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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


11 ottobre 2011

L'Aquila e la shock doctrine all'italiana

Quella che pubblico è una mia riflessione meditata dopo una visita all'Aquila, circa un mese fa. Sono concetti già esposti e approfonditi da altri: del resto la letteratura, il materiale in rete, i documentari e altri lavori sul terremoto del 2009 sono già moltissimi e vari. Però è importante mantenere accesi i riflettori sull'Aquila e sull'Abruzzo, dove le debolezze e i pregi del nostro carattere nazionale (sempre che ce ne sia uno) sono emersi nitidamente in questi quasi 1000 giorni di doposisma

 L'AQUILA E LA SHOCK ECONOMY ALL'ITALIANA

Ogni evento fuori dall'ordinario si colloca nel tempo in cui accade. A maggior ragione un terremoto interviene a fare tabula rasa di una comunità, delle dinamiche e delle abitudini della gente che lo subisce, offrendo uno spazio di infinite possibili alternative.

Per questo chi in quel periodo si trova in una posizione di responsabilità, in particolare i governi territoriali e nazionali, hanno il compito di scegliere il destino di una ricostruzione, tanto più incisivo quanto più distruttivo è stato il sisma.

Anche il terremoto del 2009 in Abruzzo non ha fatto eccezione. Una cosa è apparsa chiara sin da subito; l'Aquila e l'Abruzzo hanno rappresentato in piccolo i pregi e i difetti dell'intera nazione, le aspirazioni e i difetti della sua classe dirigente, dei suoi imprenditori, della gente comune.

Una delle frasi più comuni che si sentono dire agli aquilani (una precisazione; laddove si citeranno per brevità gli aquilani, si intende una parte per il tutto, quindi tutti i cittadini del cratere terremotato) è che se non si visita la città non si può capire l'effetto del sisma. Questo inciso deriva dal fatto che la narrazione mass mediatica del sisma è stata fortemente influenzata dall'informazione mainstream, fortemente condizionata da poche e influenti lobby. Va detto anche che il terremoto e la ricostruzione hanno prodotto comunque una messe informativa spropositata, chemetterà certamente in difficoltà quelli che vorranno fare i conticon questo evento nei prossimi anni. Gli studi, i video, idocumentari, i libri, i blog tematici sono veramente un oceano in cui perdersi facilmente, e per questo risulta difficile percepire quale e quanta informazione è giunta a destinazione e in che modo.

Di certo, camminare per le strade della città provoca sensazioni forti a chi la visita, figuriamoci a chi l'ha vista nel suo splendore e poi la vede ora. Una delle cose più evidenti è la selva di impalcature che proteggono e ingabbiano i palazzi, e infatti è stata questa una delle voci di spesa più ingenti del doposisma (circa 136 milioni di euro, secondo i dati forniti dall'assessore alla ricostruzione del comune dell'Aquila, Pietro Di Stefano).

Colpiscono poi le pattuglie dell'esercito e delle forze dell'ordine che presidiano alcune “zone rosse”, invalicabili e vietate, tanto da poter incappare in severe ammende e condanne. Ma quella delle zone rosse, e le loro consorelle, le “zone verdi” (quelle create ad esempio nell'Iraq belligerante degli ultimissimi anni per proteggere le truppe e l'entourage americano e alleato) , è una caratteristica che sembra accomunare questo disastro ad altri “shock”. Chi interviene dopo un disastro, dopo la tabula rasa, sempre più spesso recinta e espropria spazi e luoghi potenzialmente pericolosi, e così facendo espropria anche diritti e decisioni. E'accaduto a New Orleans, a scapito degli abitanti del Lower Ninth Ward, la zona più povera di New Orleans, ma anche sulle coste delSudest asiatico spazzate vie dallo tsunami del 2004, dove i pescatori sono stati deportati nell'interno per lasciare spazio a progetti che prevedono resort turistici di lusso da costruire sulla costa.

