alle necessità.

L’altra situazione d’urgenza riguarda le aziende e l’apparato produttivo, che in quest’area trova un concentramento di importanti realtà, ad esempio nel settore biomedicale e nella produzione alimentare. Molte aziende che hanno subìto il crollo dei capannoni hanno trovato ospitalità nelle fabbriche dell’area vicina o hanno condiviso gli spazi dei capannoni rimasti agibili.

Questo terremoto sarà quindi consegnato al purtroppo ricco elenco di disastri che hanno tormentato l’Italia come “il terremoto degli operai” e dei capannoni crollati, così come il terremoto di San Giuliano di Puglia e del Molise, che sta per compiere dieci anni (31 ottobre 2002) è quello dei bambini morti nel crollo della scuola, così come il terremoto dell’Aquila ha assunto come simbolico apice di sventura il crollo della Casa dello Studente di via XX settembre.

Ognuno di questi disastri, e nello specifico i terremoti, ha trovato risposte diverse non tanto nell’organizzazione e nella prontezza dei soccorsi, quanto nell’architettura istituzionale e di governo della gestione dell’emergenza e ancor di più nell’avvio della fase di ricostruzione. In 15 anni, dal terremoto dell’Umbria e delle Marche ad oggi, tutti gli eventi principali hanno avuto storia a sé, sono stati caratterizzati da filosofie di intervento proprie, da un equilibrio di volta in volta diverso tra le principali forze in campo, cioè comunità e istituzioni locali, Regioni, Protezione Civile e Governi nazionali. Nel primo caso (Umbria e Marche 1997) il Governo diede ben presto alla Regione l’incarico di coordinare gli interventi dei comuni; in Molise, quando la gestione commissariale passò alla Regione, il governatore Iorio allargò a dismisura le fasce di danno dirottando le risorse su opere e provvedimenti non collegati alla ricostruzione. L’Aquila ha rappresentato il ritorno a una gestione fortemente centralizzata da parte del Governo e della Protezione civile, con l’azione sinergica di Berlusconi e Bertolaso che ha privato quasi del tutto i sindaci e le popolazioni locali della possibilità di intervenire.

Far trascorrere un po’ di tempo tra lo svolgimento dei fatti e lo studio dei singoli casi aiuterà a capire se questa lettura, qui forzatamente semplificata, sia corretta o meno. Atteniamoci ora all’attualità per cercare di cogliere gli elementi principali che emergono dalla vicenda del terremoto emiliano.

Il 17 maggio, tre giorni prima della scossa del 20, è entrato in vigore il decreto n.59, quello che stabilisce compiti e modalità di intervento della nuova Protezione civile, dopo gli anni in cui alla Protezione civile sono stati affidati compiti e poteri che esulavano dalla sua vocazione originaria (i grandi eventi, ad esempio).

Il decreto stabilisce che la Protezione civile ha potere di ordinanza per venti giorni dopo una calamità

(Tremonti aveva introdotto un passaggio obbligato e una autorizzazione preventiva del ministero dell’Economia prima di stanziare i fondi per l’emergenza) e ha potere di intervento e spesa su operazioni di soccorso, assistenza alle popolazioni e opere per la sicurezza con 50 milioni di euro a disposizione da destinare allo scopo. L’emergenza dura sessanta giorni, prorogabili al massimo di altri quaranta giorni, per un totale massimo di cento giorni, dopo i quali la gestione passa alle amministrazioni ordinarie. Il decreto contiene anche l’accantonamento del principio per il quale lo Stato è tenuto a risarcire integralmente i danni dovuti a disastri e introduce un’assicurazione obbligatoria contro i danni da calamità per le abitazioni private[2].

L’Emilia rappresenta quindi il primo banco di prova di questo decreto, e da più parti è stato fatto notare che in sessanta o al massimo cento giorni non si risolve quasi nulla. Il fondo stabilito per la gestione dell’emergenza è di 50 milioni di euro, che in Emilia sono finiti venti giorni prima della scadenza dello stato di emergenza. Le istituzioni locali in particolare devono imparare in fretta a fare da soli, sotto la guida della Regione, ma ad a oggi i soldi per operare sembrano non esserci, né da parte del governo italiano (tranne i 500 milioni derivanti dalle accise sulla benzina), né dall’Unione Europea (i 670 milioni stanziati arriveranno nei primi mesi del 2013). La cosiddetta congiuntura economica, d’altronde, non è certo quella più adatta a spese e impegni finanziari straordinari. 

