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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


12 marzo 2013

Coop e donne, il passato insegna

Dal Mattino dell'8 marzo 2013


“Vogliamo viaggiare, non emigrare” era lo slogan stampato su uno striscione che le ragazze della cooperativa  “La Metà del Cielo”, di Teora, portavano a varie manifestazioni e eventi subito dopo il terremoto del 1980. Lo slogan era ispirato da un film di Troisi, uscito proprio in quel periodo, “Ricomincio da tre”. Nel film il protagonista, Gaetano, sceglie di andar via dalla famiglia per fare nuove esperienze; ogni volta che qualcuno gli chiede da dove viene, e lui risponde che viene da Napoli, allora gli chiedono: “Emigrante”? e lui risponde di no, che vuole solo viaggiare, conoscere, chi l’ha detto che chi viene dal sud è per forza emigrante?

“Vogliamo viaggiare, non emigrare” è il titolo del libro che ho curato e che verrà presentato oggi 8 marzo a Teora (ore 17). Il libro nasce da una borsa di ricerca sui temi della cooperazione sociale promossa dalla Fondazione di Comunità Officina Solidale; la prefazione è a cura di Luisa Morgantini.

Oltre alla “Metà del Cielo” di Teora, dopo il terremoto nacquero, tra Irpinia e Basilicata, molte cooperative nel settore manifatturiero, nell’edilizia, in agricoltura e anche nel settore culturale e della ristorazione. Molti dei promotori di queste cooperative venivano dall’esperienza dei comitati popolari, altre esperienze nascevano dal confronto e dall’interazione quotidiana tra i giovani dei paesi  terremotati e i volontari. La “Metà del Cielo” nacque grazie alla spinta decisiva di Luisa Morgantini, allora sindacalista arrivata da Milano come volontaria e poi protagonista di una lunga serie di attività in campo politico, umanitario e sociale (è stata anche vicepresidente del Parlamento Europeo). Altre cooperative femminili nacquero a Conza della Campania (“La Verde Valle”), Sant’Angelo dei Lombardi (“Il Lucignolo”),  Santomenna (“La Spiga d’oro”), Rapone (“La Ginestra”), Nusco e Torella dei Lombardi. I primi tempi furono duri per queste ragazze, ma pian piano ci fu una vera e propria scoperta delle proprie possibilità, un percorso verso l’emancipazione attraverso il lavoro e l’apertura verso l’esterno.

Le cose cambiarono quando prese piede l’intervento industriale del doposisma, che intercettò una buona fetta dei finanziamenti statali destinati allo sviluppo delle aree terremotate.  C’è però da dire che molte di queste cooperative hanno avuto un ciclo di vita lungo (alcune sono ancora attive, anche se hanno cambiato denominazione), resistendo fino agli anni Duemila. Inoltre, le loro attività si collegavano spesso alla tradizione artigianale locale.

Dall’esperienza del passato emerge una suggestione che forse è utile anche oggi; in un momento di difficoltà  (il doposisma) si incrociarono destini e difficoltà, si incontrarono altre realtà, si provò a reagire.

Le ragazze di queste cooperative capirono che unendo le proprie forze, investendo sulla propria formazione e sulle proprie capacità e condividendo il rischio di impresa, si poteva immaginare un futuro nei propri paesi, senza per forza prendere la valigia e andarsene.

La cooperazione, come dicono i dati, è uno dei settori che ha accusato di meno la crisi degli ultimi anni, anzi, alcune imprese in sofferenza sono state rilevate dai dipendenti attraverso la costituzione di cooperative.

L’altro tema forte che emerge dallo studio è il fatto che le potenzialità di crescita e di rinascita devono per forza considerare i giovani e le donne come elemento cardine; l’Italia è al 74esimo posto su 134 paesi nella classifica che misura il divario di opportunità lavorative tra uomini e donne, e sappiamo quanto è grave la questione dell’occupazione giovanile. Solo colmando questo divario si può pensare a una ripartenza dell’economia


18 aprile 2012

Buone e cattive pratiche, dall'Irpinia a l'Aquila

Sul Mattino di Av di oggi, 18 aprile, è uscito questo mio pezzo. Buona lettura.

