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Diario


14 settembre 2012

Terroni, briganti, meridionali: il dibattito, le polemiche, i fatti storici

Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero di Nuovo Millennio - Echi di Teora. 



Terroni, briganti, meridionali: i problemi del Sud,150 anni dopo

 

Stefano Ventura

 

Nel 2011 si sono svolte le celebrazioni per i 150 anni trascorsi dall’ Unità d’Italia, con una giornata di festa nazionale, il 17 marzo, e una lunga serie di eventi, convegni e altrettanti libri e studi pubblicati.

Festeggiare la ricorrenza dell’Unità ha provocato molte polemiche da parte di chi quell’Unità la digerisce malvolentieri, perché vede uno squilibrio nella distribuzione di tasse e sovvenzioni, di contributi e sprechi tra Nord e Sud; in particolare la Lega Nord ha puntato il dito più volte contro le celebrazioni e anche contro i simboli nazionali, tricolore in particolare.Sulle tesi e gli argomenti usati, però, bisognerebbe parlare a lungo e scendere in profondità, mentre spesso si usano cifre ed esempi utili solo alle argomentazioni di parte.

Però si sono potute ascoltare anche versioni totalmente opposte, alcuni libri e teorie, di chiara impronta meridionalistica, che prendevano di mira il modo in cui fu unificata l’Italia. Tra questi saggi  ha riscosso insperati successi di vendita (250mila copie vendute) il libro di Pino Aprile, “Terroni.Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero“meridionali” (Piemme edizioni). 

L’idea di fondo del volume è quella di svelare e dare testimonianza delle tante ingiustizie compiute ai danni della popolazione meridionale dal momento dell’unificazione in poi, inaugurando una storia segnata nel corso dei decenni dall’emigrazione e dalla leva militare obbligatoria.

La polemica su come è stata unificato il Paese, a danno del Meridione, è la spina dorsale delle argomentazioni di Pino Aprile. Si parla, per esempio, di “saccheggio del Sud”, e in particolare del prelievo di cifre rilevanti di denari dalle banche del Sud a vantaggio delle casse statali del Regno d’Italia. Inoltre, si descrive la feroce guerra civile dei soldati piemontesi contro i briganti e si parla  di subalternità, cioè di quel senso di inferiorità costruito in piccole dosi tra i cittadini del Sud.

La tesi del saccheggio delle risorse del Sud a favore del nuovo Stato pare avere come affermazione implicita il fatto che la situazione del Mezzogiorno, prima dell’Unità, fosse migliore di quella successiva all’annessione alla spedizione dei Mille. Le cifre, che tra l’altro nel libro di Aprile non mancano, e la lettura complessiva ci dicono che il Mezzogiorno del 1860-61 era prevalentemente povero, dominato dal latifondo, con una assoluta scarsità di mezzi e di condizioni preliminari a una parvenza di sviluppo.Un dato per tutti: al Sud i chilometri di ferrovia erano pari a un quarto diquelli delle regioni settentrionali.

Le pagine di letterati e di vari intellettuali, anche stranieri, ci testimoniano di come, al di là di Napoli e Palermo, il Sud fosseuna enorme distesa di boschi e territori inospitali, in cui si annidavano i banditi e varie malattie (il tifo, la malaria). Agli inizi dell’Ottocento,Creuze de Lesser affermava lapidariamente: “l’Europa finisce a Napoli e vifinisce assai male. La Calabria, la Sicilia, tutto il resto appartiene all’Africa”.

Proprio in quegli anni, però, si misero in bella luce numerosi storici e politici meridionali, che lottarono con entusiasmo e alto valore morale per risolvere i problemi del Sud all’interno del nuovo Stato, in Parlamento e nelle istituzioni; tra questi ricordiamo Francesco Saverio Nitti (originario di Melfi), Giustino Fortunato da Rionero in Vulture, gli irpini Francesco De Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini.

Aprile nel suo “Terroni” analizza in profondità le forme e gli episodi che caratterizzarono il brigantaggio (“finora avevamo i briganti” – sottolinea Aprile citando fonti dell’epoca – “e vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena, vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è causa del popolo”).

E’ evidente il giudizio severo dell’autore nei confronti dell’azione repressiva adottata dai Savoia subito dopo l’Unità ( il capitoloche affronta il brigantaggio è intitolato “La strage”). Il tema che passa sottola definizione generica di brigantaggio è stato trattato in maniera contraddittoria dalla storia nazionale, senza contributi specifici di particolare peso, mentre sono molte le opere di storia locale e saggistica prodotte da autorimeridionali, così come attraverso la musica è stata recuperata e diffusa unavalenza quasi eroica dell’esperienza ribelle dei briganti.

E’ senza dubbio illuminante leggere le pagine di chi havissuto da attore protagonista quelle vicende, come ad esempio Carmine Donatelli Crocco, di Rionero in Vulture, che ha messo per iscritto le sue memorie mentre scontava la sua pena (il libro si chiama Come divenni brigante). Nelle sue considerazioni, Crocco ammette e descrive anche gli aspetti più cruenti e violenti delle azioni di guerriglia dei briganti contro l’esercito piemontese e contro chi nel Sud lo sosteneva, e spiega chiaramente le motivazioni che spingevano alla ribellione, e nel suo caso particolare le ingiustizie subite dalla sua famiglia per mano di un signorotto locale.

Se il numero di meridionali che perse la vita in quella vera e propria guerra civile fu senza dubbio troppo alto, è anche vero che lareazione dei ribelli era di difesa e di distruzione, ma non proponeva nessunasoluzione alternativa per il destino del Sud, se non il ritorno allo status quoborbonico. Rispetto a un'altra delle tesi forti del libro di Aprile, quella della “educazione alla minorità”, sembra che in 150 anni non sia cambiato niente, perché è questa una visione passiva e piagnona della propria realtà; se il Sud non acquista consapevolezza dei suoi problemi reali e non si rende protagonista diretto della soluzione degli stessi, anziché chiedere che sianoaltri a farlo, difficilmente l’eterna questione meridionale potrà avviarsi a un esito positivo.

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