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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


17 agosto 2015

Storie di confino: il poggibonsese Angiolo Corsi

Articolo uscito su TOSCANA NOVECENTO, 17 agosto 2014


La letteratura che riguarda il confino di polizia può annoverare contributi di personaggi di primissimo livello del panorama antifascista, sia politico sia culturale. Tra le testimonianze più importanti ci sono quelle di Carlo Levi, Cesare Pavese e Leone Ginzburg, ma i numeri riguardanti i confinati durante il fascismo furono importanti e influenti (circa 15 mila persone) e non interessarono solo gli antifascisti ma tutti coloro i quali erano ritenuti particolarmente pericolosi per l'ordine pubblico.

Anche in provincia di Siena furono effettuate numerose assegnazioni al confino, dal 1926 in poi, che cercarono di colpire l’ossatura delle strutture clandestine del partito comunista e, in misura minore, del partito socialista e del movimento anarchico. Tra le diverse forme di limitazione della libertà (carcere, confino, internamento, ammonizione, sorveglianza speciale, diffida), il confino riguardò 129 antifascisti per una condanna a 380 anni complessivi. Secondo quanto riportato da Rineo Cirri (L’antifascismo senese nei documenti della polizia e del Tribunale Speciale 1926-1943), nel complesso furono 699 le persone che tra il 1926 e il 1943 subirono un deferimento al Tribunale speciale; “ad ognuno di questi antifascisti sono collegate vicende umane, storie dolorose di famiglie e di gruppi di persone con le loro sofferenze, i loro dolori e i loro drammi ma anche le speranze di una parte della popolazione di vivere in una società più giusta”.

Alcuni personaggi di primo piano della lotta antifascista e anche del periodo di ricostruzione democratica in provincia di Siena hanno raccontato in libri, memorie e diari le proprie esperienze al confino, e tra gli altri Fortunato Avanzati “Viro” e Mauro Capecchi “Faro”. Per ricostruire le biografie e i percorsi personali e politici di altri militanti è invece necessario ricorrere ad altri tipi di fonte, come le note giudiziarie, gli atti dei Tribunali speciali, le carte di prefetture e i verbali di carabinieri e poliziotti. In questo contributo il personaggio di cui si racconteranno le vicissitudini è Angiolo Corsi, nato nel 1905 a Poggibonsi, di professione falegname.

Corsi fu arrestato per la prima volta il 26 luglio 1932 a Poggibonsi, all’età di 27 anni; la scheda   personale nel Casellario Politico Centrale del 28 agosto 1932 riporta queste informazioni: “Cicatrice sopracciglio sinistro, mancante falange mano, abbigliamento solito: da operaio. E’ di regolare condotta morale e immune da pendenze e precedenze penali. In precedenza non aveva mai dato luogo a rilievi in line apolitica né di nutrire sentimenti contrari al regime. Essendo venuto a risultare che faceva parte del comitato federale comunista costituitosi clandestinamente in Poggibonsi ed era in relazione con funzionari e fiduciari del partito stesso, distribuiva la stampa sovversiva e distribuiva materiale di propaganda. Raccoglieva gli oboli per il soccorso alle vittime politiche e loro famiglie e prendeva parte alle riunioni clandestine del partito. Funzionava anche da corriere per il collegamento e trasporto di stampa sovversiva tra Empoli- Poggibonsi e Siena. Per tale reato pende tuttora provvedimento penale a di lui carico. Esercita il mestiere di falegname, da cui trae i mezzi di sussistenza.

Nonostante questi dettagliati indizi a suo carico, Corsi fu prosciolto per insufficienza di prove. L’arresto successivo avverrà nell’aprile del 1934 per “compartecipazione a organizzazione comunista” e l’8 giugno sarà condannato a cinque anni di reclusione di cui due di libertà vigilata. Fu condotto al carcere di Roma il 10 febbraio 1935 e, dopo la sentenza del 5 aprile 1935, la condanna fu confermata ma gli saranno condonati due anni.

Il 20 febbraio 1937 gli venne concesso l'indulto, revocato però solo due mesi dopo dal Tribunale di Siena. Le notizie successive risalgono poi al 25 luglio 1940, quando una nota riservata della prefettura di Siena, firmata dal prefetto, dispose la scarcerazione e il foglio di via alla volta di Avellino; questa volta Corsi fu accusato per avere pronunciato frasi disfattiste sulla posizione dell’Italia in guerra.