Eppure le prime dichiarazioni di alcuni membri del governo, al di là delle cifre annunciate, sollevavano questioni aperte di grande importanza; il ministro dell’ambiente, Clini, dichiarava di voler promuovere un piano nazionale per la difesa del territorio. Per questo sforzo straordinario servirebbero, secondo il ministro, 41 miliardi di euro e 15 anni di tempo[3].

Il ministro Fornero, invece, faceva notare che il crollo dei capannoni e degli edifici sensibili, in altri Paesi, non sarebbe potuto succedere[4].

E’ indubbio che il problema della sicurezza del patrimonio di edilizia pubblica e privata italiana è davvero il principale nemico per la difesa dai rischi naturali e antropici, ma per vari motivi non si è mai agito seriamente per porre rimedio alla questione. Dal terremoto di San Giuliano di Puglia a oggi sono passati dieci anni; tuttavia non si ricordano in questi anni leggi, interventi e impegni di spesa per la messa in sicurezza di scuole, edifici storici e per i fabbricati più datati.

Scorrendo i titoli e le pagine dei giornali delle settimane successive al terremoto emergono, inoltre, polemiche e allarmi sul rischio di nuove scosse e sull’adeguatezza della mappa nazionale del rischio sismico. La zona colpita non risulta, infatti, tra le zone a più alto rischio sismico, anche se storicamente in quell’area si ricordano alcuni terremoti, anche di forte entità, come ad esempio il sisma del 1570 a Ferrara, e in quel caso lo sciame sismico durò diverso tempo[5].

L’annuncio di imminenti scosse di uguale o maggiore entità ha tenuto in allarme la popolazione e messo in difficoltà geologi ed esperti che stavano, nel frattempo, monitorando la situazione, vista anche la relativa novità del fenomeno. Si pone quindi un altro problema, quasi etico: comunicare tutte le informazioni di cui la comunità scientifica è in possesso oppure selezionarle per evitare allarmismi e panico?

Quello che sicuramente emerge è la corsa alla semplificazione, i titoli a effetto e la rapidità frenetica imposta da comunicazione di massa al tempo dei social network, quando un tweet o un hashtag hanno più presa di un approfondimento ragionato. Nel caso del terremoto, la previsione di un evento sismico sta diventando un’ossessione scientificamente infondata, ma sempre evocata. Invece di inventarsi date, previsioni e allarmi su dove e quando sarà il prossimo sisma, sarebbe certamente meglio investire le energie per adeguare le strutture materiali e per educare la popolazione.

Infine, bisogna prestare attenzione al frequente appello alla “retorica della tragedia”, cioè a quella vulgata che sottolinea in maniera strumentale il carattere di una comunità,  la fierezza degli aquilani oppure la laboriosità degli emiliani. Certamente raccontare le esperienze positive di rinascita può essere di incoraggiamento per chi deve ripartire.

Molto spesso, però, questo tipo di narrazione serve a oscurare o mettere in secondo piano l’individuazione delle responsabilità, ad esempio sui palazzi costruiti su una faglia a Pettino, quartiere dell’Aquila, o sui capannoni accartocciati su se stessi in un niente in Emilia e spinge a minimizzare i problemi della ricostruzione e dell’immediato.

Staremo a vedere quale corso prenderà la ricostruzione in Emilia; di certo la seria considerazione dei problemi degli emiliani porterebbe a una più matura consapevolezza della fragilità dell’Italia intera e, forse, a pensare la natura e il territorio come elementi primari e non trascurabili. Al di là delle politiche di lungo periodo, delle azioni di governo nazionali e locali, la prima cellula di Protezione civile è sempre il buonsenso, quello individuale e quello collettivo; per far maturare questa coscienza è fondamentale sostenere e rafforzare i progetti educativi, che già nel nostro Paese sono ben presenti grazie al volontariato, all’associazionismo e a ricercatori e professionisti della prevenzione. Vale anche la pena ricordare di come la prevenzione, oltre a salvare vite umane, potrebbe far risparmiare le ingenti risorse necessarie, ogni volta, per ricostruire dopo un disastro. C’è bisogno, quindi, di agire con continuità in questa direzione, senza aspettare la prossima calamità.



