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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


9 febbraio 2012

Neve in Irpinia, tra emergenza e normalità

Questo articolo è uscito stamattina (9 febbraio) sul Mattino di Avellino, con il titolo "Le catastrofi create dall'uomo". Altre informazioni e letture utili sull'emergenza neve in Alta Irpinia li trovate su comunità provvisorie, piccoli paesi e sugli organi di news locali on line (Tu si nat in Italy, Il Ciriaco, Orticalab e altri).


Teora, febbraio 2012 (foto di Emidio De Rogatis)


Neve,emergenza e buon senso


StefanoVentura


Lanatura non conosce catastrofi”, affermava lo scrittore svizzero MaxFrisch. Non sono i fenomeni naturali a provocare disastri econseguenze letali per l'uomo, ma l'inadeguatezza e l'impreparazione.La “catastrofe” di questi giorni si chiama neve, quella diqualche mese fa che colpì Genova e Lunigiana si chiamava “bombad'acqua”, ma in generale la comunicazione di massa abusa asproposito della categoria delle catastrofi, ovvero un “sovvertimentodella realtà”, secondo l'etimologia.

Benpiù serio è il discorso che riguarda le responsabilità, leinadempienze e i possibili correttivi. In questi giorni sono statispesso chiamati in causa i sindaci, che hanno a loro volta criticatola struttura nazionale della Protezione Civile.

InIrpinia sappiamo bene cosa vuol dire protezione civile, sappiamoquanto è stato doloroso e grave che non ci fosse subito dopo lascossa del 23 novembre 1980; abbiamo imparato a conoscere unonorevole di Varese, Zamberletti, che ci ha insegnato, da commissariostraordinario, che la Protezione Civile nasce dal coordinamento trale varie forze, siano esse istituzioni, forze armate, volontari osemplici cittadini.

Poiè venuta negli anni Duemila la gestione Bertolaso, contraddistintada un forte interventismo dai modi spicci, una impostazione che haavuto, come effetto secondario, quello di addossare alla ProtezioneCivile un ruolo salvifico che sopperisse ai limitidell'amministrazione ordinaria.

Lepolemiche che abbondano e che tirano in ballo anche leamministrazioni locali avellinesi, così come quelle regionali, nonsono infondate, ma sono inutili se non avviano un dibattito corale suuna reale prevenzione e sugli strumenti per realizzarla. Una nevicataparticolarmente forte è un evento prevedibile, come le pioggetorrenziali e come le ondate di calore, a differenza di un terremoto.

Laprevenzione chiama in ballo anche i singoli cittadini, che sono iprimi attori della Protezione Civile. Molte volte è il correttocomportamento dei singoli a evitare conseguenze peggiori in caso di allarme o emergenza, basterebbero a volte piccoli atti di buon senso,che non necessitano per forza di una ordinanza del sindaco o di unbollettino della Protezione Civile.

Allostesso tempo, però, le istituzioni devono avere un protocollochiaro e condiviso da attuare in previsione e in seguito ad unanevicata, evento tutt'altro che estremo per zone interne come lenostre (anche se quest'ondata ha assunto davvero i caratteridell'eccezionalità, pensiamo ad esempio all'Alta Irpinia).

Tuttoquesto insieme di regole e comportamenti non può certo manifestarsiper incanto alla caduta del primo fiocco di neve, ma va preparato,così come va diffusa una cultura capillare e partecipata diProtezione civile. Pensiamo al rischio sismico: i comuni sonoobbligati a dotarsi di un piano di Protezione Civile, a verificarlo,a tenere esercitazioni e a diffonderlo. Anche su questo tema negliultimi tempi si è avuto modo di polemizzare, ma la programmazione ela pianificazione pubblica troppo spesso eludono gli scenari di lungotermine, a vantaggio del tornaconto immediato. Insomma, polemizzare èinutile se fine a se stesso, sarebbe meglio iniziare un processoserio e partecipato che metta al lavoro tutti quelli che possono dareun contributo reale.

Passata l'emergenza, sciolta la neve, dovremmo avere cura di continuare astimolare le istituzioni comunali, provinciali e regionali affinchèadottino o perfezionino i propri piani di Protezione Civile, puntandoal pieno coinvolgimento del mondo del volontariato, che in Irpiniaesiste, opera e si impegna, e anche coinvolgendo scuole, enti estrutture di ricerca, professionalità e competenze plurali.



6 ottobre 2011

L'Irpinia e la fabbrica della memoria

Incollo qui un articolo uscito sul Mattino di ieri, 5 ottobre; si inserisce in un dibattito sui luoghi e gli spazi della memoria. Sembra che ci sia una strana sindrome per la quale si debbano inventare musei della memoria, non si sa poi di che. Invece le cose già si sono, basta vederle e metterle in connessione tra loro.
Buona lettura.




