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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


16 ottobre 2012

Il terremoto degli operai

Segnalo una mia riflessione, e le altre che la accompagnano, sul terremoto in Emilia.
L'originale la trovate su Lavoro culturale, nella nuova serie di Sismografie.


Il terremoto degli operai e la sfida della prevenzione

 Stefano Ventura

Le scosse che hanno interessato l’Emilia Romagna e parte della Lombardia e del Veneto a partire dal 20 maggio scorso hanno provocato sette vittime il 20 maggio (ore 4 e04, magnitudo 5.9 ), e venti vittime il 29 maggio (ore 9, magnitudo 5.8). Un’altra scossa di forte entità (5.2 scala Richter) è stata registrata il 3 giugno (ore 21 e 20), e lo sciame sismico ha tenuto in allarme le aree e le popolazioni terremotate per diversi giorni e con moltissime scosse di minore magnitudo.

I comuni più colpiti sono stati San Felice sul Panaro, Mirandola, Finale Emilia, Cavezzo e Novi. Sono state allestite dalla Protezione civile ventotto aree per la prima sistemazione dei circa 15 mila sfollati, gestite dalle forze del volontariato. In Emilia-Romagna al 25 settembre sono 4.412 le persone assistite. Tra questi, 2.897 sono ospitati nelle aree di accoglienza, 88 nelle strutture al coperto e 1.427 in strutture alberghiere.[1] Mancano, accanto a questi numeri, le cifre delle autonome sistemazioni, cioè tutte quelle famiglie e persone che hanno trovato ospitalità a casa di parenti e amici e per i quali è previsto un contributo basato sul numero di componenti del nucleo familiare.

La situazione degli edifici pubblici ha rappresentato sin da subito un punto critico; per quanto riguarda, ad esempio, le scuole, il 17 settembre hanno riaperto, ma 471 edifici avevano subito danni e circa 70 mila studenti hanno dovuto ricominciare in situazioni provvisorie, in tensostrutture o in strutture prefabbricate, altre volte raggiungendo plessi scolastici di zone vicine o altre ancora ospitati in alberghi, palestre e altri spazi adattati alle necessità.

L’altra situazione d’urgenza riguarda le aziende e l’apparato produttivo, che in quest’area trova un concentramento di importanti realtà, ad esempio nel settore biomedicale e nella produzione alimentare. Molte aziende che hanno subìto il crollo dei capannoni hanno trovato ospitalità nelle fabbriche dell’area vicina o hanno condiviso gli spazi dei capannoni rimasti agibili.

Questo terremoto sarà quindi consegnato al purtroppo ricco elenco di disastri che hanno tormentato l’Italia come “il terremoto degli operai” e dei capannoni crollati, così come il terremoto di San Giuliano di Puglia e del Molise, che sta per compiere dieci anni (31 ottobre 2002) è quello dei bambini morti nel crollo della scuola, così come il terremoto dell’Aquila ha assunto come simbolico apice di sventura il crollo della Casa dello Studente di via XX settembre.

Ognuno di questi disastri, e nello specifico i terremoti, ha trovato risposte diverse non tanto nell’organizzazione e nella prontezza dei soccorsi, quanto nell’architettura istituzionale e di governo della gestione dell’emergenza e ancor di più nell’avvio della fase di ricostruzione. In 15 anni, dal terremoto dell’Umbria e delle Marche ad oggi, tutti gli eventi principali hanno avuto storia a sé, sono stati caratterizzati da filosofie di intervento proprie, da un equilibrio di volta in volta diverso tra le principali forze in campo, cioè comunità e istituzioni locali, Regioni, Protezione Civile e Governi nazionali. Nel primo caso (Umbria e Marche 1997) il Governo diede ben presto alla Regione l’incarico di coordinare gli interventi dei comuni; in Molise, quando la gestione commissariale passò alla Regione, il governatore Iorio allargò a dismisura le fasce di danno dirottando le risorse su opere e provvedimenti non collegati alla ricostruzione. L’Aquila ha rappresentato il ritorno a una gestione fortemente centralizzata da parte del Governo e della Protezione civile, con l’azione sinergica di Berlusconi e Bertolaso che ha privato quasi del tutto i sindaci e le popolazioni locali della possibilità di intervenire.

Far trascorrere un po’ di tempo tra lo svolgimento dei fatti e lo studio dei singoli casi aiuterà a capire se questa lettura, qui forzatamente semplificata, sia corretta o meno. Atteniamoci ora all’attualità per cercare di cogliere gli elementi principali che emergono dalla vicenda del terremoto emiliano.

