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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


6 gennaio 2012

Intellettuali irpini, una riflessione


Nellanostra provincia abbondano i politici e gli intellettuali. Dei primi preferisconon parlare.

Sul secondo ambito, serve fare un piccolo quadro della situazione;in provincia ci conosciamo quasi tutti, se non di persona quanto meno di nome.

Esistono quattro giornali provinciali a buona tiratura (Mattino di Avellino, Ottopagine,Corriere Irpinia e Buonasera-ex Buongiorno); esistono tantissimi siti di informazioneonline, cresciuti moltissimo nell’ultimo anno (Irpinianews, Irpiniaoggi, IlCiriaco, Irpinia report, tu si nat in italy); esistono diverse televisionilocali, distribuite tra Avellino, Ariano e anche Lioni.

Insostanza, c’è abbondanza di spazi informativi e una differenziata offerta,anche qualitativamente ampia, con buone punte di originalità e anche moltaimprovvisazione.

Tuttoquesto ha anche l’ effetto di creare confusione, e di aprire palcosceniciimprovvisati per moltissimi aspiranti comunicatori, editorialisti avventurosi,commentatori imperterriti.

E' da notare il fatto che esistano delle conventicole e deigruppi abbastanza definiti e tra loro molte volte in contrasto, che sicontendono non solo l’ultima voce in capitolo sui dibattiti dell’attualitàpolitica e culturale, ma anche il possibile accesso a forme di mecenatismopubblico, anche se le casse provinciali e regionali languono.  Evito (per carità!) di entrare nelle pieghe del dibattito su uno dei pochi centri istituzionali di ricerca e attività culturale della nostra provincia (il Centro Guido Dorso).

Inoltre,i singoli componenti delle  confraterniteintellettuali irpine tendono ad auto elogiare i propri circuiti diappartenenza, le proprie case editrici, i “fratelli” con i quali condividono unpezzo di cammino verso obiettivi sempre nebulosi. E anche auto elogiarsi.

Il tutto è comunque rinchiuso negli angusticonfini provinciali, non guarda al di fuori, dove dovrebbe scontrarsi concompetitori forse più attrezzati. Anche gli argomenti (il meridionalismo neoborbonicoalla Pino Aprile, una difesa indefinita dell’identità irpina) e le modalità concui si affrontano (serie di editoriali su diversi quotidiani, convegni e caminettioligarchici aperte, di fatto, a poche menti elette) sono a dir pocodiscutibili.

Nonè il caso di andare a scomodare Gramsci, Pasolini e Croce su che cos’è l’intellettuale e qual è il suo ruolo nella società.

Bastapensare a quei tanti ragazzi e persone che portano avanti associazioni,progetti e passioni rimettendoci spesso di tasca propria, senza aspettare l’elemosinapolitica di turno (da quella del comune su fino a quella del Parlamento).

E aitanti “trasferiti”, gente che dell’identità irpina non se ne fa niente perché peresprimersi liberamente ha preferito altri luoghi e altri scenari. Lasciando lascena a molti personaggi in cerca d’autore.


14 dicembre 2010

Scompare De Vito. Aveva 84 anni

E' morto Salverino De Vito, esponente democristiano di spicco, ministro per il Mezzogiorno, a lungo anche sindaco di Bisaccia. Fu uno degli artefici della legge 219 e di tanti decreti delle ricostruzione post-sisma.
Metto qui un articolo di Franco Arminio che allarga le considerazioni non solo alla sua figura ma alla coscienza civile odierna degli irpini.