Il comune scelto fu quindi Teora (Avellino), dove Corsi giungerà il 27 luglio 1940. Lì ebbe diversi problemi nel rapportarsi alle autorità locali del regime; appena giunto a Teora scrisse, infatti, al questore di Avellino per richiedere il rimborso di 25 lire per il viaggio effettuato da Avellino alla volta di Teora dai suoi familiari più stretti (moglie e figlio).  La lettera riporta evidenti errori grammaticali, ma contiene una puntuale lamentela sui torti subìti, sui quali Corsi aveva informato anche Questura di Siena e comune di Poggibonsi.

Il questore di Avellino, Vignali, risponde in modo molto seccato con una nota al podestà di Teora in cui dice: “Il soprascritto Angelo Corsi ha fatto pervenire alla R. Questura di Siena un esposto con il quale, usando una forma alquanto altezzosa, chiede di essere rimborsato delle spese che la moglie ha sostenuto per il tratto di viaggio da Avellino a Teora e cerca di polemizzare e di fare ricadere la colpa al Municipio di Poggibonsi e alla R. Questura di Siena. […] Si prega di richiamare il C. a tenere un comportamento più corretto e a scrivere, sempre che gli capiterà di scrivere ad autorità costituite, con la forma dovuta e senza alterigia.

Il 9 ottobre 1941 Corsi chiese di essere trasferito ad altra località (la richiesta fu però respinta) e il 9 gennaio 1942 lo stesso Corsi chiese 35 lire per la risolatura delle scarpe, ormai consumate e non adatte al rigido inverno dell’Appennino. Il questore Vignali respinse anche questa richiesta. L’assegnazione al confino terminò il 22 febbraio 1942 e così Corsi potè far ritorno a Poggibonsi, dove non terminerà la sua attività politica.

Corsi, infatti, ricoprì un ruolo nevralgico nell'organizzazione dei primi gruppi di combattimento in Valdelsa, occupandosi anche del reclutamento e della formazione dei giovani più vicini alle strutture clandestine del P.C.I., come testimonia un giovane collega del Corsi, Fortunato Fusi, ricordandone le vicende.

Dalle notizie fornite dai colleghi falegnami della ditta Lucita di Poggibonsi e dalle memorie di Treves Frilli, figura di riferimento del C.L.N. e del P.C.I. a Poggibonsi, emerge un carattere molto aspro e diretto, che procurerà a Corsi diversi grattacapi anche nella quotidianità della vita politica del dopoguerra, come è rintracciabile nella corrispondenza tra Corsi e i dirigenti locali del P.C.I. a Poggibonsi negli anni Cinquanta e Sessanta.

Quella di Angiolo Corsi, pur rappresentando solo una tessera del mosaico che può ricomporre la storia dell’antifascismo popolare, è una vicenda indicativa e sintomatica di come la scelta della militanza antifascista non badava a spese, a costo di dover subire il carcere o il confino.


23 ottobre 2013

Teora negli anni '40: storia di Angelo Corsi, confinato

Pubblico anche qui, in simultanea con l'uscita della rivista, un articolo apparso sul Mai Tardi,  periodico dell'Istituto storico della Resistenza senese. E' il primo di due, il prossimo uscirà entro dicembre 2013.
Quella dei confinati irpini è una vicenda che abbiamo tentato di ricostruire insieme ad altri cultori di storia locale. Alcuni articoli sono usciti su "Nuovo Millennio" negli anni scorsi e li trovate in questo stesso blog.
Se avete appunti, materiali utili, notizie curiose sul periodo del ventennio fascista e della guerra a Teora, Irpinia e dintorni, Teoraventura è disponibile a darvi spazio.

Angelo Corsi: una biografia dal confino

Stefano Ventura

Mai Tardi, n.1/2013

Qualche anno fa, nel 2003, in un’intervista a un giornalista inglese del settimanale Spectator, parlando dell’attacco all’Iraq di Saddam Hussein e delle figure di dittatori a confronto, l’allora presidente del consiglio Berlusconi definì il confino di polizia un periodo di villeggiatura che Mussolini concedeva, a carico dello Stato e del regime, affermando che i luoghi che ospitarono i confinati ora sono luoghi di turismo esclusivo. Questa reinterpretazione storica è solo uno degli esempi che spesso sono stati usati per corroborare una lettura poco profonda che ha sempre fatto del fascismo una dittatura più blanda e di Mussolini una figura tutto sommato non sanguinaria. Per fortuna sono numerosi e più seri gli studi che smentiscono, dati e storie alla mano, questa interpretazione (basti pensare al libro sugli episodi più atroci e poco noti che hanno avuto gli italiani come protagonisti, Italiani brava gente?, scritto da Angelo Del Boca nel 2005). 