La shock economy ben descritta da Naomi Klein ha quindi scelto i disastri, le guerre, le crisi di sistema come espediente per accelerare processi di privatizzazione ed esproprio di spazi, poteri, diritti, quasi sempre a vantaggio di pochi e scelti approfittatori a scapito del percorso decisionale democratico. Quasi sempre i processi di primo intervento nelle ricostruzioni vengono appaltati a grandi consorzi di imprese, che a volte non possiedono neanche una ruspa ma subappaltano ad altri gli interventi materiali da compiere, e il più delle volte questi consorzi e queste imprese sono esterne all'area colpita, perchè questo permette meno condizionamenti e meno ostacoli alla realizzazione dei progetti preconfenzionati. Questa, infatti, appare un'altra caratteristica della shock doctrine; i progetti di intervento sono già pronti prima che un disastro accada, in modo tale da bruciare sul tempo qualsiasi idea alternativa e da poter sfruttare con forza il bisogno di decisionismo e di interventismo che una catastrofe, e i suoi effetti psicologici, richiedono.

Milton Friedman, il teorico della scuola di Chicago che ha coniato la shock doctrine, affermava dopo New Orleans che quella poteva essere “un'opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo”, dotando i cittadini di buoni scuola da spendere nel sistema di istruzione privato e liquidando quello pubblico, perchè “soltanto una crisi -vera o presunta – produce vero cambiamento”.

Friedman è morto nel 2008; Bush e i suoi seguaci sono stati sconfitti dalla speranza di cambiamento di Obama; anche in Italia la cricca è sotto inchiesta, e i vertici nazionali della Protezione Civile nel terremoto del 2009 sono stati chiamati direttamente incausa dalle indagini.

C'è, dunque, la necessità di una nuova dottrina, un nuovo modello di solidarietà globale, che ponga al centro dell'attenzione non più il mercato e le sue fantasiose appendici ma le comunità come portatrici di diritti, in tutti gli angoli del pianeta, da Haiti al Giappone, da New Orleans all'Aquila. 


Stefano Ventura




17 marzo 2011

150 anni da ITALIA

In occasione dell'anniversario dei 150 anni dell'Unità d'Italia, data che per gli storici è motivo di riflessione, analisi e approfondimento, sono stati pubblicati o ripubblicati libri e opere varie; tra queste ha avuto particolare successo il volume di Pino Aprile, Terroni, che ha venduto circa 150mila copie.
Cerco di dire la mia su questione meridionale, piemontesi, briganti, saccheggio vero o presunto etc. n questo articolo; siccome è stato pubblicato senza particolare risalto sul Corriere dell'Irpinia di domenica scorsa, lo pubblico qua, consapevole di aver sostenuto delle tesi anche impopolari, forse, ma di sicuro meno opportuniste di quelle di Aprile. Buona lettura. 




Italiani, meridionali, terroni; quale storia dopo 150 anni?