Il 17 maggio, tre giorni prima della scossa del 20, è entrato in vigore il decreto n.59, quello che stabilisce compiti e modalità di intervento della nuova Protezione civile, dopo gli anni in cui alla Protezione civile sono stati affidati compiti e poteri che esulavano dalla sua vocazione originaria (i grandi eventi, ad esempio).

Il decreto stabilisce che la Protezione civile ha potere di ordinanza per venti giorni dopo una calamità

(Tremonti aveva introdotto un passaggio obbligato e una autorizzazione preventiva del ministero dell’Economia prima di stanziare i fondi per l’emergenza) e ha potere di intervento e spesa su operazioni di soccorso, assistenza alle popolazioni e opere per la sicurezza con 50 milioni di euro a disposizione da destinare allo scopo. L’emergenza dura sessanta giorni, prorogabili al massimo di altri quaranta giorni, per un totale massimo di cento giorni, dopo i quali la gestione passa alle amministrazioni ordinarie. Il decreto contiene anche l’accantonamento del principio per il quale lo Stato è tenuto a risarcire integralmente i danni dovuti a disastri e introduce un’assicurazione obbligatoria contro i danni da calamità per le abitazioni private[2].

L’Emilia rappresenta quindi il primo banco di prova di questo decreto, e da più parti è stato fatto notare che in sessanta o al massimo cento giorni non si risolve quasi nulla. Il fondo stabilito per la gestione dell’emergenza è di 50 milioni di euro, che in Emilia sono finiti venti giorni prima della scadenza dello stato di emergenza. Le istituzioni locali in particolare devono imparare in fretta a fare da soli, sotto la guida della Regione, ma ad a oggi i soldi per operare sembrano non esserci, né da parte del governo italiano (tranne i 500 milioni derivanti dalle accise sulla benzina), né dall’Unione Europea (i 670 milioni stanziati arriveranno nei primi mesi del 2013). La cosiddetta congiuntura economica, d’altronde, non è certo quella più adatta a spese e impegni finanziari straordinari. 

Eppure le prime dichiarazioni di alcuni membri del governo, al di là delle cifre annunciate, sollevavano questioni aperte di grande importanza; il ministro dell’ambiente, Clini, dichiarava di voler promuovere un piano nazionale per la difesa del territorio. Per questo sforzo straordinario servirebbero, secondo il ministro, 41 miliardi di euro e 15 anni di tempo[3].

Il ministro Fornero, invece, faceva notare che il crollo dei capannoni e degli edifici sensibili, in altri Paesi, non sarebbe potuto succedere[4].

E’ indubbio che il problema della sicurezza del patrimonio di edilizia pubblica e privata italiana è davvero il principale nemico per la difesa dai rischi naturali e antropici, ma per vari motivi non si è mai agito seriamente per porre rimedio alla questione. Dal terremoto di San Giuliano di Puglia a oggi sono passati dieci anni; tuttavia non si ricordano in questi anni leggi, interventi e impegni di spesa per la messa in sicurezza di scuole, edifici storici e per i fabbricati più datati.

Scorrendo i titoli e le pagine dei giornali delle settimane successive al terremoto emergono, inoltre, polemiche e allarmi sul rischio di nuove scosse e sull’adeguatezza della mappa nazionale del rischio sismico. La zona colpita non risulta, infatti, tra le zone a più alto rischio sismico, anche se storicamente in quell’area si ricordano alcuni terremoti, anche di forte entità, come ad esempio il sisma del 1570 a Ferrara, e in quel caso lo sciame sismico durò diverso tempo[5].

L’annuncio di imminenti scosse di uguale o maggiore entità ha tenuto in allarme la popolazione e messo in difficoltà geologi ed esperti che stavano, nel frattempo, monitorando la situazione, vista anche la relativa novità del fenomeno. Si pone quindi un altro problema, quasi etico: comunicare tutte le informazioni di cui la comunità scientifica è in possesso oppure selezionarle per evitare allarmismi e panico?

Quello che sicuramente emerge è la corsa alla semplificazione, i titoli a effetto e la rapidità frenetica imposta da comunicazione di massa al tempo dei social network, quando un tweet o un hashtag hanno più presa di un approfondimento ragionato. Nel caso del terremoto, la previsione di un evento sismico sta diventando un’ossessione scientificamente infondata, ma sempre evocata. Invece di inventarsi date, previsioni e allarmi su dove e quando sarà il prossimo sisma, sarebbe certamente meglio investire le energie per adeguare le strutture materiali e per educare la popolazione.