Le vicende legate al confino di polizia hanno riguardato, invece, quasi 17mila persone che furono arrestate senza processo, senza prove, senza possibilità di difendersi, detenute per un periodo di tempo mai definito con certezza e facilmente prolungabile, costretti a vivere in condizioni igieniche, alimentari, sanitarie al limite della decenza. I luoghi del confino non erano solo nelle isole che oggi sono luoghi turistici affermati, ma anche paesi e piccoli borghi dell’Appennino, dall’Abruzzo all’Aspromonte, in luoghi remoti, inospitali e raggiungibili solo dopo lunghi e disagevoli viaggi.

A partire dal 1927 Mussolini manifestò la necessità di avviare la deportazione per i sospettati di antifascismo. Proprio la radice etimologica di deportazione, l’azione del “portare via”, indicava un allontanamento forzato che cambiava radicalmente lo stato di diritto del condannato. Il confinato si trovava a essere un cittadino senza alcun diritto, non poteva disporre di alcuna garanzia e non sapeva nulla sul proprio destino, sui motivi dell’arresto, sul luogo assegnato, sulla durata della pena e sulla eventuale liberazione. 

Se si pensa ai campi di identificazione ed espulsione che oggi ospitano i numerosi migranti che tentano di raggiungere clandestinamente l’Europa e l’Italia, la situazione di sospensione dei diritti individuali è la medesima, visto che anche quei profughi non hanno diritti, non sono accusati di un reato specifico e certo e non conoscono bene il loro immediato destino.

Approfondire le caratteristiche del confino e le vicende individuali dei confinati è quindi un atto di legittimità verso i protagonisti di quelle condanne e verso chi oggi subisce ancora una limitazione ingiustificata dello stato di diritto.

Brevi cenni su confino e repressione

La letteratura che riguarda il confino può annoverare contributi di personaggi di primissimo livello del panorama sia politico sia culturale dell'antifascismo.

Carlo Levi scrisse, sulla base dell’esperienza del confino in Basilicata, “Cristo si è fermato a Eboli”, uno dei capolavori della storia culturale italiana, non tanto in termini stilistici quanto per gli effetti prodotti; infatti, dopo la fine della guerra e la liberazione dal nazifascismo, grazie alle narrazioni di Levi l’Italia scoprì una parte dimenticata del suo territorio, un mondo arretrato fino all’inverosimile dove superstizione e povertà tenevano prigionieri i contadini e dove permaneva un’organizzazione quasi feudale della società.

Cesare Pavese scrisse il romanzo “Il carcere”, ispirandosi al suo confino a Brancaleone Calabro (Reggio Calabria), anche se in questo caso il protagonista, Stefano, non è una trasposizione autobiografica dell’autore. Del confino a Brancaleone restano, tuttavia, come testimonianza le lettere scritte alla sorella Maria, nella cui corrispondenza Pavese descriveva nei minimi particolari luoghi, fatti e personaggi del vivere quotidiano della sua condizione di confinato. AncheLeone Ginzburg visse l’esperienza del confino a Pizzoli, in Abruzzo.

Più in generale, il confino di polizia fu uno degli strumenti decisivi che il regime usò per la repressione dell’antifascismo, del dissenso e per il controllo di chiunque fosse ritenuto pericoloso per l’ordine pubblico. Il confino, introdotto dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del novembre 1926, subentrava al domicilio coatto, misura introdotta nel 1863 contro il brigantaggio e usata in seguito come strumento di controllo sociale. Il domicilio coatto fu usato in maniera ampia da Crispi come metodo di repressione politica e rimase in uso fino al 1900, alla caduta del governo Pelloux. In particolare, nel 1894 le leggi “anti anarchiche” e la repressione del movimento dei Fasci Siciliani allargarono a dismisura il numero di domiciliati. Con i governi a guida Giolitti questa forma d’istituto penale non fu più usata fino alla prima guerra mondiale, quando fu reintrodotta per i cittadini delle nazioni nemiche.

Durante il regime, il confino di polizia era ordinato da commissioni provinciali composte dal prefetto, dal procuratore del re, dal comandante dell’arma dei carabinieri e da un ufficiale superiore della Milizia Volontaria per la Sicurezza; nel 1942 fu incluso anche il segretario del Partito nazionale fascista. L’invio al confino restava comunque un atto preventivo demandato alla discrezionalità degli organi di polizia. L’assegnazione al confino poteva durare al massimo cinque anni ma poteva essere rinnovata.

