.
Annunci online

teoraventura
L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


23 ottobre 2013

Teora negli anni '40: storia di Angelo Corsi, confinato

Pubblico anche qui, in simultanea con l'uscita della rivista, un articolo apparso sul Mai Tardi,  periodico dell'Istituto storico della Resistenza senese. E' il primo di due, il prossimo uscirà entro dicembre 2013.
Quella dei confinati irpini è una vicenda che abbiamo tentato di ricostruire insieme ad altri cultori di storia locale. Alcuni articoli sono usciti su "Nuovo Millennio" negli anni scorsi e li trovate in questo stesso blog.
Se avete appunti, materiali utili, notizie curiose sul periodo del ventennio fascista e della guerra a Teora, Irpinia e dintorni, Teoraventura è disponibile a darvi spazio.

Angelo Corsi: una biografia dal confino

Stefano Ventura

Mai Tardi, n.1/2013

Qualche anno fa, nel 2003, in un’intervista a un giornalista inglese del settimanale Spectator, parlando dell’attacco all’Iraq di Saddam Hussein e delle figure di dittatori a confronto, l’allora presidente del consiglio Berlusconi definì il confino di polizia un periodo di villeggiatura che Mussolini concedeva, a carico dello Stato e del regime, affermando che i luoghi che ospitarono i confinati ora sono luoghi di turismo esclusivo. Questa reinterpretazione storica è solo uno degli esempi che spesso sono stati usati per corroborare una lettura poco profonda che ha sempre fatto del fascismo una dittatura più blanda e di Mussolini una figura tutto sommato non sanguinaria. Per fortuna sono numerosi e più seri gli studi che smentiscono, dati e storie alla mano, questa interpretazione (basti pensare al libro sugli episodi più atroci e poco noti che hanno avuto gli italiani come protagonisti, Italiani brava gente?, scritto da Angelo Del Boca nel 2005). 

Le vicende legate al confino di polizia hanno riguardato, invece, quasi 17mila persone che furono arrestate senza processo, senza prove, senza possibilità di difendersi, detenute per un periodo di tempo mai definito con certezza e facilmente prolungabile, costretti a vivere in condizioni igieniche, alimentari, sanitarie al limite della decenza. I luoghi del confino non erano solo nelle isole che oggi sono luoghi turistici affermati, ma anche paesi e piccoli borghi dell’Appennino, dall’Abruzzo all’Aspromonte, in luoghi remoti, inospitali e raggiungibili solo dopo lunghi e disagevoli viaggi.

A partire dal 1927 Mussolini manifestò la necessità di avviare la deportazione per i sospettati di antifascismo. Proprio la radice etimologica di deportazione, l’azione del “portare via”, indicava un allontanamento forzato che cambiava radicalmente lo stato di diritto del condannato. Il confinato si trovava a essere un cittadino senza alcun diritto, non poteva disporre di alcuna garanzia e non sapeva nulla sul proprio destino, sui motivi dell’arresto, sul luogo assegnato, sulla durata della pena e sulla eventuale liberazione. 

Se si pensa ai campi di identificazione ed espulsione che oggi ospitano i numerosi migranti che tentano di raggiungere clandestinamente l’Europa e l’Italia, la situazione di sospensione dei diritti individuali è la medesima, visto che anche quei profughi non hanno diritti, non sono accusati di un reato specifico e certo e non conoscono bene il loro immediato destino.

Approfondire le caratteristiche del confino e le vicende individuali dei confinati è quindi un atto di legittimità verso i protagonisti di quelle condanne e verso chi oggi subisce ancora una limitazione ingiustificata dello stato di diritto.

Brevi cenni su confino e repressione

La letteratura che riguarda il confino può annoverare contributi di personaggi di primissimo livello del panorama sia politico sia culturale dell'antifascismo.

Carlo Levi scrisse, sulla base dell’esperienza del confino in Basilicata, “Cristo si è fermato a Eboli”, uno dei capolavori della storia culturale italiana, non tanto in termini stilistici quanto per gli effetti prodotti; infatti, dopo la fine della guerra e la liberazione dal nazifascismo, grazie alle narrazioni di Levi l’Italia scoprì una parte dimenticata del suo territorio, un mondo arretrato fino all’inverosimile dove superstizione e povertà tenevano prigionieri i contadini e dove permaneva un’organizzazione quasi feudale della società.