L'Irpinia e le fabbriche della memoria

Stefano Ventura

Da due anni è in attività un Osservatorio Permanente sul Doposisma. Ha sede a Pertosa e Auletta, in provincia di Salerno, ed è nato per iniziativa della Fondazione MIDA (Musei integrati dell'Ambiente). E' diretto dal giornalista Antonello Caporale e raccoglie le iniziative e il lavoro di giovani ricercatori, giornalisti, videomaker, organizzatori di eventi. L'idea è quella di produrre ricerche e dossier, con cadenza annuale, che possano stimolare riflessione e dibattito. L'anno scorso abbiamo studiato le emergenze più recenti della storia italiana in chiave comparata, partendo dal terremoto del 1980 per arrivare a quello dell'Abruzzo, raccontando con cifre e storie quali sono stati i criteri e i risultati ottenuti nella gestione della fase immediatamente successiva ai terremoti.Quest'anno abbiamo analizzato “la fabbrica del terremoto”, grazie al contributo dell'Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena. Partendo dal contesto internazionale, si è voluto analizzare in chiave economica quali fattori condizionano in positivo o in negativo i territori colpiti da disastri. La ricerca è stata poi integrata da un bilancio sul piano di sviluppo industriale successivo al terremoto del 1980, con tanto di dati aggiornati sul numero di addetti e sulle aziende ancora oggi attive nelle aree industriali della 219 e illustrando non solo le promesse mancate ma anche alcuni casi di industrie che mantengono la loro produttività e offrono ancora un'opportunità ai lavoratori irpini e lucani. 
Abbiamo però anche indagato, grazie al lavoro di una giovane antropologa, Teresa Caruso, come si è ricostruita una comunità (quella di Caposele) dopo trent'anni di doposisma. Queste ricerche sono state presentate a fine agosto nel corso del Festival “Sentimento dei Luoghi” che ha visto la partecipazione di quattro presidenti di Regione (Campania, Friuli, Umbria e Basilicata), scrittori, giornalisti e studiosi. La nostra attività si sostiene con un budget molto limitato, grazie ai fondi della Fondazione MIDA, ma questo non toglie certo valore alle ricerche e alle nostre varie attività (mostre, documentari, web). 
Anche il contatto con le istituzioni è faticoso e richiede un impegno di stimolo continuo. Ma quello di cui sentiamo davvero la mancanza è il dialogo con chi come noi fa dell'iniziativa culturale e civica la sua missione e agisce in territori a noi vicini. In provincia di Avellino ci sono diversi progetti realmente realizzati nel corso degli anni; penso al museo etnografico di Aquilonia, al Centro di documentazione sulla Poesia del Sud e al Museo diocesano di Nusco, al museo del lavoro di San Potito, il museo irpino del Risorgimento da poco aperto al Carcere Borbonico, ma anche a nuovi centri di iniziativa e proposta come Officina Solidale in Alta Irpinia o all' Home Festival Irpinia d'Oriente curato dalla Scuola Holden nei giorni scorsi, e mi perdoneranno quelli che non ho citato solo per questioni di brevità.
Tutti questi poli sembrano tanti buoni musicisti che suonano benissimo il proprio spartito, ma che non riescono a suonare da orchestra. Ogni appuntamento, ogni inaugurazione di un nuovo spazio della cultura, ogni progetto sembra essere incapace di dialogare con gli altri, costruire collaborazioni e sinergie che rafforzerebbero a vicenda. Proprio il terremoto, un evento che accomuna tanti comuni di questa provincia, ha dimostrato questo limite in occasione del trentennale; tante iniziative di commemorazione e approfondimento, anche simili se non identiche, in tanti posti diversi e con tante forme organizzative, ma nessuna regia, nessun dialogo tra gli attori in campo, e quindi tanta confusione. In occasione dell'anniversario dei bombardamenti su Avellino del 1943 sono tornate in circolazione alcune idee sulla costruzione di un museo della memoria, dove archiviare e conservare materiale documentario utile poi alla divulgazione. 
E' un'idea, quella dei musei, degli archivi o delle case della memoria, che è già circolata su altri temi come il terremoto o l'emigrazione. Credo, tuttavia, che si potrebbe partire più banalmente da quello che già c'è, quelle realtà che citavo prima, e creare una rete formata da tanti diversi poli, ognuno autonomo e indipendente ma che fa sponda e si relaziona agli altri. Questo progetto dovrebbe avere un respiro regionale e raccogliere le realtà esistenti per poi crearne altre. Si potrebbe partire semplicemente dalla costruzione di uno spazio web che faccia da vetrina e contenitore delle iniziative, con un calendario regionale di eventi che non si danneggino a vicenda.Sul tema della Seconda guerra mondiale, ad esempio, Avellino potrebbe avere uno spazio che parta dal bombardamento del 14 settembre 1943 per inserirsi in un “parco della memoria” regionale che racconti le varie stragi, battaglie ed eventi accaduti in quel periodo. Anche quest'idea c'è già e va solo messa in rete. La stessa cosa potrebbe essere fatta sul terremoto, e il nostro Osservatorio in provincia di Salerno potrebbe dialogare con altri spazi che ricordino il terremoto in Alta Irpinia e con i dipartimenti universitari che a Napoli studiano alcuni aspetti del doposisma. Stessa cosa potrebbe essere fatta sull'emigrazione, sul cinema, sul lavoro e così via.Certamente risulta difficile parlare di iniziative culturali in tempi in cui la crisi economica si fa sentire duramente per sempre più famiglie. Ma molte volte l'ingegno e l'originalità, insieme alla passione nel fare quello per cui siamo portati, possono sopperire alla mancanza di fondi. Sarebbe bello che queste realtà inizino a suonare lo stesso spartito, come una vera orchestra.