L'ultimo viaggio del Senatore

Il tredici dicembre è il giorno più corto dell’anno. Oggi tra noi e il cielo c’era un muro di nuvole. E noi qui molto simili a ombre, con cuori piccoli e facce grigie. Da un po’ di tempo vedo questa dilatazione del grigio, viene fuori dai discorsi che facciamo, a volte perfino dai sorrisi. Non è che prima c’era un tempo bello a cui è succeduto un tempo brutto. Quello che forse è cambiato è lo spazio intorno alle cose, lo spazio e il tempo. Le cose e le persone prima stavano al centro. Ai bordi c’era una cornice di vuoto. Questo valeva per una rondine, per una panchina, per un programma televisivo. Adesso è come se a ogni situazione fosse stata tolta l’aria. C’è quella cosa e basta, c’è una stretta di mano, c’è un gelato, c’è un articolo di giornale. Le cose non sono seguite e precedute da niente. Nascono al momento in cui nascono e finiscono al momento in cui finiscono. Mezzo secolo fa le cose erano preceduto nel loro nascere ed erano seguire nella loro fine. Non è che la vita fosse più bella o più sensata, era una cosa mescolata, il visibile e l’invisibile stavano alla stessa tavola, si spartivano l’onere e l’onore della culla e della camera ardente, di un insulto e di un bacio. Tutto questo può essere anche tradotto dicendo che dentro gli uomini c’era una fede, poteva essere dio o il comunismo ma era una cosa che un poco trascinava le persone fuori di se stesse.

Oggi c’è che Salverino è morto e torna al suo paese che non c’è più. I luoghi muoiono, come le persone. La differenza è che ai luoghi può accadere di rinascere. Alle persone no, almeno per come potevamo vederle quando erano vive, con il loro corpo, la loro faccia. Salverino De Vito è arrivato in un carro di onoranze funebri Irpinia percorrendo per l’ultima volta la strada che unisce Avellino all’Irpinia d’Oriente. Lui abitava nella strada in cui sono nato e abitavo pure io. Tante volte ho visto gruppetti di persone davanti alla sua casa. Lo aspettavano per chiedere un favore che prima o poi riuscivano pure ad ottenere. Ho sempre sospettato che non fosse amato dal suo paese, come credo non sono amati tutti gli altri capi dell’ex Democrazia Cristiana. E questo non per colpa dei loro meriti o demeriti, semplicemente perché questa terra non sa amare niente e nessuno. L’Irpinia è una provincia ingrata e oggi al cimitero di Bisaccia questa ingratitudine era evidentissima. Non c’erano gli amministratori dei paesi vicini. Non c’erano i bidelli, gli uscieri, gli applicati di segreteria, non c’era tutta quell’umanità che a lui aveva provveduto a sistemare. La classe politica che stamattina sui giornali osannava De Vito intuisce che in questa provincia certe imprese sono destinate a cadere assai presto nell’oblio. E a De Vito questa sorte era toccata già in vita. L’ho visto tante volte negli ultimi anni seduto davanti alla porta di casa, in compagnia solo della sua sigaretta. Provavo un po’ di pena per la sua malattia che mi pareva curiosamente intrecciata a quella del nostro paese.

Adesso la malattia è finita. Salverino riposa in seconda fila in un loculo posto nel muro di cinta del cimitero, subito a destra dopo l’ingresso. Non era un notabile e non si era fatto la cappella. Il suo ultimo arrivo al suo paese meritava comunque un abbraccio e invece non è stato proclamato neppure il lutto cittadino. Il popolo che ascoltava i suoi comizi oggi non c’era e soprattutto non c’era il suo partito, non c’erano i tanti tecnici e imprenditori che ha fatto arricchire con le sue leggi. È difficile avere amici al mio paese e lui non ne aveva. È stato accolto da un paese senza lacrime, un paese che non è stato distrutto da De Vito, ma che si è distrutto usando De Vito. Il clientelismo non è possibile solo con un politico che fa favori a volte indebiti, ci vogliono anche persone che questi favori li richiedono. E così è stato per il momento della ricostruzione post-terremoto. De Vito, senza volerlo, ha dato a ognuno la sua casa e ha tolto a ognuno il suo paese.

