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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


6 dicembre 2010

Trentennale, un bilancio

Laviano, il monumento alle vittime del sisma


E’ trascorso anche questo Trentennale, e sembra già che i prossimi anniversari siano destinati a semplici momenti di routine della memoria, più istituzionale che popolare. Queste settimane sono state caratterizzate da un turbine di iniziative più o meno importanti, più o meno approfondite e diffuse in tutta la Campania e la Basilicata. Ogni comune ha creato un evento, uno o più convegni, più cerimonie, invitando questo o quel politico, inaugurando monumenti e lapidi. E’ anche difficile nel magma di appuntamenti individuare quelli che possono essere segnalati, così come deve essere stato difficile seguire una road map di eventi a cui valeva la pena di partecipare.

Personalmente ho passato i 15 giorni tra il 15 e il 30 novembre a girare per convegni e presentazioni del mio libro. Ho sentito molte cose su come sono andati questi 30 anni, molte volte agli antipodi, e ho ascoltato anche riflessioni semplici e spontanee di gente comune. Se la ricostruzione può dirsi un capitolo chiuso (secondo me è così), i conti con la memoria del terremoto non lo sono per niente, ci sono fratture e ferite ancora aperte e non è forse ancora l’ora di rapportarsi alla storia del terremoto con quella serenità di giudizio che sarebbe invece auspicabile.

Però abbiamo il dovere di archiviare, mettere in ordine e tramandare gli strumenti per conoscere la nostra storia recente, perché quelli che sono nati dopo il 1980 cominciano oggi a essere uomini, a presentarsi sulla scena pubblica delle nostre comunità (sempre se non fanno le valige per andare altrove).

Io ho anche parlato molto, nelle varie occasioni che si sono succedute sul calendario di eventi che avete potuto trovare in questo stesso blog. Ho detto più volte che raccontare il dolore non è facile, molte volte si isola il ricordo di quella sera di novembre dal contesto, lo si separa dagli errori commessi dopo, per colpe nostre o altrui. Ma la memoria è utile, per due motivi: perché insegna a convivere con il terremoto e, se è critica, per non commettere gli errori già compiuti in occasioni future.

Ecco un breve elenco di links sugli approfondimenti che si trovano sparsi in rete su questo 30ennale:

La Repubblica Napoli (foto, mappa interattiva, articoli)

La Città, Salerno

Altreconomia   un dossier - articolo su 219, industria e crisi attuale

Dossier Ansa

Dodici Magazine (Dodici, settimanale di approfondimento, con molte immagini di Teora)

Selacapo (un archivio di articoli e approfondimenti, curato dal blog di Caposele)



12 settembre 2010

Prefabbricati & turismo in Irpinia, una guida

Questo è un post che si accoda a quello intitolato Villaggio vacanze. Ma non è una mia riflessione o un commento, è un post di servizio.

Qui metterò le informazioni utili a chi vuole affittare un prefabbricato o un appartamento in uno dei paesi dell’Alta Irpinia o della Alta Valle del Sele. Questo perché mi sono accorto che nelle pagine di ricerca il mio blog è continuamente visitato da persone che cercano informazioni su questo tipo di servizio.

Per affittare un prefabbricato si consiglia di telefonare direttamente ai comuni e chiedere di parlare con chi si occupa della gestione degli alloggi. Lì vi sapranno dire della disponibilità e dei costi del servizio.
 
Poi per la percentuale sugli affitti fornirò le mie coordinate bancarie ai comuni beneficiari (si scherza, eh!)
 
Ci sono poi siti e strutture specializzate per offerte immobiliari e per pacchetti turistici più completi; segnalo anche quelli.