Stefano Ventura

Nelle celebrazioni dei 150 anni di Unità italiana, si può ben individuare un filone letterario -saggistico, di chiara impronta meridionalistica, che propugna tesi fortemente polemiche nei confronti dei modi e delle iniziative messe in campo dalla classe dirigente settentrionale che fu protagonista politica dell’unificazione. Tra questi saggi, ha riscosso insperati successi di vendita (150mila copie vendute), il libro di Pino Aprile, “Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali” (Piemme edizioni). 
L’idea di fondo del volume è quella di svelare e dare testimonianza delle tante ingiustizie compiute ai danni della popolazione meridionale dal momento dell’unificazione in poi, inaugurando un lungo processo di subalternità segnato nel corso dei decenni dall’emigrazione e dalla leva militare obbligata.
Le polemiche sui modi e le forme dell’unificazione a scapito del Meridione hanno alcuni paradigmi ricorrenti, quegli stessi che Aprile ha scelto come spina dorsale della sua argomentazione. Tra queste, “il saccheggio del Sud”, e in particolare il drenaggio di risorse dalle banche del Sud, dove la fiscalità borbonica aveva accumulato discrete somme di denaro, nelle casse statali del Regno d’Italia; la cruenta e indiscriminata guerra civile ingaggiata dai soldati piemontesi contro i briganti; la subalternità, costruita in piccole dosi, del Meridione, come bacino di consumo dei beni prodotti al Nord e come luogo di accaparramento delle risorse primarie a vantaggio delle aziende trasformatrici settentrionali. 
La tesi del saccheggio delle risorse del Sud a favore del nuovo Stato pare avere come inferenza implicita il fatto che la situazione del Mezzogiorno, prima dell’Unità, fosse migliore di quella successiva all’annessione al resto del territorio nazionale. L’approfondimento di cifre e letture complessive, che tra l’altro nel libro di Aprile non mancano, ci dice che il Mezzogiorno del 1860-61 era prevalentemente povero, dominato dal latifondo, con una assoluta scarsità di mezzi e di condizioni preliminari a una parvenza di sviluppo. Un dato per tutti: al Sud i chilometri di ferrovia erano pari a un quarto di quelli delle regioni settentrionali. 
Le pagine di letterati e di vari intellettuali, anche stranieri, ci testimoniano che, al di là di Napoli e Palermo, il Sud fosse una enorme distesa di boschi e territori inospitali, in cui si annidavano i banditi e varie malattie (il tifo, la malaria). Agli inizi dell’Ottocento, Creuze de Lesser affermava lapidariamente: “l’Europa finisce a Napoli e vi finisce assai male. La Calabria, la Sicilia, tutto il resto appartiene all’Africa”.
Sul mito del “saccheggio del Sud” ha scritto anche Luciano Cafagna, dicendo che questo mito non può essere avallato in maniera sommaria dal punto di vista dei dati economici, ma va articolato e approfondito, perché le condizioni di partenza dell’Italia unita vedevano un Nord che aveva i prerequisiti necessari in termini di infrastrutture, di collegamenti con i mercati europei e internazionali, di rete commerciale interna, struttura finanziaria e amministrativa rispetto a un Sud dove erano più profonde le diseguaglianze e l’arretratezza. Inoltre, Cafagna sottolinea come questa falsa credenza sia servita come premessa per le richieste di finanziamento e sovvenzione aggiuntiva e straordinaria, quando invece sarebbe stato opportuno un discorso qualitativo e strategico, volto a sanare gli squilibri cronici sul piano della corruzione amministrativa, dell’inefficienza pubblica e della criminalità.
La letteratura saggistica e politico-sociale che nacque dopo l’Unità ed ebbe notevoli esponenti, che coprirono spesso il doppio ruoli di pensatori e politici (Nitti, Fortunato, Salvemini, Ciccotti, Colajanni e poi il nostro Dorso), fu contraddistinta da un sentimento di benevolenza verso il cammino unitario, sebbene gli stessi intellettuali ne cogliessero con lucidità gli errori e i limiti; tra questi, è senza dubbio da ricordare la figura di Giustino Fortunato (tra le altre cose concittadino del famoso generale dei briganti, Carmine Crocco: entrambi nacquero a Rionero in Vulture, anche se Fortunato da una famiglia benestante e Crocco da una famiglia umile di pastori). Gli scritti di Fortunato, come ci segnala Procacci nella sua “Storia degli Italiani”, “contribuirono notevolmente a dissipare quel mito georgico e virgiliano dell’Italia Meridionale come madre di messi che pure, per quanto incredibile possa sembrare, era ancora corrente in certi settori dell’opinione pubblica, e a svelare la realtà amara di un Mezzogiorno senz’acqua e senza civiltà”. 
