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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


26 dicembre 2009

Festeggiare la fine del 2009 (perchè è finito)

Sono giorni di festa; chi ha lavorato si gode un pò di riposo e la famiglia, chi è lontano da casa ci torna (Trenitalia e società autostrade permettendo), chi può va a trascorrere un pò di vacanze da qualche parte. Ma quest'anno per molti il Natale non sarà buono; è stato un anno di sofferenza per molti, ci sono stati tanti episodi tristi e non oscurabili, nonostante le narrazioni mass mediatiche. La speranza è che l'ipocrisia lasci spazio all'intelligenza o quanto meno al buonsenso, anche se non sembra facile invertire la rotta.
Al prossimo anno si può chiedere che porti qualche luce, un pò di fortuna e coraggio in più.
Metto qui qualche foto per ricordare alcuni temi e situazioni che nel 2009 sono state presenti, consapevole del rischio di sembrare antipatico.


AUGURI, con il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà.


23 settembre 2009

Un sospiro di sollievo



Già qualche giorno fa il vice commissario delegato alla gestione dei rifiuti in Campania aveva annunciato che da gennaio la gestione passerà alle province, che potranno avviare un percorso ordinario (Avellino probabilmente concorderà un piano con la provincia di Salerno).
In questa ottica non sarebbe più necessario costruire uno sversatoio sul Formicoso.

Stamattina su Irpinianews c'è un'altra notizia che conferma queste ipotesi; i militari hanno lasciato ai Comuni i territori, che comunque restano aree utilizzabili in future emergenze come sversatoio.
La nostra zona tira un sospiro di sollievo, per ora, ma è necessario continuare a fare la differenziata e che dallo straordinario si passi all'ordinario, la provincializzazione dei rifiuti, del resto, è il principio più giusto.
Ora tocca a noi irpini pensare a cosa fare del nostro territorio e delle sue ricchezze.


18 agosto 2009

Nella terra degli sconfitti

Pubblico l''articolo molto bello di Paolo Rumiz, uscito oggi su Repubblica, che parla dei nostri paesi. Il giornalista sta facendo un viaggio nell'Italia sottosopra, quella agitata dai movimenti tellurici, franosi, e per analogia, umani, sociali etc..
Mi scuso per l'assenza di aggiornamenti, sarà la pigrizia estiva o mancanza di ispirazione. Ci vorrebbe anche un bel resoconto sull'estate teorese, che io ho vissuto a metà ( se qualcuno ha qualcosa da scrivere, scriva!!).

Buona lettura.

Nella terra degli sconfitti

di PAOLO RUMIZ

Lo vedo da lontano nella pioggia, su un tornante di Castelnuovo di Conza, in mezzo alle forre più cupe dell'Irpinia. Curvo, benedicente, inconfondibile, a poca distanza da una delle chiese più spaventevoli della Nuova Italia cementizia. Padre Pio, ostinato, caparbio, resistente come nessuno allo sterminio dei luoghi. Crollano i paesi antichi, al loro posto nasce l'orrore e il calcestruzzo, la gente scappa, gli inverni si riempiono di pioggia, solitudine e sconfitta amara, gli dèi sconfitti dei Sanniti e dei Piceni si danno alla macchia, ma Padre Pio rimane, viene veloce come il vento a occupare il vuoto della memoria. È l'unico capace di attecchire su queste montagne bastonate da Dio e dagli uomini.

Nubi dense e vento sulla via Appia che non si sa come s'intorcica proprio quassù. Castelnuovo sui tornanti pieni di pioggia, Santomenna appesa al nulla, Laviano disperatamente aggrappata a un monte di nome Eremita. Tutti nuovi e semivuoti, abitati a metà. E tutti con chiese come astronavi e municipi come bunker. Oggi nessuno va volentieri nei due edifici che dovrebbero essere il cuore della comunità. Sono orribili, e per la gente questo significa una cosa sola: Dio e lo Stato sono diventati estranei. A Laviano la chiesa è così periferica che il prete deve andare a racimolare i fedeli casa per casa con l'automobile. Non c'è stato un briciolo d'amore per questi luoghi.

