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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


14 dicembre 2010

Scompare De Vito. Aveva 84 anni

E' morto Salverino De Vito, esponente democristiano di spicco, ministro per il Mezzogiorno, a lungo anche sindaco di Bisaccia. Fu uno degli artefici della legge 219 e di tanti decreti delle ricostruzione post-sisma.
Metto qui un articolo di Franco Arminio che allarga le considerazioni non solo alla sua figura ma alla coscienza civile odierna degli irpini.



L'ultimo viaggio del Senatore

Il tredici dicembre è il giorno più corto dell’anno. Oggi tra noi e il cielo c’era un muro di nuvole. E noi qui molto simili a ombre, con cuori piccoli e facce grigie. Da un po’ di tempo vedo questa dilatazione del grigio, viene fuori dai discorsi che facciamo, a volte perfino dai sorrisi. Non è che prima c’era un tempo bello a cui è succeduto un tempo brutto. Quello che forse è cambiato è lo spazio intorno alle cose, lo spazio e il tempo. Le cose e le persone prima stavano al centro. Ai bordi c’era una cornice di vuoto. Questo valeva per una rondine, per una panchina, per un programma televisivo. Adesso è come se a ogni situazione fosse stata tolta l’aria. C’è quella cosa e basta, c’è una stretta di mano, c’è un gelato, c’è un articolo di giornale. Le cose non sono seguite e precedute da niente. Nascono al momento in cui nascono e finiscono al momento in cui finiscono. Mezzo secolo fa le cose erano preceduto nel loro nascere ed erano seguire nella loro fine. Non è che la vita fosse più bella o più sensata, era una cosa mescolata, il visibile e l’invisibile stavano alla stessa tavola, si spartivano l’onere e l’onore della culla e della camera ardente, di un insulto e di un bacio. Tutto questo può essere anche tradotto dicendo che dentro gli uomini c’era una fede, poteva essere dio o il comunismo ma era una cosa che un poco trascinava le persone fuori di se stesse.

Oggi c’è che Salverino è morto e torna al suo paese che non c’è più. I luoghi muoiono, come le persone. La differenza è che ai luoghi può accadere di rinascere. Alle persone no, almeno per come potevamo vederle quando erano vive, con il loro corpo, la loro faccia. Salverino De Vito è arrivato in un carro di onoranze funebri Irpinia percorrendo per l’ultima volta la strada che unisce Avellino all’Irpinia d’Oriente. Lui abitava nella strada in cui sono nato e abitavo pure io. Tante volte ho visto gruppetti di persone davanti alla sua casa. Lo aspettavano per chiedere un favore che prima o poi riuscivano pure ad ottenere. Ho sempre sospettato che non fosse amato dal suo paese, come credo non sono amati tutti gli altri capi dell’ex Democrazia Cristiana. E questo non per colpa dei loro meriti o demeriti, semplicemente perché questa terra non sa amare niente e nessuno. L’Irpinia è una provincia ingrata e oggi al cimitero di Bisaccia questa ingratitudine era evidentissima. Non c’erano gli amministratori dei paesi vicini. Non c’erano i bidelli, gli uscieri, gli applicati di segreteria, non c’era tutta quell’umanità che a lui aveva provveduto a sistemare. La classe politica che stamattina sui giornali osannava De Vito intuisce che in questa provincia certe imprese sono destinate a cadere assai presto nell’oblio. E a De Vito questa sorte era toccata già in vita. L’ho visto tante volte negli ultimi anni seduto davanti alla porta di casa, in compagnia solo della sua sigaretta. Provavo un po’ di pena per la sua malattia che mi pareva curiosamente intrecciata a quella del nostro paese.

Adesso la malattia è finita. Salverino riposa in seconda fila in un loculo posto nel muro di cinta del cimitero, subito a destra dopo l’ingresso. Non era un notabile e non si era fatto la cappella. Il suo ultimo arrivo al suo paese meritava comunque un abbraccio e invece non è stato proclamato neppure il lutto cittadino. Il popolo che ascoltava i suoi comizi oggi non c’era e soprattutto non c’era il suo partito, non c’erano i tanti tecnici e imprenditori che ha fatto arricchire con le sue leggi. È difficile avere amici al mio paese e lui non ne aveva. È stato accolto da un paese senza lacrime, un paese che non è stato distrutto da De Vito, ma che si è distrutto usando De Vito. Il clientelismo non è possibile solo con un politico che fa favori a volte indebiti, ci vogliono anche persone che questi favori li richiedono. E così è stato per il momento della ricostruzione post-terremoto. De Vito, senza volerlo, ha dato a ognuno la sua casa e ha tolto a ognuno il suo paese.