In seguito alla scelta protezionista adottata da Crispi nel 1887, furono penalizzate soprattutto le colture specializzate nell’esportazione, in particolare olio e agrumi, che costituivano una importante voce di sussistenza per vaste aree del Meridione. Non esisteva, invece, al Sud un tessuto protoindustriale in grado di garantire seppur in parte uno sbocco occupazionale. Di fronte alle difficili condizioni del Mezzogiorno, molti furono quelli che trovarono come unica alternativa l’emigrazione, in particolare verso le Americhe, altro tema caro ai sostenitori delle tesi di una unificazione compiuta ai danni del Meridione.
Il latifondo cerealicolo, e tutte le forme di sfruttamento e diseguaglianza economica ad esso collegate, invece, non furono intaccate e costituirono il bacino di produzione dei grani destinati al mercato interno; in questa fase le attenzioni dei sovvenzionamenti pubblici furono rivolte al decollo dell’apparato industriale del Nord, prediligendo per il Mezzogiorno la configurazione di un mercato di consumo dei beni industriali del Nord.
Fu su questo punto, che può essere considerato una delle basi che permise l’accelerazione del divario Nord-Sud, che insisterono i grandi meridionalisti citati in precedenza, chiedendo, sulla base dei dati raccolti dalle grandi inchieste parlamentari sulla Sicilia, su Napoli, sull’istruzione, che ci fossero dei piani straordinari d’intervento anche nel Mezzogiorno.
E’da sottolineare un’altra anomalia che fece da freno, sin da allora, alle ipotesi di crescita dell’Italia Meridionale, e cioè la connivenza e la pervasività delle oligarchie che gestivano il potere politico, attraverso le clientele, e le trame oscure che legavano le stesse ai poteri criminali radicati in varie parti del Mezzogiorno.
Aprile nel suo “Terroni” analizza in profondità le forme e gli episodi che caratterizzarono il brigantaggio (“finora avevamo i briganti” – sottolinea Aprile citando fonti dell’epoca – “e vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena, vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è causa del popolo”).
E’ evidente il giudizio severo dell’autore nei confronti dell’azione repressiva adottata dai Savoia subito dopo l’Unità ( il capitolo che affronta il brigantaggio è intitolato “la strage”). Il tema che passa sotto la definizione generica di brigantaggio è stato trattato in maniera contraddittoria dalla storiografia nazionale, senza contributi specifici di particolare peso, mentre sono molte le opere di storia locale e saggistica prodotte da autori meridionali, così come attraverso la musica è stata recuperata e diffusa una valenza quasi eroica dell’esperienza ribelle dei briganti. E’ senza dubbio illuminante leggere le pagine di chi ha vissuto da attore protagonista quelle vicende, come ad esempio Carmine Donatelli Crocco, che ha messo per iscritto le sue memorie mentre scontava la sua pena (Come divenni brigante, Lacaita, 1964). Nelle sue considerazioni, Crocco ammette e descrive anche gli aspetti più cruenti e violenti delle azioni di guerriglia dei briganti contro l’esercito piemontese e contro chi nel Sud lo sosteneva, e spiega in maniera diffusa le motivazioni che spingevano alla ribellione, e nel suo caso particolare le ingiustizie subite dalla sua famiglia per mano di un signorotto locale.
Se il numero di meridionali che perse la vita in quella vera e propria guerra civile fu senza dubbio troppo alto, è anche vero che la reazione dei ribelli, come li definisce anche lo storico britannico Hobsbawm, era di difesa e di distruzione, ma non proponeva nessuna soluzione alternativa per i territori meridionali, se non il ritorno allo status quo borbonico. 
Rispetto a un'altra delle tesi forti del libro di Aprile, quella della “educazione alla minorità”, sembra che in 150 anni non sia cambiato niente, perché è questa una visione passiva e piagnona della propria realtà; se il Sud non acquista consapevolezza dei suoi problemi reali e non si rende protagonista diretto della soluzione degli stessi, anziché chiedere che siano altri a farlo, difficilmente l’eterna questione meridionale potrà avviarsi a un esito positivo.
Di certo non si deve cogliere l’occasione di un anniversario così solenne per avallare teorie e pratiche dell’oggi, senza l’opportuno approfondimento richiesto dalla verità storica.