Infine, bisogna prestare attenzione al frequente appello alla “retorica della tragedia”, cioè a quella vulgata che sottolinea in maniera strumentale il carattere di una comunità,  la fierezza degli aquilani oppure la laboriosità degli emiliani. Certamente raccontare le esperienze positive di rinascita può essere di incoraggiamento per chi deve ripartire.

Molto spesso, però, questo tipo di narrazione serve a oscurare o mettere in secondo piano l’individuazione delle responsabilità, ad esempio sui palazzi costruiti su una faglia a Pettino, quartiere dell’Aquila, o sui capannoni accartocciati su se stessi in un niente in Emilia e spinge a minimizzare i problemi della ricostruzione e dell’immediato.

Staremo a vedere quale corso prenderà la ricostruzione in Emilia; di certo la seria considerazione dei problemi degli emiliani porterebbe a una più matura consapevolezza della fragilità dell’Italia intera e, forse, a pensare la natura e il territorio come elementi primari e non trascurabili. Al di là delle politiche di lungo periodo, delle azioni di governo nazionali e locali, la prima cellula di Protezione civile è sempre il buonsenso, quello individuale e quello collettivo; per far maturare questa coscienza è fondamentale sostenere e rafforzare i progetti educativi, che già nel nostro Paese sono ben presenti grazie al volontariato, all’associazionismo e a ricercatori e professionisti della prevenzione. Vale anche la pena ricordare di come la prevenzione, oltre a salvare vite umane, potrebbe far risparmiare le ingenti risorse necessarie, ogni volta, per ricostruire dopo un disastro. C’è bisogno, quindi, di agire con continuità in questa direzione, senza aspettare la prossima calamità.



27 dicembre 2011

L'Irpinia, il lavoro, il futuro

Questo è il pezzo uscito sull'ultimo numero di Nuovo Millennio. Ne approfitto per scusarmi della latitanza da questo blog (ampiamente compensata con altre forme di comunicazione), per fare gli auguri di buone feste e per segnalarvi l'uscita di TU SI NAT IN ITALY, una nuova avventura in cui sono coinvolte tante belle intelligenze. (scaricabile qui: http://www.tusinatinitaly.it/rivista01.php


La letteraturaeconomica è strapiena di libri, saggi e contributi sul progetto diindustrializzazione del Mezzogiorno, dagli anni Cinquanta a oggi, con la Cassaper il Mezzogiorno prima e con i contributi dell’Unione Europea poi. Con questotema, e per esteso, con il tema dello sviluppo del Mezzogiorno e sullasoluzione del problema occupazionale si sono confrontati le più grandi mentidell’economia e dell’intellettualità italiana, non sempre seguiti nei fattidalla politica e dall’imprenditoria.

Il tema della “fabbrica del terremoto” è al centro della ricerca condottadall’Osservatorio Permanente sul Doposisma nel 2011. L’Osservatorio, istituitopresso la Fondazione MIdA, che gestisce le meravigliose Grotte dell'Angelo aPertosa, ha come obiettivo la promozione della ricerca per stimolare dibattitoe proporre suggerimenti su nuove possibili strade da percorrere. La ricerca diquest’anno è stata realizzata grazie al contributo dell’Area Ricerche del Montedei Paschi di Siena e contiene anche un interessante studio sul campo, condottoda una ricercatrice di Antropologia, Teresa Caruso, che ha vissuto a Caposeleper 7 mesi, su come una comunità si è ricostruita in 30 anni di ricostruzione.

Nel rapporto del2011 c’è anche un contributo nel quale si affronta una cronistoriadell’intervento di sviluppo industriale dopo il terremoto e, soprattutto, c’èun censimento aggiornato al giugno 2011 su quanti addetti sono occupati e quante aziende sono attive oggi nelle20 aree industriali del Cratere. Il dato sugli occupati, in particolare, diceche oggi siamo al 49% rispetto alla previsione iniziale.

