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Diario


22 novembre 2009

Sisma '80, la memoria dei rassegnati

In questo 29esimo anniversario del sisma, anno dispari, le commemorazioni saranno inevitabilmente in tono minore, in vista del prossimo 30ennale. Io che mi occupo quotidianamente di questo tema, voglio contribuire con un pezzo che racconta gli attimi della tragedia attraverso le parole di chi visse quei momenti e perse persone care. Sono testimonianze di gente comune, di persone di età diversa e che avevano ruoli diversi nella propria comunità. Il testo è un sunto di un saggio ben più corposo uscito su Italia Contemporanea nel 2006. Prego quindi chiunque voglia prendere spunto da questo testo di citare la fonte.
Le riflessioni da fare sui meccanismi della commemorazione, sulle diverse modalità di ricordare il 23 novembre 1980, sulla relazione tra il nostro sisma e l'opinione pubblica nazionale, soprattutto dopo il terremoto dell'Abruzzo, sarebbero tante e sono già state affrontate su questo blog. Ci sarebbe tanto da fare, nelle nostre comunità, per raccontare la verità dei fatti di questi 29 anni.




Nei racconti sentiti molte volte e da tante voci diverse, comprese le fonti scritte che hanno narrato di quella sera di novembre che sconvolse la vita di molte persone, c’è un elemento ricorrente, un elemento climatico. Tutti i racconti descrivono la giornata del 23 novembre, una domenica, facendo riferimento alla mitezza dell’aria novembrina. Quella calma dell’aria veniva associata, in questi racconti, ad un presagio di sventura, un ribollire delle viscere della terra che nascondevano qualcosa. La forza con cui la terra tremò alle 19 e 34 del 23 novembre 1980 fece sì che quel presagio di sventura si tramutasse in realtà. La scossa raggiunse un’intensità tra il decimo e l’undicesimo grado della scala Mercalli, i morti furono 2.914, i feriti 8.850 e circa 400.000 i senzatetto.

L’Irpinia è una zona altamente sismica e nel Novecento erano già avvenuti due terremoti, uno nel 1930 e l’altro nel 1962. Nessuno di questi, però, aveva assunto le dimensioni con cui si presentò nel 1980. Il danno fu ampliato dalle condizioni fatiscenti delle abitazioni, case in pietra nei centri abitati e abitazioni rurali alquanto povere per gli alloggi dei contadini. L’alto pericolo sismico e due terremoti a distanza di poco più di trent’anni non avevano permesso all’Irpinia e alla Basilicata del Nord di risolvere il problema della fatiscenza del patrimonio edilizio.  

La cronaca del terremoto non può prescindere dai racconti di chi quei minuti li ha vissuti. I morti, i feriti e le persone intrappolate sotto le macerie erano il segno tangibile e senza appello della ferocia del sisma. Ora che alcuni processi storici innescati dal sisma possono considerarsi conclusi e la distanza temporale inizia ad essere cospicua acquista quindi particolare importanza la memoria, sia intesa come semplice ricordo personale che intesa in maniera più ampia. Raccontare la dimensione di una sofferenza estrema è sempre difficile, ma l’uso del racconto orale è particolarmente efficace perché permette di esprimere una gamma di sentimenti che il testo scritto non è in grado di restituire. Ecco perché il racconto dei sopravvissuti a quella calamità, così come i racconti della Shoah, degli stupri di massa e dei bombardamenti, acquista un valore diverso se recuperato con gli strumenti della storia orale.

Riporto alcuni stralci in cui gli intervistati raccontano quella domenica sera le azioni quotidiane, i propri microcosmi catapultandoci nella realtà dell’Irpinia di allora, e di Teora in particolare, in una sera di novembre del 1980.