13 giugno 2012

Il terremoto in Emilia (20 e 29 maggio 2012)


Le due scosse del 20 maggio e del 29 maggio, con epicentro nella zona tra le province di Bologna, Modena e Ferrara, hanno causato 23 morti (7 nella prima scossa alle 4 e 03 del 20 maggio, 16 nella scossa delle 9 del 29 maggio); i senzatetto sono circa 14mila, i feriti circa 350. 

Su ORENT e sul sito dell'Osservatorio sul Doposisma potete leggere le rassegne stampa, gli approfondimenti e le riflessioni sul terremoto dell'Emilia.









9 febbraio 2012

Neve in Irpinia, tra emergenza e normalità

Questo articolo è uscito stamattina (9 febbraio) sul Mattino di Avellino, con il titolo "Le catastrofi create dall'uomo". Altre informazioni e letture utili sull'emergenza neve in Alta Irpinia li trovate su comunità provvisorie, piccoli paesi e sugli organi di news locali on line (Tu si nat in Italy, Il Ciriaco, Orticalab e altri).


Teora, febbraio 2012 (foto di Emidio De Rogatis)


Neve,emergenza e buon senso


StefanoVentura


Lanatura non conosce catastrofi”, affermava lo scrittore svizzero MaxFrisch. Non sono i fenomeni naturali a provocare disastri econseguenze letali per l'uomo, ma l'inadeguatezza e l'impreparazione.La “catastrofe” di questi giorni si chiama neve, quella diqualche mese fa che colpì Genova e Lunigiana si chiamava “bombad'acqua”, ma in generale la comunicazione di massa abusa asproposito della categoria delle catastrofi, ovvero un “sovvertimentodella realtà”, secondo l'etimologia.

Benpiù serio è il discorso che riguarda le responsabilità, leinadempienze e i possibili correttivi. In questi giorni sono statispesso chiamati in causa i sindaci, che hanno a loro volta criticatola struttura nazionale della Protezione Civile.

InIrpinia sappiamo bene cosa vuol dire protezione civile, sappiamoquanto è stato doloroso e grave che non ci fosse subito dopo lascossa del 23 novembre 1980; abbiamo imparato a conoscere unonorevole di Varese, Zamberletti, che ci ha insegnato, da commissariostraordinario, che la Protezione Civile nasce dal coordinamento trale varie forze, siano esse istituzioni, forze armate, volontari osemplici cittadini.

Poiè venuta negli anni Duemila la gestione Bertolaso, contraddistintada un forte interventismo dai modi spicci, una impostazione che haavuto, come effetto secondario, quello di addossare alla ProtezioneCivile un ruolo salvifico che sopperisse ai limitidell'amministrazione ordinaria.

Lepolemiche che abbondano e che tirano in ballo anche leamministrazioni locali avellinesi, così come quelle regionali, nonsono infondate, ma sono inutili se non avviano un dibattito corale suuna reale prevenzione e sugli strumenti per realizzarla. Una nevicataparticolarmente forte è un evento prevedibile, come le pioggetorrenziali e come le ondate di calore, a differenza di un terremoto.

Laprevenzione chiama in ballo anche i singoli cittadini, che sono iprimi attori della Protezione Civile. Molte volte è il correttocomportamento dei singoli a evitare conseguenze peggiori in caso di allarme o emergenza, basterebbero a volte piccoli atti di buon senso,che non necessitano per forza di una ordinanza del sindaco o di unbollettino della Protezione Civile.

Allostesso tempo, però, le istituzioni devono avere un protocollochiaro e condiviso da attuare in previsione e in seguito ad unanevicata, evento tutt'altro che estremo per zone interne come lenostre (anche se quest'ondata ha assunto davvero i caratteridell'eccezionalità, pensiamo ad esempio all'Alta Irpinia).

