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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


16 marzo 2014

Contro la desertificazione: la madre di tutte le battaglie

Di recente sono usciti alcuni dati statistici sull'Alta Irpinia; è possibile seguire le notizie e la rassegna stampa e web su diversi siti di informazione e blog locali, come radiolontracaposele.it, più economia, Tu si nat in Italy.
Cito e riporto un articolo che racconta le cifre dell'emigrazione a Teora e dintorni, riportando proprio una delle storie delle famiglie che in rapida successione hanno lasciato l'Irpinia alla volta della Svizzera Italiana. E' inutile dire che questa è la madre di tutte le battaglie: meno bambini vuol dire meno scuole, meno acquisti nei negozi, meno servizi in generale, più invasività da parte di predatori senza scrupoli.
Purtroppo non sembra esserci una ricetta miracolosa contro questo problema, che è di tutto l'osso appenninico. Serve tanto lavoro, sia quello materiale che quello progettuale, creativo e solidale. 


Emigrazione, fenomeno in crescita. Partono sopratutto i giovani, con titolo di studio medio alto, diplomati o laureti che cercano possibilità migliori fuori. Il problema continua a colpire in particolare i comuni dell’Alta Irpinia.

A Teora dati più preoccupanti nell’ultimo anno. In comuni come Cairano i decessi superano i nuovi nati

Il Sindaco di Monteverde, Franco Ricciardi, consegna la sua testimonianza: «Qui si riesce ancora a vivere, ma il fenomeno esiste. Negli ultimi 10 anni, esattamente dal 2001 al 2011, circa 3.500 abitanti hanno lasciato molti comuni dell’Alta Irpinia. Fino a poco tempo fa Lioni non aveva di questi problemi, ma dal 2013 ha avuto una perdita di abitanti elevata. Questo crea disagi portando alla chiusura di molti servizi. Penso al Tribunale di Sant’Angelo Dei Lombardi, all’ospedale di Bisaccia. Nei prossimi anni saranno a rischio anche le scuole. Ma il calo demografico è causato dalle nascite pari a zero, tanto da arrivare a due-tre soli parti all’anno, oltre agli spostamenti degli studenti».
Il Sindaco conclude dicendo che il problema non può essere risolto dal singolo comune, bisogna che si attivi la politica con nuove programmazioni. Il Sindaco di Teora, Stefano Farina, fa diverse riflessioni sul problema dell’emigrazione, di come si sia evoluta in maniera negativa.
«Non solo registro delle partenze anomale, ma dalla fine del 2013 e l’inizio del 2014 sono andate via tre famiglie per un totale di 12 persone. Oltre alla preoccupazione dello spostamento non è difficile intravedere uno calo delle nascite e un aumento dei decessi. Voglio sottolineare la differenza tra l’emigrazione attuale e quella degli anni 60' e 70'.
Precedentemente si parlava di emigrazione a tempo determinato, perché si partiva per racimolare dei soldi per poi rientrare e cominciare a muovere l’economia. Ora invece la situazione è terribile. Il sacrificio di coloro che partono non ha risultati perché non tornano più e l’economia si ferma, anzi retrocede. I figli con titoli di studio alti partono e proiettano il loro futuro lontano. L’economia è in crisi. A difesa di chi amministra la situazione è tragica, perché la ricaduta negativa non è limitata al meridione ma è europea e internazionale. Non c’è possibilità di azione. Prima i comuni avevano margini di manovra, oggi il patto di stabilità e la spending review bloccano tutto. Il sindaco finisce così per essere un killer armato dal governo quando la gente deve pagare, dall’altro un consolatore della comunità. Come Sindaco sono un povero lottatore in prima linea».

Infine il Sindaco Farina ci racconta la storia di un suo amico, di cui non fa il nome, il quale è stato costretto ad emigrare.
«Ero molto dispiaciuto nel vedere partire un amico. Ha perso sua madre nel terremoto dell’80 e poco dopo, a causa di una malattia, anche suo padre. Ma quando si è creato la sua famiglia se pur dotato di grande energia e forza di volontà altruisticamente se ne è andato. Egoisticamente poteva rimanere ma sperava per la su famiglia un futuro migliore».
Ed ecco le parole del Sindaco di Cairano Luigi D’Angelis:«La speranza è che i giovani rimangano per creare la loro opportunità di vita a Cairano. Stiamo perdendo la parte migliore del nostro territorio con la fuga dei cervelli. Per ora non abbiamo avuto spostamenti fuori regione o all’estero, solo qualcuno nei paesi vicini. Con i servizi non abbiamo problemi, stiamo cercando di garantire la massima disponibilità.
Il problema è quello della mortalità rispetto alle nascite, per ogni tre bambini che nascono muoiono 10 abitanti. C’è stato anche un caso di ritorno ma quando la situazione è senza sbocco molti sono costretti ad abbandonare il proprio luogo originario». Non ci sono molte soluzioni per un problema come quello delle emigrazioni, i comuni da soli non possono fare molto sono delle piccole tessere di un mosaico che non riescono a far ancora parte del disegno comune. I giovani sono la speranza ma se anche loro vanno via il problema non può far altro che rimanere tale o evolversi.