28 novembre 2010

comunità e emergenza





       

La comunità che si fondò sull'emergenza
 


Nelle conversazioni abituali e informali che si fanno tra chi ha vissuto il terremoto nei paesi disastrati, la prima cosa che viene in mente è il momento della scossa, che cosa si stava facendo, la paura, le dirette conseguenze, la perdita di persone care. Subito dopo è molto facile che il discorso vada a ricordare le tante persone venute in soccorso di chi aveva subìto gli effetti più gravi e disastrosi del terremoto. Si ricordano uno a uno i comuni gemellati, le associazioni e le singole persone che divennero amici e confidenti, quasi persone di famiglia; è questa una delle pagine più positive della storia dolorosa e buia del dopo terremoto, ed è una costante che riempie la storia nazionale ogni volta che si verifica qualche calamità (è avvenuto a Messina nel 1908, a Firenze nel 1966, fino ad arrivare al terremoto in Abruzzo nel 2009). 
L’impegno numerico dei volontari raggiunse l’apice nei primi due mesi del dopo terremoto, quando erano tantissime le cose da fare per superare i disagi e lo stato di precarietà provocati dalla calamità. Tuttavia, i volontari e i terremotati spesso costruirono un rapporto che andò oltre l’emergenza. Si possono fare alcuni esempi in merito. Quando si profilava l’ipotesi di spostare i terremotati in alberghi e strutture della costa campana, la reazione dei terremotati e il supporto di esperienza dei volontari portarono alla nascita in molti paesi dei comitati di base o di iniziativa popolare. 
Proprio quando il numero dei volontari andava diminuendo, ci fu chi rimase. Perché si legò affettivamente a ragazze e ragazzi del posto e questo fattore ha condizionato in modo duraturo la vita di quelle persone. Ci furono gruppi di persone che avviarono programmi di più lunga durata. Tra i progetti che presero piede nei primi mesi e continuarono per qualche anno è senza dubbio da ricordare l’intervento in Irpinia del Cresm, il Centro di ricerche e studi sul Mezzogiorno nato dopo il terremoto del Belice nel 1968. Il segno dell’azione dei volontari in quei mesi è rimasto ancora oggi in alcuni luoghi, che hanno preso il nome dei comuni e delle province gemellate, cambiando magari toponimi molto più antichi: Villaggio Bergamo, Villaggio Svizzero, Borgo Monaco, Campo Genova. Questo testimonia ancora oggi un’eredità topografica che riporta a quell’esperienza. 
Il significato emotivo e la condivisione nel dolore tra terremotati e soccorritori è testimoniata dai racconti biografici, di gruppo o individuali, che coloro che hanno trascorso quei giorni in Irpinia hanno deciso di scrivere poi nel corso degli anni. La forma scritta più diffusa è a meta tra la letteratura, la saggistica e il diario; di solito, quando i gruppi organizzati sono tornati nelle proprie zone di provenienza dopo essere stati in Irpinia, hanno messo per iscritto le proprie impressioni e esperienze, o a volte lo hanno fatto in occasione degli anniversari del terremoto, in particolare nel primo decennio. Questa auto-narrazione si è poi rafforzata grazie alla rete; in occasione degli anniversari e ancor di più nell’era di internet e social network, i volontari lasciano traccia dei loro ricordi, anche attraverso brevi commenti o aneddoti, in modo molto più consistente di quanto facciano gli abitanti dei paesi distrutti del terremoto. 
Chi partecipò come volontario, come militare, in modo spontaneo, ricorda i giorni di permanenza nelle aree terremotate come un’esperienza di arricchimento, di condivisione e di partecipazione. Per gli abitanti dell’area terremotata, ricordare quella sera di novembre vuol dire ricordare anche la paura, la perdita di persone care o di luoghi familiari, ma anche collegare il ricordo alla narrazione dialettica che l’opinione pubblica ha adottato di quell’evento, cioè i ritardi e gli sprechi di denaro pubblico, la trasformazione radicale dei contesti sociali e urbanistici. Di sicuro, quindi, è una memoria più difficoltosa rispetto a chi ha vissuto quella fase come una parentesi, di solito bella, di pochi giorni. 
Ci sarebbe anche da indagare su quei volontari che danno una lettura invece negativa come prima reazione quando si parla del terremoto del 1980, ma questo tipo di reazione è riferita più agli errori e alle contraddizioni della ricostruzione che alla fase di emergenza. Forse, chi ha creduto di fare delle zone terremotate un laboratorio politico e ideologico, quando ha visto prevalere interessi e gruppi che gestivano la spesa pubblica, ben diversi anche dalla classe amministratrice locale, si è sentito tradito e ha considerato fallito il suo obiettivo di quei mesi. Questo tipo di memoria è sicuramente meno visibile e molte volte, quando non diventa rimozione, può essere definita una memoria indolente. 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 