Tuttoquesto insieme di regole e comportamenti non può certo manifestarsiper incanto alla caduta del primo fiocco di neve, ma va preparato,così come va diffusa una cultura capillare e partecipata diProtezione civile. Pensiamo al rischio sismico: i comuni sonoobbligati a dotarsi di un piano di Protezione Civile, a verificarlo,a tenere esercitazioni e a diffonderlo. Anche su questo tema negliultimi tempi si è avuto modo di polemizzare, ma la programmazione ela pianificazione pubblica troppo spesso eludono gli scenari di lungotermine, a vantaggio del tornaconto immediato. Insomma, polemizzare èinutile se fine a se stesso, sarebbe meglio iniziare un processoserio e partecipato che metta al lavoro tutti quelli che possono dareun contributo reale.

Passata l'emergenza, sciolta la neve, dovremmo avere cura di continuare astimolare le istituzioni comunali, provinciali e regionali affinchèadottino o perfezionino i propri piani di Protezione Civile, puntandoal pieno coinvolgimento del mondo del volontariato, che in Irpiniaesiste, opera e si impegna, e anche coinvolgendo scuole, enti estrutture di ricerca, professionalità e competenze plurali.



14 novembre 2011

Volontariato e Protezione Civile


Il 24 novembre a Teora si terrà questa iniziativa in cui le associazioni di volontariato e di Protezione Civile si confronteranno sulla memoria della solidarietà del 1980 e le sfide e i problemi attuali. Parteciperà l'allora commissario straordinario, Zamberletti, oltre a importanti realtà del volontariato italiano.
   
Ecco la locandina dell'evento.





Su ORENT è possibile riascoltare gli interventi di Zamberletti e Postiglione.

Su TU SI NAT IN ITALY e VOLONTARIATOGGI trovate i resoconti del convegno.


18 ottobre 2010

Altro articolo: Il Centro, quotidiano d'Abruzzo




Fase d'emergenza all'Aquila, speso più dell'Irpinia
Studio confronta i costi dei terremoti. È polemica

Il Centro, 18 ottobre 2010

L'AQUILA.
 Il terremoto dell'Irpinia, nel 1980, costò allo Stato 7.889 euro per ogni senzatetto (col dovuto cambio da lira ad euro). Ventinove anni dopo, per l'Abruzzo sono stati spesi 23mila 718 euro a sfollato (finora). Emerge dallo studio «Trent'anni di terremoti italiani- Analisi comparata sulla gestione delle emergenze» a cura di Stefano Ventura. Ricerca voluta dall'Osservatorio sul Doposisma della Fondazione Mida. Dati differenti, destinati a fare discutere, che hanno preso in esame le catastrofi avvenute in Campania e Basilicata, in Umbria e Marche, in Molise e in Abruzzo. 

L'OSSERVATORIO. È l'ultimo nato in casa Mida (Musei integrati dell'ambiente), la Fondazione che dal 2004 gestisce le Grotte dell'Angelo di Pertosa (Salerno), ed è diventato realtà dall'agosto scorso. È diretto dal giornalista Antonello Caporale e si avvale di un gruppo di professionisti, giornalisti, ricercatori, filmaker, archeologi di tutta Italia. L'Osservatorio nasce dalla volontà di riannodare il filo della memoria dei luoghi colpiti dal sisma del 23 novembre 1980 in Irpinia, allargandola ad altri territori.

STUDIO E DATI. In Irpinia, nel 1980, furono spesi per ogni cittadino senzatetto 7.889 euro (con 400 mila senzatetto), per l'Abruzzo con 67.500 senzatetto sono stati spesi 23.718 euro. In Campania e Basilicata (1980) si registrarono 2194 morti, 8.800 feriti e 400 mila senzatetto. In Umbria e Marche (1997) 11 morti, 136 feriti e 43.450 senza tetto. In Molise (2002) 29 morti, 50 feriti e 3.700 senzatetto. In Abruzzo (2009) 309 morti, 1600 feriti e 67.459 senzatetto. Per quanto riguarda le spese per la gestione dell'emergenza durante il primo anno, per il terremotro del 1980 in Campania e Basilicata si arriva a 2,29 miliardi di euro (7.889 euro spesa procapite). In Umbria e Marche a 226 milioni di euro (4.810 spesa procapite). In Molise a 119 milioni di euro (27.027 spesa procapite). In Abruzzo, stante alla relazione di qualche giorno fa di Bertolaso come evidenzia l'Osservatorio, si arriva a 2 miliardi di euro (23.718 spesa procapite). Infine l'arrivo sui luoghi della Protezione civile: passa dalle 10-12 ore dopo nel 1980, a 3 ore dopo in Umbria, a 30 minuti do
po in Molise, a tre minuti in Abruzzo (quando è scattata l'allerta).