La ricerca siaccompagna anche a una serie di proposte; una di queste parla esplicitamentedel problema dello squilibrio demografico tra aree metropolitane costiere diCampania e Puglia e ipotizza un nuovo sistema reticolare di mobilità, cherivaluti il trasporto ferroviario, per portare nuovi residenti nelle areeinterne e permettere loro di recarsi al lavoro in tempi ragionevoli. Sarebbequesto un modo per mettere a valore tutti i vani costruiti in abbondanza dopoil terremoto e lasciati vuoti dallo spopolamento delle aree interne,permettendo a giovani famiglie e nuovi residenti di lasciarsi alle spalle ilsoffocamento della città e apprezzare una qualità della vita a misura d’uomo.Così com’è, la situazione mostra una doppia disperazione, quella di chi vive inspazi angusti e in preda all’emergenza continua ( i rifiuti, il traffico, ilcongestionamento dei servizi, aule scolastiche con più di trenta alunni e senzaservizi) e quella di chi percepisce abbandono e solitudine (pochi servizi, scuole che chiudono, pochi trasporti, neanchel’accesso alla rete). La strategia di fondo si trova in continuità e affinitàanche con l’idea di ospitare e accogliere i migranti come nuovi residenti,lanciata anche in Irpinia qualche mese fa, quando molti giovani scappavano dalNord Africa avvolto dalle fiamme delle rivoluzioni contro i regimi.

Bisogna ancheregistrare alcune storie di successo nel raccontare il disegno di sviluppodelle fabbriche del terremoto. Come ad esempio l’intervento della Ferrero aBalvano e Sant’Angelo dei Lombardi, dove i due stabilimenti hanno non solorispettato le promesse, ma incrementato il numero di occupati. La stessa cosasi è verificata per l’EMA di Morra de Sanctis, che prevede di aumentare ancorai propri occupati nei prossimi anni, oppure con la Desmon, un’azienda che ha ladirigenza a Nusco e altre succursali sparse per il mondo in Turchia, Cina eIndia. Altra storia degna di nota è quella della FG - Tek, a Porrara (S. Angelod. L.), che ha riconvertito la sua struttura produttiva passando dal settoredelle calzature alla produzione di fotovoltaico e mini-eolico.
Ci sono settori di potenziale interesse per non lasciare inutilizzati capannonie aree che già hanno danneggiato paesaggi e ambiente; ad esempio le energierinnovabili, che in Campania e Basilicata conoscono un buon livello diproduzione che però hanno scarsa ricaduta sul reddito complessivo delle aree incui agiscono. Oppure investendo su quei settori del ciclo integrato dei rifiutiche mancano del tutto in Campania e che aggravano la gestione complessiva, adesempio la produzione di concimi dal compostaggio oppure il riciclo di alcunimateriali.

Inoltre è essenzialeconsiderare una delle maggiori frecce disponibili all’arco di questi territorie del Sud in generale, il turismo. Infatti, si calcola che il numero di personeche si muoveranno per motivi turistici diventerà dieci volte maggiore di qua aqualche anno, quando molti cittadini di paesi emergenti e già in forteaffermazione (India, Cina, Brasile, ma anche alcuni paesi dell’Est Europa)potranno permettersi di viaggiare e scoprire nuove mete. Per questo ci sono lepremesse, ma ci vuole un grande balzo in avanti del marketing territoriale, diinfrastrutture e professionalità del settore.

Di certo, come dicel’economista Gianfranco Viesti introducendo la ricerca (Uscire dal vicolo ciecodel sottosviluppo è il titolo dell’intervista), il problema del Mezzogiorno nonsi risolve senza risolvere il problema Italia, e non serve pensare all’unosenza considerare l’altro. Inoltre è ormai diventato impensabile pensare adalcuni territori senza considerare il contesto globale, e per quanto riguardail Sud, il resto dell’area mediterranea. Nella crisi che stiamo attraversando apagare sono i territori più deboli, e le aree interne del Sud lo sono; è perquesto che serviranno dosi massicce di genio e passione per trovare una nuovaprospettiva di futuro. 

 Stefano Ventura, novembre 2011


15 settembre 2011

Aree interne e sottosviluppo: l'ennesima storia


Fa un certo effetto leggere la notizia della chiusura dell’IRISBUS di Flumeri - Grottaminarda trale principali notizie di Repubblica.it, oppure sentire Bonanni che sbraita in un servizio di politica del tg nazionale della sera.

