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Diario


29 gennaio 2011

La nuova emigrazione

Pubblico anche qui un articolo uscito sull'inserto Irpinia Economia del quotidiano Ottopagine di gioved' 27 gennaio. 
Il tema mi sta particolarmente a cuore e chi ha assistito a qualche presentazione del mio libro lo sa. Di sicuro è poco lo spazio di un articolo per trattarlo in modo diffuso, spero comunque di aver fornito qualche spunto di discussione.
Nella barra laterale del sito ci sono altri articoli, saggi, che ho archiviato su scribd.


Il rapporto Migrantes - Italiani nel mondo, presentato a Avellino lo scorso 17 dicembre, nel focus che tratta i dati migratori in Irpinia a 30 anni dal terremoto, conferma il dato che la nostra resta una provincia fortemente interessata da processi migratori in uscita, con proporzioni numeriche simili ai periodi di maggiore emigrazione (la fine dell‘Ottocento e degli anni ’50 e ’60 del Novecento). Solo per citare alcuni dati, alcuni comuni dell’Alta Irpinia perdono più della metà dei propri abitanti rispetto al censimento del 1981 (Cairano, - 56,2%), o comunque percentuali molto significative ( Morra, -43%, Teora, -38,9%, Guardia dei Lombardi, -38,3%).

Tuttavia, nel calo di residenti è presumibile anche una quota di persone che hanno cambiato residenza scegliendo altre città e regioni italiane, in particolare del Nord; per integrare i dati del Rapporto Migrantes, si possono citare le statistiche del Piano Sociale di Zona AV6, che parlano di circa 3000 abitanti in meno in 9 anni (tra il 2001 e il 2009) nei 23 comuni della zona. Altri ancora sono i residenti “fittizi”, cioè coloro che pur mantenendo la residenza vivono e lavorano altrove (studenti fuorisede, lavoratori, pendolari).

Di certo l’emigrazione odierna è totalmente diversa da quella dei decenni passati. Anche la definizione di “emigrato” sembra da ridefinire; Gianfranco Viesti, noto economista e studioso della realtà meridionale, parla infatti di “trasferiti” più che di emigrati. Una buona fetta di chi cambia il luogo in cui vive appartiene alla fascia di età tra i 20 e il 35 anni; tra il 2000 e il 2005 sono stati 80mila i laureati che hanno lasciato il Sud. Difficilmente, però, le condizioni lavorative sono quelle di un tempo e spesso si devono fare i conti con la precarietà e con un mondo del lavoro instabile, tanto che per far fronte alle spese ordinarie non è irrealistico chiedere aiuto alle famiglie; si tratta quindi di “rimesse al contrario”, e sono i risparmi dei genitori e dei nonni a supportare i nuovi emigrati.

Non sono mancati i tentativi istituzionali di creare degli spiragli per il ritorno di chi si è trasferito; la Basilicata già da molti anni aveva lanciato un progetto che prevedeva corsie preferenziali per i concorsi pubblici per gli under 30 e anche incentivi per giovani coppie per l’acquisto della casa. La Puglia, col progetto “Bollenti spiriti”, ha finanziato progetti di alta formazione (master, dottorati), da seguire fuori regione per poi mettere le competenze acquisite a disposizione della Regione d’origine; qualcosa di analogo ha fatto la Sardegna. Tuttavia, non esistono risultati valutabili di questi progetti.

Se, un tempo, chi rimaneva poteva far ricorso alla Pubblica Amministrazione e anche alla scuola come sbocco occupazionale, oggi anche questi settori sono di fatto preclusi alle nuove generazioni, poiché il turn over è di fatto bloccato. Mancano, quindi, le prospettive strutturali, ma manca soprattutto il clima sociale e culturale per un’inversione di tendenza che possa aprire al ritorno da protagonista di chi sente il legame con le proprie radici. Prima di immaginare percorsi di futuro sviluppo del Sud, bisogna tenere in seria considerazione le potenzialità dei nuovi emigrati.


OGGI, A TEORA, UNO DEGLI EVENTI PIU' ATTESI:

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