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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


4 agosto 2010

Le industrie del dopoterremoto

Metto qui un articolo uscito sulla mia rubrica nel nuovo numero di Nuovo Millennio, il giornale che i ragazzi del Forum e il direttore Pasquale Chirico pubblicano non senza sforzi e sacrifici. In questo numero si parla delle fabbriche della 219, un tema cruciale della ricostruzione post sisma. Si spera che in occasione del prossimo 30ennale si possano avere dei dati più aggiornati su quanti addetti lavorano, dopo la crisi degli ultimi anni, nelle aree industriali delle province di Salerno, Avellino e Potenza.

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Tra i segni più evidenti di questi 30 anni di dopo terremoto sicuramente hanno un posto di rilievo le venti aree industriali che con la legge 219 sono state installate nelle zone interne di Campania e Basilicata. Infatti, la legge per la ricostruzione delle zone terremotate aveva come obiettivo anche lo sviluppo di queste stesse zone, da sempre tra le più povere del Meridione e segnate da altissimi indici di emigrazione. Oggi, di quel piano di sviluppo, restano sicuramente alcune aziende e qualche posto di lavoro, ma rispetto allo sforzo economico sostenuto dallo Stato e agli obiettivi che erano stati prefissati, sicuramente la situazione attuale è al di sotto delle previsioni e l’industria irpina affronta un periodo di profondo disagio. Facciamo, però, un passo indietro e cerchiamo di mostrare la genesi e gli episodi che hanno contraddistinto la storia dell’industrializzazione dopo il terremoto.