 



30 marzo 2010

L'attualità e la storia

Sulla rivista di storia on line STORIA E FUTURO c'è un mio articolo sulla storia della Protezione Civile e i principali terremoti dell'Italia Repubblicana.


 


 

Rimando ulteriori considerazioni sul presente della Protezione Civile e sulle ultime vicende a tempi più tranquilli. Il mio è un contributo d'approfondimento, che conferma, però, che è sempre nel passato che si trovano le radici del presente. Buona lettura.

I terremoti italiani del secondo dopoguerra e la Protezione civile


18 agosto 2009

Nella terra degli sconfitti

Pubblico l''articolo molto bello di Paolo Rumiz, uscito oggi su Repubblica, che parla dei nostri paesi. Il giornalista sta facendo un viaggio nell'Italia sottosopra, quella agitata dai movimenti tellurici, franosi, e per analogia, umani, sociali etc..
Mi scuso per l'assenza di aggiornamenti, sarà la pigrizia estiva o mancanza di ispirazione. Ci vorrebbe anche un bel resoconto sull'estate teorese, che io ho vissuto a metà ( se qualcuno ha qualcosa da scrivere, scriva!!).

Buona lettura.

Nella terra degli sconfitti

di PAOLO RUMIZ

Lo vedo da lontano nella pioggia, su un tornante di Castelnuovo di Conza, in mezzo alle forre più cupe dell'Irpinia. Curvo, benedicente, inconfondibile, a poca distanza da una delle chiese più spaventevoli della Nuova Italia cementizia. Padre Pio, ostinato, caparbio, resistente come nessuno allo sterminio dei luoghi. Crollano i paesi antichi, al loro posto nasce l'orrore e il calcestruzzo, la gente scappa, gli inverni si riempiono di pioggia, solitudine e sconfitta amara, gli dèi sconfitti dei Sanniti e dei Piceni si danno alla macchia, ma Padre Pio rimane, viene veloce come il vento a occupare il vuoto della memoria. È l'unico capace di attecchire su queste montagne bastonate da Dio e dagli uomini.

Nubi dense e vento sulla via Appia che non si sa come s'intorcica proprio quassù. Castelnuovo sui tornanti pieni di pioggia, Santomenna appesa al nulla, Laviano disperatamente aggrappata a un monte di nome Eremita. Tutti nuovi e semivuoti, abitati a metà. E tutti con chiese come astronavi e municipi come bunker. Oggi nessuno va volentieri nei due edifici che dovrebbero essere il cuore della comunità. Sono orribili, e per la gente questo significa una cosa sola: Dio e lo Stato sono diventati estranei. A Laviano la chiesa è così periferica che il prete deve andare a racimolare i fedeli casa per casa con l'automobile. Non c'è stato un briciolo d'amore per questi luoghi.

Laviano ha più elettori che abitanti. Metà paese è scappato, non ha resistito al doppio insulto del terremoto e della ricostruzione. Il nuovo sindaco, Rocco Falivena, ha dissepolto dalle macerie il corpo di suo padre e altri 48 parenti e ora deve anche rimediare ai disastri edilizi del suo predecessore, accusato di montagne di reati. È schiacciato da due incubi: la linea d'ombra della morte e la frontiera dell'invivibile. Un uomo amaro, con un compito in salita, come le sue montagne. "Hanno abbattuto tutto ciò che era salvabile. La chiesa madre, la chiesa di San Vito, il municipio. Senza pietà. La gente non sapeva, era stata spostata a valle. In quelle settimane nessuno voleva avvicinarsi a quel luogo di morte... così loro hanno fatto quello che hanno voluto...".

Piove disperatamente sul calcestruzzo già a pezzi, e Falivena racconta che già prima dell'80 era diventato labilissimo il legame con la terra di questo suo popolo montanaro piegato dalla vita di miniera, dalla guerra e dal familismo amorale prima ancora che dalla natura ostile dei luoghi. "Il distacco era avvenuto da anni, il terremoto è stato solo l'occasione per tagliare i ponti... Si è scelto l'assistenzialismo. Pensi! Nelle baraccopoli gli spazzini trovavano bistecche intere nella spazzatura...". Fu il divorzio da luoghi duri e magnifici, da monti pieni di orchidee selvatiche e torrenti popolati da lontre come quelli del Klondyke. Sì, l'Appennino muore tutti i giorni.

Come fai ad amministrare una comunità dove chi ha fatto i soldi col terremoto ha abbandonato trionfalmente il paese e dove chi è rimasto si sente sconfitto perché non ha avuto le protezioni giuste? Come governi un luogo che non ha speranza di rinascere perché nessuno ci sta volentieri? Come abiti una terra piena di fantasmi? Che ne sanno di tutto questo i De Mita e i Mastella? Laviano non è più Laviano ma un'altra cosa, e il paese vecchio i giovani lo scoprono solo su Internet. Alle case nuove la gente preferisce i vecchi prefabbricati dei terremotati, ci vive o li affitta per le vacanze. "Villaggio antistress" si chiama oggi la baraccopoli. Il cartello che lo indica pare una presa in giro, ma almeno dice chiaro che intorno è solo cemento e follia.