Bisogna indovinare tante cose nella vita, compreso il momento giusto per morire. Se De Vito fosse morto trent’anni fa il paese sarebbe stato attraversato da un’emozione fortissima. Adesso ognuno sta nella sua tana, vanno in giro solo unghie pronte a carpire, a portare il bottino nella cuccia. Adesso è come se qui ognuno di noi fosse già morto. Siamo tutti una banda di inesistenti in un mondo che non c’è più.

Franco Arminio, da il mattino del 13-12-2010


Articoli 

Il Corriere del Mezzogiorno

Repubblica Napoli

Irpinianews



23 luglio 2010

Il sud e i giovani, vittime silenziose

In questi giorni è stato pubblicato il rapporto Svimez 2010 sul Mezzogiorno. I dati che contiene e che illustra sono alquanto tragici; quasi 2 milioni e mezzo di emigranti (2 milioni e 385 mila) negli ultimi 20 anni hanno abbandonato il Sud per il resto del Paese e per l’estero; il nuovo emigrante, quello col “trolley e il Pc” al posto della valigia di cartone, parte dal Sud, ha in media 31 anni, il 26% è laureato e il 50% svolge professioni alte.
Il PIL 2009 è calato del 4,5%, il reddito di una famiglia del Sud è pari al 58% del reddito medio di una famiglia del Nord. Il valore aggiunto dell’industria del Sud è calato nel 2009 del 15%, più che in paesi di nuovo ingresso nella UE a 27, come la Polonia.
Un meridionale su 3 è a rischio povertà, la disoccupazione è al 23,9% e sale al 36% nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni.
Uno dei paragrafi del rapportoSVIMEZ 2010 (il 3.1) si intitola: I giovani, le vittime silenziose.
Eppure, tranne qualche trafiletto nelle pagine economiche, di questi numeri, di questo bollettino di guerra non parla nessuno. Non c’è bisogno di parlare di secessione, di federalismo fiscale e di altro; di fatto il Sud è già abbandonato, alle mafie, ai traffichini e a politici inetti e immorali. Eppure un Sud migliore c’è già, annidato in qualche piccola realtà, che resiste, che annaspa e che si tura il naso.
La partita non può finire qui.


9 febbraio 2010

Per chi si muove

                                                         



Sulla strada di accesso al parco della Grancia, a Brindisi di Montagna, Potenza, c’è una grossa scritta su un muro, ben visibile all’altezza di un tornante. Recita così: “O emigranti o briganti”. Il parco della Grancia è famoso perché nei mesi di luglio e agosto vi si mettono in scena spettacoli proprio sul brigantaggio, in uno scenario naturale suggestivo e in quelle che furono terre di brigantaggio.

Ci sono due temi ineludibili per chi come me cerca di capirci qualcosa dell’Irpinia, delle aree interne della Campania e della Basilicata: l’emigrazione e il terremoto. Il secondo di questi è sempre presente su queste pagine, per ovvi motivi di interesse personale. L’altro ritorna di tanto in tanto, è implicito in molti discorsi ed è nella stessa natura di questa blog, che ha la parola Teora nel nome ma è gestito a 500km di distanza.

Ho monitorato molto attentamente le visite di questo blog nell’ultimo mese ( a proposito, il 15 gennaio è stata la data di maggior accesso di sempre per Teoraventura, grazie!) e con la tragedia di Haiti le visite sono aumentate, ho cercato di fare un lavoro di informazione semplice e di servizio. Mi sono reso conto di quanto è larga la famiglia dei “figli di Teora” (scusate l’espressione retorica) sparsi per il mondo: Haiti, USA, Venezuela, Germania, Belgio e soprattutto Svizzera. Ho avuto modo, nei concitati ultimi dieci giorni, di verificare di persona cosa vuol dire vivere e purtroppo anche morire da emigrati in terra straniera . Ho riflettuto sulla straordinaria capacità che gli emigrati dal Sud hanno avuto di affermarsi fuori dall’Italia (e se permettete anche oggi, in Italia stessa, noi, nuovi emigranti 2.0). La buona immagine di valige di cartone, di treni e pullman stracolmi, i ritorni con le soppressate e provoloni, di conserve sottolio e di passaporti con volti fin troppo eloquenti porta a pensare all’oggi, ai nostri trolley, ai cellulari per avvertire casa che sei arrivato, alle compagnie di autobus strozzine che speculano sugli studenti e sui pendolari.