Come già accennato, la legge 219 aveva un capitolo apposito, contenuto nell’articolo 32, per programmare lo sviluppo delle aree terremotate; questo obiettivo incontrava il parere favorevole di tutte le forze parlamentari, anche se sulle linee specifiche le opinioni divergevano. La legge quindi prevedeva la realizzazione di venti nuove aree industriali nelle provincie di Avellino (12), Salerno (3) e Potenza (5); le nuove aziende sarebbero dovute essere 228 e circa 13 mila i posti di lavoro da creare.
I primi problemi sorsero nell’individuazione dei comuni dove queste aree industriali dovevano sorgere e lì le questioni di campanile e l’influenza dei referenti politici locali e nazionali furono determinanti. Il criterio enunciato era quello di localizzare le aree in posti logisticamente favorevoli, lungo le rive dell’Ofanto, del Sele e del Basento e in corrispondenza delle arterie di comunicazione ferroviaria e stradale. Proprio l’apertura di queste aree industriali indirizzò sulle opere infrastrutturali ingenti fondi statali, che hanno portato alla costruzione della fondovalle Sele e dell’Ofantina/bis, così come il potenziamento del raccordo Sicignano - Potenza. Invece, le linee ferroviarie, che in molti casi si sviluppavano lungo le stesse direttrici (la principale è la linea Avellino - Rocchetta Sant’Antonio), non hanno ricevuto uguale attenzione e sono state ridimensionate nel corso del tempo.
Inoltre, l’occupazione di ampi spazi pianeggianti in prossimità dei fiumi ha comportato un enorme impatto dal punto di vista ambientale, influendo sul paesaggio e anche sull’inquinamento delle falde e del terreno.
Sulle linee di intervento e sui settori strategici su cui investire per creare uno sviluppo legato al territorio si era espresso un illustre studioso di problemi meridionali, Manlio Rossi Doria, già nei primi mesi dopo il terremoto, con un saggio pubblicato dal centro studi della facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, con sede a Portici. Rossi Doria e i suoi collaboratori, dopo aver suddiviso l’intera area terremotata in base alle diverse caratteristiche agricole e produttive, suggerivano di rilanciare e modernizzare il tessuto produttivo, agricolo in particolare, già esistente, di riconvertire alcune aziende in funzione dei bisogni della ricostruzione, puntando decisamente sulla modernità tecnologia e su livelli avanzati di sperimentazione.
La lettura dei dati sui settori produttivi in questi trent’anni sembra dare ragione a Rossi Doria: il settore che non ha mai subìto crolli è quello della trasformazione dei prodotti agricoli, che raggiunge vette d’eccellenza in prodotti quali il tartufo nero di Bagnoli Irpino, le castagne di Montella e il caciocavallo podolico di Carmasciano; l’altro settore in costante crescita è quello del vino, con le produzioni di Taurasi, Falanghina e Fiano di Avellino, oltre all’intramontabile Aglianico.
Fu avviato, sin dai primi anni del dopo terremoto, una procedura di individuazione e selezione delle aziende da insediare e alla fine del procedimento furono ammesse 228 aziende; tra queste figuravano grandi nomi dell’imprenditoria nazionale, come la Parmalat, la Ferrero, la Zuegg, Finmeccanica e altre aziende del gruppo Fiat. Nel 2005, di queste 228 aziende ne rimanevano in produzione 142 (circa il 60%) e dei circa 13mila nuovi assunti previsti, nell’ottobre del 2000 lavoravano 6997 persone. I finanziamenti che lo Stato aveva stanziato per questo progetto industriale, fino al 2000, ammontavano a 2882 miliardi di lire, vale a dire 412 milioni per ogni posto di lavoro creato.
L’attualità restituisce una situazione allarmante in Irpinia, soprattutto in seguito alla crisi finanziaria che ha investito i mercati globali. Molte aziende hanno chiuso i battenti e licenziato i propri lavoratori, alcuni per mancanza di commesse, altri per scelta industriale, hanno cioè preferito delocalizzare le proprie fabbriche in posti dove il costo del lavoro è minore e hanno portato lì la produzione e i macchinari, molte volte comprati grazie agli aiuti dello Stato per la ricostruzione. Nel 2009 i tagli all’occupazione hanno raggiunto le 13300 unità, con circa 80mila lavoratori inseriti negli elenchi di disoccupazione dei centri per l’impiego; numeri purtroppo altissimi, che, se uniti a quelli che caratterizzano l’emigrazione, non lasciano spazio all’ottimismo. Anche una delle realtà produttive più importanti, la FMA di Pratola Serra, che produce i motori per la FIAT, sta affrontando una trattativa tra lavoratori e proprietà per scongiurare il pericolo di licenziamenti e dismissioni. Nelle aree industriali più vicine a noi è recente la vicenda della Bitron Sud, che qualche anno fa ha lasciato l’area industriale di Morra de Sanctis, e quella della Sivis di Conza della Campania che, pur non avendo difficoltà nel reperire commesse e non avendo mai fatto ricorso alla cassa integrazione, ha deciso di chiudere all’improvviso; in queste due aziende erano impiegati diversi lavoratori teoresi.
Anche se è facile fare considerazioni a posteriori sull’esperienza industriale successiva al terremoto, a mio parere sono diversi gli errori interpretativi e strategici commessi. Sulle scelte di settore che hanno interessato la produzione industriale si è già detto; l’industria pesante e la creazione di industrie dell’indotto, le prime ad essere in difficoltà in tempo di crisi, ha penalizzato quei settori più direttamente legati al locale. Inoltre, l’imprenditorialità irpina si è dimostrata sempre troppo vincolata alle logiche politiche, che ne hanno indirizzato scelte e percorsi, in particolare nel campo delle assunzioni, senza lasciare alla classe imprenditoriale la libertà di scelta e di azione. Questo è un marchio di fabbrica che questo processo si è portato dietro sin dalla nascita.
E’ mancato del tutto un percorso formativo che creasse una classe imprenditoriale locale, che probabilmente avrebbe legato in modo stretto i risultati al territorio, mentre gli imprenditori venuti dall’esterno hanno dimostrato poco interesse al destino di queste zone. Su questo aspetto va citato un tentativo parallelo, nato negli anni in cui i volontari erano ancora presenti nei paesi terremotati, e cioè l’esperienza cooperativa, che tentò di formare alcune figure professionali e dirigenti nel settore della cultura, dell’artigianato e dell’edilizia e del turismo. I fondi statali destinati a sostenere questo progetto furono molto pochi (solo 100 miliardi rispetto ai 60mila totali destinati alla ricostruzione) e di quella esperienza è rimasto ben poco; però, soprattutto nell’artigianato, una serie di scelte diverse e un maggior sostegno avrebbe permesso ad un settore storico della nostra terra di sopravvivere e di reinventarsi, grazie a percorsi formativi specifici e a reti di promozione e sostegno istituzionali e culturali; inoltre, costruendo alcune realtà artigianali nei singoli paesi, si sarebbero favorite le forze imprenditoriali locali. Qui subentra un discorso di mentalità, però; molte volte i giovani dell’area hanno preferito e aspettato l’assunzione in fabbrica, che comportava meno rischi e meno pensieri, rispetto al coraggio di una scelta imprenditoriale in autonomia.
In sostanza, la lezione che ci deve far riflettere è quella di saper coniugare la modernità e la tradizione, legandosi al territorio per rivolgersi allo scenario sempre più globale, e per far questo hanno sicuramente un ruolo chiave le tecnologie e la scuola.