Cesare Pavese scrisse il romanzo “Il carcere”, ispirandosi al suo confino a Brancaleone Calabro (Reggio Calabria), anche se in questo caso il protagonista, Stefano, non è una trasposizione autobiografica dell’autore. Del confino a Brancaleone restano, tuttavia, come testimonianza le lettere scritte alla sorella Maria, nella cui corrispondenza Pavese descriveva nei minimi particolari luoghi, fatti e personaggi del vivere quotidiano della sua condizione di confinato. AncheLeone Ginzburg visse l’esperienza del confino a Pizzoli, in Abruzzo.

Più in generale, il confino di polizia fu uno degli strumenti decisivi che il regime usò per la repressione dell’antifascismo, del dissenso e per il controllo di chiunque fosse ritenuto pericoloso per l’ordine pubblico. Il confino, introdotto dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del novembre 1926, subentrava al domicilio coatto, misura introdotta nel 1863 contro il brigantaggio e usata in seguito come strumento di controllo sociale. Il domicilio coatto fu usato in maniera ampia da Crispi come metodo di repressione politica e rimase in uso fino al 1900, alla caduta del governo Pelloux. In particolare, nel 1894 le leggi “anti anarchiche” e la repressione del movimento dei Fasci Siciliani allargarono a dismisura il numero di domiciliati. Con i governi a guida Giolitti questa forma d’istituto penale non fu più usata fino alla prima guerra mondiale, quando fu reintrodotta per i cittadini delle nazioni nemiche.

Durante il regime, il confino di polizia era ordinato da commissioni provinciali composte dal prefetto, dal procuratore del re, dal comandante dell’arma dei carabinieri e da un ufficiale superiore della Milizia Volontaria per la Sicurezza; nel 1942 fu incluso anche il segretario del Partito nazionale fascista. L’invio al confino restava comunque un atto preventivo demandato alla discrezionalità degli organi di polizia. L’assegnazione al confino poteva durare al massimo cinque anni ma poteva essere rinnovata.

Furono i diversi attentati compiuti ai danni del duce tra il novembre 1925 (per opera di Zaniboni) e il novembre 1926 che convinsero il Consiglio dei Ministri, sulla spinta dell’emotività, a varare alcuni provvedimenti restrittivi tra i quali lo scioglimento dei partiti e delle associazioni, pene severe per l’espatrio clandestino e il confino di polizia per quanti potessero essere sospettati di essere pericolosi per l’ordinamento dello stato.

In realtà, la rapidità con la quale furono predisposte le prime assegnazioni fa presupporre che queste misure indirizzate a colpire coloro i quali avevano svolto o “manifestato il proposito di voler svolgere attività sovversiva per gli ordinamenti dello stato” fossero state preparate già nei mesi precedenti.

Nel novembre 1926 i primi 68 confinati vennero inviati nelle isole siciliane (Favignana, Lampedusa, Pantelleria e Ustica); a fine anno i confinati erano 900.

Non è facile avere una cifra definita del numero di persone che tra il 1926 e il 1943 furono assegnate al confino, tenendo conto che le stesse persone qualora non si fossero “ravvedute” potevano essere riassegnate al confino. Paola Carucci,in un suo contributo del 2005, parladi 15.440 assegnazioni al confino. Alessandra Gissi, in una ricerca basata su un fondo dell’Archivio centrale di Stato, riporta il numero di 12.330 confinati e 16.876 fascicoli personali, seguendo un criterio che esclude i condannati per truffa, traffico di valuta estera, funzionari di enti pubblici e del partito fascista, bancarottieri, sospetti, spie e così via[1].

Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale al confino di polizia si aggiunse l’internamento, che secondo il diritto internazionaleera una misura restrittiva della libertà personale che, in caso di conflitto, gli Stati avevano il potere di prendere nei confronti di certe categorie di stranieri o di propri cittadini, allontanandoli dalle zone di guerra e relegandoli in località militarmente non importanti, ove esercitare agevolmente la vigilanza. La convenzione di Ginevra del 1929 contemplava la possibilità di istituire, in caso di guerra, campi di prigionia e di lavoro.