Il terremoto, Barca e la lezione dell'Irpinia

Stefano Ventura


Il ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca, ha visitato alcuni paesi del Cratere domenica scorsa, accompagnato dall’ex sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi, Rosanna Repole, e incontrando diversi sindaci e amministratori. Il motivo della visita è stato l’approfondimento delle dinamiche di legge e di ricostruzione urbanistica che hanno contraddistinto la ricostruzione irpina, con i suoi processi virtuosi e casi positivi e con le ombre che hanno ispirato più volte la narrazione scandalistica che i media hanno trasmesso nel corso degli anni all’opinione pubblica nazionale.

In particolare Barca ha cercato di conoscere dettagliatamente i meccanismi di ricostruzione dei centri storici dei piccoli paesi irpini, alla ricerca di spunti e stimoli da trasferire a L’Aquila. E’ incoraggiante  che un ministro che si occupa di coesione dei territori, qualcosa di cui si ha un drammatico bisogno in tempi di tagli serrati, accorpamenti e chiusure di strutture, visiti queste aree del Mezzogiorno diverse dalle solite mete.  Sarebbe stato bello avere la stessa attenzione durante l’emergenza neve del febbraio scorso, soprattutto da parte degli amministratori della Regione Campania.

Il ministro Barca ha avuto occasione di spiegare il suo modo di intendere le tre parole chiave (infrastrutture, scuola e banda larga) da lui individuate per tentare di dare una scrollata al Mezzogiorno intorpidito.

La visita capita poi in prossimità dello sblocco di circa 50 milioni di euro per completare la ricostruzione in provincia di Avellino; un’occasione importante per i comuni terremotati, una piccola boccata d’ossigeno da gestire all’insegna di metodi e criteri nuovi, come proposto nel dettaglio di norme e procedimenti da alcuni sindaci, dall’Anci e dalla Lega Autonomie.

Un piccolo esempio di un progetto - pilota innovativo Barca lo ha osservato ad Auletta (Salerno) dove ha sede un Osservatorio sul Doposisma. Qui Il recupero del centro storico, il “Parco a ruderi”, ancora abbandonato dal 1980, è stato al centro di un concorso di idee coordinato a RENA ( Rete per l’Eccellenza nazionale), che ha visto partecipare 56 progetti da tutto il mondo; sono stati poi scelti cinque finalisti, che si sono confrontati in un workshop che avvierà un percorso per prendere il meglio da ognuno dei progetti. I prossimi mesi diranno se la sfida è stata vinta, ma quelli finora giunti sono segni incoraggianti.

Tra le cose buone da suggerire per la ricostruzione dell’Aquila, se fosse possibile, si dovrebbe restituire un pizzico di quello spirito che animò gli irpini e i lucani subito dopo il sisma, quella voglia di ripartire, quel senso di solidarietà e di comunità che poi, con l’arrivo dei soldi per ricostruire, e quindi degli interessi, andò scemando. Gli aquilani, se rivogliono il loro centro storico, non dovranno essere egoisti, dovranno essere pronti cedere anche qualche metro quadro di proprietà, dovranno pensare all’insieme e non al particolare.

Sulle cose da non fare, invece, bisogna rimarcare che le cricche e il malaffare, compreso quello criminale, sono abilissimi a infiltrarsi tra subappalti, concessioni e incarichi, specie se c’è fretta di fare. Su questo si deve vigilare, al di là dei certificati antimafia, con strutture inquirenti e di controllo, ma anche con la partecipazione attiva degli stessi terremotati e della società responsabile.

Inoltre, sarebbe buono evitare progetti megalomani e sradicati di infrastrutture e sviluppo. Non voglio parlare delle aree industriali del cratere, faccio un altro esempio più recente; a San Giuliano di Puglia è stata costruita una scuola avveniristica, dopo il terremoto del 2002, costata quattro milioni di euro per circa 100 bambini iscritti. Non sarebbe forse meglio costruire tante scuole, asili e plessi universitari “normali”, sicuri e attrezzati, invece che strutture sovradimensionate?   

 


9 febbraio 2012

Neve in Irpinia, tra emergenza e normalità

Questo articolo è uscito stamattina (9 febbraio) sul Mattino di Avellino, con il titolo "Le catastrofi create dall'uomo". Altre informazioni e letture utili sull'emergenza neve in Alta Irpinia li trovate su comunità provvisorie, piccoli paesi e sugli organi di news locali on line (Tu si nat in Italy, Il Ciriaco, Orticalab e altri).