di Luisa Urciuoli dal Corriere dell’Irpinia del 14 marzo 2014


18 ottobre 2013

Siena, 18 ottobre: si presenta "Vogliamo viaggiare, non emigrare"


16 ottobre 2012

Il terremoto degli operai

Segnalo una mia riflessione, e le altre che la accompagnano, sul terremoto in Emilia.
L'originale la trovate su Lavoro culturale, nella nuova serie di Sismografie.


Il terremoto degli operai e la sfida della prevenzione

 Stefano Ventura

Le scosse che hanno interessato l’Emilia Romagna e parte della Lombardia e del Veneto a partire dal 20 maggio scorso hanno provocato sette vittime il 20 maggio (ore 4 e04, magnitudo 5.9 ), e venti vittime il 29 maggio (ore 9, magnitudo 5.8). Un’altra scossa di forte entità (5.2 scala Richter) è stata registrata il 3 giugno (ore 21 e 20), e lo sciame sismico ha tenuto in allarme le aree e le popolazioni terremotate per diversi giorni e con moltissime scosse di minore magnitudo.

I comuni più colpiti sono stati San Felice sul Panaro, Mirandola, Finale Emilia, Cavezzo e Novi. Sono state allestite dalla Protezione civile ventotto aree per la prima sistemazione dei circa 15 mila sfollati, gestite dalle forze del volontariato. In Emilia-Romagna al 25 settembre sono 4.412 le persone assistite. Tra questi, 2.897 sono ospitati nelle aree di accoglienza, 88 nelle strutture al coperto e 1.427 in strutture alberghiere.[1] Mancano, accanto a questi numeri, le cifre delle autonome sistemazioni, cioè tutte quelle famiglie e persone che hanno trovato ospitalità a casa di parenti e amici e per i quali è previsto un contributo basato sul numero di componenti del nucleo familiare.

La situazione degli edifici pubblici ha rappresentato sin da subito un punto critico; per quanto riguarda, ad esempio, le scuole, il 17 settembre hanno riaperto, ma 471 edifici avevano subito danni e circa 70 mila studenti hanno dovuto ricominciare in situazioni provvisorie, in tensostrutture o in strutture prefabbricate, altre volte raggiungendo plessi scolastici di zone vicine o altre ancora ospitati in alberghi, palestre e altri spazi adattati alle necessità.

L’altra situazione d’urgenza riguarda le aziende e l’apparato produttivo, che in quest’area trova un concentramento di importanti realtà, ad esempio nel settore biomedicale e nella produzione alimentare. Molte aziende che hanno subìto il crollo dei capannoni hanno trovato ospitalità nelle fabbriche dell’area vicina o hanno condiviso gli spazi dei capannoni rimasti agibili.

Questo terremoto sarà quindi consegnato al purtroppo ricco elenco di disastri che hanno tormentato l’Italia come “il terremoto degli operai” e dei capannoni crollati, così come il terremoto di San Giuliano di Puglia e del Molise, che sta per compiere dieci anni (31 ottobre 2002) è quello dei bambini morti nel crollo della scuola, così come il terremoto dell’Aquila ha assunto come simbolico apice di sventura il crollo della Casa dello Studente di via XX settembre.

Ognuno di questi disastri, e nello specifico i terremoti, ha trovato risposte diverse non tanto nell’organizzazione e nella prontezza dei soccorsi, quanto nell’architettura istituzionale e di governo della gestione dell’emergenza e ancor di più nell’avvio della fase di ricostruzione. In 15 anni, dal terremoto dell’Umbria e delle Marche ad oggi, tutti gli eventi principali hanno avuto storia a sé, sono stati caratterizzati da filosofie di intervento proprie, da un equilibrio di volta in volta diverso tra le principali forze in campo, cioè comunità e istituzioni locali, Regioni, Protezione Civile e Governi nazionali. Nel primo caso (Umbria e Marche 1997) il Governo diede ben presto alla Regione l’incarico di coordinare gli interventi dei comuni; in Molise, quando la gestione commissariale passò alla Regione, il governatore Iorio allargò a dismisura le fasce di danno dirottando le risorse su opere e provvedimenti non collegati alla ricostruzione. L’Aquila ha rappresentato il ritorno a una gestione fortemente centralizzata da parte del Governo e della Protezione civile, con l’azione sinergica di Berlusconi e Bertolaso che ha privato quasi del tutto i sindaci e le popolazioni locali della possibilità di intervenire.

