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Diario


17 marzo 2011

150 anni da ITALIA

In occasione dell'anniversario dei 150 anni dell'Unità d'Italia, data che per gli storici è motivo di riflessione, analisi e approfondimento, sono stati pubblicati o ripubblicati libri e opere varie; tra queste ha avuto particolare successo il volume di Pino Aprile, Terroni, che ha venduto circa 150mila copie.
Cerco di dire la mia su questione meridionale, piemontesi, briganti, saccheggio vero o presunto etc. n questo articolo; siccome è stato pubblicato senza particolare risalto sul Corriere dell'Irpinia di domenica scorsa, lo pubblico qua, consapevole di aver sostenuto delle tesi anche impopolari, forse, ma di sicuro meno opportuniste di quelle di Aprile. Buona lettura. 




Italiani, meridionali, terroni; quale storia dopo 150 anni?

Stefano Ventura

Nelle celebrazioni dei 150 anni di Unità italiana, si può ben individuare un filone letterario -saggistico, di chiara impronta meridionalistica, che propugna tesi fortemente polemiche nei confronti dei modi e delle iniziative messe in campo dalla classe dirigente settentrionale che fu protagonista politica dell’unificazione. Tra questi saggi, ha riscosso insperati successi di vendita (150mila copie vendute), il libro di Pino Aprile, “Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali” (Piemme edizioni). 
L’idea di fondo del volume è quella di svelare e dare testimonianza delle tante ingiustizie compiute ai danni della popolazione meridionale dal momento dell’unificazione in poi, inaugurando un lungo processo di subalternità segnato nel corso dei decenni dall’emigrazione e dalla leva militare obbligata.
Le polemiche sui modi e le forme dell’unificazione a scapito del Meridione hanno alcuni paradigmi ricorrenti, quegli stessi che Aprile ha scelto come spina dorsale della sua argomentazione. Tra queste, “il saccheggio del Sud”, e in particolare il drenaggio di risorse dalle banche del Sud, dove la fiscalità borbonica aveva accumulato discrete somme di denaro, nelle casse statali del Regno d’Italia; la cruenta e indiscriminata guerra civile ingaggiata dai soldati piemontesi contro i briganti; la subalternità, costruita in piccole dosi, del Meridione, come bacino di consumo dei beni prodotti al Nord e come luogo di accaparramento delle risorse primarie a vantaggio delle aziende trasformatrici settentrionali. 
La tesi del saccheggio delle risorse del Sud a favore del nuovo Stato pare avere come inferenza implicita il fatto che la situazione del Mezzogiorno, prima dell’Unità, fosse migliore di quella successiva all’annessione al resto del territorio nazionale. L’approfondimento di cifre e letture complessive, che tra l’altro nel libro di Aprile non mancano, ci dice che il Mezzogiorno del 1860-61 era prevalentemente povero, dominato dal latifondo, con una assoluta scarsità di mezzi e di condizioni preliminari a una parvenza di sviluppo. Un dato per tutti: al Sud i chilometri di ferrovia erano pari a un quarto di quelli delle regioni settentrionali. 
Le pagine di letterati e di vari intellettuali, anche stranieri, ci testimoniano che, al di là di Napoli e Palermo, il Sud fosse una enorme distesa di boschi e territori inospitali, in cui si annidavano i banditi e varie malattie (il tifo, la malaria). Agli inizi dell’Ottocento, Creuze de Lesser affermava lapidariamente: “l’Europa finisce a Napoli e vi finisce assai male. La Calabria, la Sicilia, tutto il resto appartiene all’Africa”.
Sul mito del “saccheggio del Sud” ha scritto anche Luciano Cafagna, dicendo che questo mito non può essere avallato in maniera sommaria dal punto di vista dei dati economici, ma va articolato e approfondito, perché le condizioni di partenza dell’Italia unita vedevano un Nord che aveva i prerequisiti necessari in termini di infrastrutture, di collegamenti con i mercati europei e internazionali, di rete commerciale interna, struttura finanziaria e amministrativa rispetto a un Sud dove erano più profonde le diseguaglianze e l’arretratezza. Inoltre, Cafagna sottolinea come questa falsa credenza sia servita come premessa per le richieste di finanziamento e sovvenzione aggiuntiva e straordinaria, quando invece sarebbe stato opportuno un discorso qualitativo e strategico, volto a sanare gli squilibri cronici sul piano della corruzione amministrativa, dell’inefficienza pubblica e della criminalità.
La letteratura saggistica e politico-sociale che nacque dopo l’Unità ed ebbe notevoli esponenti, che coprirono spesso il doppio ruoli di pensatori e politici (Nitti, Fortunato, Salvemini, Ciccotti, Colajanni e poi il nostro Dorso), fu contraddistinta da un sentimento di benevolenza verso il cammino unitario, sebbene gli stessi intellettuali ne cogliessero con lucidità gli errori e i limiti; tra questi, è senza dubbio da ricordare la figura di Giustino Fortunato (tra le altre cose concittadino del famoso generale dei briganti, Carmine Crocco: entrambi nacquero a Rionero in Vulture, anche se Fortunato da una famiglia benestante e Crocco da una famiglia umile di pastori). Gli scritti di Fortunato, come ci segnala Procacci nella sua “Storia degli Italiani”, “contribuirono notevolmente a dissipare quel mito georgico e virgiliano dell’Italia Meridionale come madre di messi che pure, per quanto incredibile possa sembrare, era ancora corrente in certi settori dell’opinione pubblica, e a svelare la realtà amara di un Mezzogiorno senz’acqua e senza civiltà”. 