Laviano ha più elettori che abitanti. Metà paese è scappato, non ha resistito al doppio insulto del terremoto e della ricostruzione. Il nuovo sindaco, Rocco Falivena, ha dissepolto dalle macerie il corpo di suo padre e altri 48 parenti e ora deve anche rimediare ai disastri edilizi del suo predecessore, accusato di montagne di reati. È schiacciato da due incubi: la linea d'ombra della morte e la frontiera dell'invivibile. Un uomo amaro, con un compito in salita, come le sue montagne. "Hanno abbattuto tutto ciò che era salvabile. La chiesa madre, la chiesa di San Vito, il municipio. Senza pietà. La gente non sapeva, era stata spostata a valle. In quelle settimane nessuno voleva avvicinarsi a quel luogo di morte... così loro hanno fatto quello che hanno voluto...".

Piove disperatamente sul calcestruzzo già a pezzi, e Falivena racconta che già prima dell'80 era diventato labilissimo il legame con la terra di questo suo popolo montanaro piegato dalla vita di miniera, dalla guerra e dal familismo amorale prima ancora che dalla natura ostile dei luoghi. "Il distacco era avvenuto da anni, il terremoto è stato solo l'occasione per tagliare i ponti... Si è scelto l'assistenzialismo. Pensi! Nelle baraccopoli gli spazzini trovavano bistecche intere nella spazzatura...". Fu il divorzio da luoghi duri e magnifici, da monti pieni di orchidee selvatiche e torrenti popolati da lontre come quelli del Klondyke. Sì, l'Appennino muore tutti i giorni.

Come fai ad amministrare una comunità dove chi ha fatto i soldi col terremoto ha abbandonato trionfalmente il paese e dove chi è rimasto si sente sconfitto perché non ha avuto le protezioni giuste? Come governi un luogo che non ha speranza di rinascere perché nessuno ci sta volentieri? Come abiti una terra piena di fantasmi? Che ne sanno di tutto questo i De Mita e i Mastella? Laviano non è più Laviano ma un'altra cosa, e il paese vecchio i giovani lo scoprono solo su Internet. Alle case nuove la gente preferisce i vecchi prefabbricati dei terremotati, ci vive o li affitta per le vacanze. "Villaggio antistress" si chiama oggi la baraccopoli. Il cartello che lo indica pare una presa in giro, ma almeno dice chiaro che intorno è solo cemento e follia.

Poiché i disastri si chiamano tra loro, accade che una mega-discarica per i rifiuti napoletani stia arrivando sull'altopiano del Fromicoso, posto tra i più belli d'Irpinia, una ventosa prateria dove Federico II faceva roteare i falchi pellegrini. Mesi fa - quando a Napoli imperversava l'emergenza munnezza - l'esercito ha occupato l'area con seicento uomini, l'ha recintata, e ora sarà quello che Dio vuole. Le popolazioni locali hanno protestato, ovviamente senza risultato, e intanto, come se presentissero la scorpacciata imminente, i corvi hanno già formato una nube e stanno roteando sul luogo.

Uccelli neri sull'altopiano, bianchi gabbiani in basso sull'Ofanto. E cani i soliti perduti dappertutto. È tutto così chiaro: gli stessi poteri forti che hanno tolto l'innocenza ai luoghi con ruspa e cemento, oggi gliela tolgono manu militari con i rifiuti. Cento ettari "di interesse strategico nazionale", governati dalla stessa mano che gestisce la ricostruzione dell'Aquila e i grandi eventi berlusconiani come un'unica cosmesi nazionale. Di nuovo popolazioni esautorate, di nuovo spazi governati da un Centro lontano e imperscrutabile come il Cremlino degli zar.

Morale "elevato". Governo "provvido". Popolazioni "percosse". E il dolore come doveva essere in era fascista? "Virile" ovviamente. I proclami dell'agenzia di regime sul terremoto irpino del 1930 dicono tutto della coreografia mussoliniana. Farebbe ridere, se oggi non fosse peggio. Oggi c'è la melassa della compassione, i funerali dell'Aquila trasmessi al rallentatore con musiche strappalacrime, le macerie spudoratamente ostentate come backstage di vertici internazionali anziché nascoste come una vergogna. Oggi c'è una coreografia ancora più sofisticata che copre il crimine e i responsabili.