A partire dal 1940 l’internamento fu adottato per i civili nemici presenti in Italia e anche per altri individui ritenuti pericolosi, sospetti o indesiderabili durante la guerra. La misura dell’internamento fu estesa anche agli “ebrei stranieri” (maggio 1940) e molti campi d’internamento furono costruiti nelle nazioni nemiche occupate, in particolare in Jugoslavia, dove il numero dei civili internati raggiunse le 100mila unità. L’internamento civile fascista invece poteva essere “libero” (obbligo di residenza in particolari località, in genere posti disagiati nelle zone interne della penisola) o “nei campi”, cioè strutture appositamente costruite allo scopo di ospitare gli internati. Inizialmente, nel 1936, una circolare del ministero della Guerra prevedeva che in tutta Italia ne fossero costruiti tre, in cui ospitare 1000-1500 internati ciascuna, e che i campi fossero preferibilmente collocati nelle province di Perugia, Ascoli Piceno. L’Aquila, Avellino, Macerata. Presso l’Archivio Centrale di Stato sono conservati circa 20mila fascicoli di internati, di cui 8.418 di pericolosi italiani e circa 12 mila riguardanti stranieri e italiani internati per spionaggio.

La repressione dellantifascismo e i confinati senesi

La geografia del movimento antifascista senese, anche dopo le leggi eccezionali del 1926, rispecchiava le lotte dei lavoratori dalla fine del primo conflitto mondiale in poi. I minatori di Abbadia San Salvatore e dellAmiata, gli operai di Siena e della Val dElsa senese, alcuni nuclei di mezzadri in Valdichiana e Val di Merse rimasero attivi organizzandosi clandestinamente e costituendo lossatura delle strutture clandestine del partito comunista e, in misura minore, del partito socialista e del movimento anarchico. La ricostruzione storiografica di quello che potremmo definireantifascismo popolareè piuttosto ardua per il fatto che questi militanti non lasciarono quasi mai documenti e tracce; la loro storia è da recuperare attraverso le note giudiziarie, gli atti dei Tribunali speciali, le carte delle prefetture e i verbali di carabinieri e poliziotti.

Nello specifico, tra le diverse forme di limitazione della libertà (carcere, confino, internamento, ammonizione, sorveglianza speciale, diffida), il confino riguardò 129 antifascisti della provincia di Siena per una condanna a 380 anni complessivi.

Andrea Orlandini ha reso noto qualche numero complessivo sugli antifascisti senesi schedati nel Casellario Politico Centrale; i fascicoli personali erano 1060 nella provincia di Siena tra il 1926 e il 1943, 417 sanzioni comminate a 310 persone, tra cui 28 donne[2].

Secondo quanto riportato da Rineo Cirri, nel complesso furono 699 le persone che tra il 1926 e il 1943 subirono un deferimento al Tribunale speciale, sommando confinati, internati, ammoniti e diffidati, ricercati allestero, rimpatriati e sospettati, un numero che per una provincia come quella di Siena (circa 270mila abitanti in quegli anni) è certamente significativo.

Nella Poggibonsi di Angelo Corsi fin dal maggio del 1932 il nucleo comunista, formato da 19 militanti, fu individuato e rimandato a giudizio per associazione e propaganda sovversiva. Nella motivazione della sentenza si legge chel'organizzazionecomunista [] svolgeva intensa attività politica e sindacale con raccolta di somme per il Soccorso Rosso. Fu poi concessa loro l'amnistia per il decennale della marcia su Roma.

Nell'aprile 1934, però, un nucleo più cospicuo di comunisti, questa volta di 27 persone, fu nuovamente perseguito e sottoposto a pene che andavano dai due ai sette anni, anche se per otto di questi fu stabilito il non luogo a procedere. Questa volta la motivazione era la seguente:l'attività comprendeva riunioni campestri, celebrazioni di feste comuniste, diffusione dellaScintillae deL'Unità.

Le feste richiamate erano il primo maggio e l'anniversario della rivoluzione d'ottobre, mentre laScintillaera un giornale che rappresentava il comitato politico provinciale, costituitosi con difficoltà dopo le azioni repressive del 1932 e che aveva proprio sede a Poggibonsi per meglio tenere i rapporti con il comitato regionale di stanza a Empoli.  Angelo Corsi fu tra i fermati in entrambe le occasioni citate. Maggiori dettagli sulla biografia di Angelo Corsi saranno illustratinella seconda parte di questo contributo, in uscita sul prossimo numero diquesta rivista.