 

ALLOGGI PREFABBRICATI  
Laviano (Sa)
Tel: 0828/915001 – 915201
 
 
Teora (Av)
Tel: 0827 51005
 
 
Conza della Campania (Av)
Tel. 0827.39013
 
 
San Mango sul Calore (Av)
 
Tel. 0827.75358
 
Romagnano al Monte (Sa)
Tel. 0828/751012
 
 
Agenzie immobiliari
 
Tecnocasa Lioni
Tel: 0827/224933; 0827/400914
 
Porta d’Oriente (Calitri)
Tel. 0827 / 1916002
 
Altri siti di informazione turistica
 
Irpiniaturismo
Tel: 0827 69244
 
Irpinando
Tel: 0825 71280
 


21 agosto 2010

Villaggi vacanze

Negli ultimi giorni sono apparsi diversi articoli sul Mattino di Avellino, firmati da Gerardo de Fabrizio, che parlano dell'uso dei prefabbricati post sisma come strutture di accoglienza a fini turistici; vengono citati i casi di Conza, San Mango, Rocca e naturalmente Teora. Io sono rimasto abbastanza allibito nella lettura degli articoli, non tanto per il tema, ma per l'esposizione che se ne fa. Innanzitutto la definizione, "villaggi antistress" deriva dalla denominazione che il comune di Laviano ha dato all'area dove è stato ospitato il paese dal 1980 fino alla fine degli anni '90. Nell'articolo il caso di Laviano, che insieme al comune di Romagnano al monte è stato precursore di questa idea, non viene neanche citato. A Laviano e Romagnano la situazione è diversa; i villaggi sorgono fuori dal centro abitato dove risiedono gli abitanti, e a Laviano è stata attrezzata anche un’area piscina. Nell'articolo, dove il sindaco di Teora è citato a volte correttamente e a volte si trasforma nel famoso musicista napoletano di inizio secolo, Salvatore di Giacomo, ci sono molte letture superficiali e notizie non approfondite; ad esempio, quando viene detto che i turisti spostano la propria residenza nei prefabbricati, viene in mente che potrebbe essere un puro calcolo a fini fiscali e assicurativi, cioè pagare meno tasse per i rifiuti, minori polizze assicurative etc? Quanto è poi vero che ci sono stati matrimoni tra locali e “turisti”? Comunque metto alla vostra opinione l’articolo; io credo che la questione di fondo è un’altra; si sta trasformando un simbolo di precarietà e di sofferenza, il prefabbricato, in una attrattiva quando c’è un patrimonio abitativo inutilizzato e abbandonato. Se “il grande appeal del villaggio è dato oltre  che dal suo verde, dall'aria salubre e dai costi bassissimi di fitto”, non si potrebbe compiere un’operazione simile sulle case vere?

 


prefabbricato donato al comune di Teora dal comune di Giussano (1981)

Prefabbricati, business dei comuni (di Gerardo de Fabrizio)