 


24 febbraio 2010

FMA, SIVIS e co.: la dignità dei lavoratori e un declino senza fine



Periodicamente mi sono trovato a scrivere di situazioni drammatiche nel campo del lavoro e dell'industria nella nostra provincia; prima la Bitron, poi la SIVIS, e via via il resto. Pochi giorni fa si è consumata un'altra vicenda allarmante, non per i contenuti e il fatto in sè, ma perche rappresenta il segnale di una disfatta ormai prossima, checchè ne dicano i politici di ogni schieramento che si apprestano a contendersi i seggi e gli stipendi del consiglio regionale della Campania.

Per chi non lo sa, lo scorso sabato circa 11 camion dovevano entrare alla FMA per portar via i motori destinati alle fabbriche FIAT all'estero; gli operai che presidiavano i cancelli sono stati presi a manganellate per lasciar passare i tir. Per inciso, la FIAT ha registrato negli ultimi mesi un utile del 5,9% e ha incamerato circa 1 miliardo di euro grazie agli incentivi statali del 2009 per la rottamazione. Ma preferisce spostarsi in Turchia.
Se una delle realtà produttive più grandi della provincia è in questa situazione, il resto non sta meglio; i dati parlano circa di 9mila disoccupati in più nel 2009 in provincia e di un aumento del 380% del ricorso alla cassa integrazione.
Nel post precedente parlavo di emigrazione, l'altro lato di una medaglia molto molto corrosa ormai; leggere questi dati preoccupa, soprattutto pensando alle persone in carne e ossa che subiscono questa disfatta senza averne alcuna colpa, così come non  è possibile assolvere imprenditori fasulli e cinici con la scusa della crisi.
Intanto a Sant'Angelo in Tribunale i creditori della SiVIS non hanno accettato il concordato proposto dall'azienda; si va verso il fallimento di una fabbrica che non aveva mai fatto cassa integrazione e che aveva commesse sufficienti ancora per lavorare molti mesi.
Oggi su ottopagine è riportata la lettera di un rappresentante dei lavoratori della SIVIS, la riporto qui sotto per far riflettere e perchè dice chiaramente come stanno le cose:

“Ormai il diritto al lavoro, che è scritto nella nostra costituzione corre il rischio di diventare un sogno. Quello che più ci preoccupa è che nessuno ma proprio nessuno voglia attivarsi in modo tale da poterci far uscire fuori da questo tunnel. Dire che lo Stato è assente è troppo poco, non esiste. Il paradosso è che per gli imprenditori esiste eccome, fiumi di euro vengono erogati e zero controlli. Vedi Fiat che prende soldi e poi produce nei paesi dell’est e l’FMA rischia di chiudere, oppure come nel nostro caso, quello della Sivis, che prende milioni di euro con la legge 219 con l’obbligo di restare aperta almeno dieci anni, e al decimo anno e un giorno i signori imprenditori decidono di chiudere. Bene questi sono solo due casi evidenti, ma ne esistono a centinaia, e i nostri politici??? Vogliamo dire qualcosa ai nostri politici locali???
Quelli che per tutti questi anni si sono solo preoccupati di cambiare le poltrone una volta a destra, una volta a sinistra, con una certezza, quella che loro, gli stipendi e che stipendi! se li sono garantiti, e adesso vengono davanti ai cancelli delle aziende in crisi, a portarci la loro solidarietà, a promettere, a esibirsi in qualche servizio fotografico, in qualche intervista. E già, tra un mese ci sono le Regionali e quindi adesso possono ripromettere tutto e a tutti.. Basta con le parole, vogliamo fatti, noi lavoratori una dignità ce l’abbiamo e non siamo intenzionati a fare un passo indietro , lasciateci manifestare, questa è democrazia e ricordatevi che senza i lavoratori non si esce dalla crisi! Ma cosa fanno caricano e sgomberano senza un minimo di sensibilità verso i lavoratori che sono nelle tende in presidio come abbiamo fatto noi, forse pensano che lo facciamo per divertimento, per un campeggio fuori stagione? Tutto questo non potrà continuare ve ne rendete conto? o ve ne renderete conto comunque! Noi ci saremo sempre perché siamo certi di essere nel giusto”.


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