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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


22 novembre 2014

23 novembre, ancora una volta

Io stavo sul divano, 7 e 34, se non sbaglio, segnaAmbu dell’Inter, e chi se lo scorda, io pò so tifosa interista.. 

Va via la luce e inizia 'sta cosa che veramente, là per là, non ti rendi nemmeno conto che cos’è. Ci siamo ritrovati, poi, ci siamo ritrovati in strada, tutta la nottata queste persone che erano scampate, si sentivano solo le grida. Quando è arrivata la scossa prima un piccolo venticello, poi la scossa, una luna chiarissima, là dov’era tutto nero ci dicevano là è tutto caduto, dove abitavo io era la parte più danneggiata.

Che ti devo dire di sto terremoto, c’ha segnato,c’ha segnato tanto, più che altro perché c’ha levato tutto; prima ci riunivamo in piazza, era piacevole, era proprio bello, poi si è disgregato tutto, chi è partito da una parte, amicizie spezzate, tante cose che adesso, così, da descrivere sono difficili, non riesco. Però è vivo, come ricordo è vivissimo.

Una testimonianza sul 23 novembre 1980

Archivio Stefano Ventura


6 ottobre 2011

L'Irpinia e la fabbrica della memoria

Incollo qui un articolo uscito sul Mattino di ieri, 5 ottobre; si inserisce in un dibattito sui luoghi e gli spazi della memoria. Sembra che ci sia una strana sindrome per la quale si debbano inventare musei della memoria, non si sa poi di che. Invece le cose già si sono, basta vederle e metterle in connessione tra loro.
Buona lettura.




L'Irpinia e le fabbriche della memoria

Stefano Ventura

Da due anni è in attività un Osservatorio Permanente sul Doposisma. Ha sede a Pertosa e Auletta, in provincia di Salerno, ed è nato per iniziativa della Fondazione MIDA (Musei integrati dell'Ambiente). E' diretto dal giornalista Antonello Caporale e raccoglie le iniziative e il lavoro di giovani ricercatori, giornalisti, videomaker, organizzatori di eventi. L'idea è quella di produrre ricerche e dossier, con cadenza annuale, che possano stimolare riflessione e dibattito. L'anno scorso abbiamo studiato le emergenze più recenti della storia italiana in chiave comparata, partendo dal terremoto del 1980 per arrivare a quello dell'Abruzzo, raccontando con cifre e storie quali sono stati i criteri e i risultati ottenuti nella gestione della fase immediatamente successiva ai terremoti.Quest'anno abbiamo analizzato “la fabbrica del terremoto”, grazie al contributo dell'Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena. Partendo dal contesto internazionale, si è voluto analizzare in chiave economica quali fattori condizionano in positivo o in negativo i territori colpiti da disastri. La ricerca è stata poi integrata da un bilancio sul piano di sviluppo industriale successivo al terremoto del 1980, con tanto di dati aggiornati sul numero di addetti e sulle aziende ancora oggi attive nelle aree industriali della 219 e illustrando non solo le promesse mancate ma anche alcuni casi di industrie che mantengono la loro produttività e offrono ancora un'opportunità ai lavoratori irpini e lucani. 
Abbiamo però anche indagato, grazie al lavoro di una giovane antropologa, Teresa Caruso, come si è ricostruita una comunità (quella di Caposele) dopo trent'anni di doposisma. Queste ricerche sono state presentate a fine agosto nel corso del Festival “Sentimento dei Luoghi” che ha visto la partecipazione di quattro presidenti di Regione (Campania, Friuli, Umbria e Basilicata), scrittori, giornalisti e studiosi. La nostra attività si sostiene con un budget molto limitato, grazie ai fondi della Fondazione MIDA, ma questo non toglie certo valore alle ricerche e alle nostre varie attività (mostre, documentari, web). 
Anche il contatto con le istituzioni è faticoso e richiede un impegno di stimolo continuo. Ma quello di cui sentiamo davvero la mancanza è il dialogo con chi come noi fa dell'iniziativa culturale e civica la sua missione e agisce in territori a noi vicini. In provincia di Avellino ci sono diversi progetti realmente realizzati nel corso degli anni; penso al museo etnografico di Aquilonia, al Centro di documentazione sulla Poesia del Sud e al Museo diocesano di Nusco, al museo del lavoro di San Potito, il museo irpino del Risorgimento da poco aperto al Carcere Borbonico, ma anche a nuovi centri di iniziativa e proposta come Officina Solidale in Alta Irpinia o all' Home Festival Irpinia d'Oriente curato dalla Scuola Holden nei giorni scorsi, e mi perdoneranno quelli che non ho citato solo per questioni di brevità.
Tutti questi poli sembrano tanti buoni musicisti che suonano benissimo il proprio spartito, ma che non riescono a suonare da orchestra. Ogni appuntamento, ogni inaugurazione di un nuovo spazio della cultura, ogni progetto sembra essere incapace di dialogare con gli altri, costruire collaborazioni e sinergie che rafforzerebbero a vicenda. Proprio il terremoto, un evento che accomuna tanti comuni di questa provincia, ha dimostrato questo limite in occasione del trentennale; tante iniziative di commemorazione e approfondimento, anche simili se non identiche, in tanti posti diversi e con tante forme organizzative, ma nessuna regia, nessun dialogo tra gli attori in campo, e quindi tanta confusione. In occasione dell'anniversario dei bombardamenti su Avellino del 1943 sono tornate in circolazione alcune idee sulla costruzione di un museo della memoria, dove archiviare e conservare materiale documentario utile poi alla divulgazione. 
E' un'idea, quella dei musei, degli archivi o delle case della memoria, che è già circolata su altri temi come il terremoto o l'emigrazione. Credo, tuttavia, che si potrebbe partire più banalmente da quello che già c'è, quelle realtà che citavo prima, e creare una rete formata da tanti diversi poli, ognuno autonomo e indipendente ma che fa sponda e si relaziona agli altri. Questo progetto dovrebbe avere un respiro regionale e raccogliere le realtà esistenti per poi crearne altre. Si potrebbe partire semplicemente dalla costruzione di uno spazio web che faccia da vetrina e contenitore delle iniziative, con un calendario regionale di eventi che non si danneggino a vicenda.Sul tema della Seconda guerra mondiale, ad esempio, Avellino potrebbe avere uno spazio che parta dal bombardamento del 14 settembre 1943 per inserirsi in un “parco della memoria” regionale che racconti le varie stragi, battaglie ed eventi accaduti in quel periodo. Anche quest'idea c'è già e va solo messa in rete. La stessa cosa potrebbe essere fatta sul terremoto, e il nostro Osservatorio in provincia di Salerno potrebbe dialogare con altri spazi che ricordino il terremoto in Alta Irpinia e con i dipartimenti universitari che a Napoli studiano alcuni aspetti del doposisma. Stessa cosa potrebbe essere fatta sull'emigrazione, sul cinema, sul lavoro e così via.Certamente risulta difficile parlare di iniziative culturali in tempi in cui la crisi economica si fa sentire duramente per sempre più famiglie. Ma molte volte l'ingegno e l'originalità, insieme alla passione nel fare quello per cui siamo portati, possono sopperire alla mancanza di fondi. Sarebbe bello che queste realtà inizino a suonare lo stesso spartito, come una vera orchestra.