Furono i diversi attentati compiuti ai danni del duce tra il novembre 1925 (per opera di Zaniboni) e il novembre 1926 che convinsero il Consiglio dei Ministri, sulla spinta dell’emotività, a varare alcuni provvedimenti restrittivi tra i quali lo scioglimento dei partiti e delle associazioni, pene severe per l’espatrio clandestino e il confino di polizia per quanti potessero essere sospettati di essere pericolosi per l’ordinamento dello stato.

In realtà, la rapidità con la quale furono predisposte le prime assegnazioni fa presupporre che queste misure indirizzate a colpire coloro i quali avevano svolto o “manifestato il proposito di voler svolgere attività sovversiva per gli ordinamenti dello stato” fossero state preparate già nei mesi precedenti.

Nel novembre 1926 i primi 68 confinati vennero inviati nelle isole siciliane (Favignana, Lampedusa, Pantelleria e Ustica); a fine anno i confinati erano 900.

Non è facile avere una cifra definita del numero di persone che tra il 1926 e il 1943 furono assegnate al confino, tenendo conto che le stesse persone qualora non si fossero “ravvedute” potevano essere riassegnate al confino. Paola Carucci,in un suo contributo del 2005, parladi 15.440 assegnazioni al confino. Alessandra Gissi, in una ricerca basata su un fondo dell’Archivio centrale di Stato, riporta il numero di 12.330 confinati e 16.876 fascicoli personali, seguendo un criterio che esclude i condannati per truffa, traffico di valuta estera, funzionari di enti pubblici e del partito fascista, bancarottieri, sospetti, spie e così via[1].

Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale al confino di polizia si aggiunse l’internamento, che secondo il diritto internazionaleera una misura restrittiva della libertà personale che, in caso di conflitto, gli Stati avevano il potere di prendere nei confronti di certe categorie di stranieri o di propri cittadini, allontanandoli dalle zone di guerra e relegandoli in località militarmente non importanti, ove esercitare agevolmente la vigilanza. La convenzione di Ginevra del 1929 contemplava la possibilità di istituire, in caso di guerra, campi di prigionia e di lavoro.

A partire dal 1940 l’internamento fu adottato per i civili nemici presenti in Italia e anche per altri individui ritenuti pericolosi, sospetti o indesiderabili durante la guerra. La misura dell’internamento fu estesa anche agli “ebrei stranieri” (maggio 1940) e molti campi d’internamento furono costruiti nelle nazioni nemiche occupate, in particolare in Jugoslavia, dove il numero dei civili internati raggiunse le 100mila unità. L’internamento civile fascista invece poteva essere “libero” (obbligo di residenza in particolari località, in genere posti disagiati nelle zone interne della penisola) o “nei campi”, cioè strutture appositamente costruite allo scopo di ospitare gli internati. Inizialmente, nel 1936, una circolare del ministero della Guerra prevedeva che in tutta Italia ne fossero costruiti tre, in cui ospitare 1000-1500 internati ciascuna, e che i campi fossero preferibilmente collocati nelle province di Perugia, Ascoli Piceno. L’Aquila, Avellino, Macerata. Presso l’Archivio Centrale di Stato sono conservati circa 20mila fascicoli di internati, di cui 8.418 di pericolosi italiani e circa 12 mila riguardanti stranieri e italiani internati per spionaggio.

La repressione dellantifascismo e i confinati senesi

La geografia del movimento antifascista senese, anche dopo le leggi eccezionali del 1926, rispecchiava le lotte dei lavoratori dalla fine del primo conflitto mondiale in poi. I minatori di Abbadia San Salvatore e dellAmiata, gli operai di Siena e della Val dElsa senese, alcuni nuclei di mezzadri in Valdichiana e Val di Merse rimasero attivi organizzandosi clandestinamente e costituendo lossatura delle strutture clandestine del partito comunista e, in misura minore, del partito socialista e del movimento anarchico. La ricostruzione storiografica di quello che potremmo definireantifascismo popolareè piuttosto ardua per il fatto che questi militanti non lasciarono quasi mai documenti e tracce; la loro storia è da recuperare attraverso le note giudiziarie, gli atti dei Tribunali speciali, le carte delle prefetture e i verbali di carabinieri e poliziotti.