Irpinia, strade disastrose, anarchia edilizia, emigrazione che continua. Eppure l'Irpinia ha avuto un De Mita che è stato presidente del consiglio e capo del più potente partito italiano. Ha avuto anche - ricordate? - ministri come Fiorentino Sullo e Salverino De Vito. Che beneficio ha avuto questa terra dai suoi padroni? Mah. L'Irpinia non è repubblica italiana ma un feudo assistito dalla medesima. Mentre attraverso paesi nella pioggia, penso che qui il terremoto non è stato una tragedia ma una pacchia, una grandioso regalo, un'elargizione di spazi edilizi ai soliti furbi. "Un evento - s'arrabbia l'amico Marco Ciriello - che ha allargato a dismisura gli appetiti ma non gli orizzonti".

"Mai ha avuto mio padre un favore da De Mita, eppure l'ha sempre votato" lamenta un muratore di Sant'Angelo dei Lombardi dalla faccia tostata dal sole e la schiena spaccata di lavoro. Gli dico che è assolutamente normale, i favori si fanno per comprare i voti che non si hanno, non per pagare quelli già avuti. "Ciriaco tiene l'intelliggienza del capo" sussurra l'uomo, con uno sguardo da film di Pasolini, aprendo le braccia. Allora oso chiedere: e Mastella? "Ah, quello. Tiene la furbizia... d'o serv'".

(15. continua)
(18 agosto 2009)


30 giugno 2009

L'Irpinia e il gattopardo



-          Cumm staje la vigna a te?

-          Eh, auanno nun la stac curann. Ji nun m la figh cchiù, figl’m eia a la Svizzera, nun aggio truvat nisciun ca me la curava.

-          E che bbuo fa, facimm viecchie.

 


Sono stati giorni intensi, questi di Cairano 7x. Chi legge questo blog oppure i giornali locali fino alle pagine più interne, oppure ha dimestichezza con la rete, ha saputo dell’esistenza di questo esperimento che per 7 giorni ha portato più di cento persone ad abitare Cairano e altri paesi dell’Alta Irpinia, risiedendo nelle abitazioni lasciate vuote dallo spopolamento e dall’emigrazione (Cairano ha a disposizione circa 4000 vani per una popolazione di 380 persone, di cui solo 6 bambini che frequentano la scuola elementare). A parte i nomi più ridondanti (Vinicio Capossela, giornalisti e scrittori come Paolo Rumiz e Andrea Di Consoli, il fotografo Mario Dondero, il jazzista Innarella) a Cairano si sono alternati registi, professori universitari di Architettura, archeologia, scienze ambientali, intellettuali e simili, cuochi irpini, oltre ai volontari della Pro Loco che hanno offerto un prezioso supporto logistico e ai membri della comunità provvisoria. La direzione artistica è stata curata da Franco Arminio, il patrocinio è stato della Fondazione Dragone, fondata da Franco, cairanese emigrato in Belgio e produttore del Cirque de Soleil.

Gran parte della gente dell’Alta Irpinia, però, non è venuta a conoscenza di questo evento, sicuramente estraneo ai canoni locali del divertimento e dell’intrattenimento. I destinatari erano sicuramente esterni, appartenenti ad alti livelli di istruzione, una platea selezionata già all’origine. Tuttavia, il programma era talmente ricco che tutti potevano scegliere di partecipare a qualche laboratorio o concerto.

I sette giorni di Cairano rappresentano un tentativo di ripensare al presente e al futuro del nostro territorio, che si sta spopolando non solo a causa dell’emigrazione di giovani dal buon livello di istruzione, di meno giovani e di intere famiglie, ma anche a causa dell’assenza di risposte complessive e articolate, che pur ci sono state in altre aree del Sud (Basilicata, Cilento, Sardegna). 

Però, tra le altre cose, si sa che "il Sud, tra il problema e la soluzione, ha sempre preferito il problema".

In tempi di crisi economica globale, ora che si parla di ciclo corto dell’economia, di ridare vitalità all’agricoltura diffusa e biologica, di ripensare lo sviluppo, un territorio come il nostro, che è naturalmente predisposto a questo tipo di cose, non può restare fermo. Chi dice che da noi non c’è niente sbaglia. Un solo elemento tra i tanti, il paesaggio ad esempio, altrove ha rappresentato la base di partenza per alimentare circuiti economici virtuosi.