6 giugno 2011

Memoria e narrazioni, una summer school in Irpinia

Dal 7 al 9 luglio a Conza si svolgerà una Summer School su "Storie, Memorie e narrazioni", organizzata dall'AISO (Ass.Italiana Storia Orale), da Officina Solidale e dal dipartimento di Sociologia dell'Università Federico II.

Oltre ad acquisire metodologie, tecniche e contenuti sulle interviste come fonte per la storia sociale, ci saranno
visite guidate e approfondimenti  sulla memoria del terremoto.
Le iscrizioni sono aperte fino al 30 giugno.




(clicca sull'immagine per leggere meglio)


7 marzo 2011

I conti con la memoria

Su IL CIRIACO (un nuovo punto di informazione sulla nostra provincia, al quale va il mio personale in bocca al lupo!) c'è una riflessione su memoria, terremoto e trentennale. Buona lettura.



6 dicembre 2010

Trentennale, un bilancio

Laviano, il monumento alle vittime del sisma


E’ trascorso anche questo Trentennale, e sembra già che i prossimi anniversari siano destinati a semplici momenti di routine della memoria, più istituzionale che popolare. Queste settimane sono state caratterizzate da un turbine di iniziative più o meno importanti, più o meno approfondite e diffuse in tutta la Campania e la Basilicata. Ogni comune ha creato un evento, uno o più convegni, più cerimonie, invitando questo o quel politico, inaugurando monumenti e lapidi. E’ anche difficile nel magma di appuntamenti individuare quelli che possono essere segnalati, così come deve essere stato difficile seguire una road map di eventi a cui valeva la pena di partecipare.

Personalmente ho passato i 15 giorni tra il 15 e il 30 novembre a girare per convegni e presentazioni del mio libro. Ho sentito molte cose su come sono andati questi 30 anni, molte volte agli antipodi, e ho ascoltato anche riflessioni semplici e spontanee di gente comune. Se la ricostruzione può dirsi un capitolo chiuso (secondo me è così), i conti con la memoria del terremoto non lo sono per niente, ci sono fratture e ferite ancora aperte e non è forse ancora l’ora di rapportarsi alla storia del terremoto con quella serenità di giudizio che sarebbe invece auspicabile.

Però abbiamo il dovere di archiviare, mettere in ordine e tramandare gli strumenti per conoscere la nostra storia recente, perché quelli che sono nati dopo il 1980 cominciano oggi a essere uomini, a presentarsi sulla scena pubblica delle nostre comunità (sempre se non fanno le valige per andare altrove).

Io ho anche parlato molto, nelle varie occasioni che si sono succedute sul calendario di eventi che avete potuto trovare in questo stesso blog. Ho detto più volte che raccontare il dolore non è facile, molte volte si isola il ricordo di quella sera di novembre dal contesto, lo si separa dagli errori commessi dopo, per colpe nostre o altrui. Ma la memoria è utile, per due motivi: perché insegna a convivere con il terremoto e, se è critica, per non commettere gli errori già compiuti in occasioni future.

Ecco un breve elenco di links sugli approfondimenti che si trovano sparsi in rete su questo 30ennale:

La Repubblica Napoli (foto, mappa interattiva, articoli)

La Città, Salerno

Altreconomia   un dossier - articolo su 219, industria e crisi attuale

Dossier Ansa

Dodici Magazine (Dodici, settimanale di approfondimento, con molte immagini di Teora)

Selacapo (un archivio di articoli e approfondimenti, curato dal blog di Caposele)



13 marzo 2010

La terra è inquieta

Sul nuovo numero di Nuovo Millennio, la rivista che il Forum dei Giovani di Teora pubblica con grande dedizione e grandi ostacoli, è uscito un mio pezzo sui terremoti recenti e sullo scenario che si prospetta per il trentennale dell'Irpinia. In attesa di nuove segnalazioni che spero di poter fare presto, leggetevi questo. Comprate,sostenete, abbonatevi al giornale.



 


  

 