15 ottobre 2010

Il Mattino, 14 ottobre 2010

Come segnalato ampiamente, si è svolta sabato 9 a Pertosa e Auletta un importante convegno sul Sud, la sua classe dirigente, i suoi amministratori, i suoi mille problemi.

Prima del dibattito è stato anticipato il contenuto della ricerca che la Fondazione Mida e l’Osservatorio Permanente del Doposisma, coordinato da Antonello Caporale di Repubblica, hanno promosso quest’anno: una analisi comparata sui quattro terremoti avvenuti in Italia negli ultimi 30 anni. L’obiettivo era quello di descrivere come si è intervenuti nel primo anno di emergenza e quanto si è speso. Il rapporto completo verrà pubblicato presto e qui troverete ulteriori aggiornamenti.

Ieri sul Mattino è uscito un articolo di Alessio Fanuzzi con una mia intervista in cui illustro alcuni dati che emergono dalla ricerca, sintetizzato nella tabella.


 

 

Terremoto dell’Irpinia, spesi 7889 euro per ogni senzatetto

Alessio Fanuzzi, Il Mattino, 14 ottobre 2010

 

Trent’anni dopo è tutto raccolto in un dossier. Numeri, tempi, spese, finanche sprechi. Tutto quello che c’è da sapere sul terremoto che il 23 novembre del 1980 scosse l’Irpinia e sconvolse la Campania è scritto nel rapporto di Stefano Ventura voluto dall’Osservatorio sul doposisma della Fondazione Mida.

Si chiama «Trent’anni di terremoti italiani» ed è uno studio comparativo sulla gestione delle emergenze in Italia. Con tanti spunti curiosi: ad esempio, a fronte di una spesa procapite per senzatetto che a L’Aquila ha sfiorato quota 24.000 euro, in Campania furono spesi solo 7.889 euro a persona. Sulle cifre, però, incide il numero di senzatetto, di gran lunga superiore in Irpinia: 400.000 contro 67.459 ventiquattro ore dopo il terremoto, 280.000 contro 65.704 sette giorni dopo. In termini assoluti, infatti, per la Campania sono stati spesi più fondi: 6,627 miliardi nei tre anni di gestione commissariale, 2,29 miliardi all’anno contro i 1,715 miliardi spesi per l’Abruzzo. Trent’anni, avellinese di Teora trapiantato a Siena, dov’è dottore di ricerca in storia contemporanea, Ventura studia da anni gli effetti del terremoto in Irpinia e la ricostruzione.

A breve debutterà anche in libreria con un libro edito da Mephite - «Non sembrava novembre quella sera» - e dedicato alla sua terra. «Nel primo anno dopo il sisma - spiega - gli sprechi furono molto limitati. Fu negli anni successivi che aumentarono le pressioni per l’allargamento dell’area del cratere e, di conseguenza, per l’ampliamento dei comuni inseriti nelle fasce di danno fino a 684». La ricerca di fondi extra, però, non fu solo una prerogativa campana se è vero che anche il Molise, dopo il sisma con epicentro San Giuliano di Puglia nel 2002, «allargò le ipotesi di sviluppo per ricevere dal governo fondi senza collegamento diretto con il terremoto».

Nel calcolo delle spese e, soprattutto, dei tempi di intervento incidono tanto anche le nuove tecnologie. «Passare dalle dodici ore che i soccorsi impiegarono per raggiungere alcuni paesi della Campania ai tre minuti necessari a dare l’allerta nella notte del 6 aprile 2009 è senza dubbio un risultato positivo del cammino della Protezione civile che nel 1980 neanche esisteva», sentenzia Ventura. E ancora, «il progetto del piano casa in Abruzzo - continua - era già a disposizione del dipartimento della Protezione civile e del governo prima del sisma che ha devastato L’Aquila tanto che, a diciassette giorni dalle prime scosse, era già stato proposto come possibile soluzione».