Teora, febbraio 2012 (foto di Emidio De Rogatis)


Neve,emergenza e buon senso


StefanoVentura


Lanatura non conosce catastrofi”, affermava lo scrittore svizzero MaxFrisch. Non sono i fenomeni naturali a provocare disastri econseguenze letali per l'uomo, ma l'inadeguatezza e l'impreparazione.La “catastrofe” di questi giorni si chiama neve, quella diqualche mese fa che colpì Genova e Lunigiana si chiamava “bombad'acqua”, ma in generale la comunicazione di massa abusa asproposito della categoria delle catastrofi, ovvero un “sovvertimentodella realtà”, secondo l'etimologia.

Benpiù serio è il discorso che riguarda le responsabilità, leinadempienze e i possibili correttivi. In questi giorni sono statispesso chiamati in causa i sindaci, che hanno a loro volta criticatola struttura nazionale della Protezione Civile.

InIrpinia sappiamo bene cosa vuol dire protezione civile, sappiamoquanto è stato doloroso e grave che non ci fosse subito dopo lascossa del 23 novembre 1980; abbiamo imparato a conoscere unonorevole di Varese, Zamberletti, che ci ha insegnato, da commissariostraordinario, che la Protezione Civile nasce dal coordinamento trale varie forze, siano esse istituzioni, forze armate, volontari osemplici cittadini.

Poiè venuta negli anni Duemila la gestione Bertolaso, contraddistintada un forte interventismo dai modi spicci, una impostazione che haavuto, come effetto secondario, quello di addossare alla ProtezioneCivile un ruolo salvifico che sopperisse ai limitidell'amministrazione ordinaria.

Lepolemiche che abbondano e che tirano in ballo anche leamministrazioni locali avellinesi, così come quelle regionali, nonsono infondate, ma sono inutili se non avviano un dibattito corale suuna reale prevenzione e sugli strumenti per realizzarla. Una nevicataparticolarmente forte è un evento prevedibile, come le pioggetorrenziali e come le ondate di calore, a differenza di un terremoto.

Laprevenzione chiama in ballo anche i singoli cittadini, che sono iprimi attori della Protezione Civile. Molte volte è il correttocomportamento dei singoli a evitare conseguenze peggiori in caso di allarme o emergenza, basterebbero a volte piccoli atti di buon senso,che non necessitano per forza di una ordinanza del sindaco o di unbollettino della Protezione Civile.

Allostesso tempo, però, le istituzioni devono avere un protocollochiaro e condiviso da attuare in previsione e in seguito ad unanevicata, evento tutt'altro che estremo per zone interne come lenostre (anche se quest'ondata ha assunto davvero i caratteridell'eccezionalità, pensiamo ad esempio all'Alta Irpinia).

Tuttoquesto insieme di regole e comportamenti non può certo manifestarsiper incanto alla caduta del primo fiocco di neve, ma va preparato,così come va diffusa una cultura capillare e partecipata diProtezione civile. Pensiamo al rischio sismico: i comuni sonoobbligati a dotarsi di un piano di Protezione Civile, a verificarlo,a tenere esercitazioni e a diffonderlo. Anche su questo tema negliultimi tempi si è avuto modo di polemizzare, ma la programmazione ela pianificazione pubblica troppo spesso eludono gli scenari di lungotermine, a vantaggio del tornaconto immediato. Insomma, polemizzare èinutile se fine a se stesso, sarebbe meglio iniziare un processoserio e partecipato che metta al lavoro tutti quelli che possono dareun contributo reale.

Passata l'emergenza, sciolta la neve, dovremmo avere cura di continuare astimolare le istituzioni comunali, provinciali e regionali affinchèadottino o perfezionino i propri piani di Protezione Civile, puntandoal pieno coinvolgimento del mondo del volontariato, che in Irpiniaesiste, opera e si impegna, e anche coinvolgendo scuole, enti estrutture di ricerca, professionalità e competenze plurali.



24 aprile 2011

Teora e l'Alt(r)a Irpinia, fra 5 anni




In occasione delleelezioni di cinque anni fa i blog teoresi (questo e vocirpine curato da EnzoBonifazi) esplosero letteralmente di commenti, post, spunti di discussione,temi di polemica. In quei giorni e per i mesi successivi alle elezioni Teora visse una situazione di forte divisione sociale tra fazioni, gruppi, famiglieche appoggiavano questo o quel candidato.