L’IRISBUS  è una delle più grandi realtà industriali della provincia, produce ( o forse produceva) autobus per il trasporto pubblico locale ed è nell’orbita del sistema FIAT, che negli ultimi anni sta ripensando la sua organizzazione logistica in Italia. L’altra azienda cherientra anch’essa nelle ipotesi di riorganizzazione è l’altra industria più importante della provincia, la FMA di Pratola serra, sulla quale segnalo questo interessante studio.

Di recente abbiamo presentato nel corso del Festival FIL - Il sentimento dei luoghi la ricerca chel’Osservatorio sul Doposisma ha svolto nel 2011. Quest’anno abbiamo scelto di studiare “la fabbrica del terremoto”, grazie al contributo del Monte dei Paschidi Siena e della sua Area Ricerche. Insieme a Pietro Simonetti, ho curato un quadro della situazione sulle aree industriali della 219, raccontando un po’ la storia del progetto di sviluppo industriale nato dopo il sisma e cosa rimane oggi di quel sogno di sviluppo.

Fiore all’occhiello del nostro contributo è il censimento completo di quante aziende siano attive e quanti addetti siano occupati oggi nelle 20 aree industriali della legge 219,rispetto alle previsioni iniziali. Il dato dice che siamo al 49% della previsione iniziale, e che mentre alcune aree incrementano i propri occupati rispetto alle previsioni iniziali (Morra è una di queste),altre registrano numeri ridicoli. Su tutti i dati va fatta la tara della crisi occupazionale degli ultimi anni, non tutti i posti di lavoro sono stabili, ci sono la  Cassa integrazione e i lavoratori in mobilità all’interno del numero di addetti citato.

Nel nostro rapporto c’èanche un’intervista al presidente della Fiera del Levante, l’economista Gianfranco Viesti, che traccia un panorama sconfortante rispetto al destinodelle aree interne del Mezzogiorno, ancor più penalizzate dal declino generale dell’economia italiana. In realtà l’indagine sullo stato delle aree industriali irpine e lucane evidenzia anche alcune storie di successo, di imprenditori che hanno avuto idee di successo e sono riusciti ad affermarle anche all’estero, di alcune aziende solide chemantengono e in alcuni casi aumentano i loro occupati (penso all’EMA e alla Ferrero).

Una buona recensione del rapporto l’ha scritta Generoso Picone sul Mattino; rimando a quella per altre  informazioni. 

Una ulteriore riflessione sul rapporto e i temi in esso contenuti la trovate su  Comunità Provvisorie e presto su Lavoro Culturale.

Sarebbe interessante organizzare momenti di dibattito nei quali discutere dei contenuti della nostra ricerca sulle fabbriche del terremoto, il risvolto più drammaticamente attuale di 30 anni di doposisma.



4 agosto 2010

Le industrie del dopoterremoto

Metto qui un articolo uscito sulla mia rubrica nel nuovo numero di Nuovo Millennio, il giornale che i ragazzi del Forum e il direttore Pasquale Chirico pubblicano non senza sforzi e sacrifici. In questo numero si parla delle fabbriche della 219, un tema cruciale della ricostruzione post sisma. Si spera che in occasione del prossimo 30ennale si possano avere dei dati più aggiornati su quanti addetti lavorano, dopo la crisi degli ultimi anni, nelle aree industriali delle province di Salerno, Avellino e Potenza.

Per abbonarvi al giornale andate sul sito del Forum dei giovani oppure scrivete a forumteora@libero.it

Tra i segni più evidenti di questi 30 anni di dopo terremoto sicuramente hanno un posto di rilievo le venti aree industriali che con la legge 219 sono state installate nelle zone interne di Campania e Basilicata. Infatti, la legge per la ricostruzione delle zone terremotate aveva come obiettivo anche lo sviluppo di queste stesse zone, da sempre tra le più povere del Meridione e segnate da altissimi indici di emigrazione. Oggi, di quel piano di sviluppo, restano sicuramente alcune aziende e qualche posto di lavoro, ma rispetto allo sforzo economico sostenuto dallo Stato e agli obiettivi che erano stati prefissati, sicuramente la situazione attuale è al di sotto delle previsioni e l’industria irpina affronta un periodo di profondo disagio. Facciamo, però, un passo indietro e cerchiamo di mostrare la genesi e gli episodi che hanno contraddistinto la storia dell’industrializzazione dopo il terremoto.

