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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


20 febbraio 2012

Ripensare le geografie dell'interno

Da Il Mattino, 20 febbraio 2012

E' inaccettabile la lontananza che di fatto separa Napoli dai paesi dell'Alta Irpinia sommersi dalla neve dei giorni scorsi.  Franco Arminio ha colto bene il problema quando dice che “per Caldoro venire in Irpinia è come andare in Mongolia”.

Questo grido di aiuto non è venuto solo dal nostro entroterra ma ha accomunato tutta l'Italia dell'Appennino, dalla Val Marecchia al Matese, dalla Val Roveto ai paesi più impervi della Basilicata.

L’emergenza, purtroppo, per le aree interne dura tutto l’anno, e di volta in volta chiede ai cittadini e alle istituzioni locali di lottare contro la chiusura di un ospedale, la soppressione di treni e corse di autobus, gli accorpamenti di scuole, l’allarme per una nuova discarica.

Ci sono state molte pagine che hanno descritto questa antinomia tra costa e interno, tra sovraffollamento e abbandono, tra governo centrale e autonomie decentrate. Già Carlo Levi nella sua opera più famosa scriveva che “finchè Roma governerà Matera, Matera resterà anarchica e disperata, e Roma disperata e tirannica”.  Resta anche tremendamente d’attualità l’analisi di Rossi Doria, che parlava di “osso” e “polpa” del Mezzogiorno.

Oltre alla constatazione di uno stato di cose presenti, esiste oggi un progetto, più progetti per dare speranza e futuro alle aree interne?

E’ questo il tema centrale dell’appuntamento di oggi nel quale verrà presentato il rapporto dell’Osservatorio sul Doposisma sulla “fabbrica del terremoto” (alle 16 e 30 al Circolo della Stampa di Avellino). Nel rapporto c’è un quadro storico dell’intervento di industrializzazione successivo al sisma del 1980, ma ci sono anche alcune proposte di attualità per il Mezzogiorno.

Siamo di fronte a due fenomeni nettamente contrapposti ma ugualmente assurdi, la disperazione e la desolazione delle zone interne, dove chiudono gli ospedali, le scuole, i servizi, mancano treni, autobus, strade comode, e poi c’è il soffocamento delle metropoli, dove si impazzisce e si soffre per la mancanza di spazio vitale.

La convinzione di chi propone questa analisi è che non servono solo le grandi opere, che finiscono presto per alimentare lo spreco; serve tantissimo l’ordinario, una manutenzione e una cura quotidiana del territorio. Non serve a questo Sud solo l’alta velocità, serve soprattutto una velocità normale, una modernità possibile e non esclusiva.

Si fa un gran parlare di riforme e si parla anche della soppressione delle Province e di accorpare i piccoli paesi. Non entro nel merito delle proposte, anche se penso a quei piccoli paesi appenninici isolati dalla neve, con strade dissestate e decine di chilometri distanti da un altro comune, dove almeno un sindaco poteva agire con quel minimo di autorità in suo possesso. Sarebbe saggio ripensare le geografie dell’interno, come scrive Vito Teti, un antropologo calabrese; sarebbe utile per la provincia di Avellino instaurare un discorso aperto e continuo con le aree che condividono la nostra conformazione orografica su tutto l’Appennino, le montagne e le acque, in un ottica di reciproca conoscenza e azione comune. Ci sono diverse potenzialità e settori strategici (le energie rinnovabili, l’agroalimentare e l’enologia, la cura e la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, il turismo sostenibile).

Purtroppo, darsi da fare da soli non basta; anche far agire in maniera univoca tutti i piccoli paesi dell’Appennino potrebbe non bastare, se si lavorasse in contraddizione con le condizioni di sviluppo nazionali, europee e mediterranee.

Un patto tra politica, società civile, imprenditoria e centri di ricerca e promozione culturale, basato sui problemi reali e ordinari, sarebbe però un ottimo punto di partenza.


Stefano Ventura

www.osservatoriosuldoposisma.com


15 febbraio 2012

Come ricominciare. Fabbriche, sviluppo, aree interne


Lunedì 20, ore 16 e 30 ad Avellino

(Circolo della Stampa)

 


11 novembre 2010

Non sembrava novembre quella sera

 La memoria del terremoto, utile se critica
(Stefano Ventura)

Il Mattino, 14 novembre   

Chi ha vissuto in prima persona la scossa delle 19 e 34 del 23 novembre 1980 ricorda nel dettaglio quell’interminabile minuto e mezzo di onde sussultorie e ondulatorie. Per gli abitanti dei paesi del Cratere, quel brevissimo lasso di tempo ha significato il sovvertimento totale della realtà, uno spartiacque definitivo nelle vite di ciascuno. Non è facile narrare la sofferenza e la dimensione di shock individuale e collettivo di chi visse il terremoto. Quando si prova a raccogliere i ricordi, tutti i racconti che rievocano la domenica del 23 novembre fanno riferimento alla giornata tiepida, serena, cosa che a novembre accadeva poche volte nelle zone interne di Campania e Basilicata. La credenza popolare ha sempre associato la calma dell’aria a un ribollire delle viscere della terra e alla potenza della natura.