Far trascorrere un po’ di tempo tra lo svolgimento dei fatti e lo studio dei singoli casi aiuterà a capire se questa lettura, qui forzatamente semplificata, sia corretta o meno. Atteniamoci ora all’attualità per cercare di cogliere gli elementi principali che emergono dalla vicenda del terremoto emiliano.

Il 17 maggio, tre giorni prima della scossa del 20, è entrato in vigore il decreto n.59, quello che stabilisce compiti e modalità di intervento della nuova Protezione civile, dopo gli anni in cui alla Protezione civile sono stati affidati compiti e poteri che esulavano dalla sua vocazione originaria (i grandi eventi, ad esempio).

Il decreto stabilisce che la Protezione civile ha potere di ordinanza per venti giorni dopo una calamità

(Tremonti aveva introdotto un passaggio obbligato e una autorizzazione preventiva del ministero dell’Economia prima di stanziare i fondi per l’emergenza) e ha potere di intervento e spesa su operazioni di soccorso, assistenza alle popolazioni e opere per la sicurezza con 50 milioni di euro a disposizione da destinare allo scopo. L’emergenza dura sessanta giorni, prorogabili al massimo di altri quaranta giorni, per un totale massimo di cento giorni, dopo i quali la gestione passa alle amministrazioni ordinarie. Il decreto contiene anche l’accantonamento del principio per il quale lo Stato è tenuto a risarcire integralmente i danni dovuti a disastri e introduce un’assicurazione obbligatoria contro i danni da calamità per le abitazioni private[2].

L’Emilia rappresenta quindi il primo banco di prova di questo decreto, e da più parti è stato fatto notare che in sessanta o al massimo cento giorni non si risolve quasi nulla. Il fondo stabilito per la gestione dell’emergenza è di 50 milioni di euro, che in Emilia sono finiti venti giorni prima della scadenza dello stato di emergenza. Le istituzioni locali in particolare devono imparare in fretta a fare da soli, sotto la guida della Regione, ma ad a oggi i soldi per operare sembrano non esserci, né da parte del governo italiano (tranne i 500 milioni derivanti dalle accise sulla benzina), né dall’Unione Europea (i 670 milioni stanziati arriveranno nei primi mesi del 2013). La cosiddetta congiuntura economica, d’altronde, non è certo quella più adatta a spese e impegni finanziari straordinari. 

Eppure le prime dichiarazioni di alcuni membri del governo, al di là delle cifre annunciate, sollevavano questioni aperte di grande importanza; il ministro dell’ambiente, Clini, dichiarava di voler promuovere un piano nazionale per la difesa del territorio. Per questo sforzo straordinario servirebbero, secondo il ministro, 41 miliardi di euro e 15 anni di tempo[3].

Il ministro Fornero, invece, faceva notare che il crollo dei capannoni e degli edifici sensibili, in altri Paesi, non sarebbe potuto succedere[4].

E’ indubbio che il problema della sicurezza del patrimonio di edilizia pubblica e privata italiana è davvero il principale nemico per la difesa dai rischi naturali e antropici, ma per vari motivi non si è mai agito seriamente per porre rimedio alla questione. Dal terremoto di San Giuliano di Puglia a oggi sono passati dieci anni; tuttavia non si ricordano in questi anni leggi, interventi e impegni di spesa per la messa in sicurezza di scuole, edifici storici e per i fabbricati più datati.

Scorrendo i titoli e le pagine dei giornali delle settimane successive al terremoto emergono, inoltre, polemiche e allarmi sul rischio di nuove scosse e sull’adeguatezza della mappa nazionale del rischio sismico. La zona colpita non risulta, infatti, tra le zone a più alto rischio sismico, anche se storicamente in quell’area si ricordano alcuni terremoti, anche di forte entità, come ad esempio il sisma del 1570 a Ferrara, e in quel caso lo sciame sismico durò diverso tempo[5].