Come già accennato, la legge 219 aveva un capitolo apposito, contenuto nell’articolo 32, per programmare lo sviluppo delle aree terremotate; questo obiettivo incontrava il parere favorevole di tutte le forze parlamentari, anche se sulle linee specifiche le opinioni divergevano. La legge quindi prevedeva la realizzazione di venti nuove aree industriali nelle provincie di Avellino (12), Salerno (3) e Potenza (5); le nuove aziende sarebbero dovute essere 228 e circa 13 mila i posti di lavoro da creare.
I primi problemi sorsero nell’individuazione dei comuni dove queste aree industriali dovevano sorgere e lì le questioni di campanile e l’influenza dei referenti politici locali e nazionali furono determinanti. Il criterio enunciato era quello di localizzare le aree in posti logisticamente favorevoli, lungo le rive dell’Ofanto, del Sele e del Basento e in corrispondenza delle arterie di comunicazione ferroviaria e stradale. Proprio l’apertura di queste aree industriali indirizzò sulle opere infrastrutturali ingenti fondi statali, che hanno portato alla costruzione della fondovalle Sele e dell’Ofantina/bis, così come il potenziamento del raccordo Sicignano - Potenza. Invece, le linee ferroviarie, che in molti casi si sviluppavano lungo le stesse direttrici (la principale è la linea Avellino - Rocchetta Sant’Antonio), non hanno ricevuto uguale attenzione e sono state ridimensionate nel corso del tempo.
Inoltre, l’occupazione di ampi spazi pianeggianti in prossimità dei fiumi ha comportato un enorme impatto dal punto di vista ambientale, influendo sul paesaggio e anche sull’inquinamento delle falde e del terreno.
Sulle linee di intervento e sui settori strategici su cui investire per creare uno sviluppo legato al territorio si era espresso un illustre studioso di problemi meridionali, Manlio Rossi Doria, già nei primi mesi dopo il terremoto, con un saggio pubblicato dal centro studi della facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, con sede a Portici. Rossi Doria e i suoi collaboratori, dopo aver suddiviso l’intera area terremotata in base alle diverse caratteristiche agricole e produttive, suggerivano di rilanciare e modernizzare il tessuto produttivo, agricolo in particolare, già esistente, di riconvertire alcune aziende in funzione dei bisogni della ricostruzione, puntando decisamente sulla modernità tecnologia e su livelli avanzati di sperimentazione.
La lettura dei dati sui settori produttivi in questi trent’anni sembra dare ragione a Rossi Doria: il settore che non ha mai subìto crolli è quello della trasformazione dei prodotti agricoli, che raggiunge vette d’eccellenza in prodotti quali il tartufo nero di Bagnoli Irpino, le castagne di Montella e il caciocavallo podolico di Carmasciano; l’altro settore in costante crescita è quello del vino, con le produzioni di Taurasi, Falanghina e Fiano di Avellino, oltre all’intramontabile Aglianico.
Fu avviato, sin dai primi anni del dopo terremoto, una procedura di individuazione e selezione delle aziende da insediare e alla fine del procedimento furono ammesse 228 aziende; tra queste figuravano grandi nomi dell’imprenditoria nazionale, come la Parmalat, la Ferrero, la Zuegg, Finmeccanica e altre aziende del gruppo Fiat. Nel 2005, di queste 228 aziende ne rimanevano in produzione 142 (circa il 60%) e dei circa 13mila nuovi assunti previsti, nell’ottobre del 2000 lavoravano 6997 persone. I finanziamenti che lo Stato aveva stanziato per questo progetto industriale, fino al 2000, ammontavano a 2882 miliardi di lire, vale a dire 412 milioni per ogni posto di lavoro creato.
L’attualità restituisce una situazione allarmante in Irpinia, soprattutto in seguito alla crisi finanziaria che ha investito i mercati globali. Molte aziende hanno chiuso i battenti e licenziato i propri lavoratori, alcuni per mancanza di commesse, altri per scelta industriale, hanno cioè preferito delocalizzare le proprie fabbriche in posti dove il costo del lavoro è minore e hanno portato lì la produzione e i macchinari, molte volte comprati grazie agli aiuti dello Stato per la ricostruzione. Nel 2009 i tagli all’occupazione hanno raggiunto le 13300 unità, con circa 80mila lavoratori inseriti negli elenchi di disoccupazione dei centri per l’impiego; numeri purtroppo altissimi, che, se uniti a quelli che caratterizzano l’emigrazione, non lasciano spazio all’ottimismo. Anche una delle realtà produttive più importanti, la FMA di Pratola Serra, che produce i motori per la FIAT, sta affrontando una trattativa tra lavoratori e proprietà per scongiurare il pericolo di licenziamenti e dismissioni. Nelle aree industriali più vicine a noi è recente la vicenda della Bitron Sud, che qualche anno fa ha lasciato l’area industriale di Morra de Sanctis, e quella della Sivis di Conza della Campania che, pur non avendo difficoltà nel reperire commesse e non avendo mai fatto ricorso alla cassa integrazione, ha deciso di chiudere all’improvviso; in queste due aziende erano impiegati diversi lavoratori teoresi.
Anche se è facile fare considerazioni a posteriori sull’esperienza industriale successiva al terremoto, a mio parere sono diversi gli errori interpretativi e strategici commessi. Sulle scelte di settore che hanno interessato la produzione industriale si è già detto; l’industria pesante e la creazione di industrie dell’indotto, le prime ad essere in difficoltà in tempo di crisi, ha penalizzato quei settori più direttamente legati al locale. Inoltre, l’imprenditorialità irpina si è dimostrata sempre troppo vincolata alle logiche politiche, che ne hanno indirizzato scelte e percorsi, in particolare nel campo delle assunzioni, senza lasciare alla classe imprenditoriale la libertà di scelta e di azione. Questo è un marchio di fabbrica che questo processo si è portato dietro sin dalla nascita.
E’ mancato del tutto un percorso formativo che creasse una classe imprenditoriale locale, che probabilmente avrebbe legato in modo stretto i risultati al territorio, mentre gli imprenditori venuti dall’esterno hanno dimostrato poco interesse al destino di queste zone. Su questo aspetto va citato un tentativo parallelo, nato negli anni in cui i volontari erano ancora presenti nei paesi terremotati, e cioè l’esperienza cooperativa, che tentò di formare alcune figure professionali e dirigenti nel settore della cultura, dell’artigianato e dell’edilizia e del turismo. I fondi statali destinati a sostenere questo progetto furono molto pochi (solo 100 miliardi rispetto ai 60mila totali destinati alla ricostruzione) e di quella esperienza è rimasto ben poco; però, soprattutto nell’artigianato, una serie di scelte diverse e un maggior sostegno avrebbe permesso ad un settore storico della nostra terra di sopravvivere e di reinventarsi, grazie a percorsi formativi specifici e a reti di promozione e sostegno istituzionali e culturali; inoltre, costruendo alcune realtà artigianali nei singoli paesi, si sarebbero favorite le forze imprenditoriali locali. Qui subentra un discorso di mentalità, però; molte volte i giovani dell’area hanno preferito e aspettato l’assunzione in fabbrica, che comportava meno rischi e meno pensieri, rispetto al coraggio di una scelta imprenditoriale in autonomia.
In sostanza, la lezione che ci deve far riflettere è quella di saper coniugare la modernità e la tradizione, legandosi al territorio per rivolgersi allo scenario sempre più globale, e per far questo hanno sicuramente un ruolo chiave le tecnologie e la scuola.