Belle parole, teorie, concetti generali, i miei, che cozzano troppo con la realtà oggi esistente nelle nostre zone come nel resto d’Italia. Lo scambio di battute che ho riportato all’inizio del post l’ho ascoltato a Tarantino, a Teora, sabato scorso, tra due signori anziani. Il declino dell’agricoltura, dopo il terremoto del 1980, ha rappresentato il contraltare principale all’industrializzazione post sisma, con il risultato che oggi abbiamo sempre meno contadini e anche salvare il posto di lavoro nelle fabbriche delle aree industriali della 219 è sempre più arduo. In compenso, incombe l’ipotesi della discarica sul Formicoso. Alcune voci insistenti dicono che a settembre inizieranno i lavori di costruzione di uno sversatoio di rifiuti da 40 ettari.

Altra nota dolente è la desolazione della politica; proprio mentre a Cairano c’erano persone che da tutta Italia venivano a scoprire questi luoghi, a Calitri la Comunità Montana Alta Irpinia veniva commissariata perché i sindaci non trovavano l’accordo sul bilancio (otto sindaci di centrodestra e otto di centrosinistra). Se si pensa che l’unica possibilità di reazione per i nostri comuni può essere quella di fare rete sui problemi comuni, pensate come è possibile farlo quando l’ente che li raccoglie subisce continuamente l’instabilità delle lotte politiche (nate, bisogna dirlo, dal cambio di rotta dettato dall’on. De Mita in tutti gli enti della provincia). Siamo deboli, non solo per colpa della politica, e quando si è deboli si diventa facilmente terra di conquista. Negli ultimi mesi, inoltre, “Irpinia” ha significato male assoluto per quanto riguarda i paragoni con altre ricostruzioni dopo eventi catastrofici, senza nessun tipo di approfondimento sulle cause, su come sono andate le cose, se la colpa è stata dei veri terremotati o di alcuni speculatori. L’anno prossimo ricorrerà il trentennale, ma già si prefigura una frammentaria commemorazione, una passerella di poche ore che morirà subito, quando invece le nostre comunità dovrebbero pensare a un percorso di tutela e recupero della loro memoria, superando i campanilismi e rispettando anche le diversità di opinione (personalmente questa sarebbe una scommessa a cui mi piacerebbe dedicare tempo e lavoro).

Tutte queste note, che posso sembrare in bilico tra pessimismo e nichilismo sono invece, secondo me, gravide di spunti positivi, che se ben coltivati possono segnare un’inversione di tendenza per i nostri territori. Come diceva Danilo Dolci, bisogna “far presto, e bene, perché si muore”.


Messaggio promozionale: Teoraventura sponsorizza, dopo un'accorta disamina, i biscotti di  Antonio Luongo.


9 ottobre 2008

Campania felix, 10 anni dopo




Avevo pensato a diversi modi di scrivere questo post; non so realmente cosa riuscirò a dire, la situazione è confusa..

Ieri sera sono stato a Bisaccia ad una assemblea sulla questione discarica a cui erano presenti due assessori della Regione Campania, quello all’ambiente, Ganapini, e l’assessore al lavoro, Gabriele.

Ho seguito da lontano tutte le cose scritte e dette su svariati mezzi di stampa e in rete dai cittadini del Formicoso ma va senza dire che la presenza fisica regala molti più spunti. Parlo di quello che ho sentito ieri sera, ma a questo intreccerò disordinatamente diverse notizie che ho letto e ascoltato qua e là.

Questa vicenda dei rifiuti, tra 10-15 anni, sarà sicuramente oggetto di studio e  magari allora ci renderemo conto di quanto è assurda la rappresentazione del problema, l’individuazione delle cause vere e degli attori in campo. In sostanza, tra 10 anni non si riuscirà a comprendere come la popolazione irpina e quella campana si siano fatti convincere da un apparato politico-mediatico-criminale sul fatto che per risolvere la questione munnezza bisogna scavare grandi buchi e grandi camini (gli inceneritori). Questa affermazione com’è ovvio, troverà molti detrattori, sorrisi snobbanti e reazione che già mi immagino.

Ma le cose per essere capite, bisogna approfondirle.

Walter Ganapini, 35 anni di esperienza tecnica nel settore ambientale, ha spiegato come è possibile, con il piano regionale da lui redatto, fare a meno già oggi di costruire discariche e inceneritori, aumentando la differenziata regionale dal 20% attuale al 35% previsto per legge. Semplicemente, in tutta Europa hanno 30 anni di storia di gestione e riuso dei rifiuti, basterebbe tornare a quelle normative.