In seguito alla scelta protezionista adottata da Crispi nel 1887, furono penalizzate soprattutto le colture specializzate nell’esportazione, in particolare olio e agrumi, che costituivano una importante voce di sussistenza per vaste aree del Meridione. Non esisteva, invece, al Sud un tessuto protoindustriale in grado di garantire seppur in parte uno sbocco occupazionale. Di fronte alle difficili condizioni del Mezzogiorno, molti furono quelli che trovarono come unica alternativa l’emigrazione, in particolare verso le Americhe, altro tema caro ai sostenitori delle tesi di una unificazione compiuta ai danni del Meridione.
Il latifondo cerealicolo, e tutte le forme di sfruttamento e diseguaglianza economica ad esso collegate, invece, non furono intaccate e costituirono il bacino di produzione dei grani destinati al mercato interno; in questa fase le attenzioni dei sovvenzionamenti pubblici furono rivolte al decollo dell’apparato industriale del Nord, prediligendo per il Mezzogiorno la configurazione di un mercato di consumo dei beni industriali del Nord.
Fu su questo punto, che può essere considerato una delle basi che permise l’accelerazione del divario Nord-Sud, che insisterono i grandi meridionalisti citati in precedenza, chiedendo, sulla base dei dati raccolti dalle grandi inchieste parlamentari sulla Sicilia, su Napoli, sull’istruzione, che ci fossero dei piani straordinari d’intervento anche nel Mezzogiorno.
E’da sottolineare un’altra anomalia che fece da freno, sin da allora, alle ipotesi di crescita dell’Italia Meridionale, e cioè la connivenza e la pervasività delle oligarchie che gestivano il potere politico, attraverso le clientele, e le trame oscure che legavano le stesse ai poteri criminali radicati in varie parti del Mezzogiorno.
Aprile nel suo “Terroni” analizza in profondità le forme e gli episodi che caratterizzarono il brigantaggio (“finora avevamo i briganti” – sottolinea Aprile citando fonti dell’epoca – “e vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena, vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è causa del popolo”).
E’ evidente il giudizio severo dell’autore nei confronti dell’azione repressiva adottata dai Savoia subito dopo l’Unità ( il capitolo che affronta il brigantaggio è intitolato “la strage”). Il tema che passa sotto la definizione generica di brigantaggio è stato trattato in maniera contraddittoria dalla storiografia nazionale, senza contributi specifici di particolare peso, mentre sono molte le opere di storia locale e saggistica prodotte da autori meridionali, così come attraverso la musica è stata recuperata e diffusa una valenza quasi eroica dell’esperienza ribelle dei briganti. E’ senza dubbio illuminante leggere le pagine di chi ha vissuto da attore protagonista quelle vicende, come ad esempio Carmine Donatelli Crocco, che ha messo per iscritto le sue memorie mentre scontava la sua pena (Come divenni brigante, Lacaita, 1964). Nelle sue considerazioni, Crocco ammette e descrive anche gli aspetti più cruenti e violenti delle azioni di guerriglia dei briganti contro l’esercito piemontese e contro chi nel Sud lo sosteneva, e spiega in maniera diffusa le motivazioni che spingevano alla ribellione, e nel suo caso particolare le ingiustizie subite dalla sua famiglia per mano di un signorotto locale.
Se il numero di meridionali che perse la vita in quella vera e propria guerra civile fu senza dubbio troppo alto, è anche vero che la reazione dei ribelli, come li definisce anche lo storico britannico Hobsbawm, era di difesa e di distruzione, ma non proponeva nessuna soluzione alternativa per i territori meridionali, se non il ritorno allo status quo borbonico. 
Rispetto a un'altra delle tesi forti del libro di Aprile, quella della “educazione alla minorità”, sembra che in 150 anni non sia cambiato niente, perché è questa una visione passiva e piagnona della propria realtà; se il Sud non acquista consapevolezza dei suoi problemi reali e non si rende protagonista diretto della soluzione degli stessi, anziché chiedere che siano altri a farlo, difficilmente l’eterna questione meridionale potrà avviarsi a un esito positivo.
Di certo non si deve cogliere l’occasione di un anniversario così solenne per avallare teorie e pratiche dell’oggi, senza l’opportuno approfondimento richiesto dalla verità storica.

 



25 febbraio 2011

la vita agra del libro in provincia



 

Oggi è uscito un mio articolo sul Mattino in cui si parla di libri, librerie, lettori e distribuzione. Questo articolo e gli altri che hanno alimentato la discussione in questi giorni li trovate su non sembrava novembre quella sera e anche sul blog del Presidio del Libro di Avellino. Oltre che sull'immancabile facebook.

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