L'ANALISI. La fa Stefano Ventura dell'Osservatorio: «I singoli terremoti hanno avuto caratteristiche profondamente diverse tra loro. I disastri verificatisi in Irpinia non sono paragonabili a quelli del Molise. L'Umbria e le Marche scelsero la tutela del patrimonio storico, artistico e urbanistico come stella polare, il terremoto in Abruzzo ha colpito una città capoluogo come non avveniva dal terremoto di Messina. Si può vedere», aggiunge Ventura, «come la ricostruzione in Campania e Basilicata abbia costituito il banco di prova maggiore di quello che negli anni Ottanta fu definito il partito unico della spesa pubblica, fautore della cosiddetta economia delle catastrofi. Arrivando ai terremoti più vicini, ci accorgiamo di come nelle gestioni delle ricostruzioni in Umbria e Marche e in Abruzzo ci sia stato un capovolgimento quasi totale di paradigma, passando da una delega pressoché totale alle Regioni e ai Comuni nel 1997 a una gestione affidata al commissariato guidato dal capo dipartimento Bertolaso».

IL PROGETTO CASE. Ventura spiega che «la scelta compiuta in Abruzzo di saltare completamente la fase degli insediamenti provvisori, passando dalle tende agli alloggi del Progetto Case, testimonia un progetto ben preciso che la Protezione Civile, la presidenza del Consiglio e la fondazione Eucentre avevano già predisposto, visto che fu presentato all'opinione pubblica già il 23 aprile 2009. La concentrazione di ingenti risorse finanziarie (circa 790 milioni) per ospitare tra i 15mila e i 20 mila senzatetto è stata una scelta troppo onerosa per le risorse pubbliche».
di Roberto Raschiatore
18 ottobre 2010


N.B. Una piccola considerazione. L'intervista che è uscita sul Mattino il 14 ottobre è stata realmente rilasciata telefonicamente all'autore, Alessio Fanuzzi, che poi ha scritto il pezzo. Da lì sono stati tratti diversi altri articoli, apparsi su blog e notiziari di informazione on line che hanno citato pezzi dell'intervista e dati presi dal mucchio.
Il rapporto dell'Osservatorio ancora non è stato pubblicato, le cifre e i dati riportati sono delle anticipazioni, che sono state illustrate nel convegno di Pertosa del 9 ottobre. Presto su questo blog e su
terremotoirpinia.ilcannocchiale.it ci saranno segnalazioni e date sulle iniziative, i convegni, le presentazioni  di libri e le commemorazioni che si terranno a novembre in occasione del Trentennale del terremoto del 1980.

 


30 marzo 2010

L'attualità e la storia

Sulla rivista di storia on line STORIA E FUTURO c'è un mio articolo sulla storia della Protezione Civile e i principali terremoti dell'Italia Repubblicana.


 


 

Rimando ulteriori considerazioni sul presente della Protezione Civile e sulle ultime vicende a tempi più tranquilli. Il mio è un contributo d'approfondimento, che conferma, però, che è sempre nel passato che si trovano le radici del presente. Buona lettura.

I terremoti italiani del secondo dopoguerra e la Protezione civile


10 dicembre 2009

Eventi naturali: convegno




(CLICCATE SULL'IMMAGINE PER LEGGERE IL PROGRAMMA COMPLETO)


11 aprile 2009

Imparare dalle tragedie


Inoltre, copio qui un articolo uscito sul Mattino di oggi, un reportage di Marco Ciriello in due paesi simbolo del terremoto del 1980, Conza e Laviano.


