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Diario


20 dicembre 2010

Presentazione a Teora

Teora, Teatro Comunale

27 dicembre 2010

ore 18



                            

proiezione di Giobbe a Teora
di Franco Arminio
e presentazione di
Non sembrava novembre quella sera
di Stefano Ventura

Saranno presenti gli autori

Mercoledì 29 dicembre
Monteverde, ore 18
Sala polivalente







12 luglio 2008

Il vento forte della paesologia

E' stato bello vedere tra gli scaffali di una libreria senese il nuovo libro di Franco Arminio, edito per la Laterza. Frequentando, seppur non con continuità, la comunità provvisoria, di cui Franco è un artefice e un elemento propulsore, sapevo dell'uscita di questo libro e da ieri ho potuto materialmente sfogliarlo. Altra piccola sorpresa: il primo capitolo si intitola. Giobbe a Teora, racconta una storia personale dolorosa di un nostro compaesano e sfiora le nostre strade, i nostri luoghi, come tutto il libro fa. Ci saranno varie occasioni per entrare in contatto con i temi di questo libro, durante quest'estate. Intanto incollo una recensione di Andrea Di Consoli che può farne assaporare qualche stralcio.


                


Dopo Viaggio nel cratere (Sironi, 2003) e Circo dell’ipocondria (Le lettere, 2006), Franco Arminio manda alle stampe Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia (Laterza, 186 pagine, 10,00 euro), un libro che segnerà in profondità le sorti della grande letteratura di “strapaese”, e le sorti della letteratura per frammenti, antiromanzesca e antiborghese (”Il paesologo non ama il narrare disteso, ma la smania aforistica, la frase singola, spaiata” scrive Arminio nel piccolo zibaldone finale dove, tra l’altro, ci sono immagini e intuizioni di superba bellezza: “Tre luoghi aperti nelle mattinate dei paesi: il bar, il Comune, il cimitero”; “Quasi ogni mattina vado a trovare qualche paese come si va a trovare un vecchio zio, vado a vedere che faccia ha, a che punto è la sua malattia o la sua salute. Vado per vedere un paese, ma alla fine è il paese che mi vede, mi dice qualcosa di me che non sa dirmi nessuno”, ecc.). Un libro, questo, che è tante cose: uno zibaldone di pensieri, un libro di viaggi, un reportage, un diario, una miniera di soggetti, di figure, di profili, di oggetti, di scenografie urbane, un epicedio, un lamento, un momento di gioia mal trattenuta, un referto inesauribile di paure e di pietà. Franco Arminio, che è nato, e da sempre vive a Bisaccia, nell’Irpinia sbilanciata verso la Lucania, visita in questo libro i suoi paesi (Conza, Greci, Vallata, Aquilonia, Flumeri, ecc.), facendo anche alcune sortite “fuori casa”: in Val Germanasca, nel Cilento, e nel Salento. Ma le pagine più belle sono dedicate proprio alla sua Irpinia, ché Arminio, come egli stesso scrive, appartiene solo al suo paese, è “un dente dentro la bocca del cavallo, un mattone dentro un muro”.

Il padre della paesologia ha fondato un nuovo modo di viaggiare; è piuttosto un vagare, un perdersi tra cose belle e brutte, tra piazze deserte, sotto lampioni spenti, dinanzi a porte chiuse, sotto la neve o il sole; un fare domande per perdersi nel suono delle risposte, un fotografare cani, camion della frutta, anziani al bar. Niente di più lontano dal bozzetto, dall’oleografia e dal sottobosco paesano. Se avesse ancora senso, diremmo che Arminio ha uno sguardo geografico e letterario tra i più moderni in Italia (ma antico e moderno, in specie se contrapposti, sono vecchie categorie accademiche senza più significato). Vento forte tra Lacedonia e Candela non auspica un ripopolamento o lo sviluppo “moderno” dei paesi (non cade nel tranello dell’utopia); non è un lamento del passato, dei bei tempi della civiltà contadina (non cede alle sirene delle “anime belle”); è, piuttosto, qualcosa che sta a metà: una dichiarazione d’amore del “qui ed ora” dei paesi per come sono adesso (i paesi della birra al bar, dei ricordi, dei silenzi, dei manifesti funebri, dei negozi, dei personaggi buffi, delle prepotenze, delle case anonime del dopo-terremoto, ecc.), un perdersi, tra paura e pace, nei “dintorni” di una terra straordinaria quanto più è ordinaria, vera, scrostata di ogni sovrastruttura ideologica.

Arminio sta nella sua Irpinia come l’albume sta nel guscio. Questa pace, però, è attraversata dalla nevrosi (collettiva) di Arminio, dalle sue parole, dai suoi presagi di morte (ma sono, appunto, nevrosi consustanziali ai paesi, alla loro lenta e pacifica agonia). Ma tutte le tragedie della sua terra – a partire dal terremoto del 1980 – non hanno fatto che rafforzare un vincolo di appartenenza (”La sera che ci fu il terremoto io stavo bene. Mi piaceva tutta quella gente per strada, tutti che si guardavano come se ognuno fosse una cosa preziosa. Quando molti si sono messi a dormire nelle macchine mi sono fatto un giro, li ho benedetti uno per uno”). E questa è un’immagine, se vogliamo, di aedo contemporaneo, di vate fraterno e antiretorico.

Il libro di Arminio è una “Spoon River” dei vivi che si preparano a morire (anche la morte, qui, è un’ombra concreta, amichevolmente tetra, che si aggira tra le strade). Ma quel che più commuove, di questo libro, è il saper amare le cose e le persone nonostante l’agguato quotidiano dei pensieri neri, del “naufragio”, dello sfinimento, della morte (la morte, per Arminio, è una notizia improvvisa, come un terremoto, o un ictus); è il saper amare solo ciò che davvero si ama (”Forse io sono un paesologo dei miei paesi e di Castro dei Volsci non so che dire. Mi manca la radice infiammata della residenza, mi manca il nervo che lega gli occhi al cuore”); l’attrazione innamorata per il marginale, il superfluo e i perdenti (”Tonino è morto per sfinimento, perché era un giocatore rimasto per anni e anni sul campo a giocare la partita della solitudine, mai un intervallo, mai un goal, tutto un andare avanti e indietro, senza concludere mai”; e ancora: “A Lacedonia si vive le ricordo di un passato in cui c’erano tanti uffici e adesso non c’è neppure un negozio di scarpe. A me questo non dispiace. Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono. In fondo le delusioni, le mancanze, sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura”). E quest’ultimo pensiero, a rileggerlo, è non soltanto una politica e un’etica, ma una poetica, e un insegnamento a tutti quelli che credono che nei paesi non accada nulla, ché Arminio ci dimostra, con questo libro indimenticabile e commovente, che si può fare letteratura con gli antieroi, con i falliti, con le parole non dette, con le azioni non fatte, con gli uomini silenziosi, con i non-paesaggi, con la desolazione delle piazze deserte, a dimostrazione dell’assunto che un grande scrittore non ha bisogno della Storia o della cronaca nera per toccare il cuore caldo e spaventato degli uomini.

Andrea Di Consoli
Pubblicato su L’Unità del 4 luglio 2008

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