Poiché i disastri si chiamano tra loro, accade che una mega-discarica per i rifiuti napoletani stia arrivando sull'altopiano del Fromicoso, posto tra i più belli d'Irpinia, una ventosa prateria dove Federico II faceva roteare i falchi pellegrini. Mesi fa - quando a Napoli imperversava l'emergenza munnezza - l'esercito ha occupato l'area con seicento uomini, l'ha recintata, e ora sarà quello che Dio vuole. Le popolazioni locali hanno protestato, ovviamente senza risultato, e intanto, come se presentissero la scorpacciata imminente, i corvi hanno già formato una nube e stanno roteando sul luogo.

Uccelli neri sull'altopiano, bianchi gabbiani in basso sull'Ofanto. E cani i soliti perduti dappertutto. È tutto così chiaro: gli stessi poteri forti che hanno tolto l'innocenza ai luoghi con ruspa e cemento, oggi gliela tolgono manu militari con i rifiuti. Cento ettari "di interesse strategico nazionale", governati dalla stessa mano che gestisce la ricostruzione dell'Aquila e i grandi eventi berlusconiani come un'unica cosmesi nazionale. Di nuovo popolazioni esautorate, di nuovo spazi governati da un Centro lontano e imperscrutabile come il Cremlino degli zar.

Morale "elevato". Governo "provvido". Popolazioni "percosse". E il dolore come doveva essere in era fascista? "Virile" ovviamente. I proclami dell'agenzia di regime sul terremoto irpino del 1930 dicono tutto della coreografia mussoliniana. Farebbe ridere, se oggi non fosse peggio. Oggi c'è la melassa della compassione, i funerali dell'Aquila trasmessi al rallentatore con musiche strappalacrime, le macerie spudoratamente ostentate come backstage di vertici internazionali anziché nascoste come una vergogna. Oggi c'è una coreografia ancora più sofisticata che copre il crimine e i responsabili.

Irpinia, strade disastrose, anarchia edilizia, emigrazione che continua. Eppure l'Irpinia ha avuto un De Mita che è stato presidente del consiglio e capo del più potente partito italiano. Ha avuto anche - ricordate? - ministri come Fiorentino Sullo e Salverino De Vito. Che beneficio ha avuto questa terra dai suoi padroni? Mah. L'Irpinia non è repubblica italiana ma un feudo assistito dalla medesima. Mentre attraverso paesi nella pioggia, penso che qui il terremoto non è stato una tragedia ma una pacchia, una grandioso regalo, un'elargizione di spazi edilizi ai soliti furbi. "Un evento - s'arrabbia l'amico Marco Ciriello - che ha allargato a dismisura gli appetiti ma non gli orizzonti".

"Mai ha avuto mio padre un favore da De Mita, eppure l'ha sempre votato" lamenta un muratore di Sant'Angelo dei Lombardi dalla faccia tostata dal sole e la schiena spaccata di lavoro. Gli dico che è assolutamente normale, i favori si fanno per comprare i voti che non si hanno, non per pagare quelli già avuti. "Ciriaco tiene l'intelliggienza del capo" sussurra l'uomo, con uno sguardo da film di Pasolini, aprendo le braccia. Allora oso chiedere: e Mastella? "Ah, quello. Tiene la furbizia... d'o serv'".

(15. continua)
(18 agosto 2009)


1 giugno 2009

Cento anni di Giro d'Italia

Sono un appassionato di ciclismo, ma l'arrivo di ieri a Roma mi ha sorpreso per l'intensità delle emozioni e per la suspence. Comunque sono sempre più convinto che il ciclismo, con le sue salite, con la strada da percorrere, con la fatica, con le gratificazioni, sia lo sport più adatto metaforicamente a descrivere le sofferenze e le gioie della vita. Scorciatoie (vedi doping) incluse.
Ecco alcune immagini dalla rete che ritengo particolarmente significative.

                

                    



                                               




4 gennaio 2009

Primi per telefonini, ultimi per ricerca scientifica

Sul Corriere della Sera di oggi c'è un articolo di Giancarlo Radice che analizza uno studio su 19 paesi dell'OCSE. Tra i dati contenuti in questa classifica, spicca il fatto che l'Italia sia prima per numero di telefonini pro capite e 16esima per sostegno economico alla ricerca, nonchè ultimi per percentuale di popolazione laureata. Sono cose ormai note, ma sottolinearle non fa certo male.



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