Niente tv, il dolore dell'Irpinia

Tra Conza e Laviano con i terremotati del 1980

MARCO CIRIELLO

Non c’è vento a Conza della Campania, le pale eoliche sono ferme, lo specchio d’acqua della diga sembra aver ingoiato ogni rumore. Berlusconi abbraccia i parenti delle vittime a L’Aquila. La radio trasmette i funerali, qui, Concetta Cantarella del 1914 «uccisa dalle pietre», la sera dell’Ottanta, fissa i cipressi per sempre. Sono 184 i morti, solo quelli di Conza. La televisione nel bar è spenta, poca gente per strada, c’è un mercatino nella piazza, non si è fermato nessuno. Il paese è una new town spalmata in pianura, niente a che vedere col vecchio che sta in alto, arroccato, composto e vuoto. Sotto è il Texas, sopra era l’Irpinia. Monsignor Georg Gaenswein legge il messaggio di Benedetto XVI, Valeria e Luisa Masini (del 1968 e 1971) il viso nascosto dai fiori, immagine in bianco e nero, capelli corti, occhioni neri e un principio di tristezza. L’Abruzzo è legato all’Irpinia dalla transumanza, o almeno lo era, due mondi contadini annodati da quello animale. Il terremoto è esplicitazione caotica della morte che incombe su di noi, ma crea anche legami. È come per la malaria, dopo non si è più gli stessi. Nei suoi scomposti gesti distruttivi c’è il rapporto: tra pena e condannato, vita/morte. Scorrono le facce di Napolitano, Berlusconi, Ciampi, Letta, Fini, Schifani. A casa della signora Rosa Nazianzeno (62 anni) pensionata, dal 1982 al 1990 in un prefabbricato, la tv è accesa, il cardinal Bertone invita alla speranza: «Sotto le macerie dell’Abruzzo c’è la voglia di ripartire, di tornare a sognare». C’era anche qua la voglia, ma poi il dolore è diventato fame di spazio: «Più grande era la perdita maggiore la voglia di avere una casa grande, una tomba enorme, per non disperdere il ricordo».
Le telecamere indugiano sulle bare. «Qui non ci sono stati momenti formali», mi dice Stefano Ventura, dottorando in scienze storiche a Siena, tesi in storia e memoria del terremoto. «Sì, ammetto di essermi commosso. Ma anche di aver ravvisato nella discussione sulla ricostruzione - cominciata troppo presto - il solito errore di non consultare le popolazioni». Lo incontriamo a Sella di Conza, epicentro del sisma irpino, a cavallo di due provincie (Avellino e Salerno), diretti a Laviano (trecento morti). Dove andiamo con Marina Brancato, che sta scrivendo una tesi di dottorato in scienze antropologiche, sulla perdita della casa, e incrocia il terremoto con la Pasqua ebraica, rievocazione dell’esodo dall’Egitto. «Pesach: in ebraico significa passaggio e segna la metamorfosi dallo stato di schiavitù a quello della libertà, ma anche la perdita di quel poco che avevano, e un nuovo cammino - difficile - da fare». Non ha guardato i funerali «non amo le sepolture mediatiche, il lutto televisivo è l’anticamera dell’oblio».
Il sindaco di Laviano è Rocco Falivena, ha messo insieme un comitato di comuni, vista l’esperienza accumulata durante il disastro campano, e preferisce concentrarsi su un’unica opera concordata con le amministrazioni colpite: «Poco rumore, ma tanta sostanza». Questo, per lui, è anche un modo per sondare il grado di meschinità di chi «non è disposto a rendere quello che ha avuto», e infine il tentativo di tenere in vita la memoria della sofferenza «provando a trarne un dato antropologico». Falivena è un uomo pratico, d’azione, sociologo di formazione, a capo di una cooperativa che fa tagli boschivi. Uno che parla chiaro: «Qua la gente tende a rimuovere il dramma, ecco perché nessuno segue i funerali in tv, ma non è cinismo, piuttosto un modo di tenere a distanza il dolore. Perché il terremotato è anche diventato una categoria sociologica, pericolosa. Si parte col risarcimento e si finisce per usare il dolore come clava, bisogna starci attenti». E spiega il processo: «Si comincia col rancore verso il sopravvissuto e si finisce con l’essere pronti a sferrare la coltellata in nome del metro quadro». Una fila interminabile di carri funebri attende la fine del rito, a L’Aquila. Qui, il vento, leggero, a ripreso a far girare le pale eoliche.


27 novembre 2007

La protezione civile dopo il sisma del 1980

Questo è un mio articolo pubblicato dal Corriere Irpinia ieri 26 novembre. Buona lettura. 