Bisogna indovinare tante cose nella vita, compreso il momento giusto per morire. Se De Vito fosse morto trent’anni fa il paese sarebbe stato attraversato da un’emozione fortissima. Adesso ognuno sta nella sua tana, vanno in giro solo unghie pronte a carpire, a portare il bottino nella cuccia. Adesso è come se qui ognuno di noi fosse già morto. Siamo tutti una banda di inesistenti in un mondo che non c’è più.

Franco Arminio, da il mattino del 13-12-2010


Articoli 

Il Corriere del Mezzogiorno

Repubblica Napoli

Irpinianews



25 settembre 2010

Piccola storia di Addaì



Tra le conseguenze delle scelte sulla sanità in Irpinia, è apparsa sui giornali una vicenda singolare; è la storia di Addaì Kwaku, un ghanese di cui non si conosce l’età.

Il 118 aveva trovato l’unico letto disponibile a Bisaccia, dopo che Addai era caduto dall’impalcatura in un cantiere di Castel Volturno.Da allora, Addaì non ha più ripreso conoscenza e vive sospeso in coma neuro-vegetativo in un letto del reparto di lungo degenza del «Di Guglielmo».

Da ottopagine si legge che, "grazie alle ricerche di una associazione di volontariato, si è venuti a conoscenza che Addaì ha lasciato in Ghana moglie e quattro figli i quali per due anni, dal giorno dell’incidente, avevano perso ogni contatto con il proprio congiunto che ora difficilmente rivedranno: troppe le difficoltà di ordine burocratico ma, soprattutto, troppi i soldi che servirebbero per il viaggio in Italia. A Bisaccia è arrivato il fratello, Isaac, che era anche lui a Castel Volturno. I medici e il personale dell’ospedale destinato a chiudere, continuano ad accudire Addaì Kwaku in attesa dello smantellamento del presidio ospedaliero".

Non ho citato questa storia per suscitare chissà quali compassioni o pietà; è una storia che andava raccontata, per far aprire gli occhi su cosa è oggi, fuori dagli stereotipi, l’Irpinia.



24 settembre 2010

Perdendo la salute



La tanto temuta attuazione del piano regionale sulla sanità è giunta alla resa dei conti. Da giorni sul tetto dell’ospedale di Bisaccia ci sono i cittadini e gli amministratori che protestano. Stesse tensioni a Sant’Angelo. Il dissesto della sanità in Campania ha radici antiche, e non scendo qui nella cronistoria e nei motivi. Di sicuro gli sprechi e il dissesto non si sanerà chiudendo tutti e due gli ospedali dell’Alta Irpinia, che comunque insieme servono un’area di 60mila abitanti. Da oggi sarà più difficile curarsi in Alta Irpinia, e di questo i cittadini non hanno molta colpa, salvo quella di voler continuare ad abitare un territorio che si spopola e che dopo queste decisioni è destinato ad un rapido peggioramento.

Ecco nel dettaglio come cambierà la situazione:

Prendeil via la procedura che porterà alla chiusura dell’ospedale. Ed alladismissione del pronto soccorso e dell’unità operativa di chirurgia del«Criscuoli» di Sant’Angelo dei Lombardi. Un provvedimento del commissariostraordinario dell’azienda sanitaria di Avellino Sergio Florio fa tornare alivelli altissimi la tensione in alta Irpinia e rimette in moto la protesta.  Florio ha già predisposto - attraverso ladeliberazione 972 dell’8 settembre - un planning delle attività da porre inessere. Il commissario ha definito - illustrandole, in maniera chiara epuntuale, in una serie di schede - le varie tappe che porteranno allaridefinizione della sanità nelle zone interne della provincia. La dismissionedelle unità operative di medicina, chirurgia generale e lungodegenza - allocatepresso il «Di Guglielmo» di Bisaccia - dovrebbe essere avviata già il prossimo15 settembre con la dismissione e ricollocazione di attrezzature e tecnologie.Subito dopo - dal 1° ottobre - verrà avviata la cessazione dell'attivitàospedaliera, con lo stop al ricoveri e la predisposizione della dimissione odel trasferimento - a seconda della gravità dei casi - dei pazienti attualmentericoverati presso. Discorso a parte, invece, per lo Spdc (servizio psichiatricodi diagnosi e cura) che verrà trasferito presso il presidio ospedaliero diAriano. Nelfrattempo, nella struttura di Bisaccia verrà, invece, allocata la Sir(struttura intermedia di residenza), attualmente ospitato a Morra de Sanctis.L'emergenza territoriale sarà garantita, invece, attraverso l'attivazione delPsaut (servizi di assistenza ed urgenza territoriale potenziati) che, neifatti, è una sorta di primo soccorso con stabilizzazione del paziente edisposizione del trasferimento presso altre strutture. Lo stesso accadrà aSant'Angelo dei Lombardi, dove il Psaut - la cui attivazione prenderà il via ilprossimo primo ottobre, due mesi prima rispetto a Bisaccia - sostituirà ilpronto soccorso. Il «Criscuoli» sarà interessato - nell'ambito dellariconversione in polo riabilitativo - anche dalla dismissione dell'unitàoperativa di chirurgia e dalla riorganizzazione di medicina. Un doppiointervento drastico ed articolato, che ridimensiona il ruolo delle strutturesanitarie in alta Irpinia. Di fianco all'attivazione di nuovi Psaut presso lestrutture del ”Di Guglielmo” e del ”Criscuoli”, infatti, il commissario prevedela realizzazione (entro il prossimo 30 settembre) di un'analisi dei dati diattività dell'emergenza territoriale ed ospedaliera su base provinciale.

Michele De Leo, Il Mattino


9 maggio 2010

Irpinia dalla terra dell'osso alla terra della cenere

L'attività letteraria e anche culturale di Franco Arminio ha raggiunto ormai lo scenario nazionale, pur abitando a Bisaccia e vivendo l'Irpinia quotidianamente, dimostrando che abitare i piccoli paesi non vuol dire vivere una piccola vita (è lo slogan del festival di Cairano 7x, che quest'anno si ripeterà a fine giugno).  Riporto qui un articolo uscito oggi in cui Franco parla dei problemi d'attualità, un appello a scuotersi dal torpore e un quadro di prospettive negative ma purtroppo reali (chiusura degli ospedali, marginalità, svuotamento dei paesi). Secondo me in Irpinia ci sono anche aspetti positivi, realtà vive e buone pratiche, persone che lavorano sodo ma in silenzio. Aspetto di poter raccontare una replica di qualcuno che racconti quell'Irpinia, che c'è ma che non si mostra.