Sul piano territoriale, Salerno, Benevento e Avellino stanno facendo moltissimo per la differenziata, così come molte zone della provincia di Napoli. La criticità è rappresentata dalla città di Napoli, dove la differenziata non c’è, e la provincia di Caserta, dove sono in campo gli interessi della Camorra. La quantità di cose dette ieri sera, in termini di contraddizioni e interessi poco limpidi, anzi affaristico-criminali,  così come le svariate indagini di associazioni ambientaliste, oppure le pagine di Roberto Saviano o di altri giornalisti d’inchiesta (vedi l’Espresso), fra i famosi 10 anni dimostreranno quanto sia distante dalla realtà mediatica propinataci negli ultimi mesi, la verità fattuale della gestione dei rifiuti in Campania.

Con questo nulla si toglie alle responsabilità della politica, di 14 anni di commissariato e di pessima amministrazione.

La morale è la seguente: se tutti facessero come la provincia di Avellino (per non parlare della sola Alta Irpinia, 55% di differenziata!!), ci sarebbe una gestione dei rifiuti tale da essere all’avanguardia in Europa, e per arrivarci servirebbero pochi adempimenti (vedi conversione dei Cdr). Allora perché si parla di 10 discariche (di cui una su un altopiano a 150 km da Napoli e a poca distanza dal bacino idrico che porterà acqua in Puglia) e 5 inceneritori?

(Ganapini, tra l’altro, ha parlato addirittura dell’esistenza di un sistema industriale capace di ricavare biogas dalle eco balle!!). Perchè il commissario Bertolaso procede in maniera pseudo efficientista a voler realizzare questi 10 "buchi" senza pensare alle implicazioni criminali che sarebbero favorite (come lo sono state in tutti gli anni di commissariato straordinario, e la magistratura lo sta accertando)?

Sono consapevole di aver in mente un “mondo perfetto”, in cui tutti fanno il loro dovere, e la Campania non è questo. Ma amo troppo la terra d’Irpinia per non poter sperare in questo disegno che salverebbe i territori e toglierebbe fior di interessi alla Camorra e a imprenditori dagli obiettivi oscuri.

Ho cercato di raccontare alcuni semplici punti, scusate la partigianeria. Se volete approfondire tutti i punti che io ho citato (male), vi consiglio:

 

http://comunitaprovvisoria.wordpress.com


http://www.legambiente.eu/onal/dossier_rifiuti.php

http://www.carta.org/campagne/ambiente/inceneritori/14623


http://www.legambiente.campania.it/index.php?option=com_content&task=blogcategory&id=85&Itemid=210


http://www.nessunotocchiilformicoso.splinder.com


http://www.regione.campania.it/portal/media-type/html/user/ano/page/NCRA_Home.psml?itemId=14&theVectString=-1 


p.s. sul settimanale "Carta" c'è un'intervista a Vinicio Capossela sul Formicoso.


15 agosto 2008

Irpinia, segni di (r)esistenza

Ne ho parlato fino alla noia nei mesi scorsi. Per me questa vicenda è un bivio tra vita o desolazione. Lunedì 18 succede però qualcosa di importante. Speriamo che si possa invertire la rotta.

Vi sembra questo il posto migliore per una discarica?


25 maggio 2008

Cartolina dal Formicoso





ANDRETTA (Avellino)