In Irpinia non c’erano né piani né programmi e tutta la ricostruzione fu dovuta in gran parte all’operatività del commissario Giuseppe Zamberletti che, sulla scia dell’ esperienza acquisita in Friuli, dispose già dal 26 novembre di arretrare molti senzatetto sulla costa. Un progetto naufragato ben presto e sostituito con il piano di prefabbricazione leggera e pesante che portò poi all’ installazione di 7.384 containers e alla programmazione definitiva del giugno 1981. «Quattro diverse filosofie di intervento per quattro catastrofi», osserva Ventura.

Se in Campania furono montati containers, in Umbria (1997) si scelse di riparare prima il patrimonio meno danneggiato, in Molise furono usati gli alberghi della costiera e in Abruzzo si è passati dalle tende al piano caso. «Dopo il terremoto in Irpinia - analizza il ricercatore di Teora – c’ è stato un capovolgimento quasi totale di paradigma, passando da una delega pressoché totale alle regioni e ai comuni a una gestione affidata al commissariato guidato dal capo dipartimento Guido Bertolaso per tutta l’ emergenza». Con qualche criticità di troppo. «La concentrazione di ingenti risorse finanziarie (790 milioni di euro) per ospitare tra i 15.000 e i 20.000 senzatetto - chiosa Ventura - è stata una scelta troppo onerosa per le risorse pubbliche se paragonata alle gestioni degli insediamenti provvisori che pure sono stati necessari anche in Abruzzo». © RIPRODUZIONE RISERVATA


21 agosto 2010

Villaggi vacanze

Negli ultimi giorni sono apparsi diversi articoli sul Mattino di Avellino, firmati da Gerardo de Fabrizio, che parlano dell'uso dei prefabbricati post sisma come strutture di accoglienza a fini turistici; vengono citati i casi di Conza, San Mango, Rocca e naturalmente Teora. Io sono rimasto abbastanza allibito nella lettura degli articoli, non tanto per il tema, ma per l'esposizione che se ne fa. Innanzitutto la definizione, "villaggi antistress" deriva dalla denominazione che il comune di Laviano ha dato all'area dove è stato ospitato il paese dal 1980 fino alla fine degli anni '90. Nell'articolo il caso di Laviano, che insieme al comune di Romagnano al monte è stato precursore di questa idea, non viene neanche citato. A Laviano e Romagnano la situazione è diversa; i villaggi sorgono fuori dal centro abitato dove risiedono gli abitanti, e a Laviano è stata attrezzata anche un’area piscina. Nell'articolo, dove il sindaco di Teora è citato a volte correttamente e a volte si trasforma nel famoso musicista napoletano di inizio secolo, Salvatore di Giacomo, ci sono molte letture superficiali e notizie non approfondite; ad esempio, quando viene detto che i turisti spostano la propria residenza nei prefabbricati, viene in mente che potrebbe essere un puro calcolo a fini fiscali e assicurativi, cioè pagare meno tasse per i rifiuti, minori polizze assicurative etc? Quanto è poi vero che ci sono stati matrimoni tra locali e “turisti”? Comunque metto alla vostra opinione l’articolo; io credo che la questione di fondo è un’altra; si sta trasformando un simbolo di precarietà e di sofferenza, il prefabbricato, in una attrattiva quando c’è un patrimonio abitativo inutilizzato e abbandonato. Se “il grande appeal del villaggio è dato oltre  che dal suo verde, dall'aria salubre e dai costi bassissimi di fitto”, non si potrebbe compiere un’operazione simile sulle case vere?

 


prefabbricato donato al comune di Teora dal comune di Giussano (1981)

Prefabbricati, business dei comuni (di Gerardo de Fabrizio)