 


20 maggio 2010

Salute e veleni

Anche per questo post devo far riferimento ad argomenti già affrontati; questa volta tocca agli ospedali che chiudono, che stanno sullo stesso piano rispetto alle discariche promesse (e per fortuna mai regalateci), alle fabbriche in chiusura, agli emigranti nuovi e vecchi. L’ospedale di Bisaccia sta per essere chiuso, secondo il nuovo piano di risanamento della sanità in Regione Campania. Qualche mese fa era toccato a Sant’Angelo dei Lombardi, e anche Oliveto Citra, che anche se in provincia di Salerno non è distante dall’Alta Irpinia, rischia di perdere posti letto e reparti.
Sullo sfacelo della sanità regionale non ci sono dubbi, ma io esprimo un concetto di fondo che secondo me dovrebbe essere chiaro a tutti, perché scritto nella Costituzione Italiana: il diritto alla salute, all’istruzione, ad una vita dignitosa sono infatti principi innegabili. Allora, perché un cittadino di Teora, Cairano, Santomenna, Morra non ha diritto ad avere un pronto soccorso ad meno di mezzora di auto (il tempo che serve a essere salvati in caso di infarto, mi pare) e deve andare ad esempio, da Teora ad Ariano Irpino (cioè, più o meno, secondo le stime della Michelin, 52 km e 1 ora e 12 minuti di auto)? Se i tagli sono inevitabili, sarebbe bene potenziare la rete di assistenza dei 118, col contributo del volontariato, e quella delle guardie mediche, potenziando i mezzi e le competenze di questi presidi e garantendo la loro presenza in tutti i paesi o quasi. 
Ma i cittadini dei paesi della Campania interna, per caso, sono tutti evasori fiscali, non pagano le tasse e per questo sono puniti con meno servizi? Sono questi cittadini i responsabili dei disservizi finanziari della Campania e i manager politici o para-politici che grazie alla sanità hanno coltivato clientele e carriere sono martiri al servizio del cittadino? Attenzione, so di rischiare di cadere nel populismo, ma per me curare e istruire  le persone viene prima dei pareggi di bilancio, che sono comunque obiettivi degni di essere raggiunti in un paese civile. Appunto, in un Paese civile.
 