Le terribili immagini del terremoto che ha distrutto Haiti il 12 gennaio hanno riportato d’attualità la tremenda potenza distruttrice della Natura, che ha colpito uno degli stati più poveri del continente americano. Il segretario generale dell’ONU ha affermato che questo potrebbe essere la peggior crisi umanitaria che l’organizzazione si sia trovata a dover fronteggiare nell’arco di molti decenni. Probabilmente non si saprà mai il numero certo delle vittime di questo terremoto, verificatosi in un’area in cui abitavano circa 3,5 milioni di persone, la maggior parte delle quali vivevano nella miseria.
In questa tragedia noi teoresi siamo stati coinvolti ancor più direttamente poiché la prima vittima italiana riconosciuta, Gigliola Martino, era originaria proprio di Teora; molte altre famiglie (Cappuccio, Caprio, Sperduto, Vitiello) erano presenti e attive nell’isola dal punto di vista economico e commerciale fin dagli inizi del ‘900. Proprio per la loro attività imprenditoriale nel settore della produzione di PVC (tubi in plastica, bicchieri) la famiglia Martino era diventata una delle più importanti dell’isola, dando lavoro a circa 5 mila persone; anche il cognato di Gigliola Martino, Mario Caprio, era conosciuto e ricordato per la sua attività di medico chirurgo e per la sua clinica, dove venivano curati gratuitamente i più poveri.
 Al momento in cui scrivo si nutrono forti preoccupazioni anche per la sorte di Antonio Sperduto, rimasto sotto le macerie del supermercato di cui era responsabile.
Nel 2004 era stato lo tsunami del Sud-est asiatico a mostrare analoghe scene di disperazione, poi l’uragano Katrina nel 2005 e altri disastri, fino ad arrivare al sisma dell’Abruzzo del 6 aprile 2009; tutti eventi che possono essere inseriti nella categoria di catastrofi naturali. Lo studioso svizzeroMax Frisch ha scritto, però, che “la Natura non conosce catastrofi”; i terremoti, le pioggie torrenziali e gli uragani sono fenomeni naturali, noi misuriamo i loro effetti distruttivi nel rapporto con le comunità umane. Restando nel settore dei terremoti, quindi, la costruzione di strutture antisismiche e il corretto addestramento dei cittadini possono evitare o limitare al massimo il numero di vittime e  le precauzioni adottate in alcune regioni della California e del Giappone testimoniano questa verità.
Sono diverse le iniziative e i progetti che stanno mettendosi in moto nella nostra zona per commemorare il trentesimo anniversario del terremoto del 1980. Il CIMA (Centro Irpino per l’Innovazione e il Monitoraggio Ambientale) con sede a Sant’Angelo dei Lombardi, ha intenzione di allestire una mostra permanente sul terremoto, coinvolgendo i diversi paesi che poi svilupperanno diversi temi e iniziative in maniera coordinata. In provincia di Salerno, a Pertosa, è già attivo un “Osservatorio sul doposisma” che opera nel campo della ricerca e della documentazione presso la fondazione MIDA. Un regista della Rai sta preparando un documentario che riguarda l’intervento dei militari tedeschi a Teora dopo la scossa e nel corso dell’anno usciranno diverse pubblicazioni, film e spettacoli teatrali sul terremoto. Anche l’immancabile facebook si sta riempiendo di gruppi che hanno intenzione di commemorare quell’evento.
In questa sede mi occuperò di alcune considerazioni che partono dal settore di cui mi occupo (la storia contemporanea) e dagli studi che ho realizzato negli ultimi anni sul tema delle conseguenze storico - sociali del terremoto, prima per la mia tesi di laurea, poi per la tesi di dottorato e altri saggi e ricerche.
Il primo argomento che illustrerò in relazione ai trent’anni del dopo terremoto è quello della memoria. Il concetto stesso di memoria è difficile da interpretare, per la sua straordinaria importanza culturale e anche sociale, di comunità. Si pensi all’importanza di un tema come la memoria dell’evento sismico; proprio per la sua imprevedibilità e il suo essere spartiacque tra un prima e un dopo, quel momento lascia segni profondi in chi vi sopravvive. Recentemente la storiografia ha sondato i terreni del racconto e della testimonianza dei sopravvissuti ai bombardamenti della seconda guerra mondiale  oppure alle stragi di civili o alle violenze sui civili avvenute dopo l’8 settembre 1943, oltre alla memoria dell’olocausto, su cui è stato scritto già molto.Anche una trasmissione radiofonica, curata da Marcello Anselmo e trasmessa da Radio3 Rai, ha usato le testimonianze dei sopravvissuti per raccontare il dopo terremoto in Irpinia e a Napoli.
 Quindi, il ricordo di un evento che è simbolicamente potente ed evocativo, come il terremoto, è sicuramente un terreno d’indagine importante per lo storico. Chiunque abbia parlato con un sopravvissuto al terremoto del 23 novembre 1980 si è reso conto che tutti ricordano perfettamente, nei minimi dettagli, cosa stessero facendo quella sera; raccontare, poi, la sofferenza e il dolore di quei momenti richiede un difficile sforzo comunicativo ed emotivo. Dobbiamo però renderci conto che raccontare, recuperare la memoria e le memorie di quella sera è cruciale sia per trasmetterle alle nuove generazioni e non farle scivolare nell’oblìo, sia per prevenire e saper affrontare catastrofi future, essendo il nostro territorio fortemente sismico. Dalle tragedie, insomma, bisognerebbe imparare e non solo trarre lo spunto per polemizzare. Dopo un forte coinvolgimento emotivo di tutta la popolazione italiana nei primi giorni dopo il 23 novembre 1980, cui contribuì la significativa mole di immagini e testimonianze diffuse dalla televisione, il terremoto dell’Irpinia è ritornato all’attenzione pubblica in seguito ad alcune inchieste giornalistiche pubblicate negli ultimi anni del decennio Ottanta - Novanta. Le inchieste chiamavano direttamente in causa molti politici di rilievo nazionale e originari delle zone terremotate. Ancora oggi, quindi, il richiamo all’Irpinia vuol dire per l’opinione pubblica ricordare le terribili immagini di distruzione e disperazione, ma anche l’implicito riferimento a sprechi, ruberie e malaffare diffusosi in quegli anni. Anche di recente, in occasione del terremoto dell’Abruzzo, l’Irpinia è stata utilizzata come esempio negativo in assoluto di tutte le ricostruzioni e i disastri italiani. Non ci sono stati tentativi di approfondire le vere cause, i processi e le dinamiche di lungo periodo, le vere responsabilità degli errori commessi in quella ricostruzione, né c’è stato accenno ai risvolti positivi della ricostruzione.
Per evitare che anche l’occasione del trentennale sposti l’attenzione solo sulla polemica, è cruciale che le comunità terremotate recuperino e trasmettano la propria memoria, con iniziative proprie e di largo respiro, soprattutto per una forma di rispetto alle migliaia di morti che i nostri paesi hanno sacrificato per concedere, poi, all’Italia intera una moderna organizzazione della Protezione civile (è in quegli anni, infatti, che si posero le basi per la legge che istituiva la Protezione Civile come oggi la conosciamo).
Invece sembra che gli abitanti dei paesi terremotati tendano a guardare a quell’evento con rassegnazione, come una grande occasione persa e l’ennesima sconfitta subìta in maniera fatalista. Ed e così che la storia della ricostruzione in Irpinia viene raccontata molto più spesso con i mezzi e i metodi della polemica giornalistica che con gli strumenti dell’analisi e della conoscenza storica. Siamo ancora in tempo, come comunità, per tentare questa operazione rivolta al futuro e alla verità, in modo obiettivo e non consolatorio, senza aspettare che siano altri a raccontarci, dall’esterno, la nostra storia.
Questa è una delle sfide che il trentennale pone.

 

 

 




8 gennaio 2010

Qualcosa si muove

DOMANI A GROTTAMINARDA SI SVOLGERA' IL PRIMO SEMINARIO DI PAESOLOGIA.





INTANTO SU FACEBOOK NASCE UN GRUPPO DI PERSONE CHE PENSA AL TRENTENNALE DEL TERREMOTO.





(cliccate sulle immagini per maggiori informazioni)


20 dicembre 2009

Terremoto, 30ennale, questioni aperte



In questa intensa settimana ho partecipato a due seminari-convegni che avevano per tema il terremoto. Due situazioni diverse con platee, contesti, argomenti e obiettivi diversi.