A quasi 30 anni dal terribile terremoto che ha sconvolto l'Irpinia fa   discutere il fenomeno, raccontato ieri da «Il Mattino» e ripreso dai  network nazionali, dei villaggi turistici sorti nelle zone adibite nella prima fase all'accoglienza degli sfollati. Percorrendo l'Ofantina, da San Mango a Conza, passando per Rocca San Felice, Sant'Angelo dei Lombardi e  Teora ci si accorge che il modello del «Villaggio anti-stress» è diventat una risorsa economica per molti comuni irpini. Nel corso degli anni in quelle aree sono stati creati dei veri e propri complessi residenziali, accoglienti, funzionali e in alcuni casi ad impatto zero, affittati o  affidati in concessione d'uso a turisti campani e non. Si ricavano fino a   150mila euro all’anno, come a Teora, le cui casette sono state scelte  anche da vip napoletani.  Sulla collina di Teora, immerso in un bosco di castagni e faggi, sorge il  villaggio vacanze più innovativo della Campania. Il Crt, l'insediamento post sismico donato dalla Croce Rossa Tedesca oggi adibito a villaggio turistico ad impatto zero. Conta 170 baite di varie metrature che vanno da un minimo di 35 ad un massimo di 66 metri quadri, tutte attraversate da un  viale alberato illuminato. Dal 1996 è meta turistica privilegiata non  soltanto di napoletani e casertani, ma anche di romani, baresi e parmensi che hanno origini teoresi o, più semplicemente, turisti catturati da  questo modo nuovo e alternativo di vivere la natura. I prefabbricati di  legno sono dati in affitto dall'Amministrazione comunale che con la  formula della concessione in uso ha evitato le beghe burocratiche relative ai contratti di locazione per gli immobili non accatastati previste dalla nuova Finanziaria. Al prezzo di 1,70 euro al metro quadro a fronte del solo obbligo di provvedere autonomamente alla manutenzione, gli chalet del villaggio, negli anni, sono diventati il «buen retiro» anche di politici,  avvocati e medici dell'area partenopea. «Abbiamo fatto selezione - spiega il sindaco di Teora Salvatore Di Giacomo - anche perché le richieste erano tantissime. In 10 anni ci sono arrivate oltre 6500 domande e non potevamo accontentare tutti». Tra gli ospiti illustri che hanno scelto di passare le vacanze estive, quelle invernali o anche solo un week-end in terra d'Irpinia, Stefano Buono, capogruppo dei Verdi al Comune di Napoli, Nicola Abete, ex vicesindaco di Ercolano, noti penalisti dell'area flegrea,  rispettabili medici del Cardarelli di Napoli e molti visitatori affascinati dal verde della provincia. «Una gran bella idea - esclama Alfonsina De Felice, ex assessore regionale alle Politiche sociali della Giunta Bassolino - sono andata a trovare un'amica e sono rimasta felicemente impressionata. Avevo visto una cosa simile anche a Laviano, in provincia di Salerno, ma qui è un'altra cosa». [..] «Sono accoglienti e anche questi alloggi sono inglobati nel paese - sottolinea Di Giacomo - Siamo stati antesignani di questo nuovo modo di interpretare il terremoto.       Abbiamo convertito le rovine post sisma in una risorsa per il paese». A conti fatti, dai due insediamenti turistici arrivano nelle casse del piccolo comune irpino oltre 150 mila euro all'anno, cifra che rappresenta la voce più importante nell'economia di Teora. Aspetto non secondario riguarda la popolazione. Da quando i vecchi insediamenti si sono trasformati in strutture ricettive la popolazione di Teora è cresciuta.  «Tutto questo è possibile - continua il sindaco - perché i due insediamenti sono integrati nel tessuto sociale del paese. Chi viene qui  si trova talmente bene che decide anche di trasferire la propria residenza  qui. Siamo stati anche testimoni di alcuni matrimoni tra i nativi di Teora e gli ospiti del villaggio». Il grande appeal del villaggio è dato oltre  che dal suo verde, dall'aria salubre e dai costi bassissimi di fitto anche dalla bonifica che il Comune ha fatto nell'area. I tetti delle baite, che inizialmente erano in amianto sono stati sostituiti e decontaminati con materiali ad impatto zero. In più all'interno della comunità teorese s'è  venuta a costituire una Cooperativa locale per la manutenzione. «S'è   creato un indotto che ha fatto girare l'economia - conclude Di Domenico - che ha portato nuovi posti di lavoro tra la gente». ge. de fa. ©


9 maggio 2010

Irpinia dalla terra dell'osso alla terra della cenere

L'attività letteraria e anche culturale di Franco Arminio ha raggiunto ormai lo scenario nazionale, pur abitando a Bisaccia e vivendo l'Irpinia quotidianamente, dimostrando che abitare i piccoli paesi non vuol dire vivere una piccola vita (è lo slogan del festival di Cairano 7x, che quest'anno si ripeterà a fine giugno).  Riporto qui un articolo uscito oggi in cui Franco parla dei problemi d'attualità, un appello a scuotersi dal torpore e un quadro di prospettive negative ma purtroppo reali (chiusura degli ospedali, marginalità, svuotamento dei paesi). Secondo me in Irpinia ci sono anche aspetti positivi, realtà vive e buone pratiche, persone che lavorano sodo ma in silenzio. Aspetto di poter raccontare una replica di qualcuno che racconti quell'Irpinia, che c'è ma che non si mostra.