A quasi 30 anni dal terribile terremoto che ha sconvolto l'Irpinia fa   discutere il fenomeno, raccontato ieri da «Il Mattino» e ripreso dai  network nazionali, dei villaggi turistici sorti nelle zone adibite nella prima fase all'accoglienza degli sfollati. Percorrendo l'Ofantina, da San Mango a Conza, passando per Rocca San Felice, Sant'Angelo dei Lombardi e  Teora ci si accorge che il modello del «Villaggio anti-stress» è diventat una risorsa economica per molti comuni irpini. Nel corso degli anni in quelle aree sono stati creati dei veri e propri complessi residenziali, accoglienti, funzionali e in alcuni casi ad impatto zero, affittati o  affidati in concessione d'uso a turisti campani e non. Si ricavano fino a   150mila euro all’anno, come a Teora, le cui casette sono state scelte  anche da vip napoletani.  Sulla collina di Teora, immerso in un bosco di castagni e faggi, sorge il  villaggio vacanze più innovativo della Campania. Il Crt, l'insediamento post sismico donato dalla Croce Rossa Tedesca oggi adibito a villaggio turistico ad impatto zero. Conta 170 baite di varie metrature che vanno da un minimo di 35 ad un massimo di 66 metri quadri, tutte attraversate da un  viale alberato illuminato. Dal 1996 è meta turistica privilegiata non  soltanto di napoletani e casertani, ma anche di romani, baresi e parmensi che hanno origini teoresi o, più semplicemente, turisti catturati da  questo modo nuovo e alternativo di vivere la natura. I prefabbricati di  legno sono dati in affitto dall'Amministrazione comunale che con la  formula della concessione in uso ha evitato le beghe burocratiche relative ai contratti di locazione per gli immobili non accatastati previste dalla nuova Finanziaria. Al prezzo di 1,70 euro al metro quadro a fronte del solo obbligo di provvedere autonomamente alla manutenzione, gli chalet del villaggio, negli anni, sono diventati il «buen retiro» anche di politici,  avvocati e medici dell'area partenopea. «Abbiamo fatto selezione - spiega il sindaco di Teora Salvatore Di Giacomo - anche perché le richieste erano tantissime. In 10 anni ci sono arrivate oltre 6500 domande e non potevamo accontentare tutti». Tra gli ospiti illustri che hanno scelto di passare le vacanze estive, quelle invernali o anche solo un week-end in terra d'Irpinia, Stefano Buono, capogruppo dei Verdi al Comune di Napoli, Nicola Abete, ex vicesindaco di Ercolano, noti penalisti dell'area flegrea,  rispettabili medici del Cardarelli di Napoli e molti visitatori affascinati dal verde della provincia. «Una gran bella idea - esclama Alfonsina De Felice, ex assessore regionale alle Politiche sociali della Giunta Bassolino - sono andata a trovare un'amica e sono rimasta felicemente impressionata. Avevo visto una cosa simile anche a Laviano, in provincia di Salerno, ma qui è un'altra cosa». [..] «Sono accoglienti e anche questi alloggi sono inglobati nel paese - sottolinea Di Giacomo - Siamo stati antesignani di questo nuovo modo di interpretare il terremoto.       Abbiamo convertito le rovine post sisma in una risorsa per il paese». A conti fatti, dai due insediamenti turistici arrivano nelle casse del piccolo comune irpino oltre 150 mila euro all'anno, cifra che rappresenta la voce più importante nell'economia di Teora. Aspetto non secondario riguarda la popolazione. Da quando i vecchi insediamenti si sono trasformati in strutture ricettive la popolazione di Teora è cresciuta.  «Tutto questo è possibile - continua il sindaco - perché i due insediamenti sono integrati nel tessuto sociale del paese. Chi viene qui  si trova talmente bene che decide anche di trasferire la propria residenza  qui. Siamo stati anche testimoni di alcuni matrimoni tra i nativi di Teora e gli ospiti del villaggio». Il grande appeal del villaggio è dato oltre  che dal suo verde, dall'aria salubre e dai costi bassissimi di fitto anche dalla bonifica che il Comune ha fatto nell'area. I tetti delle baite, che inizialmente erano in amianto sono stati sostituiti e decontaminati con materiali ad impatto zero. In più all'interno della comunità teorese s'è  venuta a costituire una Cooperativa locale per la manutenzione. «S'è   creato un indotto che ha fatto girare l'economia - conclude Di Domenico - che ha portato nuovi posti di lavoro tra la gente». ge. de fa. ©


18 agosto 2009

Nella terra degli sconfitti

Pubblico l''articolo molto bello di Paolo Rumiz, uscito oggi su Repubblica, che parla dei nostri paesi. Il giornalista sta facendo un viaggio nell'Italia sottosopra, quella agitata dai movimenti tellurici, franosi, e per analogia, umani, sociali etc..
Mi scuso per l'assenza di aggiornamenti, sarà la pigrizia estiva o mancanza di ispirazione. Ci vorrebbe anche un bel resoconto sull'estate teorese, che io ho vissuto a metà ( se qualcuno ha qualcosa da scrivere, scriva!!).

Buona lettura.