Loc. Formicoso

Paesaggio rurale con discarica


29 aprile 2008

Se l'Irpinia diventa immondezzaio



Gli aggiornamenti degli ultimi giorni dicono che, oltre a far aprire Savignano e S. Arcangelo Trimonte, De Gennaro stia premendo per individuare nell'area del Formicoso il territorio adatto per una discarica di proporzioni stratosferiche: 2 o 3 milioni di tonnellate di rifiuti, compresi rifiuti speciali, ma alcuni parlano anche di 13 milioni di tonnellate.
Il 5 luglio è l'ultimo giorno di autonomia per la Campania, dopo di chè non ci sarà più posto per la munnezza. Nonostante sia stato acclarato che il ciclo dei rifiuti è inesistente a Napoli e Caserta e anche ad Avellino città stenta a partire, sta avanzando al teoria del "grande buco" per infossare i rifiuti di Napoli, e si pensa al Formicoso.
Se questa idea si realizzerà, possiamo dire addio ad ogni illusione di sviluppo per l'Irpinia, a ogni tipo di coltivazione agricola, di turismo o agriturismo, alle eccellenze gastronomiche, e potremmo rassegnarci a un destino di pattumiera e di succursale delo scempio partenopeo. E per di più siamo gli unici (forse solo Salerno può essere salvata) che fanno raccolta differenziata, compostaggio e un minimo di tutela ambientale (anche se ci sono segnali preoccupanti su questo fronte) e quindi abbiamo responsabilità limitate in questa emergenza infinita. Se ogni provincia si curasse dei suoi rifiuti, come anche la legge prevede, Napoli sarebbe costretta a modificare le sue abitudini, come noi abbiamo fatto.
Ieri un articolo di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica spiegava bene le prospettive dell'immediato futuro.
La Comunità Provvisoria sta valutando una proposta diversa per il Formicoso e l'Irpinia d'Oriente, un parco regionale a carattere culturale e paesaggistico; ABBIAMO IL DOVERE DI COMBATTERE contro queste idee semplicistiche di risoluzione della questione rifiuti (questa del Parco è un modo per farlo) , e soprattutto, cercare di mantenere le nostre 
bellezze intatte.

 

    (Giuseppe D’Avanzo - La Repubblica)

    MOSTRUOSA PIATTAFORMA IN IRPINIA

    Dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi, la conferma ufficiale. Qualche estratto:

    Il commissario Gianni De Gennaro ha fatto due conti e ha concluso che “dal 5 luglio le potenzialità di smaltimento delle 7.200 tonnellate prodotte giornalmente in Campania saranno inadeguate rispetto al fabbisogno”. Lo ha detto agli amministratori, ai presidenti delle province, al presidente della regione, Antonio Bassolino. Ne ha discusso con Silvio Berlusconi che sarà presto a Napoli per il primo consiglio dei ministri. Ha preparato un piano di priorità, che il Cavaliere - in cerca di un primo colpo vincente per il suo governo - ha condiviso. Due nuovi impianti a Savignano Irpino (apertura prevista, il 20 maggio) e a Sant’Arcangelo Trimonte (pronto il 5 luglio) dovrebbero consentire di tirare in lungo fino a quando non sarà allestito il “Grande Buco” che inghiottirà tutta l’immondizia della regione.
    Una “piattaforma plurifunzionale”, la chiamano, dove scaricare e trattare due, tre milioni di tonnellate (ma c’è chi, sottovoce, sussurra di capacità fino a 13 milioni) di “rifiuti speciali solidi, liquidi, fangosi, pericolosi, non pericolosi”. La “piattaforma” dovrebbe essere preparata in Alta Irpinia nel pianoro di Formicoso tra i borghi agricoli di Vallata, Bisaccia, Lacedonia, Andretta, Vallesaccarda, al centro di un territorio di 286 chilometri quadrati con una densità di 61 abitanti per chilometro. [...]

    Gianni De Gennaro vuole soltanto chiudere la fase dell’emergenza (è il suo incarico), ritornarsene a Roma e a nuovi incarichi. In assenza di un ciclo industriale dei rifiuti - che ha bisogno di molto tempo per essere realizzato - porta alle estreme conseguenze la politica del “non-ciclo” del passato. Il disgraziato modello che prevede la discarica come unico modo per smaltire i rifiuti. Si raccolgono i rifiuti, si fa un buco da qualche parte, si getta dentro tutto. La “Grande Emergenza” richiede allora un “Grande Buco” che possa raccogliere la monnezza in attesa dei tempi lunghi che consentano di costruire gli impianti industriali di trattamento, riciclaggio, recupero energetico. Responsabilità che Berlusconi intende affidare a una “sottosegretario con delega ai rifiuti”. [...]