L’Irpinia: una terra nemica di se stessa
 
Il Mattino, 9 maggio 2010

L’Irpinia che viene rischia di essere un luogo orribile. Dal punto di vista dei servizi non ci sarebbe da meravigliarsi se, in breve tempo, ci ritrovassimo nelle condizioni in cui eravamo negli anni sessanta, con il danno ulteriore e, credo, irrecuperabile, di non avere intorno a noi e dentro di noi le speranze e gli umori positivi che circolavano in quegli anni. Penso in particolare all'Irpinia d'oriente. Qui ormai le case vuote sono molte di più degli abitanti. Il problema non è essere rimasti in pochi. Il problema vero è l'atteggiamento di chi nei nostri paesi ci è rimasto. Un paese di cento persone che amano la cultura e hanno rispetto degli altri è sicuramente migliore di un paese di mille abitanti in cui questi valori, che sembrano diventati inutili e fastidiosi orpelli, sono stati dismessi per partecipare ai fasti della miseria spirituale che dilaga in tutto l'occidente.
L'annunciata chiusura dell'ospedale di Bisaccia nasconde una verità ancora più amara: quell'ospedale di fatto da anni non è stato messo in condizioni di assicurare servizi adeguati e non mi riferisco a centri di eccellenza, ma ai servizi minimi ai quali un malato avrebbe diritto in uno stato che vuole definirsi “moderno” e “civile”.
In questi territori ormai veniamo chiamati a mobilitarci per difendere quel pochissimo che ci è rimasto, che ancora non ci è stato tolto. E, in genere, il risultato è che la briciola diventa sempre più piccola perché finisce sempre che bisogna spartirsela con altri difensori di briciole (in questo caso con l'ospedale di Sant'Angelo).
A Bisaccia permane una certa attitudine alle lotte sociali, basti pensare alla battaglia per il Formicoso. Per ora sembra che il pericolo è svanito e invece è solo rinviato. Attualmente nella nostra regione non c'è il minimo indizio di un ciclo avanzato nella gestione dei rifiuti. Andiamo avanti con solo due anelli delle catena: discariche e inceneritore di Acerra. Nessuna riduzione della produzione dei rifiuti, ridicole e false percentuali nella raccolta differenziata, assenza di veri impianti per la selezione e il riciclaggio. Con queste premesse è chiaro che la discarica sul Formicoso è ancora davanti a noi A meno che quel pezzo di terra lasciato libero non venga invaso da una selva confusa di pale eoliche. Come in una penosa catena di Sant'Antonio, qui si arriva a un'altra stazione del nostro calvario. Con tutte le pale che ci sono dovremmo come cittadini avere qualche beneficio. Il vento è un bene pubblico ma le pale fino a ora sono servite solo ad arricchire poche persone. Sembra di essere nei paesi arabi prima della nazionalizzazione del petrolio. Da questa veloce rassegna delle nostre croci sarebbe il caso di passare alle delizie, sarebbe il caso di segnalare che a giugno a Cairano ci sarà un evento straordinario, ma anche qui la domanda è la solita: gli irpini se ne accorgeranno? Siamo ancora in grado di cogliere il meglio considerano che siamo sempre più assuefatti al peggio? L’ultima nota è per questo mio articolo. Non ci sono nomi e dunque è destinato a non lasciare traccia. Ormai la barbarie impone che per ottenere risposte da qualcuno bisogna farne nome e cognome. E la risposta, allora, è immediata e, quasi sempre tagliente, rancorosa.
Quindi un riferimento chiaro, un nome in extremis lo voglio fare, è quello dei sindaci irpini, di tutti i sindaci irpini: abbiano il coraggio di andare in prefettura già dalle settimana prossima e di consegnare le loro fasce. Solo dimissioni collettive e immediate oggi potrebbero scuotere la ruggine che sta corrodendo tutto e tutti. Le dimissioni dei sindaci servirebbero a scuotere le istituzioni superiori ma anche a scuotere se stessi. Servono gesti clamorosi e generosi, serve impegno e, al tempo stesso, capacità di abbandonare le proprie cariche, quando queste non sono più utili al bene comune.
A Roma e a Napoli ormai ci trattano con indifferenza, ma non abbiamo nemici più grandi di noi stessi. Ad Avellino c’è un enorme teatro, un teatro che può raccogliere più di mille persone. Perché non usarlo per un gesto eccezionale, una grande manifestazione che serva a lanciare una vertenza irpina, la vertenza della terra dei paesi. Invitateci a partecipare, invitateci a sostenervi in scelte complesse, difficili, esposte. Solo così possiamo pensare di riammagliare i fili di una comunicazione e di una comunità che, allo stato attuale, non esiste, perché si è persa nelle incomprensioni e nei giochi di potere piccoli piccoli che giovano, forse, per un momento, ma che ci condurranno alla distruzione di questa terra.
A questo punto mi chiedo: chi dovrebbe organizzarlo questo raduno al Gesualdo? Come si fa a immaginare che di colpo centoventi campanili facciano risuonare la stessa campana? La prima risposta che mi viene in mente è che questo ruolo spetterebbe al sindaco del capoluogo. Oggi la politica non può essere mera gestione amministrativa, deve costruire cornici e dentro queste cornici i cittadini possono svolgere la loro azione. Adesso più che mai è necessario costruire una cornice irpina, un luogo in cui la politica diventi sintesi delle utopie meridiane e dello scrupolo nordico. Non è detto che i politici in servizio debbano limitarsi a svolgere la manutenzione della propria mediocrità. A volte, con un po’ di coraggio, si può andare anche oltre i propri limiti. Mi piacerebbe leggere nei prossimi giorni una risposta del sindaco Galasso. E se questa risposta non dovesse venire allora mi aspetto un’iniziativa senza indugi dai parti dei sindaci dell’Irpinia d’oriente. La terra dell’osso non può trasformarsi così repentinamente nella terra della cenere.