Gli anni ’50 e i primi anni ’60 hanno svuotato Teora, Laviano, Conza etc.. Gli anni Zero hanno portato via le residue speranze di un Sud protagonista, il Sud che oggi è terra di nessuno, il Sud di Rosarno, di Bassolino che sbaglia tutto quello che si può sbagliare, di ospedali che chiudono e dove sono aperti fanno schifo. Si, ci sono anche aspetti positivi di Sud, e io di recente ne ho apprezzati alcuni.

Io però sento un profondo senso di abbandono umano per la mia generazione, lo vedo nei mesi estivi, quando per "gli svizzeri" si addobbano i giardinetti che il resto dell’anno sono pieni di merde di cani, oppure i bus organizzati per venire a votare parenti e sindaci ammiccanti.

Una cosa c’è da riconoscere agli emigrati degli anni '50 e '60: la profonda dignità, quella che viene dal sudore della fronte, dal partire quasi sempre da zero, dalle radici mai tagliate. Io però vedo, oggi, l’affievolirsi di un legame che il tempo sta logorando.

La nuova emigrazione è tema di dibattito sempre, per i politici locali.L’ho detto e lo ripeto: secondo me, Noi Emigranti 2.0 non siamo un problema, siano una risorsa, così come sono sempre stati gli emigrati. Tenetene conto.


6 marzo 2009

Nuovo bollettino di guerra

Ho appena finito di scrivere il capitolo della mia tesi di dottorato sulle industrie create in Campania e Basilicata dopo il terremoto.
Non è stato facile condensare una storia quasi trentennale di promesse realizzate e occasioni mancate. Ma la cosa su cui c'è da riflettere è la situazione attuale della nostra provincia. A dicembre ho pubblicato su questo blog un bollettino di guerra del lavoro in Irpinia, e quei dati col passare dei mesi sono stati confermati, se non aggravati. A Pomigliano, una delle poche storie positive di posti di lavoro creati al Sud dall'intervento straordinario, oggi si parla di chiudere o quanto meno ridimensionare gravemente l'Alfa e gli altri stabilimenti. Chiunque conosce i meccanismi economici della prima repubblica sa che l'intervento nel Sud ha prodotto sperperi e cattedrali nel deserto, ma che in una percentuale alta di casi è stata l'imprenditoria del Nord, e non  i meridionali, ad ottenerne vantaggi e agevolazioni.
Intanto in provincia la guerra politica delle alleanze e dei battibecchi continua imperterrita, in un crescendo che da qui a giugno ammorberà tutti quelli che non aspettano le briciole della clientela che cadono dai tavoli della politica .  Ci sono già oggi degli sconfitti, e cioè le tante persone che hanno perso il posto di lavoro, o lo perderanno a breve; quelli che se ne sono andati dall'Irpinia, sia con un titolo di studio sia con qualche anno in più sulle spalle, perchè è meglio conservare la dignità e andare altrove a fare sacrifici piuttosto che intendere il lavoro come elemosina da chiedere ai soliti noti. E anche quelli che vivono onestamente la vita quotidiana dei paesi d'Irpinia, sopportano le cose storte e nel loro piccolo si sdegnano. Io credo che queste tre categorie di sconfitti rappresentino l'unico futuro possibile della nostra terra, bisogna solo intendere la sconfitta come assuefazione temporanea, come torpore da cui si può uscire. La crisi economica è per questo l'occasione dell'oggi, per ridisegnare le comunità, capovolgere i rapporti di forza oggi esistenti, recuperare le proprie radici e vivere il nostro territorio. 


24 gennaio 2009

Sul terremoto...

.....ho scritto qualcosa che potete leggere qua:


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