Il primo workshop era organizzato dal Dipartimento dove ho frequentato il mio dottorato, il DiGips e il Centro di Ricerca del CISCAM, in collaborazione con l’Università di Perugia e la Società Italiana di Studi Geografici. Il tema era quello degli eventi naturali, con particolare attenzione alle implicazioni narrative della storia, la protezione civile, le tematiche geografiche e anche quelle della psicologia sociale e collettiva.

Per quanto mi riguarda ho cercato di spiegare quali sono stati i miei studi negli ultimi anni sul terremoto in Irpinia. Grazie alla natura interdisciplinare e alla partecipazione di alcuni ricercatori della facoltà di Scienze, che hanno operato alla microzonazione sismica in diversi contesti, il dibattito che si è avuto a margine del convegno ha sollevato diverse questioni che verrano poi affrontate in un convegno a Narni per la prossima primavera. Particolarmente stimolanti gli interventi della prof.ssa Loda, che ha evidenziato come le ricostruzioni post-sismiche siano sempre il frutto di mediazioni e rinegoziazioni tra alto e basso, saranno poi i risultati a dire quanto questa mediazione è stata fruttuosa; come quello del prof. Albarello, che ha sottolineato che i terremoti non sono altro che eventi naturali e sono i sistemi antropici a fare i morti, sottolinenando come la prevenzione e non la previsione dei disastri sia la strada maestra da seguire.

Il 19 dicembre, a Sant’Angelo, presso la sede del CIMA, si è tenuta una giornata di intense attività che hanno avuto come tema centrale l’Analisi e la mitigazione del rischio.  Nell’occasione è stato presentato il progetto per la realizzazione di una mostra permanente per il terremoto del 1980, idea promossa dal CIMA e supportata dal Mattino. Il progetto prevede, oltre alla realizzazione di una mostra, una collaborazione tra i comuni del cratere (inizialmente 7) per creare vari centri di attività con vari argomenti (uno per comune) che nel corso del 2010 porti a varie iniziative. Per quanto mi riguarda ho ribadito l’idea che lanciammo, insieme a Paolo Saggese e al comune di Torella, nel 2006 e cioè una serie di luoghi che possano fornire gli strumenti per tutelare e conservare la/le memorie del sisma. La speranza è che non sia un progetto autoreferenziale e che non prevalgano i campanilismi, ma si punti ad una operazione culturale che ci faccia fare i conti con questi 30 anni di doposisma.

Il 30ennale si sta configurando come un assalto alla diligenza, per di più in un periodo di vacche magre. Sono diversi i progetti e le vetrine, alcune interessanti, altri fittizzi. Le narrazioni della memoria non saranno di certo univoche, c’è il rischio che le comunità più colpite vivano come un fastidio il fatto di dover ripercorre anni di luce ed ombre, di promesse e fallimenti, di emigrazione ripresa e di lavoro che non c’è (in Irpinia, per inciso, si sono persi circa 9mila posti dilavoro a causa della crisi, cioè gli abitanti di Lioni e Teora insieme, per intenderci).

Segnalo che recentemente un giovane storico, Marcello Anselmo, ha curato un audiodocumetario per Radio3 (La Malanotte, le puntate sono disponibili in podcast sul sito).

Per quanto mi riguarda, si tratterà di ritagliarmi uno spazio in questo mare magnum. Sono più di 5 anni che quotidianamente mi occupo di questo tema, ho diverso materiale da poter pubblicare e spero di poterlofare. Resta una stella polare per chi come me si occupa di conseguenze storico-sociali di una catastrofe; al di là dei condizionamenti e degli interessi, l’obiettivo deve essere uno, quello di  raccontare la verità.


22 novembre 2009

Sisma '80, la memoria dei rassegnati

In questo 29esimo anniversario del sisma, anno dispari, le commemorazioni saranno inevitabilmente in tono minore, in vista del prossimo 30ennale. Io che mi occupo quotidianamente di questo tema, voglio contribuire con un pezzo che racconta gli attimi della tragedia attraverso le parole di chi visse quei momenti e perse persone care. Sono testimonianze di gente comune, di persone di età diversa e che avevano ruoli diversi nella propria comunità. Il testo è un sunto di un saggio ben più corposo uscito su Italia Contemporanea nel 2006. Prego quindi chiunque voglia prendere spunto da questo testo di citare la fonte.
Le riflessioni da fare sui meccanismi della commemorazione, sulle diverse modalità di ricordare il 23 novembre 1980, sulla relazione tra il nostro sisma e l'opinione pubblica nazionale, soprattutto dopo il terremoto dell'Abruzzo, sarebbero tante e sono già state affrontate su questo blog. Ci sarebbe tanto da fare, nelle nostre comunità, per raccontare la verità dei fatti di questi 29 anni.




Nei racconti sentiti molte volte e da tante voci diverse, comprese le fonti scritte che hanno narrato di quella sera di novembre che sconvolse la vita di molte persone, c’è un elemento ricorrente, un elemento climatico. Tutti i racconti descrivono la giornata del 23 novembre, una domenica, facendo riferimento alla mitezza dell’aria novembrina. Quella calma dell’aria veniva associata, in questi racconti, ad un presagio di sventura, un ribollire delle viscere della terra che nascondevano qualcosa. La forza con cui la terra tremò alle 19 e 34 del 23 novembre 1980 fece sì che quel presagio di sventura si tramutasse in realtà. La scossa raggiunse un’intensità tra il decimo e l’undicesimo grado della scala Mercalli, i morti furono 2.914, i feriti 8.850 e circa 400.000 i senzatetto.

L’Irpinia è una zona altamente sismica e nel Novecento erano già avvenuti due terremoti, uno nel 1930 e l’altro nel 1962. Nessuno di questi, però, aveva assunto le dimensioni con cui si presentò nel 1980. Il danno fu ampliato dalle condizioni fatiscenti delle abitazioni, case in pietra nei centri abitati e abitazioni rurali alquanto povere per gli alloggi dei contadini. L’alto pericolo sismico e due terremoti a distanza di poco più di trent’anni non avevano permesso all’Irpinia e alla Basilicata del Nord di risolvere il problema della fatiscenza del patrimonio edilizio.  