Nello specifico, tra le diverse forme di limitazione della libertà (carcere, confino, internamento, ammonizione, sorveglianza speciale, diffida), il confino riguardò 129 antifascisti della provincia di Siena per una condanna a 380 anni complessivi.

Andrea Orlandini ha reso noto qualche numero complessivo sugli antifascisti senesi schedati nel Casellario Politico Centrale; i fascicoli personali erano 1060 nella provincia di Siena tra il 1926 e il 1943, 417 sanzioni comminate a 310 persone, tra cui 28 donne[2].

Secondo quanto riportato da Rineo Cirri, nel complesso furono 699 le persone che tra il 1926 e il 1943 subirono un deferimento al Tribunale speciale, sommando confinati, internati, ammoniti e diffidati, ricercati allestero, rimpatriati e sospettati, un numero che per una provincia come quella di Siena (circa 270mila abitanti in quegli anni) è certamente significativo.

Nella Poggibonsi di Angelo Corsi fin dal maggio del 1932 il nucleo comunista, formato da 19 militanti, fu individuato e rimandato a giudizio per associazione e propaganda sovversiva. Nella motivazione della sentenza si legge chel'organizzazionecomunista [] svolgeva intensa attività politica e sindacale con raccolta di somme per il Soccorso Rosso. Fu poi concessa loro l'amnistia per il decennale della marcia su Roma.

Nell'aprile 1934, però, un nucleo più cospicuo di comunisti, questa volta di 27 persone, fu nuovamente perseguito e sottoposto a pene che andavano dai due ai sette anni, anche se per otto di questi fu stabilito il non luogo a procedere. Questa volta la motivazione era la seguente:l'attività comprendeva riunioni campestri, celebrazioni di feste comuniste, diffusione dellaScintillae deL'Unità.

Le feste richiamate erano il primo maggio e l'anniversario della rivoluzione d'ottobre, mentre laScintillaera un giornale che rappresentava il comitato politico provinciale, costituitosi con difficoltà dopo le azioni repressive del 1932 e che aveva proprio sede a Poggibonsi per meglio tenere i rapporti con il comitato regionale di stanza a Empoli.  Angelo Corsi fu tra i fermati in entrambe le occasioni citate. Maggiori dettagli sulla biografia di Angelo Corsi saranno illustratinella seconda parte di questo contributo, in uscita sul prossimo numero diquesta rivista.

In conclusione, quindi, sembra ancora importante e utile il lavoro di tessitura di tutta quella complessa e sotterranea ragnatela che ha costituito lantifascismo militante e popolare in provincia di Siena e in tutta Italia, perché, come affermava Luigi Orlandi:ad ognuno di questi antifascisti sono collegate vicende umane, storie dolorose di famiglie e di gruppi di persone con le loro sofferenze, i loro dolori e i loro drammi ma anche le speranze di una parte della popolazione di vivere in una società più giusta[3]


[1]Paola Carucci, Dal domicilio coatto alsoggiorno obbligato: confino e internamento nel sistema di prevenzione erepressione fascista e nel dopoguerra, in Regione di confino: la Calabria (1927-1943), a cura di F. Cordova ePantaleone Sergi, Bulzoni editore, Roma, 2005, pp. 33- 102. Alessandra Gissi, Un percorso a ritroso: donne al confinopolitico 1926-1943 (Italia Contemporanea, 2002, fascicolo 226), pag. 32.

[2]Andrea Orlandini, L’antifascismo a Siena:le schede del Casellario Politico Centrale, Mai tardi, fascicolo 3/2011.

[3] Tratta da L’antifascismo senese nei documenti della polizia e del Tribunale Speciale, 1926-1943,a cura di Rineo Cirri.


8 aprile 2011

Teora e la sua storia

Il numero in edicola di Nuovo Millennio si occupa diffusamente di terremoto e trentennale, oltre ad altri interessanti approfondimenti.
Ringrazio gli impagabili redattori anche per la recensione e lo spazio dato a "Non sembrava novembre quella sera".
Però, questa volta sono io che non mi sono occupato, nella mia solita rubrica, di terremoto, anche per evitare sovradosaggi fastidiosi. Ho scritto invece un articolo su come si viveva a Teora al tempo della seconda guerra mondiale, promettendo di continuare anche sui prossimi numeri questa narrazione. 
Buona lettura!