Gli eventi che si stanno preparando per commemorare il terremoto del 1980 sono molti e diffusi, in parziale controtendenza con le  rievocazioni degli ultimi anni, più tendenti alla stanchezza e alla routine. Le istituzioni e le associazioni hanno voluto cogliere l’occasione per immaginare, ognuno a suo modo, un tributo a chi morì il 23 novembre 1980 e per investire nella prevenzione e nella conoscenza del rischio sismico. La frammentarietà di eventi e commemorazioni da alcuni è stata vista come il sintomo della creazione di una memoria finalmente condivisa. In realtà lo spirito d’iniziativa istituzionale non vuol dire per sillogismo che la gente e le comunità che vissero il terremoto condividono in maniera univoca la memoria del sisma e della ricostruzione.

Discutendo e cercando di stimolare la memoria di chi ha vissuto direttamente quel momento e gli anni della ricostruzione, emergono due sfere distinte del ricordo; quella delle distruzioni, della scomparsa di persone e luoghi cari, del senso di perdita e di spaesamento, e un rovescio della medaglia, che induce a considerare il periodo della ricostruzione, il cambiamento accelerato di abitudini e scenari, le polemiche sugli sprechi e i tempi lunghi, le promesse andate deluse, la profonda contraddizione tra modernità e inefficienza.

Di fronte a dolorose rivisitazioni, quindi, molti preferiscono la dimensione privata e soggettiva del ricordo alle rievocazioni pubbliche. Inoltre, un evento traumatico non sempre può essere ricordato con costanza, perché provocherebbe continue sofferenze. Le rimozioni possono essere, quindi, collettive e istituzionali, perché questa è una reazione necessaria per continuare ad abitare luoghi sottoposti al rischio sismico e ambientale, e anche individuali, perché la reminiscenza del dolore lo rinnova e lo ripropone. Omero dice nell’Odissea che “l’oblio curativo, come il vino d’Elena, guarisce dal dolore”. Per questo alcuni studi hanno chiamato “oblio terapeutico” questo tipo di processo individuale e pubblico.

In contrapposizione all’oblio terapeutico si può e si deve coltivare un tipo di memoria che si potrebbe definire utile; le operazioni di recupero, di tutela e di trasmissione della memoria dovrebbero essere strettamente legate alla formazione e alla consapevolezza del rischio sismico e interessare direttamente le comunità e in particolare le nuove generazioni. La prima forma di Protezione Civile è, infatti, l’azione dei cittadini nelle immediate conseguenze di un sisma. Chi, come me, non ha vissuto direttamente il momento della scossa perché è venuto dopo, ha sentito parlare del terremoto dell’Irpinia quasi sempre per spirito di polemica e di accusa, nel dibattito pubblico, mentre ha ascoltato i racconti e le sensazioni di quella sera più spesso nella sfera privata. L’occasione che il trentesimo anniversario pone è quella di avviare un cammino verso la verità e la costruzione di una memoria collettiva, ma non per forza condivisa; non tutti hanno vissuto lo stesso tipo di esperienza dopo il terremoto, e non può esserci un’unica narrazione di sintesi di un evento complesso come quel terremoto. Oltre agli appuntamenti delle prossime settimane, sarebbe auspicabile creare dei luoghi e delle strutture permanenti che diano a chi vorrà saperne di più, con spirito critico e senza pregiudizi, gli strumenti necessari a farlo.

Il contributo che ho inteso portare alla costruzione di una memoria utile e collettiva è la selezione di testimonianze, la descrizione dei giorni dell’emergenza e delle prime risposte delle comunità, alcune considerazioni su che cos’è oggi la memoria del terremoto, che ho riportato in un libro (Non sembrava novembre quella sera. Il terremoto del 1980 tra storia e memoria, Mephite).