Oggii due candidati alla poltrona di sindaco esprimono toni molto più pacati, le posizioni di 5 anni fa si sono rimescolate, anche seguendo le evoluzioni locali dei partiti. Le parti in campo hanno anche affermato di voler sospendere la campagna elettorale nei giorni prossimi alla Pasqua. Del resto, si sono candidati due esponenti di spicco della maggioranza uscente, sindaco e vicesindaco.

Una lettura diversa potrebbe anche essere questa: il fatto che i toni siano più pacati può essere anche segno che il motivo del contendere è molto meno appetibile orarispetto al passato e che l’animosità teorese si è assopita e ha lasciato il posto a una sonnolenza civica.

Teoraventura nonha finora postato nessuna novità sulle elezioni teoresi. Oggi c’è Facebook, enella pagina facebook di teoraventura trovate tutti le informazioni su liste, articoli della stampa locale, interventi e programmi.  L’informazione irpina sul web sta bene e fa il suo lavoro meglio di quello che potrei fare io che mi occupo di altro, quindi lascio il compito di dare le notizie a Irpinianews, Il Ciriaco, Irpiniareport, Irpinia oggi, Ottopagine, Corriere, Mattino, Buongiorno Irpinia,Opinione Irpina. 

Non scriverònessun parere sulle persone impegnate in questa competizione, facendo a tuttigli auguri affinché chi governerà Teora possa dare per il Paese il meglio nei prossimi 5 anni. Viene certo da pensare a guardare da fuori a queste amministrative irpine e non solo teoresi.

A Lioni, Calitri, Guardia, Calabritto (dove addirittura ci sono 4 liste) le logiche che hanno portato allecandidature sono state quanto meno poco trasparenti, non sembrano esserciparticolari novità né sui temi né sulle modalità con le quali si deve discutere del futuro dei singoli paesi ma ancor di più di tutto il territorio. E’ proprioquesto il punto, è secondo me poco utile parlare dei singoli comuni,  ognuno con il suo campanile e tutti arroccati lì sotto, come i protagonisti del “deserto dei Tartari”.  E’ ormai diventata una lotta per la sopravvivenza, quella delle zone interne della Campania, contro pericoliinterni e esterni sempre più ingombranti. Le divisioni non aiuteranno certo  a risolvere i problemi.

Intanto un teorese si candida a diventare consigliere comunale a Milano, e gli va fatto comunque un in bocca al lupo (nonostante le sue idee politiche siano diversissime dalle mie).

Segnalo due notizie che possono però lasciare qualche spiraglio di positività; una è quelladell’umanità dimostrata nell’ accoglienza dei migranti a Conza, l’altra viene daFrigento, dove il sindaco con 60mila euro ha acquistato sette antenne per garantire una connessione wi-fi a tutto il paese

Appuntamento a fra 5 anni.


10 dicembre 2008

Viaggiando nel vento d'Irpinia

Vi propongo una lettura piacevole, un viaggio paese per paese in Irpinia, tratto da Genteviaggi. Il libro di F. Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela, è stato selezionato tra i migliori dell'anno dalla trasmissione di Radio3 Farhenheit. Complimenti all'autore.

“Restare a casa propria è una negligenza di cui, presto o tardi, si verrà puniti”. Così scrive Paul Morand in un prezioso libretto sul viaggiare. Mettiamoci in viaggio, allora, ma curandoci di non trascurare quei luoghi che aspettano semplicemente che qualcuno li guardi, li riconosca prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia.