Nella terra degli sconfitti

di PAOLO RUMIZ

Lo vedo da lontano nella pioggia, su un tornante di Castelnuovo di Conza, in mezzo alle forre più cupe dell'Irpinia. Curvo, benedicente, inconfondibile, a poca distanza da una delle chiese più spaventevoli della Nuova Italia cementizia. Padre Pio, ostinato, caparbio, resistente come nessuno allo sterminio dei luoghi. Crollano i paesi antichi, al loro posto nasce l'orrore e il calcestruzzo, la gente scappa, gli inverni si riempiono di pioggia, solitudine e sconfitta amara, gli dèi sconfitti dei Sanniti e dei Piceni si danno alla macchia, ma Padre Pio rimane, viene veloce come il vento a occupare il vuoto della memoria. È l'unico capace di attecchire su queste montagne bastonate da Dio e dagli uomini.

Nubi dense e vento sulla via Appia che non si sa come s'intorcica proprio quassù. Castelnuovo sui tornanti pieni di pioggia, Santomenna appesa al nulla, Laviano disperatamente aggrappata a un monte di nome Eremita. Tutti nuovi e semivuoti, abitati a metà. E tutti con chiese come astronavi e municipi come bunker. Oggi nessuno va volentieri nei due edifici che dovrebbero essere il cuore della comunità. Sono orribili, e per la gente questo significa una cosa sola: Dio e lo Stato sono diventati estranei. A Laviano la chiesa è così periferica che il prete deve andare a racimolare i fedeli casa per casa con l'automobile. Non c'è stato un briciolo d'amore per questi luoghi.

Laviano ha più elettori che abitanti. Metà paese è scappato, non ha resistito al doppio insulto del terremoto e della ricostruzione. Il nuovo sindaco, Rocco Falivena, ha dissepolto dalle macerie il corpo di suo padre e altri 48 parenti e ora deve anche rimediare ai disastri edilizi del suo predecessore, accusato di montagne di reati. È schiacciato da due incubi: la linea d'ombra della morte e la frontiera dell'invivibile. Un uomo amaro, con un compito in salita, come le sue montagne. "Hanno abbattuto tutto ciò che era salvabile. La chiesa madre, la chiesa di San Vito, il municipio. Senza pietà. La gente non sapeva, era stata spostata a valle. In quelle settimane nessuno voleva avvicinarsi a quel luogo di morte... così loro hanno fatto quello che hanno voluto...".

Piove disperatamente sul calcestruzzo già a pezzi, e Falivena racconta che già prima dell'80 era diventato labilissimo il legame con la terra di questo suo popolo montanaro piegato dalla vita di miniera, dalla guerra e dal familismo amorale prima ancora che dalla natura ostile dei luoghi. "Il distacco era avvenuto da anni, il terremoto è stato solo l'occasione per tagliare i ponti... Si è scelto l'assistenzialismo. Pensi! Nelle baraccopoli gli spazzini trovavano bistecche intere nella spazzatura...". Fu il divorzio da luoghi duri e magnifici, da monti pieni di orchidee selvatiche e torrenti popolati da lontre come quelli del Klondyke. Sì, l'Appennino muore tutti i giorni.

Come fai ad amministrare una comunità dove chi ha fatto i soldi col terremoto ha abbandonato trionfalmente il paese e dove chi è rimasto si sente sconfitto perché non ha avuto le protezioni giuste? Come governi un luogo che non ha speranza di rinascere perché nessuno ci sta volentieri? Come abiti una terra piena di fantasmi? Che ne sanno di tutto questo i De Mita e i Mastella? Laviano non è più Laviano ma un'altra cosa, e il paese vecchio i giovani lo scoprono solo su Internet. Alle case nuove la gente preferisce i vecchi prefabbricati dei terremotati, ci vive o li affitta per le vacanze. "Villaggio antistress" si chiama oggi la baraccopoli. Il cartello che lo indica pare una presa in giro, ma almeno dice chiaro che intorno è solo cemento e follia.