La cronaca del terremoto non può prescindere dai racconti di chi quei minuti li ha vissuti. I morti, i feriti e le persone intrappolate sotto le macerie erano il segno tangibile e senza appello della ferocia del sisma. Ora che alcuni processi storici innescati dal sisma possono considerarsi conclusi e la distanza temporale inizia ad essere cospicua acquista quindi particolare importanza la memoria, sia intesa come semplice ricordo personale che intesa in maniera più ampia. Raccontare la dimensione di una sofferenza estrema è sempre difficile, ma l’uso del racconto orale è particolarmente efficace perché permette di esprimere una gamma di sentimenti che il testo scritto non è in grado di restituire. Ecco perché il racconto dei sopravvissuti a quella calamità, così come i racconti della Shoah, degli stupri di massa e dei bombardamenti, acquista un valore diverso se recuperato con gli strumenti della storia orale.

Riporto alcuni stralci in cui gli intervistati raccontano quella domenica sera le azioni quotidiane, i propri microcosmi catapultandoci nella realtà dell’Irpinia di allora, e di Teora in particolare, in una sera di novembre del 1980.


Avevo nove anni e mezzo. La sera del 23 novembre stavo studiando storia (allora frequentavo la scuola elementare) nella cucina di casa, al terzo piano di uno stabile, che apparteneva alla mia famiglia ed era stato restaurato nel 1978. Ero con mio nonno e mia nonna. Vidi saltare in aria il libricino che avevo davanti e si sentì un boato fortissimo. Quando mia nonna si accorse della cosa, ci spinse fuori e, sebbene fosse notte, si vedeva benissimo grazie a una luna spaventosamente grande. Casa nostra fu investita da massi e macerie provenienti da altre abitazioni. Mi misi le mani in testa, dopo essere stato sbalzato dalla sedia, e mi riparai sotto il camino. Sentii un forte dolore alla mano, poiché un masso mi cadde sulla testa, mentre io la proteggevo con le mani. Sentivo solo il freddo del sangue che scorreva sulle mani. Passati alcuni minuti sentii mia nonna che ci chiamava a gran voce e con mio nonno riuscimmo a uscire dalla parte di casa nostra che dava sulla strada. Trovammo mia zia con le mie tre cugine. Mia madre era da alcune vicine a fare la pasta a mano. Mia nonna spostò con furia inaudita un motocarro che ostruiva le possibili ricerche tra le macerie, poi chiese alle due signore dove fosse mia madre, ma loro furono evasive, fin quando i miei zii si misero a scavare in modo forsennato. Mia zia, nel frattempo, ci fece spostare, e lungo la via Nazionale ci incamminammo per raggiungere il centro del paese. Mio padre era al bar; era riuscito ad uscire prima che crollasse e si era portato al centro della piazza per non essere colpito dalle macerie dei palazzi. Aveva poi trascinato con sé un signore anziano e si erano diretti insieme verso Tarantino. Ci toccò una macchina come primo rifugio, e nel frattempo mi medicarono la ferita alla mano. Poi arrivò mio zio che ci disse, piangendo, che mia madre era morta.

 

In questo racconto è molto indicativo il fatto di ricordarsi addirittura quale materia si stava studiando quella sera. Un altro ragazzo di Teora, quella domenica sera, aveva scelto un diversivo.

 

Ero in un locale e stavo consumando un Campari vicino al banco del bar. Al momento della scossa mi sembrò che il pavimento si alzasse di un metro. Persi i miei occhiali; l’ingresso era alla mia sinistra, poi c’era un atrio, e prima di cercare l’uscita riuscii a trovare gli occhiali. Trovai la proprietaria e dissi, inveendo contro di lei: “Perché le bombole del gas non le tenete fuori dal locale?”; infatti, la prima impressione era che lo scoppio fosse dovuto all’esplosione di una bombola del gas. Nel frattempo sopraggiunse la seconda scossa, ancora più forte. Usciti dalla discoteca cercai e, per fortuna trovai, gli altri due della comitiva. Comunque la discoteca non cadde.

Recuperammo la nostra automobile per far ritorno verso casa; dopo 500 metri, andando verso la zona di san Bernardino, verso il centro di Lioni, trovammo il passaggio ostruito dalle case in poltiglia. Decidemmo di fare il giro da Sant’Angelo e sulla strada trovammo due persone che ci dissero: “Sant’Angelo è tutta distrutta”; erano al terzo piano dell’ospedale e si erano ritrovati al piano terra. Il terreno si era staccato dai piloni dei ponti, la gente per poter passare ricomponeva come un puzzle i pezzi d’asfalto che erano saltati. La mia casa era stata rinnovata da due-tre anni, quindi speravamo tenesse e restasse in piedi. D’altronde, Teora era poggiata sul tufo. Erano ormai le undici di sera. Pensai bene poi di raggiungere casa mia, dove trovai i miei parenti in lacrime che ci credevano morti. A casa mia vidi che la scalinata interna si era aperta e arrivava a mostrare la cantina sottostante.

 

L’allora parroco di Teora ci restituisce un’altra testimonianza della forza sconvolgente del terremoto.

 

Mi trovavo a Morra de Sanctis e stavo preparando alcuni canti natalizi insieme alla parrocchia di Morra. Dopo la scossa pensai subito di dirigermi verso Teora. Le strade di collegamento erano impraticabili, quindi cercai di raggiungere Teora attraverso le strade interpoderali. Ci riuscii; arrivato a Teora trovai un ragazzo di 16 anni, a cui chiesi le prime informazioni. Salii verso piazza Castello; da lì si sentivano in modo distinto i lamenti; invece, verso Arret i Santi, regnava un silenzio tombale. La mia impressione era che fossero morti tutti. Trovai un corpo già avvolto in un lenzuolo. Arrivai a Tarantino, dove era stato utilizzato un pulmino per il trasporto scolastico per ricoverare gli anziani. Non ci si rendeva conto della reale gravità della situazione. Il sindaco era fuori Teora. La gente trovò riparo nelle automobili. Il corso era inaccessibile, una muraglia di calcinacci. Al chiaro di luna si vedeva che non c’era più niente. Da via Monte si vedeva direttamente Lioni, quando prima le case ti ostruivano la vista. Sopra la Chiesa si propagavano le fiamme di una casa.

 

Ecco un’altra testimonianza di una casalinga teorese che in quella sera di novembre perse una figlia.