L’annuncio di imminenti scosse di uguale o maggiore entità ha tenuto in allarme la popolazione e messo in difficoltà geologi ed esperti che stavano, nel frattempo, monitorando la situazione, vista anche la relativa novità del fenomeno. Si pone quindi un altro problema, quasi etico: comunicare tutte le informazioni di cui la comunità scientifica è in possesso oppure selezionarle per evitare allarmismi e panico?

Quello che sicuramente emerge è la corsa alla semplificazione, i titoli a effetto e la rapidità frenetica imposta da comunicazione di massa al tempo dei social network, quando un tweet o un hashtag hanno più presa di un approfondimento ragionato. Nel caso del terremoto, la previsione di un evento sismico sta diventando un’ossessione scientificamente infondata, ma sempre evocata. Invece di inventarsi date, previsioni e allarmi su dove e quando sarà il prossimo sisma, sarebbe certamente meglio investire le energie per adeguare le strutture materiali e per educare la popolazione.

Infine, bisogna prestare attenzione al frequente appello alla “retorica della tragedia”, cioè a quella vulgata che sottolinea in maniera strumentale il carattere di una comunità,  la fierezza degli aquilani oppure la laboriosità degli emiliani. Certamente raccontare le esperienze positive di rinascita può essere di incoraggiamento per chi deve ripartire.

Molto spesso, però, questo tipo di narrazione serve a oscurare o mettere in secondo piano l’individuazione delle responsabilità, ad esempio sui palazzi costruiti su una faglia a Pettino, quartiere dell’Aquila, o sui capannoni accartocciati su se stessi in un niente in Emilia e spinge a minimizzare i problemi della ricostruzione e dell’immediato.

Staremo a vedere quale corso prenderà la ricostruzione in Emilia; di certo la seria considerazione dei problemi degli emiliani porterebbe a una più matura consapevolezza della fragilità dell’Italia intera e, forse, a pensare la natura e il territorio come elementi primari e non trascurabili. Al di là delle politiche di lungo periodo, delle azioni di governo nazionali e locali, la prima cellula di Protezione civile è sempre il buonsenso, quello individuale e quello collettivo; per far maturare questa coscienza è fondamentale sostenere e rafforzare i progetti educativi, che già nel nostro Paese sono ben presenti grazie al volontariato, all’associazionismo e a ricercatori e professionisti della prevenzione. Vale anche la pena ricordare di come la prevenzione, oltre a salvare vite umane, potrebbe far risparmiare le ingenti risorse necessarie, ogni volta, per ricostruire dopo un disastro. C’è bisogno, quindi, di agire con continuità in questa direzione, senza aspettare la prossima calamità.



13 giugno 2012

Il terremoto in Emilia (20 e 29 maggio 2012)


Le due scosse del 20 maggio e del 29 maggio, con epicentro nella zona tra le province di Bologna, Modena e Ferrara, hanno causato 23 morti (7 nella prima scossa alle 4 e 03 del 20 maggio, 16 nella scossa delle 9 del 29 maggio); i senzatetto sono circa 14mila, i feriti circa 350. 

Su ORENT e sul sito dell'Osservatorio sul Doposisma potete leggere le rassegne stampa, gli approfondimenti e le riflessioni sul terremoto dell'Emilia.









11 dicembre 2010

Ema, millionesima "paletta"

Questo è l'articolo scritto da Michele Vespasiano sulla cerimonia tenuta a Morra in occasione della milionesima paletta prodotta dall'EMA. E' una delle poche aziende che non licenzia, anzi, ha una asilo aziendale, una mensa aziendale (di cui seguo direttamente le vicende) e un ambiente lavorativo abbastanza organizzato. Sarà che ricade sotto la proprietà Rolls Royce, ma comunque va segnalata come esperienza.

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EMA, A MORRA LO SVILUPPO METTERA' LE ALI

La festa dell’orgoglio Ema si è tenuta ieri mattina tra le mura super protette dello stabilimento morrese, alla presenza dei vertici istituzionali e politici della Regione Campania, della Provincia di Avellino e di quella di Benevento, rappresentati rispettivamente dal vicegovernatore Giuseppe De Mita, dai consiglieri regionali Rosetta D’Amelio, Pietro Foglia e Antonia Ruggiero, dal presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile, dal vice presidente e dal consigliere di Palazzo Caracciolo, Vincenzo Sirignano e Gaetano Calabrese. Padroni di casa, assieme al Natale, il Presidente della Ema, Giuseppe Ciongoli, e il vice presidente esecutivo della Rolls Royce, Mike Mosley. Tutti hanno avuto parole di compiacimento per i risultati conseguiti dall’azienda che in pochi anni è riuscita a passare da una quota azionaria minoritaria al totale controllo che è in testa al prestigioso marchio del Regno Unito. Un processo di crescita guidato in prima persona da Ciongoli che ha voluto spendere parole di elogio «per il management aziendale e per la totalità della forza lavoro, che rappresenta la vera speranza per il futuro di questo stabilimento».