L’Irpinia è una provincia solo dal punto di vista amministrativo. In realtà si tratta di una regione, costituita di territori molto diversi. Forse la parte più singolare di questa regione è quella che possiamo chiamare Irpinia d’oriente. Un nome che deriva innanzitutto dal fatto che si trova all’estremo lembo orientale della Campania, come una sorta di cuneo che si apre verso la Puglia e la Basilicata. Poi ci sono da considerare la particolare conformazione geografica (tortuosa fascia di terreni miocenici) e la storia di questi luoghi, esposti a continue invasioni dall’est. Basta vedere i volti degli anziani per rendersene conto, facce che parlano un linguaggio forte, deciso, facce che fanno pensare all’armenia, al Caucaso. Nel passaggio che in tante zone del sud si è compiuto dalla civiltà contadina alla modernità incivile, in un mondo che tende ad impastarsi e a divenire come la pasta di granchio giapponese con cui si fa tutto senza assaporare più niente, l’Irpinia d’oriente conserva un suo sapore, e lo si avverte attraversando quelle ragnatele di silenzio e luce che sono i paesi. Qui i paesi sono come fiocchi di neve: non ce ne sono due uguali. E tra un paese e l’altro c’è la terra dell’osso dove nei secoli si è costruita una civiltà della lentezza e del disincanto che accompagnava e un po’ leniva la penosa arretratezza  dei “cafoni”. Chi viene da queste parti deve disporsi a svolgere una serena obiezione alla civiltà della fretta e della distrazione, agli agi e ai disagi che comporta. Questi posti possono inserirsi significativamente nel circuito delle destinazioni rurali interne caratterizzate da un orientamento attrattivo di tipo ambientale, culturale e gastronomico: qui si può ancora respirare aria pulita, pensare a piedi, mangiare buon cibo.

 

Il viaggio inizia da Bisaccia, dal suo castello a lungo frequentato dai poeti. A parte il soggiorno di Torquato Tasso, qui Federico II riuniva a volte i poeti della sua scuola. Il paese ha una piazza da cui quando l’aria è chiara si vede il tavoliere di Puglia, la nuca sassosa del Gargano. Possono sconfortare i filari di case chiuse, l’assenza di dolci fanciulle a spasso, il vento spinoso che soffia anche d’estate, ma poi capitano certi giorni in cui la luce sembra la stessa dalle sette del mattino fino al tramonto, una luce che non sembra provenire da alcun luogo e ti fa stare nel paese con la sensazione che sei arrivato in un posto che non scorderai. A Bisaccia il verde dura meno di un mese, è il verde del grano che a fine maggio comincia ad ingiallire, a perdere il rosso dei papaveri. In quel grano da qualche anno si sollevano le grandi pale eoliche, sculture in movimento che a volt

e tagliano le nuvole basse in visita al paese. Non ci sono vetrine e il maestoso castello non ha altro che pietre. Da quasi trent’anni importanti reperti archeologici non riescono a trovare una degna sistemazione e questo è un po’ l’emblema di un paese che è un museo della vita mancata.

 

Per trovare un museo vero bisogna arrivare ad Aquilonia. Ma qui a mancare è il paese. Del vecchio abitato è rimasto qualcosa che adesso si vorrebbe far rivivere per fini turistici. Intanto, l’unica attrazione di Aquilonia è il museo della civiltà contadina. Si può dire che ormai ce n’è uno in ogni contrada, un po’ come le statue di Padre Pio, ma questo è davvero ben fatto, completo, organizzato con rigore. Il tutto si deve alla straordinaria passione e competenza di un uomo che si chiama Mimì Tartaglia. L’impresa gli è riuscita perché ha vissuto a lungo lontano dal borgo natio e si è tenuto lontano dai suoi succhi venefici. La sua collezione di “roba vecchia” all’inizio era oggetto di derisione. Ora non è più così, ora il passato non è più una cosa di cui disfarsi.

 

Anche a Calitri c’è un museo, quello della ceramica. Lo hanno costruito nel punto più alto, sistemando una serie di case che erano state danneggiate dal sisma dell’ottanta. La ceramica è una peculiarità autentica del luogo, ma se non si ha voglia di vedere anfore e vasi si può fare un giro nel centro antico. Qui il paese c’è e se lo si vede dalla zona detta di Santa Lucia ti offre una visione incantevole. Il disegno era dato dalla collina. Gli uomini ci hanno messo una sopra l’altra le loro povere case. Insomma, il tutto è straordinariamente superiore alla somma delle parti.