 

Quella domenica sera ero in casa, accanto al camino, e lavoravo all’uncinetto, nella casa dove vivevo con due figli, un ragazzo di 15 e una ragazza di 13 anni. Era una costruzione abbastanza vecchia, costruita molti anni prima e situata nella parte centrale di Teora. Il pomeriggio lo avevo passato in campagna. Nel tardo pomeriggio ero andata a richiamare mia figlia in piazza per riportala a casa, visto che aveva da fare i compiti e tardava a rientrare. Era una cosa che non avevo mai fatto prima. Però un’amica di mia figlia la venne a chiamare nuovamente e lei uscì per un’altra passeggiata per le vie del paese. Ad un certo punto iniziò a tremare la terra: tentai di scappare, ma rimasi imprigionata nel crollo delle mura e di quei secondi ricordo solo il buio. Fortunatamente un vicino di casa riuscì a liberarmi dalla morsa delle pietre e raggiunsi gli altri sopravvissuti nella piazza di Teora, dove fui anche medicata per la vistosa ferita alla fronte che avevo riportato. Intanto incontrai mio figlio, che era rimasto illeso. Il mattino seguente mi incamminai verso casa, alla ricerca di Teresa, ma il parroco mi fermò chiedendomi dove stessi andando. Gli risposi che andavo a cercare mia figlia. Mi rispose che era inutile perché Teresa era morta, schiacciata dal crollo di un balcone lungo il corso. Fui trasportata all’ospedale d’Oliveto Citra per altre medicazioni, ma volevo tornare a Teora per poter vedere il corpo di mia figlia.

 

Queste testimonianze, raccolte direttamente dalla voce dei sopravvissuti, non hanno certo la pretesa di dare informazioni storiche esaustive; vanno lette più nell’ottica della commemorazione e del ricordo; però, attraverso operazioni di questo tipo, compiute in maniera seria e rigorosa, si potrebbe favorire il recupero della memoria dei singoli ma anche delle comunità, in modo tale da salvare dall’oblio un pezzo così importante di storia irpina. Il tentativo di ricostruzione di una memoria collettiva e individuale, insomma, può rappresentare un primo elemento su cui basare la scrittura quanto più possibile corale, ma non per questo omogenea e semplicistica, del terremoto.

 

 

NOTA BENE: Questo lavoro riprende e rielabora due miei lavori precedenti: la mia tesi di laurea in Storia dal titolo “Irpinia 1980-1992: storia e memoria del terremoto” (Università di Siena relatore il prof. Santomassimo) e un saggio apparso sul numero 143 di Italia contemporanea (giugno 2006) dal titolo “Il terremoto dell’Irpinia: storiografia e memoria”.

                                                                        

                                    

(Tutti i diritti di riproduzione sono riservati. I trasgressori verranno puniti a norma di legge).

 

 

Stefano Ventura



18 agosto 2009

Nella terra degli sconfitti

Pubblico l''articolo molto bello di Paolo Rumiz, uscito oggi su Repubblica, che parla dei nostri paesi. Il giornalista sta facendo un viaggio nell'Italia sottosopra, quella agitata dai movimenti tellurici, franosi, e per analogia, umani, sociali etc..
Mi scuso per l'assenza di aggiornamenti, sarà la pigrizia estiva o mancanza di ispirazione. Ci vorrebbe anche un bel resoconto sull'estate teorese, che io ho vissuto a metà ( se qualcuno ha qualcosa da scrivere, scriva!!).

Buona lettura.

Nella terra degli sconfitti

di PAOLO RUMIZ

Lo vedo da lontano nella pioggia, su un tornante di Castelnuovo di Conza, in mezzo alle forre più cupe dell'Irpinia. Curvo, benedicente, inconfondibile, a poca distanza da una delle chiese più spaventevoli della Nuova Italia cementizia. Padre Pio, ostinato, caparbio, resistente come nessuno allo sterminio dei luoghi. Crollano i paesi antichi, al loro posto nasce l'orrore e il calcestruzzo, la gente scappa, gli inverni si riempiono di pioggia, solitudine e sconfitta amara, gli dèi sconfitti dei Sanniti e dei Piceni si danno alla macchia, ma Padre Pio rimane, viene veloce come il vento a occupare il vuoto della memoria. È l'unico capace di attecchire su queste montagne bastonate da Dio e dagli uomini.

Nubi dense e vento sulla via Appia che non si sa come s'intorcica proprio quassù. Castelnuovo sui tornanti pieni di pioggia, Santomenna appesa al nulla, Laviano disperatamente aggrappata a un monte di nome Eremita. Tutti nuovi e semivuoti, abitati a metà. E tutti con chiese come astronavi e municipi come bunker. Oggi nessuno va volentieri nei due edifici che dovrebbero essere il cuore della comunità. Sono orribili, e per la gente questo significa una cosa sola: Dio e lo Stato sono diventati estranei. A Laviano la chiesa è così periferica che il prete deve andare a racimolare i fedeli casa per casa con l'automobile. Non c'è stato un briciolo d'amore per questi luoghi.

Laviano ha più elettori che abitanti. Metà paese è scappato, non ha resistito al doppio insulto del terremoto e della ricostruzione. Il nuovo sindaco, Rocco Falivena, ha dissepolto dalle macerie il corpo di suo padre e altri 48 parenti e ora deve anche rimediare ai disastri edilizi del suo predecessore, accusato di montagne di reati. È schiacciato da due incubi: la linea d'ombra della morte e la frontiera dell'invivibile. Un uomo amaro, con un compito in salita, come le sue montagne. "Hanno abbattuto tutto ciò che era salvabile. La chiesa madre, la chiesa di San Vito, il municipio. Senza pietà. La gente non sapeva, era stata spostata a valle. In quelle settimane nessuno voleva avvicinarsi a quel luogo di morte... così loro hanno fatto quello che hanno voluto...".

Piove disperatamente sul calcestruzzo già a pezzi, e Falivena racconta che già prima dell'80 era diventato labilissimo il legame con la terra di questo suo popolo montanaro piegato dalla vita di miniera, dalla guerra e dal familismo amorale prima ancora che dalla natura ostile dei luoghi. "Il distacco era avvenuto da anni, il terremoto è stato solo l'occasione per tagliare i ponti... Si è scelto l'assistenzialismo. Pensi! Nelle baraccopoli gli spazzini trovavano bistecche intere nella spazzatura...". Fu il divorzio da luoghi duri e magnifici, da monti pieni di orchidee selvatiche e torrenti popolati da lontre come quelli del Klondyke. Sì, l'Appennino muore tutti i giorni.

Come fai ad amministrare una comunità dove chi ha fatto i soldi col terremoto ha abbandonato trionfalmente il paese e dove chi è rimasto si sente sconfitto perché non ha avuto le protezioni giuste? Come governi un luogo che non ha speranza di rinascere perché nessuno ci sta volentieri? Come abiti una terra piena di fantasmi? Che ne sanno di tutto questo i De Mita e i Mastella? Laviano non è più Laviano ma un'altra cosa, e il paese vecchio i giovani lo scoprono solo su Internet. Alle case nuove la gente preferisce i vecchi prefabbricati dei terremotati, ci vive o li affitta per le vacanze. "Villaggio antistress" si chiama oggi la baraccopoli. Il cartello che lo indica pare una presa in giro, ma almeno dice chiaro che intorno è solo cemento e follia.