    È impossibile non vedere, in queste cabale, un sordo conflitto di potere che non ha dato ancora il suo peggio. Non è una novità sostenere che, in quattordici anni, è nata un’industria dell’”emergenza rifiuti” che distribuisce parcelle, contratti, licenze, reddito, profitti abusivi, finanziamenti nascosti, occupazione. L’ordigno ha creato un “magma sociale” che intreccia i destini del grande professionista e dell’ex-detenuto. Ha dispensato consenso e utili politici secondo un metodo di governo distruttivo e irresponsabile non inedito, addirittura storico per la Campania. “Imprese nazionali e internazionali hanno tratto profitti dalla politica dell’emergenza in cambio di una pessima prestazione, come già avvenne in Campania per il terremoto del 1980 - spiega Gabriella Gribaudi, storica - D’altro canto gruppi dirigenti locali, attraverso la struttura del commissariato, hanno potuto gestire un rilevante flusso di spesa, rafforzando il proprio potere ed estendendo la rete di amici e clienti”. Ieri come oggi, è ancora al lavoro nella regione quel “partito della spesa pubblica” che formò le sue fortune politiche ed economiche con l’invenzione di “emergenze” e “occasioni”, sollecitando una gestione incontrollata delle risorse pubbliche, allargando un “blocco di potere” verticale e socialmente differenziato che ospitò, naturalmente, la “mediazione sociale” della camorra. Un partito unico, consociativo, trasversale che oggi deve ritrovare in fretta - ha solo 69 giorni - una nuova strategia, se non una nuova guida. Smantellare questo “sistema” dalla sera alla mattina non è semplice. In 69 giorni è impossibile, anche ammesso che lo si voglia. E nessuno ne ha voglia alla vigilia dell’arrivo dei 4 miliardi di euro dei fondi strutturali dell’Unione europea. Che promettono di rigenerare il “sistema”; di dare nuove slancio a carriere politiche in declino (Bassolino); di crearne di nuove (i “giovani leoni” del Partito delle Libertà); di riequilibrare quote di consenso sociale a favore dei nuovi assetti politici; di aprire il varco ad altre imprese felicemente protette.


29 marzo 2008

Ciclosofia

Oggi primo giorno di sole dopo lunghissimi giorni di pioggia; l’occasione è troppo ghiotta, si esce in bicicletta. Prima ipotesi: diga di Conza e su verso Andretta, ma poi decido di lasciare la macchina 3-4 km prima di Andretta, scaricare la bici e puntare sul Formicoso. Ho già parlato altre volte di come la bici sia un mezzo di locomozione fantastico; permette di ascoltare le voci del paesaggio, di non disturbare, di stabilire una sintonia che nessun mezzo a motore può eguagliare. Senza dimenticare i benefici ecologici e salutari.

Per chi li conosce, i paesaggi che si aprono a partire dalla diga di Conza, con Cairano e la sua strana morfologia, su su fino all’altopiano del Formicoso sono mozzafiato. Del resto c’è già chi li ha narrati e filmati, valorizzandoli a pieno. Pedalando metro dopo metro, mi viene naturale pensare: chissenefrega di Mauritius, Seichelles e Sharm el Sheik (si scriverà così, poi?); abbiamo paradisi dietro l’angolo e preferiamo il turismo alla moda; c’è da scommetterlo, molti miei coetanei conoscono meglio le mete del turismo che citavo sopra piuttosto che le bellezze del territorio irpino; è un paradosso insostenibile! Dovremmo avviare corsi di contemplazione del paesaggio irpino ( http://comunitaprovvisoria.wordpress.com)!

Con i tempi che il fisico ti suggerisce, pedalata dopo pedalata, cresce un senso di benessero forte, e ti fa sentire un re, specie quando si raggiunge la parte più panoramica del Formicoso; ogni tanto passa un’automobile, e i gas di scarico disturbano, ma io, sulla mia bici, mi sento di commiserare chi attraversa questi spazi in auto e non sa cosa si perde. Sono tornato a casa più ricco, dopo questa scorpacciata di bellezza. E, a pranzo, mi è sembrato di meritarmi i ravioli di Nonna Giannina e un bicchiere di aglianico. Chi viene con me la prossima volta?

P.S. E come l’anno scorso, appuntamento a Contursi il 14 maggio!


15 agosto 2007

lettura per l'estate/2

Rapone, la sera, è pieno di rondini e bambini. C’è la festa di San Vito con tappeti di fiori, banda che suona Fratelli d’Italia, prelati con il sindaco, il concerto di Orietta Berti. Ma mentre chiacchiero con un paesano che mi offre del vino e una badante rumena di nome Doana, chi ti vedo arrivare? Vinicio Capossela, l’uccello notturno della canzone italiana, il bardo già incontrato al Nord, nella seconda notte del viaggio appenninico, segnata da un indimenticabile bisboccia con fuoco, salsicce in aperta campagna. E’ vestito di nero, attillato e lustro, da capo zingaro, con in testa un Borsalino nero. Si è già infilato, felice, nella Topolino. La concupisce, la annusa. Ignora un gruppo di ragazzine che improvvisano sulla strada un balletto in suo onore. […] Vinicio è uomo di radici forti e di etimo trasparente. Prende il cognome da Capo del Sele, cioè sorgente del Sele, il fiume tirrenico che nasce a due passi dall’Ofanto.