Avevo nove anni e mezzo. La sera del 23 novembre stavo studiando storia (allora frequentavo la scuola elementare) nella cucina di casa, al terzo piano di uno stabile, che apparteneva alla mia famiglia ed era stato restaurato nel 1978. Ero con mio nonno e mia nonna. Vidi saltare in aria il libricino che avevo davanti e si sentì un boato fortissimo. Quando mia nonna si accorse della cosa, ci spinse fuori e, sebbene fosse notte, si vedeva benissimo grazie a una luna spaventosamente grande. Casa nostra fu investita da massi e macerie provenienti da altre abitazioni. Mi misi le mani in testa, dopo essere stato sbalzato dalla sedia, e mi riparai sotto il camino. Sentii un forte dolore alla mano, poiché un masso mi cadde sulla testa, mentre io la proteggevo con le mani. Sentivo solo il freddo del sangue che scorreva sulle mani. Passati alcuni minuti sentii mia nonna che ci chiamava a gran voce e con mio nonno riuscimmo a uscire dalla parte di casa nostra che dava sulla strada. Trovammo mia zia con le mie tre cugine. Mia madre era da alcune vicine a fare la pasta a mano. Mia nonna spostò con furia inaudita un motocarro che ostruiva le possibili ricerche tra le macerie, poi chiese alle due signore dove fosse mia madre, ma loro furono evasive, fin quando i miei zii si misero a scavare in modo forsennato. Mia zia, nel frattempo, ci fece spostare, e lungo la via Nazionale ci incamminammo per raggiungere il centro del paese. Mio padre era al bar; era riuscito ad uscire prima che crollasse e si era portato al centro della piazza per non essere colpito dalle macerie dei palazzi. Aveva poi trascinato con sé un signore anziano e si erano diretti insieme verso Tarantino. Ci toccò una macchina come primo rifugio, e nel frattempo mi medicarono la ferita alla mano. Poi arrivò mio zio che ci disse, piangendo, che mia madre era morta.

 

In questo racconto è molto indicativo il fatto di ricordarsi addirittura quale materia si stava studiando quella sera. Un altro ragazzo di Teora, quella domenica sera, aveva scelto un diversivo.

 

Ero in un locale e stavo consumando un Campari vicino al banco del bar. Al momento della scossa mi sembrò che il pavimento si alzasse di un metro. Persi i miei occhiali; l’ingresso era alla mia sinistra, poi c’era un atrio, e prima di cercare l’uscita riuscii a trovare gli occhiali. Trovai la proprietaria e dissi, inveendo contro di lei: “Perché le bombole del gas non le tenete fuori dal locale?”; infatti, la prima impressione era che lo scoppio fosse dovuto all’esplosione di una bombola del gas. Nel frattempo sopraggiunse la seconda scossa, ancora più forte. Usciti dalla discoteca cercai e, per fortuna trovai, gli altri due della comitiva. Comunque la discoteca non cadde.

Recuperammo la nostra automobile per far ritorno verso casa; dopo 500 metri, andando verso la zona di san Bernardino, verso il centro di Lioni, trovammo il passaggio ostruito dalle case in poltiglia. Decidemmo di fare il giro da Sant’Angelo e sulla strada trovammo due persone che ci dissero: “Sant’Angelo è tutta distrutta”; erano al terzo piano dell’ospedale e si erano ritrovati al piano terra. Il terreno si era staccato dai piloni dei ponti, la gente per poter passare ricomponeva come un puzzle i pezzi d’asfalto che erano saltati. La mia casa era stata rinnovata da due-tre anni, quindi speravamo tenesse e restasse in piedi. D’altronde, Teora era poggiata sul tufo. Erano ormai le undici di sera. Pensai bene poi di raggiungere casa mia, dove trovai i miei parenti in lacrime che ci credevano morti. A casa mia vidi che la scalinata interna si era aperta e arrivava a mostrare la cantina sottostante.

 

L’allora parroco di Teora ci restituisce un’altra testimonianza della forza sconvolgente del terremoto.