Negli ultimi mesi, in diversi comuni della provincia di Avellino, sono stati varati i Piani Comunali di Protezione Civile, vale a dire le predisposizioni da adottare nella prima emergenza in caso di calamità e disastri di grave entità. Del resto, il prefetto di Avellino, Orrei, in una nota del 3 ottobre scorso, invitava gli amministratori comunali a far fronte alla messa a punto dei piani; infatti, a quella data solo 11 comuni su 119 erano dotati di un Piano Comunale d’Intervento. I Piani Comunali, una volta adottati, prevedono in caso di calamità la creazione dei Centri Operativi Misti (COM) da collegare alle centrali provinciali e regionali; per tale scopo la Provincia di Avellino ha stanziato dei finanziamenti per la creazione dei ponti-radio.
Se analizziamo il tema dell’intervento di primo soccorso in caso di emergenza, viene subito alla mente il terribile terremoto del 23 novembre 1980; in quel caso si palesarono in modo limpido le gravi carenze che contraddistinguevano la macchina governativa in tema di Protezione Civile. Infatti, per molte ore, alcuni paesi terremotati non vennero raggiunti dai soccorsi e anche quando questi arrivarono, in molti casi erano sprovvisti di mezzi necessari per soccorrere i feriti o recuperare i corpi o, ancora, essendo i soccorritori in gran parte militari di leva, pagavano lo scotto dell’inesperienza di fronte ad una tragedia di così grandi proporzioni. Tra le cause dei ritardi, per quanto riguarda l’esercito, ci furono le asperità morfologiche del territorio irpino e la scarsità di vie di comunicazione tra le zone interne e le principali arterie stradali e autostradali. Inoltre 18 su 24 tra i reparti delle Forze Armate attrezzati per i soccorsi erano situati in Italia settentrionale, uno solo di essi si trovava al Sud. Il presidente della Repubblica Pertini, in visita alle zone terremotate nei giorni immediatamente successivi, constatò direttamente il ritardo degli interventi e non mancò di sottolinearlo con un intervento televisivo dai toni duri.
Lo stesso commissario straordinario incaricato di coordinare gli interventi, Giuseppe Zamberletti, ebbe modo di rimarcare la netta differenza di uomini e mezzi che erano a sua disposizione 4 anni prima, dopo il terremoto che aveva colpito il Friuli; infatti, essendo il Friuli un territorio strategico dal punto di vista militare, era dotato di un numero cospicuo di personale dell’esercito. Due giorni dopo il sisma in Irpinia erano presenti 4 mila unità delle Forze Armate, mentre in Friuli erano 20 mila.
Sul piano legislativo, le norme per il soccorso di protezione civile in vigore al 23 novembre 1980 erano riconducibili al decreto legge 996 del 1970; tuttavia questa legge era inapplicabile perché non era stato promulgato il suo regolamento d’attuazione. Tra gli estensori della legge vi era anche Zamberletti. Quindi tra i primi interventi di legge vi fu la predisposizione di un regolamento attuativo della vecchia legge, che andava a coprire le falle che il tempo trascorso aveva aperto. Nel febbraio 1981, con il regolamento n. 66/81, questa grave inadempienza venne quindi sanata. In particolare, la legge del 1970 prevedeva una serie di interventi operativi basati essenzialmente sul dislocamento dei battaglioni delle Forze Armate e dei Vigili del Fuoco. Tuttavia, sia nel caso del terremoto in Friuli che in quello irpino, nelle prime 48 ore è stata fatale l'assenza di una direzione unitaria degli interventi, che ha poi portato in entrambi i casi alla decisione di nominare un commissario straordinario.
Il 1° luglio 1981 il commissario straordinario per l’emergenza fu nominato ministro senza portafoglio per il coordinamento della Protezione Civile. E’ da sottolineare un elemento; oltre al terremoto, durante il mese di maggio avvenne un episodio che tenne l’Italia col fiato sospeso: la tragedia di Vermicino. Quindi, sull’onda emotiva scaturita da questi due eventi, che il mezzo televisivo aveva prepotentemente posto all’attenzione dell’opinione pubblica, si innescò un processo contingente che ebbe come epilogo naturale la creazione di un ministero apposito per la Protezione civile.
Per avviare i lavori di stesura di una nuova legge, Zamberletti individuò alcuni elementi che potevano rappresentare i punti innovativi di un provvedimento organico sulla protezione civile:
- istituire un organismo permanente di coordinamento;
- inserire la previsione e la prevenzione accanto alla protezione civile;
- assicurare la partecipazione degli enti locali periferici (Regioni, Province e Comuni);
- riconoscere il volontariato come parte integrante del Servizio Nazionale della Protezione Civile. Secondo le nuove norme che Zamberletti auspicava, “la protezione civile è ogni comune che diventa caposaldo, ogni villaggio che diventa elemento attivo di protezione civile e non solo un’organizzazione centralizzata, meravigliosa, taumaturgica, che piomba sul territorio a salvare la gente quando è in pericolo. E’ la gente che si aiuta a proteggersi, e a preservarsi la vita e tutelare i suoi beni”. Questa impostazione sarà adottata per tutti gli adeguamenti legislativi successivi, in cui si cercherà di dare importanza alla diffusione di una cultura della protezione civile in cui i cittadini diventano i primi attori. E' noto, infatti, quanto siano importanti i primi momenti successivi ad una catastrofe, e il terremoto in particolare, per le sorti delle popolazioni colpite. Inoltre, sull'esperienza dei due terremoti, quello friulano e quello irpino, la diffusione della cultura di protezione civile e i compiti di prevenzione dei disastri sono affidati alle associazioni presenti nei territori.
Per risolvere i problemi riguardanti le competenze degli interventi in caso di calamità, con decreto del Presidente del Consiglio Spadolini, il 24 maggio 1982 nacque il Dipartimento Nazionale della Protezione civile, che faceva capo direttamente al Presidente del Consiglio. Nel 1984 un ulteriore decreto contribuirà a chiarire meglio l’organizzazione e i compiti del Dipartimento.
Per quanto riguarda la procedura parlamentare che avrebbe portato a scrivere una legge nuova e al passo coi tempi in materia di Protezione Civile, il 5 febbraio 1982 il decreto legge 3140 venne presentato alla Camera; nella relazione introduttiva si sottolineava da un lato la novità della creazione di un assetto permanente per il Sistema Nazionale di Protezione Civile, dall’altro l’obiettivo che la legge si pose fu quello di creare una struttura preesistente a qualsiasi evento. In sostanza, le innovazioni illustrate da Zamberletti erano state accolte e inserite nella legge che però, a causa della fine anticipata della legislatura, non venne approvata.