Il forte legame che unisce il personale all’azienda altirpina è stato reso plasticamente dall’interminabile applauso con il quale è stato accolto ai microfoni l’amministratore delegato della Ema. Un applauso e un calore che Natale ha ricambiato evidenziando fin dalle prima battute il merito dei dipendenti, passati dalle 51 unità del 1998 ai 400 di oggi: «Lavoratori qualificati, di grande professionalità e soprattutto stabilizzati, che assieme alla notevole tecnologia e alla continua ricerca ci permettono di competere con il mercato». Un riferimento che ha permesso all’amministratore delegato Natale di annunciare che presto l’azienda si misurerà anche con il nucleare civile italiano. «La milionesima pala è un successo per il futuro - ha continuato Natale - per la cui crescita occorre rafforzare il posizionamento di Ema sul mercato, sviluppare la filiera industriale campana e consolidare il rapporto con gli atenei per accrescere ricerca e competenza.

E per questo occorre l’impegno di tutte le istituzioni, ma soprattutto un iter amministrativo veloce che favorisca la nascita del distretto di metallurgia avanzata». Una richiesta che Giuseppe De Mita non intende far cadere: «C’è grande interesse per un’idea che ha il merito di nascere dal ceto produttivo e non nella testa dei politici, la cui realizzazione non può essere frustrata da procedure farraginose e inconcludenti». Sulle prospettive che potrebbero aversi in Irpinia, non meno lusinghiero è stato il giudizio del sindaco di Morra De Sanctis, Gerardo Capozza, per il quale la Ema in Irpinia è la migliore risposta al luogo comune che legge il Sud in chiave negativa: «Il nuovo distretto industriale sarà capace di generare una significativa ricaduta occupazionale in grado di dare risposte principalmente ai giovani del territorio». A proposito di giovani, che rappresentano l'80% del personale occupato, l’amministratore delegato di Ema ha anche ricordato come la sicurezza economica abbia fatto nascere ben 150 nuove famiglie, con oltre 300 bambini, molti dei quali sono accolti nell’asilo aziendale, la cui struttura funzionale è diventata insufficiente ad accogliere i piccoli.

Significative sono state anche le altre cifre evidenziate da Natale, in particolare quelle relative alla ricaduta economica sul territorio irpino; negli anni della sua presenza a Morra, la Ema ha rilasciato ben 80 milioni di euro di stipendi ai dipendenti, e altri 40 sono andati alle aziende dell’indotto. Affollato il parterre, con Giuseppe Gargani e Alberta De Simone, il Procuratore della Repubblica di Sant’Angelo dei Lombardi, Antonio Guerriero, il prossimo presidente di Confindustria Avellino, Sabino Basso, il questore Sergio Bracco, assieme a esponenti del mondo accademico, i vertici delle istituzioni e delle forze dell’ordine.

Michele Vespasiano

Il Mattino, 8 dicembre 2010



23 luglio 2010

Il sud e i giovani, vittime silenziose

In questi giorni è stato pubblicato il rapporto Svimez 2010 sul Mezzogiorno. I dati che contiene e che illustra sono alquanto tragici; quasi 2 milioni e mezzo di emigranti (2 milioni e 385 mila) negli ultimi 20 anni hanno abbandonato il Sud per il resto del Paese e per l’estero; il nuovo emigrante, quello col “trolley e il Pc” al posto della valigia di cartone, parte dal Sud, ha in media 31 anni, il 26% è laureato e il 50% svolge professioni alte.
Il PIL 2009 è calato del 4,5%, il reddito di una famiglia del Sud è pari al 58% del reddito medio di una famiglia del Nord. Il valore aggiunto dell’industria del Sud è calato nel 2009 del 15%, più che in paesi di nuovo ingresso nella UE a 27, come la Polonia.
Un meridionale su 3 è a rischio povertà, la disoccupazione è al 23,9% e sale al 36% nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni.
Uno dei paragrafi del rapportoSVIMEZ 2010 (il 3.1) si intitola: I giovani, le vittime silenziose.
Eppure, tranne qualche trafiletto nelle pagine economiche, di questi numeri, di questo bollettino di guerra non parla nessuno. Non c’è bisogno di parlare di secessione, di federalismo fiscale e di altro; di fatto il Sud è già abbandonato, alle mafie, ai traffichini e a politici inetti e immorali. Eppure un Sud migliore c’è già, annidato in qualche piccola realtà, che resiste, che annaspa e che si tura il naso.
La partita non può finire qui.