 

Mi trovavo a Morra de Sanctis e stavo preparando alcuni canti natalizi insieme alla parrocchia di Morra. Dopo la scossa pensai subito di dirigermi verso Teora. Le strade di collegamento erano impraticabili, quindi cercai di raggiungere Teora attraverso le strade interpoderali. Ci riuscii; arrivato a Teora trovai un ragazzo di 16 anni, a cui chiesi le prime informazioni. Salii verso piazza Castello; da lì si sentivano in modo distinto i lamenti; invece, verso Arret i Santi, regnava un silenzio tombale. La mia impressione era che fossero morti tutti. Trovai un corpo già avvolto in un lenzuolo. Arrivai a Tarantino, dove era stato utilizzato un pulmino per il trasporto scolastico per ricoverare gli anziani. Non ci si rendeva conto della reale gravità della situazione. Il sindaco era fuori Teora. La gente trovò riparo nelle automobili. Il corso era inaccessibile, una muraglia di calcinacci. Al chiaro di luna si vedeva che non c’era più niente. Da via Monte si vedeva direttamente Lioni, quando prima le case ti ostruivano la vista. Sopra la Chiesa si propagavano le fiamme di una casa.

 

Ecco un’altra testimonianza di una casalinga teorese che in quella sera di novembre perse una figlia.

 

Quella domenica sera ero in casa, accanto al camino, e lavoravo all’uncinetto, nella casa dove vivevo con due figli, un ragazzo di 15 e una ragazza di 13 anni. Era una costruzione abbastanza vecchia, costruita molti anni prima e situata nella parte centrale di Teora. Il pomeriggio lo avevo passato in campagna. Nel tardo pomeriggio ero andata a richiamare mia figlia in piazza per riportala a casa, visto che aveva da fare i compiti e tardava a rientrare. Era una cosa che non avevo mai fatto prima. Però un’amica di mia figlia la venne a chiamare nuovamente e lei uscì per un’altra passeggiata per le vie del paese. Ad un certo punto iniziò a tremare la terra: tentai di scappare, ma rimasi imprigionata nel crollo delle mura e di quei secondi ricordo solo il buio. Fortunatamente un vicino di casa riuscì a liberarmi dalla morsa delle pietre e raggiunsi gli altri sopravvissuti nella piazza di Teora, dove fui anche medicata per la vistosa ferita alla fronte che avevo riportato. Intanto incontrai mio figlio, che era rimasto illeso. Il mattino seguente mi incamminai verso casa, alla ricerca di Teresa, ma il parroco mi fermò chiedendomi dove stessi andando. Gli risposi che andavo a cercare mia figlia. Mi rispose che era inutile perché Teresa era morta, schiacciata dal crollo di un balcone lungo il corso. Fui trasportata all’ospedale d’Oliveto Citra per altre medicazioni, ma volevo tornare a Teora per poter vedere il corpo di mia figlia.

 

Queste testimonianze, raccolte direttamente dalla voce dei sopravvissuti, non hanno certo la pretesa di dare informazioni storiche esaustive; vanno lette più nell’ottica della commemorazione e del ricordo; però, attraverso operazioni di questo tipo, compiute in maniera seria e rigorosa, si potrebbe favorire il recupero della memoria dei singoli ma anche delle comunità, in modo tale da salvare dall’oblio un pezzo così importante di storia irpina. Il tentativo di ricostruzione di una memoria collettiva e individuale, insomma, può rappresentare un primo elemento su cui basare la scrittura quanto più possibile corale, ma non per questo omogenea e semplicistica, del terremoto.

 

 

NOTA BENE: Questo lavoro riprende e rielabora due miei lavori precedenti: la mia tesi di laurea in Storia dal titolo “Irpinia 1980-1992: storia e memoria del terremoto” (Università di Siena relatore il prof. Santomassimo) e un saggio apparso sul numero 143 di Italia contemporanea (giugno 2006) dal titolo “Il terremoto dell’Irpinia: storiografia e memoria”.

                                                                        

                                    

(Tutti i diritti di riproduzione sono riservati. I trasgressori verranno puniti a norma di legge).

 

 

Stefano Ventura


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