Poiché i disastri si chiamano tra loro, accade che una mega-discarica per i rifiuti napoletani stia arrivando sull'altopiano del Fromicoso, posto tra i più belli d'Irpinia, una ventosa prateria dove Federico II faceva roteare i falchi pellegrini. Mesi fa - quando a Napoli imperversava l'emergenza munnezza - l'esercito ha occupato l'area con seicento uomini, l'ha recintata, e ora sarà quello che Dio vuole. Le popolazioni locali hanno protestato, ovviamente senza risultato, e intanto, come se presentissero la scorpacciata imminente, i corvi hanno già formato una nube e stanno roteando sul luogo.

Uccelli neri sull'altopiano, bianchi gabbiani in basso sull'Ofanto. E cani i soliti perduti dappertutto. È tutto così chiaro: gli stessi poteri forti che hanno tolto l'innocenza ai luoghi con ruspa e cemento, oggi gliela tolgono manu militari con i rifiuti. Cento ettari "di interesse strategico nazionale", governati dalla stessa mano che gestisce la ricostruzione dell'Aquila e i grandi eventi berlusconiani come un'unica cosmesi nazionale. Di nuovo popolazioni esautorate, di nuovo spazi governati da un Centro lontano e imperscrutabile come il Cremlino degli zar.

Morale "elevato". Governo "provvido". Popolazioni "percosse". E il dolore come doveva essere in era fascista? "Virile" ovviamente. I proclami dell'agenzia di regime sul terremoto irpino del 1930 dicono tutto della coreografia mussoliniana. Farebbe ridere, se oggi non fosse peggio. Oggi c'è la melassa della compassione, i funerali dell'Aquila trasmessi al rallentatore con musiche strappalacrime, le macerie spudoratamente ostentate come backstage di vertici internazionali anziché nascoste come una vergogna. Oggi c'è una coreografia ancora più sofisticata che copre il crimine e i responsabili.

Irpinia, strade disastrose, anarchia edilizia, emigrazione che continua. Eppure l'Irpinia ha avuto un De Mita che è stato presidente del consiglio e capo del più potente partito italiano. Ha avuto anche - ricordate? - ministri come Fiorentino Sullo e Salverino De Vito. Che beneficio ha avuto questa terra dai suoi padroni? Mah. L'Irpinia non è repubblica italiana ma un feudo assistito dalla medesima. Mentre attraverso paesi nella pioggia, penso che qui il terremoto non è stato una tragedia ma una pacchia, una grandioso regalo, un'elargizione di spazi edilizi ai soliti furbi. "Un evento - s'arrabbia l'amico Marco Ciriello - che ha allargato a dismisura gli appetiti ma non gli orizzonti".

"Mai ha avuto mio padre un favore da De Mita, eppure l'ha sempre votato" lamenta un muratore di Sant'Angelo dei Lombardi dalla faccia tostata dal sole e la schiena spaccata di lavoro. Gli dico che è assolutamente normale, i favori si fanno per comprare i voti che non si hanno, non per pagare quelli già avuti. "Ciriaco tiene l'intelliggienza del capo" sussurra l'uomo, con uno sguardo da film di Pasolini, aprendo le braccia. Allora oso chiedere: e Mastella? "Ah, quello. Tiene la furbizia... d'o serv'".

(15. continua)
(18 agosto 2009)


17 aprile 2009

Se trent'anni vi sembran pochi

Vi segnalo alcuni stralci di un reportage uscito sull'Espresso di oggi che parla del nostro terremoto e di quello dell'Umbria. Si è parlato tanto di Irpinia in questi giorni, molte volte a sproposito. Forse questo momento spingerà finalmente i nostri comuni a intervenire per recuperare, custodire e trasmettere la memoria del terremoto, ma soprattutto la verità dei fatti, evitando così facili polemiche strumentali.



Se trent'anni vi sembran pochi




Come ricostruire? A chi far gestire le spese e delegare i controlli? Meglio creare una new town o rifare il caro, vecchio centro storico? Per cercare risposte realistiche alle domande che oggi tutti si fanno, bisogna spegnere la tv e mettersi in viaggio. Per andare a chiedere com'è andata, e cosa non va, direttamente a loro, a quei cittadini dell'Umbria e dell'Irpinia che, per tante ragioni non banalmente geografiche, in questi giorni ripetono a tutti di sentirsi "come i parenti più stretti", o "come i vicini di casa", dei terremotati dell'Abruzzo. "Le scosse, i morti, le tende, le macerie... E il nuovo ospedale crollato, le case di pietra distrutte... Guardando Onna o L'Aquila, ci sembra di rivivere la nostra storia".
Michele Forte è il primo sindaco post-demitiano di Sant'Angelo dei Lombardi, il più grande dei comuni che furono rasi al suolo dal terrificante sisma del 23 novembre 1980. "Cosa ci ha insegnato il terremoto? Forse la lezione più importante è che si deve pensare subito al dopo. Il difficile è far vivere una comunità quando gli aiuti finiscono e si spengono le luci dell'emergenza".
In Irpinia il più grave terremoto del dopoguerra (2.735 vittime) è stato seguito da una ricostruzione diventata sinonimo di sprechi, ritardi, infiltrazioni camorristiche, affarismo e mala politica: a conti fatti, la spesa pubblica ha superato i 32 miliardi di euro.

[....]