24 febbraio 2010

FMA, SIVIS e co.: la dignità dei lavoratori e un declino senza fine



Periodicamente mi sono trovato a scrivere di situazioni drammatiche nel campo del lavoro e dell'industria nella nostra provincia; prima la Bitron, poi la SIVIS, e via via il resto. Pochi giorni fa si è consumata un'altra vicenda allarmante, non per i contenuti e il fatto in sè, ma perche rappresenta il segnale di una disfatta ormai prossima, checchè ne dicano i politici di ogni schieramento che si apprestano a contendersi i seggi e gli stipendi del consiglio regionale della Campania.

Per chi non lo sa, lo scorso sabato circa 11 camion dovevano entrare alla FMA per portar via i motori destinati alle fabbriche FIAT all'estero; gli operai che presidiavano i cancelli sono stati presi a manganellate per lasciar passare i tir. Per inciso, la FIAT ha registrato negli ultimi mesi un utile del 5,9% e ha incamerato circa 1 miliardo di euro grazie agli incentivi statali del 2009 per la rottamazione. Ma preferisce spostarsi in Turchia.
Se una delle realtà produttive più grandi della provincia è in questa situazione, il resto non sta meglio; i dati parlano circa di 9mila disoccupati in più nel 2009 in provincia e di un aumento del 380% del ricorso alla cassa integrazione.
Nel post precedente parlavo di emigrazione, l'altro lato di una medaglia molto molto corrosa ormai; leggere questi dati preoccupa, soprattutto pensando alle persone in carne e ossa che subiscono questa disfatta senza averne alcuna colpa, così come non  è possibile assolvere imprenditori fasulli e cinici con la scusa della crisi.
Intanto a Sant'Angelo in Tribunale i creditori della SiVIS non hanno accettato il concordato proposto dall'azienda; si va verso il fallimento di una fabbrica che non aveva mai fatto cassa integrazione e che aveva commesse sufficienti ancora per lavorare molti mesi.
Oggi su ottopagine è riportata la lettera di un rappresentante dei lavoratori della SIVIS, la riporto qui sotto per far riflettere e perchè dice chiaramente come stanno le cose:

“Ormai il diritto al lavoro, che è scritto nella nostra costituzione corre il rischio di diventare un sogno. Quello che più ci preoccupa è che nessuno ma proprio nessuno voglia attivarsi in modo tale da poterci far uscire fuori da questo tunnel. Dire che lo Stato è assente è troppo poco, non esiste. Il paradosso è che per gli imprenditori esiste eccome, fiumi di euro vengono erogati e zero controlli. Vedi Fiat che prende soldi e poi produce nei paesi dell’est e l’FMA rischia di chiudere, oppure come nel nostro caso, quello della Sivis, che prende milioni di euro con la legge 219 con l’obbligo di restare aperta almeno dieci anni, e al decimo anno e un giorno i signori imprenditori decidono di chiudere. Bene questi sono solo due casi evidenti, ma ne esistono a centinaia, e i nostri politici??? Vogliamo dire qualcosa ai nostri politici locali???
Quelli che per tutti questi anni si sono solo preoccupati di cambiare le poltrone una volta a destra, una volta a sinistra, con una certezza, quella che loro, gli stipendi e che stipendi! se li sono garantiti, e adesso vengono davanti ai cancelli delle aziende in crisi, a portarci la loro solidarietà, a promettere, a esibirsi in qualche servizio fotografico, in qualche intervista. E già, tra un mese ci sono le Regionali e quindi adesso possono ripromettere tutto e a tutti.. Basta con le parole, vogliamo fatti, noi lavoratori una dignità ce l’abbiamo e non siamo intenzionati a fare un passo indietro , lasciateci manifestare, questa è democrazia e ricordatevi che senza i lavoratori non si esce dalla crisi! Ma cosa fanno caricano e sgomberano senza un minimo di sensibilità verso i lavoratori che sono nelle tende in presidio come abbiamo fatto noi, forse pensano che lo facciamo per divertimento, per un campeggio fuori stagione? Tutto questo non potrà continuare ve ne rendete conto? o ve ne renderete conto comunque! Noi ci saremo sempre perché siamo certi di essere nel giusto”.