Poiché i disastri si chiamano tra loro, accade che una mega-discarica per i rifiuti napoletani stia arrivando sull'altopiano del Fromicoso, posto tra i più belli d'Irpinia, una ventosa prateria dove Federico II faceva roteare i falchi pellegrini. Mesi fa - quando a Napoli imperversava l'emergenza munnezza - l'esercito ha occupato l'area con seicento uomini, l'ha recintata, e ora sarà quello che Dio vuole. Le popolazioni locali hanno protestato, ovviamente senza risultato, e intanto, come se presentissero la scorpacciata imminente, i corvi hanno già formato una nube e stanno roteando sul luogo.

Uccelli neri sull'altopiano, bianchi gabbiani in basso sull'Ofanto. E cani i soliti perduti dappertutto. È tutto così chiaro: gli stessi poteri forti che hanno tolto l'innocenza ai luoghi con ruspa e cemento, oggi gliela tolgono manu militari con i rifiuti. Cento ettari "di interesse strategico nazionale", governati dalla stessa mano che gestisce la ricostruzione dell'Aquila e i grandi eventi berlusconiani come un'unica cosmesi nazionale. Di nuovo popolazioni esautorate, di nuovo spazi governati da un Centro lontano e imperscrutabile come il Cremlino degli zar.

Morale "elevato". Governo "provvido". Popolazioni "percosse". E il dolore come doveva essere in era fascista? "Virile" ovviamente. I proclami dell'agenzia di regime sul terremoto irpino del 1930 dicono tutto della coreografia mussoliniana. Farebbe ridere, se oggi non fosse peggio. Oggi c'è la melassa della compassione, i funerali dell'Aquila trasmessi al rallentatore con musiche strappalacrime, le macerie spudoratamente ostentate come backstage di vertici internazionali anziché nascoste come una vergogna. Oggi c'è una coreografia ancora più sofisticata che copre il crimine e i responsabili.

Irpinia, strade disastrose, anarchia edilizia, emigrazione che continua. Eppure l'Irpinia ha avuto un De Mita che è stato presidente del consiglio e capo del più potente partito italiano. Ha avuto anche - ricordate? - ministri come Fiorentino Sullo e Salverino De Vito. Che beneficio ha avuto questa terra dai suoi padroni? Mah. L'Irpinia non è repubblica italiana ma un feudo assistito dalla medesima. Mentre attraverso paesi nella pioggia, penso che qui il terremoto non è stato una tragedia ma una pacchia, una grandioso regalo, un'elargizione di spazi edilizi ai soliti furbi. "Un evento - s'arrabbia l'amico Marco Ciriello - che ha allargato a dismisura gli appetiti ma non gli orizzonti".

"Mai ha avuto mio padre un favore da De Mita, eppure l'ha sempre votato" lamenta un muratore di Sant'Angelo dei Lombardi dalla faccia tostata dal sole e la schiena spaccata di lavoro. Gli dico che è assolutamente normale, i favori si fanno per comprare i voti che non si hanno, non per pagare quelli già avuti. "Ciriaco tiene l'intelliggienza del capo" sussurra l'uomo, con uno sguardo da film di Pasolini, aprendo le braccia. Allora oso chiedere: e Mastella? "Ah, quello. Tiene la furbizia... d'o serv'".

(15. continua)
(18 agosto 2009)


11 aprile 2009

Imparare dalle tragedie


Inoltre, copio qui un articolo uscito sul Mattino di oggi, un reportage di Marco Ciriello in due paesi simbolo del terremoto del 1980, Conza e Laviano.