In conclusione, quindi, sembra ancora importante e utile il lavoro di tessitura di tutta quella complessa e sotterranea ragnatela che ha costituito lantifascismo militante e popolare in provincia di Siena e in tutta Italia, perché, come affermava Luigi Orlandi:ad ognuno di questi antifascisti sono collegate vicende umane, storie dolorose di famiglie e di gruppi di persone con le loro sofferenze, i loro dolori e i loro drammi ma anche le speranze di una parte della popolazione di vivere in una società più giusta[3]


[1]Paola Carucci, Dal domicilio coatto alsoggiorno obbligato: confino e internamento nel sistema di prevenzione erepressione fascista e nel dopoguerra, in Regione di confino: la Calabria (1927-1943), a cura di F. Cordova ePantaleone Sergi, Bulzoni editore, Roma, 2005, pp. 33- 102. Alessandra Gissi, Un percorso a ritroso: donne al confinopolitico 1926-1943 (Italia Contemporanea, 2002, fascicolo 226), pag. 32.

[2]Andrea Orlandini, L’antifascismo a Siena:le schede del Casellario Politico Centrale, Mai tardi, fascicolo 3/2011.

[3] Tratta da L’antifascismo senese nei documenti della polizia e del Tribunale Speciale, 1926-1943,a cura di Rineo Cirri.

sfoglia     agosto        marzo
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
altra irpinia
sto leggendo...
Terremoti e dintorni

VAI A VEDERE

NON SEMBRAVA NOVEMBRE QUELLA SERA
TERREMOTO IRPINIA-Storia e memoria
TU SI NAT IN ITALY
Officina Solidale
Osservatorio sul Doposisma
Fondazione Mida
ORENT
Storia e futuro
Antonello Caporale
G. Silei
AISO Italia
Lavoro culturale
Volontariato oggi
le terre che tremarono (Belìce)
Tiere Motus- Friuli 1976
Napoli monitor
Spinoza
Doctor Brand
pearl jam
PRO LOCO TEORA
NUOVO MILLENNIO
Roberto Rotonda blog
Amici della bici
orizzonte scuola
siena news
ottopagine
il mattino
corriere irpinia
ALTirpinia
Il Ciriaco
il portale di teora
Bradipo Nevrotico
flyfra-giokoliere
palio
storia di lioni
L'alambicco di S. Cesario
SE la Capo
Piccoli paesi
Comunità Provvisorie


 

Chi sono

 
 

file:///C:/Users/Stefano/Desktop/vogliamo_viaggiare.jpg

 

Stefano Ventura

Non sembrava novembre quella sera.

Il terremoto del 1980 tra storia e memoria

2a edizione

Mephite

COMPRALO ONLINE

IL BLOG DEL LIBRO

Vogliamo viaggiare non emigrare_Ventura.jpg

 

 
 

SISMOGRAFIE.

Tornare all'Aquila 1000 giorni dopo il sisma

 

 

 

 

Teoraventura

Promuovi anche tu la tua Pagina

 

 

 

 

  

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

http://www.wikio.it

 

  

 

Contributi sparsi

I terremoti italiani e la Protezione Civile

Il terremoto del 1980. Storiografia e memoria

30 anni di terremoti italiani

Irpinia 1980, viaggio nel terremoto

L'emergenza e i soccorsi, dalle memorie alla Protezione civile

Le industrie, 30 anni dopo 

Il lavoro in Irpinia negli anni del terremoto

I comuni del terremoto dalla ricostruzione al futuro

I ragazzi dell'Ufficio di Piano. La ricostruzione urbanistica in Irpinia

Semiseria analisi lessicale di un disastro naturale (prefazione)

I confinati in Irpinia durante il fascismo

Le industrie del dopo terremoto in Campania e Basilicata

OkNotizie 

 

Gli Angeli Del Terremoto_Stefano Ventura_2010

Le Industrie Del Dopoterremoto_Stefano Ventura

L'Irpinia, la Crisi e lo spopolamento

Wikio - Top dei blog

CERCA