26 dicembre 2009

Festeggiare la fine del 2009 (perchè è finito)

Sono giorni di festa; chi ha lavorato si gode un pò di riposo e la famiglia, chi è lontano da casa ci torna (Trenitalia e società autostrade permettendo), chi può va a trascorrere un pò di vacanze da qualche parte. Ma quest'anno per molti il Natale non sarà buono; è stato un anno di sofferenza per molti, ci sono stati tanti episodi tristi e non oscurabili, nonostante le narrazioni mass mediatiche. La speranza è che l'ipocrisia lasci spazio all'intelligenza o quanto meno al buonsenso, anche se non sembra facile invertire la rotta.
Al prossimo anno si può chiedere che porti qualche luce, un pò di fortuna e coraggio in più.
Metto qui qualche foto per ricordare alcuni temi e situazioni che nel 2009 sono state presenti, consapevole del rischio di sembrare antipatico.


AUGURI, con il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà.


6 novembre 2009

Sivis e le altre: la vergogna del lavoro in Irpinia





Non avrei voluto scrivere di nuovo post come questo; lo devo, però, ai lavoratori, agli amici, ai compaesani che in questi giorni stanno pagando conseguenze di colpe non loro.
La SIVIS, una vetreria di Conza della Campania, ha disposto il licenziamento coatto per i suoi 45 dipendenti nel mese di luglio scorso. Il proprietario non ha spiegato i motivi di questa scelta, visto che l'azienda andava bene, tanto da far lavorare su doppi turni gli operai per rispondere alle commesse. Gli operai hanno iniziato da settembre una serie di proteste serrate e giustificate, che li ha portati anche a Roma. Finora le rassicurazioni di politici e amministratori, però, non hanno portato a nessun risultato concreto.
La Sivis non è la sola azienda in crisi; la FMA, la Novolegno, l'Almec e altre stanno conoscendo la stessa triste realtà di licenziamenti e cassa integrazione. L'elenco è sempre più lungo, il numero  di persone che subiscono le conseguenze, ripeto, di scelte non loro, è sempre più cospicuo.
Le motivazioni di questo stato di sofferenza del lavoro in Irpinia può essere giustificato in alcuni casi, ma altri sono pretesti fittizi per chiudere le aziende che non hanno più finanziamenti statali e scelgono di delocalizzare dove il costo del lavoro è minore.
Come si può parlare ancora di sviluppo, dopo 30 anni di inganni? Qual'è il destino di queste famiglie, dei loro figli, del nostro territorio?

QUESTI LAVORATORI ESIGONO UNA RISPOSTA, ORA!


Di seguito un elenco di link per approfondire la questione:


http://www.irpiniaoggi.it/index.php/economia/12-economia/21544-conza-sivis-annuncia-licenziamenti-e-protesta

http://www.irpinianews.it/Attualita/news/?news=56862

http://www.irpinianews.it/Politica/news/?news=56509

http://www.irpinianews.it/Attualita/news/?news=56426

http://www.irpinianews.it/Attualita/news/?news=54699



6 marzo 2009

Nuovo bollettino di guerra

Ho appena finito di scrivere il capitolo della mia tesi di dottorato sulle industrie create in Campania e Basilicata dopo il terremoto.
Non è stato facile condensare una storia quasi trentennale di promesse realizzate e occasioni mancate. Ma la cosa su cui c'è da riflettere è la situazione attuale della nostra provincia. A dicembre ho pubblicato su questo blog un bollettino di guerra del lavoro in Irpinia, e quei dati col passare dei mesi sono stati confermati, se non aggravati. A Pomigliano, una delle poche storie positive di posti di lavoro creati al Sud dall'intervento straordinario, oggi si parla di chiudere o quanto meno ridimensionare gravemente l'Alfa e gli altri stabilimenti. Chiunque conosce i meccanismi economici della prima repubblica sa che l'intervento nel Sud ha prodotto sperperi e cattedrali nel deserto, ma che in una percentuale alta di casi è stata l'imprenditoria del Nord, e non  i meridionali, ad ottenerne vantaggi e agevolazioni.
Intanto in provincia la guerra politica delle alleanze e dei battibecchi continua imperterrita, in un crescendo che da qui a giugno ammorberà tutti quelli che non aspettano le briciole della clientela che cadono dai tavoli della politica .  Ci sono già oggi degli sconfitti, e cioè le tante persone che hanno perso il posto di lavoro, o lo perderanno a breve; quelli che se ne sono andati dall'Irpinia, sia con un titolo di studio sia con qualche anno in più sulle spalle, perchè è meglio conservare la dignità e andare altrove a fare sacrifici piuttosto che intendere il lavoro come elemosina da chiedere ai soliti noti. E anche quelli che vivono onestamente la vita quotidiana dei paesi d'Irpinia, sopportano le cose storte e nel loro piccolo si sdegnano. Io credo che queste tre categorie di sconfitti rappresentino l'unico futuro possibile della nostra terra, bisogna solo intendere la sconfitta come assuefazione temporanea, come torpore da cui si può uscire. La crisi economica è per questo l'occasione dell'oggi, per ridisegnare le comunità, capovolgere i rapporti di forza oggi esistenti, recuperare le proprie radici e vivere il nostro territorio. 