Niente tv, il dolore dell'Irpinia

Tra Conza e Laviano con i terremotati del 1980

MARCO CIRIELLO

Non c’è vento a Conza della Campania, le pale eoliche sono ferme, lo specchio d’acqua della diga sembra aver ingoiato ogni rumore. Berlusconi abbraccia i parenti delle vittime a L’Aquila. La radio trasmette i funerali, qui, Concetta Cantarella del 1914 «uccisa dalle pietre», la sera dell’Ottanta, fissa i cipressi per sempre. Sono 184 i morti, solo quelli di Conza. La televisione nel bar è spenta, poca gente per strada, c’è un mercatino nella piazza, non si è fermato nessuno. Il paese è una new town spalmata in pianura, niente a che vedere col vecchio che sta in alto, arroccato, composto e vuoto. Sotto è il Texas, sopra era l’Irpinia. Monsignor Georg Gaenswein legge il messaggio di Benedetto XVI, Valeria e Luisa Masini (del 1968 e 1971) il viso nascosto dai fiori, immagine in bianco e nero, capelli corti, occhioni neri e un principio di tristezza. L’Abruzzo è legato all’Irpinia dalla transumanza, o almeno lo era, due mondi contadini annodati da quello animale. Il terremoto è esplicitazione caotica della morte che incombe su di noi, ma crea anche legami. È come per la malaria, dopo non si è più gli stessi. Nei suoi scomposti gesti distruttivi c’è il rapporto: tra pena e condannato, vita/morte. Scorrono le facce di Napolitano, Berlusconi, Ciampi, Letta, Fini, Schifani. A casa della signora Rosa Nazianzeno (62 anni) pensionata, dal 1982 al 1990 in un prefabbricato, la tv è accesa, il cardinal Bertone invita alla speranza: «Sotto le macerie dell’Abruzzo c’è la voglia di ripartire, di tornare a sognare». C’era anche qua la voglia, ma poi il dolore è diventato fame di spazio: «Più grande era la perdita maggiore la voglia di avere una casa grande, una tomba enorme, per non disperdere il ricordo».
Le telecamere indugiano sulle bare. «Qui non ci sono stati momenti formali», mi dice Stefano Ventura, dottorando in scienze storiche a Siena, tesi in storia e memoria del terremoto. «Sì, ammetto di essermi commosso. Ma anche di aver ravvisato nella discussione sulla ricostruzione - cominciata troppo presto - il solito errore di non consultare le popolazioni». Lo incontriamo a Sella di Conza, epicentro del sisma irpino, a cavallo di due provincie (Avellino e Salerno), diretti a Laviano (trecento morti). Dove andiamo con Marina Brancato, che sta scrivendo una tesi di dottorato in scienze antropologiche, sulla perdita della casa, e incrocia il terremoto con la Pasqua ebraica, rievocazione dell’esodo dall’Egitto. «Pesach: in ebraico significa passaggio e segna la metamorfosi dallo stato di schiavitù a quello della libertà, ma anche la perdita di quel poco che avevano, e un nuovo cammino - difficile - da fare». Non ha guardato i funerali «non amo le sepolture mediatiche, il lutto televisivo è l’anticamera dell’oblio».
Il sindaco di Laviano è Rocco Falivena, ha messo insieme un comitato di comuni, vista l’esperienza accumulata durante il disastro campano, e preferisce concentrarsi su un’unica opera concordata con le amministrazioni colpite: «Poco rumore, ma tanta sostanza». Questo, per lui, è anche un modo per sondare il grado di meschinità di chi «non è disposto a rendere quello che ha avuto», e infine il tentativo di tenere in vita la memoria della sofferenza «provando a trarne un dato antropologico». Falivena è un uomo pratico, d’azione, sociologo di formazione, a capo di una cooperativa che fa tagli boschivi. Uno che parla chiaro: «Qua la gente tende a rimuovere il dramma, ecco perché nessuno segue i funerali in tv, ma non è cinismo, piuttosto un modo di tenere a distanza il dolore. Perché il terremotato è anche diventato una categoria sociologica, pericolosa. Si parte col risarcimento e si finisce per usare il dolore come clava, bisogna starci attenti». E spiega il processo: «Si comincia col rancore verso il sopravvissuto e si finisce con l’essere pronti a sferrare la coltellata in nome del metro quadro». Una fila interminabile di carri funebri attende la fine del rito, a L’Aquila. Qui, il vento, leggero, a ripreso a far girare le pale eoliche.

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