Cinquecento chilometri più a sud, a Sant'Angelo dei Lombardi - 370 vittime anagrafiche nel terremoto del 1980, da sommare ai 90 morti sotto il cemento dell'ospedale inaugurato un anno prima - la ricostruzione è "quasi ultimata". Quasi? Dopo 29 anni? Il perito dell'ufficio tecnico comunale, Nunziante Braccia, è preciso: "Devono essere ultimati una quindicina di immobili. In tutto il comune, le case ancora disabitate sono un centinaio". Nel palazzo che chiude la piazza principale, diviso tra 15 proprietari, il Comune ha imposto i lavori di struttura e di facciata, ma le finestre restano vuote. "Il guaio è che ci abitava un solo residente e agli altri 14 non bastava il contributo del 25 per cento previsto per le seconde case". Con poche altre eccezioni, il centro storico è stato rifatto "bello com'era".
Ma attorno al castello longobardo si snodano distese di palazzoni e muraglioni modernamente osceni.
Michele Cetta, vicesindaco del Pd, picchetta i muri delle nuove costruzioni per mostrare intonaci gonfi e ferri ossidati: "Anche il cemento ha una scadenza. E dopo 30 anni si vede. Non esiste un materiale sicuro se non se ne controlla la composizione e la posa in opera. Io vivo in quella casa popolare e, come tutti qui, devo farla ispezionare ogni 5-6 anni.L'ultimo controllo, l'anno scorso, mi è costato 19 mila euro. Ho fatto un mutuo".
Il sindaco Michele Forte, appoggiato anche da mezzo centrodestra, riconosce che "la ricostruzione c'è stata ed è costata anche troppo, ma ha arricchito solo una piccola casta di tecnici e costruttori. Abbiamo dovuto rifare tre volte le fognature. Nel polo industriale è rimasta solo l'industria più seria, la Ferrero. Gli altri cosiddetti imprenditori sono scappati con i soldi. Ma il problema più grave ora è lo sfilacciamento del tessuto urbano e sociale. La vede quella? Era la nostra piazza dello struscio e adesso è vuota. Una volta da qui emigravano i poveracci, ora se ne vanno i giovani con la laurea".
In Irpinia, invece dei consorzi obbligatori, valeva il sistema dei sussidi a pioggia ai singoli proprietari, autocertificati dai loro progettisti. In via Petrile, sul colle cementificato che sovrasta il borgo, c'è un assurdo urbanistico a suo modo esemplare: una casa vuota che sembra segata in due. Il vicesindaco allarga le braccia: "Un proprietario ha rifatto la sua parte, l'altro no".
Il Comune ha concesso gran parte delle licenze tra l'84 e l'86. E il grosso dei lavori è finito tra il '92 e il '94. Ma proprio nel decennio dei soldi e degli sprechi, chiuso dai magistrati di Napoli con 554 arresti, Sant'Angelo ha continuato a perdere abitanti: 5.170 nell'81, solo 4.236 nel 2001. Ora sono 4.515, "ma grazie agli uffici pubblici".
Per Tony Lucido, presidente della Pro Loco e memoria vivente del terremoto, "il primo errore fu l'allargamento dell'area del sisma: noi abbiamo avuto i morti, Napoli i soldi. L'altra sciagura è stata la speculazione, gli appalti vinti solo per subappaltare. Ma la scelta di ricostruire tutto com'era, quella è sacrosanta: se un paese perde la memoria storica, nemmeno i giovani hanno un futuro".
Tra i Comuni più colpiti dell'Irpinia, Conza è l'esempio opposto: un paese "delocalizzato", che guadagna residenti. "Lì emigrano anche le giovani coppie, perché c'è un po' di lavoro", conferma Nicole Castellano, logopedista fresca di laurea. L'antica Conza è stata rasa al suolo e ora è un triste e bellissimo parco archeologico, con narcisi e ginestre tra le pietre delle case a cielo aperto. A valle, il nuovo paese è una spianata di stradoni, vetrine d'alluminio e villette con giardino: sembra quasi un meteorite caduto in Irpinia dal pianeta Brianza. Salvatore Fuino, barista "nato nel 1981 da mamma incinta durante il terremoto", conosce i limiti della sua new town: "La nostra memoria è fatta solo di parole. Senza romanticismo, però, ora abbiamo più lavoro e sicurezza".
Vito Farese, sindaco del Pd "rieletto con l'82 per cento dei voti" (e a ricordarlo è suo padre, già minatore in Belgio), sottolinea che "l'epicentro era qui, sulla sella di Conza: spostare il paese era inevitabile. Tra sprechi indecenti e lavori da rifare, siamo usciti dai container nel '92. Ma oggi il nostro non è un paese fantasma. Ricostruire ex novo è sicuramente più facile e meno costoso. Il nostro polo di piccole industrie dà lavoro a 300 occupati. E ormai la gente si è abituata alla casa più grande, al garage e all'asfalto. Certo, sradicare una popolazione è sempre un sacrilegio. Ora stiamo cercando di ricostruirci una storia. Guardi come sono orientate le nostre finestre: perfino il Monumento ai Volontari è puntato sulla vecchia Conza".
Davanti alla chiesa, faraonica, la Pro Loco raccoglie adesioni: "Si parte per l'Abruzzo, noi non possiamo mancare"

Irpinia scandalo continuo
 
Il 23 novembre 1980 il terremoto più grave del dopoguerra, con epicentro in Irpinia, ha provocato la morte di 2.735 persone. Il sisma ha raso al suolo interi paesi. Tra i Comuni totalmente distrutti, il più grande è Sant'Angelo dei Lombardi: 370 vittime registrate all'anagrafe e quasi altrettante tra i non residenti. Oltre alle case in pietra del borgo antico, sono crollati il nuovo ospedale e i palazzoni in cemento armato costruiti negli anni '60 e '70. Le prime leggi anti-sismiche sono nate dopo questa tragedia.
La ricostruzione in Campania è stata costellata di sprechi, ritardi, infiltrazioni camorristiche, truffe imprenditoriali, speculazioni affaristiche e corruzioni politiche. Per tutti gli anni '80 l'area degli aiuti ha continuato ad allargarsi. Tra il '92 e il '94 le inchieste sulla ricostruzione hanno portato i magistrati di Napoli a ordinare 554 arresti. Tempi lunghi e prescrizioni hanno poi salvato gran parte degli indagati. A tutt'oggi la spesa pubblica complessiva per la ricostruzione ha superato i 32 miliardi di euro.
(17 aprile 2009)


21 settembre 2008

Terra matta

Un contadino di Chiaramonte Gulfi (Ragusa), nato nel 1899, decide nel trascorrere della sua vecchiaia di mettere per iscritto, alla sua maniera, il diario personale di una intera vita. La fame delle campagne siciliane, l'esperienza terribile al fronte nella Prima guerra mondiale, la Guerra d'Africa e gli anni da minatore in Germania. Una vita "maletratata, molto travagliata e molto desprezata".
Vincitore del premio
dell'Archivio diaristico nazionale  di Pieve Santo Stefano (Ar), è stato oggetto di una revisione funzionale alla pubblicazione, che però non ha cambiato di una virgola il contenuto, e rappresenta una pagina unica di memoria, un racconto del '900 visto con gli occhi dei semplici. Un piccola gemma, che è stato possibile rendere pubblica grazie al lavoro di una istituzione culturale che intende la memoria come un bene collettivo da preservare, un elemento fondante della società. Anche oggi.   




Vincenzo Rabito

Terra Matta

Einaudi, 2007, 18,5 €

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