A causa di varie vicende parlamentari e politiche, bisognerà aspettare il 31 luglio 1990 affinché, dopo varie legislature, crisi di governo e dibattiti di carattere tecnico e di merito, la legge sia approvata dalla Camera. Ma i problemi non erano finiti: il presidente della Repubblica, Cossiga, in base all’articolo 74 della Costituzione, chiese una nuova deliberazione perché la legge attribuiva particolare rilevanza al ministro senza portafoglio e creava sovrapposizioni di ruoli fra ministro dell’Interno e ministro per la Protezione Civile. Inoltre da pochi mesi era attiva la commissione parlamentare d’inchiesta sulle zone terremotate di Campania e Basilicata che avrebbe sicuramente apportato nuovi suggerimenti per nuovi interventi legislativi. Il parlamento, dopo aver riesaminato e riformulato il testo, lo approvò il 24 febbraio 1992 e il testo diventò legge con la dicitura: “Istituzione del Servizio Nazionale di Protezione civile”(legge n. 225/92).
In una delle prime occasioni in cui il nuovo Sistema fu messo alla prova, il terremoto che colpì l’Umbria e le Marche il 26 settembre 1997, l’impianto generale dell’organizzazione di Protezione Civile si dimostrò valido e le varie forze impiegate sul territorio colpito agirono con buona coordinazione ed efficacia.
Il terremoto dell’Irpinia, quindi, costituì lo stimolo principale affinché le Istituzioni e il Parlamento diffondessero un modello diverso d’intendere la Protezione Civile, non più affidato a misure straordinarie e disperse su vari livelli di competenze, con la conseguente confusione di ruoli, ma organizzato in un Sistema Nazionale di Protezione Civile, consolidato dal concorso di più forze, in grado di intervenire con rapidità ed efficienza in casi di calamità (terremoti, alluvioni, incendi, frane o altro) e che oltre agli interventi, considera parte fondamentale la prevenzione e l’informazione diffusa per rendere ogni cittadino parte attiva della Protezione Civile.

Stefano Ventura

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