24 gennaio 2009

Sul terremoto...

.....ho scritto qualcosa che potete leggere qua:



14 dicembre 2008

Bollettino di guerra

Questa è una tabella sulla situazione di alcune aziende irpine del comparto metalmeccanico. Non è la prima volta che si verifica questa dinamica; in una situazione di crisi le prime conseguenze vengono pagate dai rmi secchi, dalle fabbriche dell'indotto, che nella nostra provincia sono molte e non riescono a competere con le delocalizzazioni in paesi dell'Est Europa e con la Cina; la crisi è aggravata dalla sospensione di tutte le forme di supporto economico e di incentivi destinati al Mezzogiorno, compresi i fondi legittimamente ottenuti grazie ai progetti dell'Unione Europea. Quei soldi sono stati dirottati, a seconda delle esigenze, su Alitalia o sull'ICI.
E' solo un contributo di informazione, per quel che mi riguarda posso solo esprimere solidarietà a quegli operai e quelle famiglie che perderanno il proprio salario e probabilmente saranno destinate a fare le valigie per ingrossare le fila degli emigranti irpini. E mentre tutto questo accade, i politici irpini non hanno niente di meglio da fare che parlare di gestione del potere. Tenetevi le vostre poltrone, mentre l'Irpinia si avvia ad una irrimediabile decadenza.



SITUAZIONE DI CRISI - AZIENDE METALMECCANICHE PROVINCIA DI AVELLINO - Ottobre 2008
AZIENDA SETTORE ADDETTI SITUAZIONE ATTUALE
F.M.A. (FIAT) AUTO 1.700 12 SETT. DI CIGO GIA' EFFETTUATE - LICENZIATI 32 INTERINALI
ALTRE 3 SETTIMANE DI CIGO ENTRO FINE ANNO PER 1500 ADDETTI
DENSO AUTO 900 3 SETT. DI CIGO PER 20 ADDETTI
LICENZIATI 140 INTERINALI
ASM AUTO 190 13 SETT. DI CIGO PER 120 ADDETTI
LICENZIATI 19 INTERINALI
CMS AUTO 50 LICENZIATI 21 INTERINALI  
CIGO DA DICEMBRE PER 50 ADDETTI
IMS ELETTRODOMESTICI 80 CIGS PER 20 ADDETTI
ASTEC AUTO 90 90 IN CIGO COME F.M.A.
CRM AUTO 260 260 IN CIGO COME F.M.A.
ELITAL TELECOMUNICAZIONI 170 CIGS PER RICONVERSIONE PER DUE ANNI 
PER 120 ADDETTI
CABLAUTO AUTO 105 IN CIGS A ROTAZIONE
A MARZO CESSAZIONE ATTIVITA' CON 105 LICENZIAMENTI
ARCELOR SIDERURGIA 110 DA DICEMBRE 55 ADDETTI CIGO
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CIGS PER RISTRUTTURAZIONE DA GENNAIO
LIMA SUD AUTO 90 CIGO DA DICEMBRE
OCEVI ALTRO 105 LICENZIATI 35 INTERINALI
DA DICEMBRE CIGO
VARIE AZIENDE ALTRO 20 IN MOBILITA' IN DEROGA
TECNOSTAMPI AUTO 80 13 SETT. DI CIGO PER 50 UNITA'
SITE ISTALLAZIONI TELEFONICHE 9 MOBILITA' PER 9 ADDETTI (CANTIERI CHIUSI)
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SAIRA FERROVIARIA 80 CIGO A ROTAZIONE DA GENNAIO
                 
 
LEGENDA:
CIGS= Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria.
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