L’Irpinia: una terra nemica di se stessa
 
Il Mattino, 9 maggio 2010

L’Irpinia che viene rischia di essere un luogo orribile. Dal punto di vista dei servizi non ci sarebbe da meravigliarsi se, in breve tempo, ci ritrovassimo nelle condizioni in cui eravamo negli anni sessanta, con il danno ulteriore e, credo, irrecuperabile, di non avere intorno a noi e dentro di noi le speranze e gli umori positivi che circolavano in quegli anni. Penso in particolare all'Irpinia d'oriente. Qui ormai le case vuote sono molte di più degli abitanti. Il problema non è essere rimasti in pochi. Il problema vero è l'atteggiamento di chi nei nostri paesi ci è rimasto. Un paese di cento persone che amano la cultura e hanno rispetto degli altri è sicuramente migliore di un paese di mille abitanti in cui questi valori, che sembrano diventati inutili e fastidiosi orpelli, sono stati dismessi per partecipare ai fasti della miseria spirituale che dilaga in tutto l'occidente.
L'annunciata chiusura dell'ospedale di Bisaccia nasconde una verità ancora più amara: quell'ospedale di fatto da anni non è stato messo in condizioni di assicurare servizi adeguati e non mi riferisco a centri di eccellenza, ma ai servizi minimi ai quali un malato avrebbe diritto in uno stato che vuole definirsi “moderno” e “civile”.
In questi territori ormai veniamo chiamati a mobilitarci per difendere quel pochissimo che ci è rimasto, che ancora non ci è stato tolto. E, in genere, il risultato è che la briciola diventa sempre più piccola perché finisce sempre che bisogna spartirsela con altri difensori di briciole (in questo caso con l'ospedale di Sant'Angelo).
A Bisaccia permane una certa attitudine alle lotte sociali, basti pensare alla battaglia per il Formicoso. Per ora sembra che il pericolo è svanito e invece è solo rinviato. Attualmente nella nostra regione non c'è il minimo indizio di un ciclo avanzato nella gestione dei rifiuti. Andiamo avanti con solo due anelli delle catena: discariche e inceneritore di Acerra. Nessuna riduzione della produzione dei rifiuti, ridicole e false percentuali nella raccolta differenziata, assenza di veri impianti per la selezione e il riciclaggio. Con queste premesse è chiaro che la discarica sul Formicoso è ancora davanti a noi A meno che quel pezzo di terra lasciato libero non venga invaso da una selva confusa di pale eoliche. Come in una penosa catena di Sant'Antonio, qui si arriva a un'altra stazione del nostro calvario. Con tutte le pale che ci sono dovremmo come cittadini avere qualche beneficio. Il vento è un bene pubblico ma le pale fino a ora sono servite solo ad arricchire poche persone. Sembra di essere nei paesi arabi prima della nazionalizzazione del petrolio. Da questa veloce rassegna delle nostre croci sarebbe il caso di passare alle delizie, sarebbe il caso di segnalare che a giugno a Cairano ci sarà un evento straordinario, ma anche qui la domanda è la solita: gli irpini se ne accorgeranno? Siamo ancora in grado di cogliere il meglio considerano che siamo sempre più assuefatti al peggio? L’ultima nota è per questo mio articolo. Non ci sono nomi e dunque è destinato a non lasciare traccia. Ormai la barbarie impone che per ottenere risposte da qualcuno bisogna farne nome e cognome. E la risposta, allora, è immediata e, quasi sempre tagliente, rancorosa.
Quindi un riferimento chiaro, un nome in extremis lo voglio fare, è quello dei sindaci irpini, di tutti i sindaci irpini: abbiano il coraggio di andare in prefettura già dalle settimana prossima e di consegnare le loro fasce. Solo dimissioni collettive e immediate oggi potrebbero scuotere la ruggine che sta corrodendo tutto e tutti. Le dimissioni dei sindaci servirebbero a scuotere le istituzioni superiori ma anche a scuotere se stessi. Servono gesti clamorosi e generosi, serve impegno e, al tempo stesso, capacità di abbandonare le proprie cariche, quando queste non sono più utili al bene comune.
A Roma e a Napoli ormai ci trattano con indifferenza, ma non abbiamo nemici più grandi di noi stessi. Ad Avellino c’è un enorme teatro, un teatro che può raccogliere più di mille persone. Perché non usarlo per un gesto eccezionale, una grande manifestazione che serva a lanciare una vertenza irpina, la vertenza della terra dei paesi. Invitateci a partecipare, invitateci a sostenervi in scelte complesse, difficili, esposte. Solo così possiamo pensare di riammagliare i fili di una comunicazione e di una comunità che, allo stato attuale, non esiste, perché si è persa nelle incomprensioni e nei giochi di potere piccoli piccoli che giovano, forse, per un momento, ma che ci condurranno alla distruzione di questa terra.
A questo punto mi chiedo: chi dovrebbe organizzarlo questo raduno al Gesualdo? Come si fa a immaginare che di colpo centoventi campanili facciano risuonare la stessa campana? La prima risposta che mi viene in mente è che questo ruolo spetterebbe al sindaco del capoluogo. Oggi la politica non può essere mera gestione amministrativa, deve costruire cornici e dentro queste cornici i cittadini possono svolgere la loro azione. Adesso più che mai è necessario costruire una cornice irpina, un luogo in cui la politica diventi sintesi delle utopie meridiane e dello scrupolo nordico. Non è detto che i politici in servizio debbano limitarsi a svolgere la manutenzione della propria mediocrità. A volte, con un po’ di coraggio, si può andare anche oltre i propri limiti. Mi piacerebbe leggere nei prossimi giorni una risposta del sindaco Galasso. E se questa risposta non dovesse venire allora mi aspetto un’iniziativa senza indugi dai parti dei sindaci dell’Irpinia d’oriente. La terra dell’osso non può trasformarsi così repentinamente nella terra della cenere.