 
Franco Arminio

 


11 aprile 2009

Imparare dalle tragedie


Inoltre, copio qui un articolo uscito sul Mattino di oggi, un reportage di Marco Ciriello in due paesi simbolo del terremoto del 1980, Conza e Laviano.


Niente tv, il dolore dell'Irpinia

Tra Conza e Laviano con i terremotati del 1980

MARCO CIRIELLO

Non c’è vento a Conza della Campania, le pale eoliche sono ferme, lo specchio d’acqua della diga sembra aver ingoiato ogni rumore. Berlusconi abbraccia i parenti delle vittime a L’Aquila. La radio trasmette i funerali, qui, Concetta Cantarella del 1914 «uccisa dalle pietre», la sera dell’Ottanta, fissa i cipressi per sempre. Sono 184 i morti, solo quelli di Conza. La televisione nel bar è spenta, poca gente per strada, c’è un mercatino nella piazza, non si è fermato nessuno. Il paese è una new town spalmata in pianura, niente a che vedere col vecchio che sta in alto, arroccato, composto e vuoto. Sotto è il Texas, sopra era l’Irpinia. Monsignor Georg Gaenswein legge il messaggio di Benedetto XVI, Valeria e Luisa Masini (del 1968 e 1971) il viso nascosto dai fiori, immagine in bianco e nero, capelli corti, occhioni neri e un principio di tristezza. L’Abruzzo è legato all’Irpinia dalla transumanza, o almeno lo era, due mondi contadini annodati da quello animale. Il terremoto è esplicitazione caotica della morte che incombe su di noi, ma crea anche legami. È come per la malaria, dopo non si è più gli stessi. Nei suoi scomposti gesti distruttivi c’è il rapporto: tra pena e condannato, vita/morte. Scorrono le facce di Napolitano, Berlusconi, Ciampi, Letta, Fini, Schifani. A casa della signora Rosa Nazianzeno (62 anni) pensionata, dal 1982 al 1990 in un prefabbricato, la tv è accesa, il cardinal Bertone invita alla speranza: «Sotto le macerie dell’Abruzzo c’è la voglia di ripartire, di tornare a sognare». C’era anche qua la voglia, ma poi il dolore è diventato fame di spazio: «Più grande era la perdita maggiore la voglia di avere una casa grande, una tomba enorme, per non disperdere il ricordo».
Le telecamere indugiano sulle bare. «Qui non ci sono stati momenti formali», mi dice Stefano Ventura, dottorando in scienze storiche a Siena, tesi in storia e memoria del terremoto. «Sì, ammetto di essermi commosso. Ma anche di aver ravvisato nella discussione sulla ricostruzione - cominciata troppo presto - il solito errore di non consultare le popolazioni». Lo incontriamo a Sella di Conza, epicentro del sisma irpino, a cavallo di due provincie (Avellino e Salerno), diretti a Laviano (trecento morti). Dove andiamo con Marina Brancato, che sta scrivendo una tesi di dottorato in scienze antropologiche, sulla perdita della casa, e incrocia il terremoto con la Pasqua ebraica, rievocazione dell’esodo dall’Egitto. «Pesach: in ebraico significa passaggio e segna la metamorfosi dallo stato di schiavitù a quello della libertà, ma anche la perdita di quel poco che avevano, e un nuovo cammino - difficile - da fare». Non ha guardato i funerali «non amo le sepolture mediatiche, il lutto televisivo è l’anticamera dell’oblio».
Il sindaco di Laviano è Rocco Falivena, ha messo insieme un comitato di comuni, vista l’esperienza accumulata durante il disastro campano, e preferisce concentrarsi su un’unica opera concordata con le amministrazioni colpite: «Poco rumore, ma tanta sostanza». Questo, per lui, è anche un modo per sondare il grado di meschinità di chi «non è disposto a rendere quello che ha avuto», e infine il tentativo di tenere in vita la memoria della sofferenza «provando a trarne un dato antropologico». Falivena è un uomo pratico, d’azione, sociologo di formazione, a capo di una cooperativa che fa tagli boschivi. Uno che parla chiaro: «Qua la gente tende a rimuovere il dramma, ecco perché nessuno segue i funerali in tv, ma non è cinismo, piuttosto un modo di tenere a distanza il dolore. Perché il terremotato è anche diventato una categoria sociologica, pericolosa. Si parte col risarcimento e si finisce per usare il dolore come clava, bisogna starci attenti». E spiega il processo: «Si comincia col rancore verso il sopravvissuto e si finisce con l’essere pronti a sferrare la coltellata in nome del metro quadro». Una fila interminabile di carri funebri attende la fine del rito, a L’Aquila. Qui, il vento, leggero, a ripreso a far girare le pale eoliche.


16 gennaio 2009

Era già tutto previsto




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