La vita a Teora in tempo di guerra

E' sempre bene diffidare da chi afferma di mancare d'ispirazione, quando bisogna raccontare storie, scrivere romanzi, comporre poesie. Infatti, le mille pieghe della storia rappresentano un baule inesauribile di aneddoti, storie, vicende più o meno affascinanti che aspettano di essere raccontate. La storia locale è uno di questi serbatoi, anche se molte volte chi se ne occupa passa per provinciale rispetto a chi narra eventi che interessano gli Stati, gli uomini illustri, i grandi problemi. Eppure la microstoria, ovvero la storia che parte da piccoli eventi, piccole vicende, per collegarsi poi ai contesti più grandi, ha un fascino particolare e molte volte accattivante. In questo filone rientra anche questo contributo, che cercherà di raccontare alcune storie, in più puntate, che hanno caratterizzato la vita della nostra comunità negli anni Quaranta, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e poi nel duro dopoguerra.

Nei primi anni ’40, con la guerra ancora lontana, la vita sociale di Teora scorreva alquanto tranquilla, vista la scarsità di risorse del territorio, che non attirava gli interessi delle parti in guerra e per il fatto che non eravamo al centro di nessuna direttrice strategica. La popolazione teorese viveva in gran parte di agricoltura, e in questo non si discostava molto da quella di molti altri paesi della provincia irpina. Per lo più chi lavorava nei campi era una figura mista di bracciante, di affittuario e di piccolo proprietario. Di solito anche gli artigiani e i commercianti erano coltivatori diretti e per ottenere qualcosa dalla terra si avvalevano del contributo di altri membri del nucleo familiare. Coloro i quali facevano valere le proprie rendite derivanti da proprietà terriere non erano comunque latifondisti, poiché possedevano appezzamenti di terreni frazionati e avevano pochi braccianti ciascuno al proprio servizio, spesso coincidenti con nuclei interi di famiglie contadine.

Con la guerra aumentarono non poco le difficoltà legate al contributo di viveri e di generi necessari a sostenere l’impresa militare. Le famiglie avevano a disposizione una tessera annonaria per ricevere pochi grammi di pasta, olio e pane. Siccome le razioni consentite raramente erano sufficienti per vivere, si sviluppò presto un mercato illegale (la borsa nera) per riuscire a procacciarsi un po' di grano in più, dalla Puglia. Le autorità costrinsero i mulini (da ricordare il mulino Stefanelli) a macinare solo il quantitativo prescritto per ogni famiglia, cosicché per macinare quel poco di grano che ci si era procurati si era costretti a usare i macinini del caffè. Al popolo l’amministrazione dello Stato fascista chiedeva, inoltre, lana e altro per i combattenti.

Diverso è il discorso per quanto riguarda il contributo umano, la chiamata alle armi; i giornali provinciali riportavano con puntualità i nomi e la provenienza dei giovani chiamati alle armi, ma tra il ‘41 e il ‘43 si leggono ben pochi nomi di teoresi. In effetti, attraverso le conversazioni con alcuni anziani, è emerso che il grosso dei giovani era stato richiamato già alla fine degli anni '30, in occasione della campagna per la conquista dei territori in Africa Orientale (Etiopia, Eritrea, Somalia) e per la Guerra Civile spagnola. Il reclutamento dei giovani spesso avveniva con l'inganno, cioè attraverso la promessa di andare a lavorare in terra straniera. Inoltre, prima della guerra, molti contadini e artigiani del Sud si erano portati in Africa Orientale e in Libia a cercare fortuna in cambio di un esiguo compenso.

Teora fu utilizzata dall’amministrazione dello Stato, oltre che come luogo di confino di polizia per criminali comuni e antifascisti, come punto di accoglienza degli sfollati; chi si offriva per dare  ospitalità agli sfollati nelle proprie abitazioni riceveva un conguaglio per le spese presentando una richiesta specifica al comune. Gli sfollati furono circa un centinaio, in gran parte napoletani che scappavano dai bombardamenti alleati su Napoli, ma furono ospitati a Teora anche 9 sfollati provenienti da Carbonia (in provincia di Cagliari, dove lavoravano come minatori alcuni teoresi), 4 da Milano, 3 dalla Libia.

La guerra si presentò alle porte di Teora dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Uno dei punti strategici per l’evolversi della guerra in quel frangente era la Sella di Conza, punto in cui era più facile valicare l’Appennino per le truppe tedesche in ritirata. In quei giorni i bombardamenti delle truppe alleate per costringere alla fuga i tedeschi furono frequenti e distruttivi, arrivando nella sola giornata del 21 settembre a ventidue ondate successive. Gli aerei americani tentavano di scovare le postazioni antiaeree tedesche, che si facevano spesso e volentieri scudo con i civili annidandosi nel pieno centro abitato. Le notizie che il professore Tonino Caprio ha esposto su Voci da Teora qualche anno fa riportano che i tedeschi nascosero le loro auto corazzate sotto il fitto del fogliame dei lecci in Piazza Castello, nella parte alta di Teora.