Il folle viaggio comincia alla nove della sera, in fondo valle, sull’ Ofanto serpeggiante di brume, con la Topolino blu che fila nel buio tra i canneti, illumina con i fari capannoni dimessi, cani sciolti, scali merci e binari abbandonati. In alto, sulla collina, sotto le stelle dell’ Orsa, Calitri, in rotta fra i grilli come un transatlantico dai centro oblò illuminati, ammiraglia di una flotta di paesi naviganti. “Quella è la mia Macondo,” sorride Vinicio, come se indicasse Gerusalemme dal Getsemani la notte del tradimento di Giuda. Esce dall’ automobilina, cerca tra lucciole e rovi, un po’ Cristo e un po’ ladrone. Trova un varco in mezzo agli alberi di gelido, dove la vista si apre. Da qui, i contrafforti antisismici del paese paiono i costoloni di uno strano capodoglio, sospeso come un dirigibile sul cielo dell’Alta Irpina. Forse è il mostro sentito in fondo alla galleria di valico sotto il Mugello. Ah Calitri, terra di famiglia di Capossela Vinicio, nato emigrante in Amburgo e cresciuto emigrante in Emilia quando i terroni erano chiamati marrucchein! Calitri dei ritorni e degli amici. Calitri dei mandolini, avamposto campano sulla Basilicata, luccicante tra costellazioni di paesi, rossi mozziconi nel buio. Come nelle storie di Màrquez, anche qui visibile e invisibile si sovrappongono, formano mondi paralleli. Il sentiero della Cupa è gli angoli bui dell’anima. L’Ofanto è la valle del Giordano, il fonte battesimale, il luogo della rigenerazione. I tornanti dal fiume fin su al paese, l’ascensione nei meandri del tempo. Il bosco della Frascineta, dove la Luna splende come in nessun altro luogo, e lo spazio arcano del fauno e di antiche divinità pagane alla macchina. E l’altopiano della Formicosa dove tira aria da tutti i lati e nulla ti protegge, è la Mancia di don Chisciotte e dei mulini a vento. Una, due luci, un sentierino di ghiaia, risate, strimpellar di mandolino.

È una festa. Anzi, di più. A Calitri la chiamano “conversazione. “ Roba partigiana per soli uomini, quando si mangia in allegria e si canta in sonetti, gli stornelli del Sud. Il posto è una baracca rimessa in ordine, con pergolato e i tavoli già apparecchiati. Anche in cucina, solo maschi attorno a padelle e girarrosti: una sorpresa – o forse, una trasgressione – nella terra dove fuochi, pentoloni e fornacelle sono monopolio delle donne. Vestali e padrone delle penombre di casa. A tavola ci si chiama per soprannome, all’amica. Per esempio: Spaccacipogghia, ‘Ntrantola, ‘ o Carnefice. Ci sono anche Tuttacreta e ‘ o Cinese, rispettivamente fisarmonicista e cantante; ex maestri del liscio, oggi pilastri della Banda della Posta, così chiamata per la tenacia con cui i suddetti piantonano l’ufficio poste e telegrafi, erogatore della pensione. Si scaldano gli strumenti arrivano gli antipasti. E intanto il barbiere Gianni Sicuranza con il suo “cumpà” Jucci r’Bellino, pontefici massimi del sonetto, mi istruiscono sui santi protettori della zona. Politeismo puro. Esempio: Gerardo, santo delle partorienti. Santa Liggia, la mirabolante protettrice dei ciucci, cioè gli asini. Ce n’è per tutti i giunti, e non sai se siano santi davvero o personaggi da commedia dell’ arte. Esempio: san Martino, nume tutelare delle donne dal seno grande, feconde dee madri del Sud. Ma il massimo è san Liborio, eh sì, san Liborio, quello non lo si invoca mai abbastanza. Il provvidenziale Liborio, protettore dei “cornuti volontari”, che suscita ovazioni tra i commensali e tante benedette opportunità mette su piazza. Vinicio vola fra i tavoli come un grande pipistrello nero, è ciucco, ma commosso e felice. Lui, che dovrebbe cantare, ascolta come uno scolaro. (2/continua)

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