Martedì a Bisaccia una manifestazione su questi problemi (ore 9, piazza Duomo)


14 dicembre 2008

Bollettino di guerra

Questa è una tabella sulla situazione di alcune aziende irpine del comparto metalmeccanico. Non è la prima volta che si verifica questa dinamica; in una situazione di crisi le prime conseguenze vengono pagate dai rmi secchi, dalle fabbriche dell'indotto, che nella nostra provincia sono molte e non riescono a competere con le delocalizzazioni in paesi dell'Est Europa e con la Cina; la crisi è aggravata dalla sospensione di tutte le forme di supporto economico e di incentivi destinati al Mezzogiorno, compresi i fondi legittimamente ottenuti grazie ai progetti dell'Unione Europea. Quei soldi sono stati dirottati, a seconda delle esigenze, su Alitalia o sull'ICI.
E' solo un contributo di informazione, per quel che mi riguarda posso solo esprimere solidarietà a quegli operai e quelle famiglie che perderanno il proprio salario e probabilmente saranno destinate a fare le valigie per ingrossare le fila degli emigranti irpini. E mentre tutto questo accade, i politici irpini non hanno niente di meglio da fare che parlare di gestione del potere. Tenetevi le vostre poltrone, mentre l'Irpinia si avvia ad una irrimediabile decadenza.



SITUAZIONE DI CRISI - AZIENDE METALMECCANICHE PROVINCIA DI AVELLINO - Ottobre 2008
AZIENDA SETTORE ADDETTI SITUAZIONE ATTUALE
F.M.A. (FIAT) AUTO 1.700 12 SETT. DI CIGO GIA' EFFETTUATE - LICENZIATI 32 INTERINALI
ALTRE 3 SETTIMANE DI CIGO ENTRO FINE ANNO PER 1500 ADDETTI
DENSO AUTO 900 3 SETT. DI CIGO PER 20 ADDETTI
LICENZIATI 140 INTERINALI
ASM AUTO 190 13 SETT. DI CIGO PER 120 ADDETTI
LICENZIATI 19 INTERINALI
CMS AUTO 50 LICENZIATI 21 INTERINALI  
CIGO DA DICEMBRE PER 50 ADDETTI
IMS ELETTRODOMESTICI 80 CIGS PER 20 ADDETTI
ASTEC AUTO 90 90 IN CIGO COME F.M.A.
CRM AUTO 260 260 IN CIGO COME F.M.A.
ELITAL TELECOMUNICAZIONI 170 CIGS PER RICONVERSIONE PER DUE ANNI 
PER 120 ADDETTI
CABLAUTO AUTO 105 IN CIGS A ROTAZIONE
A MARZO CESSAZIONE ATTIVITA' CON 105 LICENZIAMENTI
ARCELOR SIDERURGIA 110 DA DICEMBRE 55 ADDETTI CIGO
ALMEC SIDERURGIA 300 CIGO PER 100 ADDETTI
CIGS PER RISTRUTTURAZIONE DA GENNAIO
LIMA SUD AUTO 90 CIGO DA DICEMBRE
OCEVI ALTRO 105 LICENZIATI 35 INTERINALI
DA DICEMBRE CIGO
VARIE AZIENDE ALTRO 20 IN MOBILITA' IN DEROGA
TECNOSTAMPI AUTO 80 13 SETT. DI CIGO PER 50 UNITA'
SITE ISTALLAZIONI TELEFONICHE 9 MOBILITA' PER 9 ADDETTI (CANTIERI CHIUSI)
VALTELLINA ISTALLAZIONI TELEFONICHE 17 MOBILITA' PER 17 ADDETTI (CANTIERI CHIUSI)
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