I tedeschi riuscirono anche ad abbattere nelle vicinanze del fiume Ofanto un aereo alleato, ma non riuscirono a trovare il pilota, per poter trarre da lui, torturandolo, informazioni utili. Sorse quindi il sospetto, nei tedeschi, che il pilota alleato fosse stato nascosto da una famiglia teorese (si trattava della famiglia di Annunziata Pannuti, che per questo atto di coraggio fu poi anche premiata con un attestato del Comando Superiore delle Forze Armate nel Mediterraneo). Allora il maggiore Karl Webber si recò dal sindaco di Teora e gli diede tre giorni di tempo per farsi consegnare il soldato, altrimenti sarebbe scattata la rappresaglia. Fortunatamente, un giorno prima dello scadere dell’ultimatum, le truppe alleate attraversavano le Croci d’Acerno e mettevano in fuga i tedeschi, salvando Teora dalla rappresaglia. Prima di ritirarsi, però, i tedeschi fecero saltare il ponte della Mantenese.

Ecco la descrizione che nel romanzo “Lo sbandato”, lo scrittore Francesco Augugliaro fa dell’ingresso del primo soldato alleato nel centro abitato di Teora:

 Il fante americano continuava a salire passo dietro passo, armatissimo,con l’elmetto un po’ a sghimbescio sulla testa, il fucile con la baionetta in canna, puntato in avanti, più in atto di difesa che di offesa: tremava leggermente. Non aveva aspetto né eroico né marziale, tutt’altro. Non era preceduto da squilli di tromba o da fanfare per incitarlo alla marcia d’occupazione…Il nostro liberatore era invece un povero figlio di mamma in servizio comandato e con la sua brava paura in corpo. Avrei giurato che egli avrebbe fatto volentieri a meno di passare alla storia come il primo liberatore di Teora…Era un indocinese!

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15 agosto 2010

Aliano e Don Carlo

                  

 

 

 

“... spalancai una porta-finestra, mi affiancai ad un balcone, dalla pericolante ringhiera settecentesca di ferro e, venendo dall'ombra dell' interno, rimasi quasi accecato dall'improvviso biancore abbagliante. Sotto di me c'era il burrone; davanti senza che nulla si fraponesse allo sguardo, l'infinita distesa delle argille aride, senza un segno di vita umana, ondulanti nel sole a perdita d'occhio, fin dove, lontanissime, parevano sciogliersi nel cielo bianco.”

Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli

 

 


17 febbraio 2009

Memorie teoresi: la storia di un confinato

E' in edicola in questi giorni un numero inedito di "Nuovo Millennio-Echi di Teora", il giornale edito dal Forum dei Giovani di Teora e diretto da Pasquale Chirico.
Pubblico anche qui un mio articolo uscito su questo numero. Si parla della triste vicenda di un confinato antifascista a Teora. Sullo stesso tema ho collaborato a livello provinciale, con altri studiosi di storia locale, ad una ricerca che dovrebbe essere pubblicata di qui a qualche mese. Comunque sui prossimi numeri di Nuovo Millennio ci saranno altri contributi simili. Buona lettura.





Giovanni Bacinello



In molti comuni della provincia di Avellino, durante il ventennio fascista, furono ospitati diversi confinati e internati; il confino era una misura che le autorità di polizia ordinavano per coloro i quali erano ritenuti pericolosi per la sicurezza pubblica e che erano sospettati di svolgere azioni sovversive contro gli ordinamenti politici, sociali ed economici dello Stato. Questo provvedimento fu adottato nei confronti di numerosi esponenti politici antifascisti così come per intellettuali, scrittori e artisti, tra i quali ad esempio Cesare Pavese, Manlio Rossi Doria o Carlo Levi, che proprio alla sua esperienza di confinato si ispirò per scrivere “Cristo si è fermato ad Eboli”.

A Teora, tra il 1939 e la fine della seconda guerra mondiale, furono destinati circa trenta tra confinati e internati; questi trovavano sistemazione presso famiglie che davano la disponibilità al Comune e in cambio ricevevano il pagamento di un fitto. La permanenza di confinati e internati a Teora poteva variare da poche settimane a un massimo di cinque anni; erano quasi tutti di umili condizioni (contadini, operai, impiegati, artigiani), provenivano in gran parte dalle regioni centro-settentrionali e la maggioranza di essi era stata assegnata al confino per motivi politici. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale a Teora trovarono rifugio anche molte famiglie di sfollati, con masse di popolazione in movimento soprattutto da e per Napoli nel periodo in cui la città fu bombardata dagli alleati. 