 

Da Calitri si va giù per un gomitolo di curve, poi un po’ di pianura ed ecco spuntare un altro paese in cui bisogna assolutamente fermarsi. Conza fu completamente distrutta dal terremoto dell’ottanta. Il luogo non venne spianato dalle ruspe. La nuova Conza fu ricostruita nella valle e ci si può passare in macchina per capire quanto sia geneticamente diversa dall’originale. Invece il paese vecchio si può solo percorrerlo a piedi fino a salire al campo sportivo che sta in cima alla collina. È il fascino dei luoghi abbandonati dall’uomo e che la natura lentamente si riprende. In una casa è cresciuto un fico, un’altra sembra la teca di un’erboristeria. C’è solo il rumore di qualche lucertola che guizza tra le pietre. Questo non è un posto da visitare in molti, venire qui è un po’ come andare al cimitero. Bisogna venirci da soli o con persone care. Si può restare mezz’ora o un intero pomeriggio, comunque si deposita il senso di aver visto qualcosa che ci rende meno apatici e indifferenti.

 

Da Conza si prosegue per Lioni dove ci si può fermare per comprare degli ottimi latticini. La meta però è più avanti, è l’abbazia del Goleto. Ancora un luogo di grandi suggestioni. C’è solo qualche monaco che si muove in punta di piedi. Il complesso è stato restaurato dopo il terremoto e offre manufatti artistici e architettonici di notevole pregio. Ma, come a Calitri, il tutto è superiore alla somma delle parti. Si può scattare qualche foto per dire agli amici che siamo stati in un posto bello, ma forse è meglio tirar fuori dalla borsa un libro e leggersi qualche pagina seduti su uno scalino. Stare qui è come accarezzare la propria vita e non c’è fretta di curiosare nella brochure che racconta l’affascinante storia di quest’abbazia. Bisogna solo accordarsi col respiro del luogo e piano piano il luogo ti porta dentro la sua quiete, te la soffia e non ti senti più naufrago. Senti che per un po’ sei salvo, in disparte dalla rissa e dall’inconcludente clamore di ogni giorno.

 

Il viaggio prosegue verso Rocca San Felice. Il borgo antico è stato tutto ricostruito con le pietre. Dovrebbe essere un allettamento per turisti. La gente del posto preferisce abitare le case col garage e la sala rustica. Il centro del paese è un bel tiglio e tutto accade un po’ lì, fuori dalla sua ombra è già periferia. Da queste parti si trova la Mefite, una pozza di fango grigiastro che per Virgilio era la porta degli inferi e che può essere una trappola mortale per chi ha l’ardire di avvicinarsi troppo. Più agevole salire verso la Rocca dove Federico II fece rinchiudere suo figlio Enrico. La salita è breve, ma ripida. Si arriva su con un filo d’affanno e se con voi c’è qualcuno che vi vuole abbracciare, qui sentirete meglio che altrove il dolce brivido di avere un corpo, di essere vivi.

 

A proposito di abbracci, la prossima visita è a Gesualdo dove soggiornò il grande madrigalista Carlo Gesualdo che si ritirò nel bellissimo castello dopo aver ucciso la moglie rea di flagrante  adulterio. Il “principe dei musici” vi rimase diciotto anni e compose molta della sua musica che, assieme alle vicende della sua vita, ne ha fatto un personaggio di grande interesse. Werner Herzog qui ha girato un film e un progetto simile aveva Bernardo Bertolucci. Il paese ha un edificio assai curioso che chiamano Cappellone, una bella fontana e tanti portali di pregevole fattura. Il paesaggio comincia a essere diverso da quello dell’irpinia d’oriente. Lì c’è solo grano. Da qui s’intravedono le colline che danno i grandi vini come il Taurasi o il Greco di Tufo. Siamo vicini a Fontanarosa, la meta finale del nostro viaggio.

 

A Fontanarosa si fanno ottimi salumi, si lavora la pietra con antica maestria. Ad agosto i buoi tirano il carro di paglia, straordinaria creazione collettiva che ha resistito ai vaneggiamenti della modernità. Siamo in un paese dalle mani buone. Forse non basta a farne una località di grande attrazione turistica, ma una breve visita se la merita, come la meritano quasi tutti i paesi irpini che  non abbiamo elencato. Penso innanzitutto a Senerchia e a Zungoli e poi, solo per dirne alcuni, a Frigento, Greci, Montefusco, Trevico, Montemiletto, Torella, Cairano, Avella, Monteverde.

 

L’Irpinia, dunque, è la terra dei paesi. Ce ne sono centodiciannove, piccoli e piccolissimi (uno solo supera i quindicimila abitanti). Sono paesi da due righe nella garzantina universale, ma a visitarli può venirne ancora qualche sentimento.

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