  LUNEDI' 15 NOVEMBRE, ore 17 e 30

CIRCOLO DELLA STAMPA, AVELLINO


L'Archivio storico della Camera del Lavoro CGIL di Avellino organizza

RILEGGENDO IL TERREMOTO

presentazione dei libri di:

STEFANO VENTURA, Non sembrava novembre quella sera, Mephite

PAOLO SPERANZA, 19 e 35, Scritti dalle macerie, Laceno

BENVENUTO BENVENUTI, Semiseria analisi lessicale di una catastrofe naturale, Montedit.


24 febbraio 2010

FMA, SIVIS e co.: la dignità dei lavoratori e un declino senza fine



Periodicamente mi sono trovato a scrivere di situazioni drammatiche nel campo del lavoro e dell'industria nella nostra provincia; prima la Bitron, poi la SIVIS, e via via il resto. Pochi giorni fa si è consumata un'altra vicenda allarmante, non per i contenuti e il fatto in sè, ma perche rappresenta il segnale di una disfatta ormai prossima, checchè ne dicano i politici di ogni schieramento che si apprestano a contendersi i seggi e gli stipendi del consiglio regionale della Campania.

Per chi non lo sa, lo scorso sabato circa 11 camion dovevano entrare alla FMA per portar via i motori destinati alle fabbriche FIAT all'estero; gli operai che presidiavano i cancelli sono stati presi a manganellate per lasciar passare i tir. Per inciso, la FIAT ha registrato negli ultimi mesi un utile del 5,9% e ha incamerato circa 1 miliardo di euro grazie agli incentivi statali del 2009 per la rottamazione. Ma preferisce spostarsi in Turchia.
Se una delle realtà produttive più grandi della provincia è in questa situazione, il resto non sta meglio; i dati parlano circa di 9mila disoccupati in più nel 2009 in provincia e di un aumento del 380% del ricorso alla cassa integrazione.
Nel post precedente parlavo di emigrazione, l'altro lato di una medaglia molto molto corrosa ormai; leggere questi dati preoccupa, soprattutto pensando alle persone in carne e ossa che subiscono questa disfatta senza averne alcuna colpa, così come non  è possibile assolvere imprenditori fasulli e cinici con la scusa della crisi.
Intanto a Sant'Angelo in Tribunale i creditori della SiVIS non hanno accettato il concordato proposto dall'azienda; si va verso il fallimento di una fabbrica che non aveva mai fatto cassa integrazione e che aveva commesse sufficienti ancora per lavorare molti mesi.
Oggi su ottopagine è riportata la lettera di un rappresentante dei lavoratori della SIVIS, la riporto qui sotto per far riflettere e perchè dice chiaramente come stanno le cose:

“Ormai il diritto al lavoro, che è scritto nella nostra costituzione corre il rischio di diventare un sogno. Quello che più ci preoccupa è che nessuno ma proprio nessuno voglia attivarsi in modo tale da poterci far uscire fuori da questo tunnel. Dire che lo Stato è assente è troppo poco, non esiste. Il paradosso è che per gli imprenditori esiste eccome, fiumi di euro vengono erogati e zero controlli. Vedi Fiat che prende soldi e poi produce nei paesi dell’est e l’FMA rischia di chiudere, oppure come nel nostro caso, quello della Sivis, che prende milioni di euro con la legge 219 con l’obbligo di restare aperta almeno dieci anni, e al decimo anno e un giorno i signori imprenditori decidono di chiudere. Bene questi sono solo due casi evidenti, ma ne esistono a centinaia, e i nostri politici??? Vogliamo dire qualcosa ai nostri politici locali???
Quelli che per tutti questi anni si sono solo preoccupati di cambiare le poltrone una volta a destra, una volta a sinistra, con una certezza, quella che loro, gli stipendi e che stipendi! se li sono garantiti, e adesso vengono davanti ai cancelli delle aziende in crisi, a portarci la loro solidarietà, a promettere, a esibirsi in qualche servizio fotografico, in qualche intervista. E già, tra un mese ci sono le Regionali e quindi adesso possono ripromettere tutto e a tutti.. Basta con le parole, vogliamo fatti, noi lavoratori una dignità ce l’abbiamo e non siamo intenzionati a fare un passo indietro , lasciateci manifestare, questa è democrazia e ricordatevi che senza i lavoratori non si esce dalla crisi! Ma cosa fanno caricano e sgomberano senza un minimo di sensibilità verso i lavoratori che sono nelle tende in presidio come abbiamo fatto noi, forse pensano che lo facciamo per divertimento, per un campeggio fuori stagione? Tutto questo non potrà continuare ve ne rendete conto? o ve ne renderete conto comunque! Noi ci saremo sempre perché siamo certi di essere nel giusto”.


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