In questo periodo contraddistinto da enormi ristrettezze, nelle popolazioni irpine, e anche nei teoresi, si  manifestarono solidarietà umana ed empatia nella sofferenza. Uno dei casi esemplari è rintracciabile in un carteggio risalente al febbraio del 1945 tra l’allora commissario prefettizio di Teora, Pasquale Chirico e lo zio del confinato politico Giovanni Bacinello. Originario di San Polo (Venezia), Bacinello era operaio presso la “Società Adriatica di elettricità San Marco”, morì a Teora di tifo nel gennaio 1944, all’età di 35 anni.

Toccò al commissario prefettizio Chirico il dovere di comunicare alla famiglia la morte di Giovanni, e Chirico lo fece riuscendo a coniugare la formalità del ruolo ad un senso di profonda umanità: “Mi addolora doverle comunicare che il povero Bacinello decedette il 23 gennaio 1944 a seguito di tifo. A lei e ai familiari sia di conforto sapere che il caro estinto è stato oggetto delle cure più meticolose da parte di autorità, amici e cittadinanza. Il decorso del male fu seguito da ansie e da trepidazioni da parte di tutti che in Bacinello vedevano un martire del mai tanto deprecato fascismo, un apostolo assertore di libertà. Le esequie, vero plebiscito di popolo, riuscirono imponentissime e numerosi i discorsi pronunziati fra i quali anche io che più degli altri gli ero legato da sana e fraterna amicizia”

Enrico Poli, zio del confinato rispose però ponendo qualche dubbio sulle cause della morte del suo “povero nipote”: “Ho il dubbio che di morte naturale, cioè di malattia (come Lei mi scrive) il povero Giovanni non sia morto. La prego, con me, può essere franco e dirmi se altra dura verità si nasconde che riguardi qualche efferatezza compiuta dai mai tanto maledetti fascisti”.

In un'altra lettera lo stesso Chirico, però, ribadiva: “Il povero Giovanni ebbe a morire effettivamente di tifo, curato da tre medici locali e amorevolmente assistito in famiglia privata come persona di casa che ne ha anticipato ogni spese per medicinali occorsi ed altri generi necessari alla cura. Mi torna doveroso comunicarle che ancora che il povero Giovanni era ben stimato e voluto bene da autorità e cittadini che in lui riscontravano l’esempio della correttezza e signorilità non disgiunte dalla nobiltà di cuore, per cui la sua dipartita lasciò un profondo vuoto nel mio piccolo paese, ospitale e scevro da animosità politiche.

Oltre agli amministratori del paese, i familiari del confinato intrattennero una corrispondenza anche con altri cittadini teoresi; la sorella del confinato, Anita, scriveva nel mese di ottobre e dicembre 1945 ad Angelo Chirico per concordare le modalità con le quali effettuare il trasporto della salma del “caro Nino” a Venezia. Le enormi difficoltà dovute al periodo post-bellico furono superate grazie all’interessamento della società presso la quale Giovanni Bacinello lavorava. Nelle lettere, i familiari del confinato ringraziavano sia Chirico sia gli altri amici teoresi di Giovanni per le parole di conforto e anche perché erano soliti portare fiori sulla sua tomba nel cimitero di Teora. Un’altra famiglia con cui Giovanni Bacinello intrattenne rapporti di amicizia era la famiglia Pannuti, come citato nello stesso carteggio. Sono rintracciabili anche alcune fotografie in cui il confinato è ritratto in momenti spensierati insieme, tra gli altri, a Luigi, Nunziatina ed Antonetta Pannuti, Alessandro Gervasio, Giuseppe Castellano, Antonio Zarra.

Le tracce che permettono di delineare questi rapporti rafforzano quindi l’ipotesi che Bacinello avesse stretto diverse amicizie nel periodo di permanenza a Teora, e che i rapporti tra confinati e cittadini teoresi fossero di ospitalità e concordia, contribuendo a rendere più lieve la pena del confino per i condannati, e allo stesso tempo permettendo ai teoresi di potersi avvalere, attraverso il confronto e l’interazione con i confinati, di momenti di crescita e di arricchimento.

 

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