 
Franco Arminio

 


10 dicembre 2008

Viaggiando nel vento d'Irpinia

Vi propongo una lettura piacevole, un viaggio paese per paese in Irpinia, tratto da Genteviaggi. Il libro di F. Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela, è stato selezionato tra i migliori dell'anno dalla trasmissione di Radio3 Farhenheit. Complimenti all'autore.

“Restare a casa propria è una negligenza di cui, presto o tardi, si verrà puniti”. Così scrive Paul Morand in un prezioso libretto sul viaggiare. Mettiamoci in viaggio, allora, ma curandoci di non trascurare quei luoghi che aspettano semplicemente che qualcuno li guardi, li riconosca prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia.

L’Irpinia è una provincia solo dal punto di vista amministrativo. In realtà si tratta di una regione, costituita di territori molto diversi. Forse la parte più singolare di questa regione è quella che possiamo chiamare Irpinia d’oriente. Un nome che deriva innanzitutto dal fatto che si trova all’estremo lembo orientale della Campania, come una sorta di cuneo che si apre verso la Puglia e la Basilicata. Poi ci sono da considerare la particolare conformazione geografica (tortuosa fascia di terreni miocenici) e la storia di questi luoghi, esposti a continue invasioni dall’est. Basta vedere i volti degli anziani per rendersene conto, facce che parlano un linguaggio forte, deciso, facce che fanno pensare all’armenia, al Caucaso. Nel passaggio che in tante zone del sud si è compiuto dalla civiltà contadina alla modernità incivile, in un mondo che tende ad impastarsi e a divenire come la pasta di granchio giapponese con cui si fa tutto senza assaporare più niente, l’Irpinia d’oriente conserva un suo sapore, e lo si avverte attraversando quelle ragnatele di silenzio e luce che sono i paesi. Qui i paesi sono come fiocchi di neve: non ce ne sono due uguali. E tra un paese e l’altro c’è la terra dell’osso dove nei secoli si è costruita una civiltà della lentezza e del disincanto che accompagnava e un po’ leniva la penosa arretratezza  dei “cafoni”. Chi viene da queste parti deve disporsi a svolgere una serena obiezione alla civiltà della fretta e della distrazione, agli agi e ai disagi che comporta. Questi posti possono inserirsi significativamente nel circuito delle destinazioni rurali interne caratterizzate da un orientamento attrattivo di tipo ambientale, culturale e gastronomico: qui si può ancora respirare aria pulita, pensare a piedi, mangiare buon cibo.

 

Il viaggio inizia da Bisaccia, dal suo castello a lungo frequentato dai poeti. A parte il soggiorno di Torquato Tasso, qui Federico II riuniva a volte i poeti della sua scuola. Il paese ha una piazza da cui quando l’aria è chiara si vede il tavoliere di Puglia, la nuca sassosa del Gargano. Possono sconfortare i filari di case chiuse, l’assenza di dolci fanciulle a spasso, il vento spinoso che soffia anche d’estate, ma poi capitano certi giorni in cui la luce sembra la stessa dalle sette del mattino fino al tramonto, una luce che non sembra provenire da alcun luogo e ti fa stare nel paese con la sensazione che sei arrivato in un posto che non scorderai. A Bisaccia il verde dura meno di un mese, è il verde del grano che a fine maggio comincia ad ingiallire, a perdere il rosso dei papaveri. In quel grano da qualche anno si sollevano le grandi pale eoliche, sculture in movimento che a volt

e tagliano le nuvole basse in visita al paese. Non ci sono vetrine e il maestoso castello non ha altro che pietre. Da quasi trent’anni importanti reperti archeologici non riescono a trovare una degna sistemazione e questo è un po’ l’emblema di un paese che è un museo della vita mancata.

 

Per trovare un museo vero bisogna arrivare ad Aquilonia. Ma qui a mancare è il paese. Del vecchio abitato è rimasto qualcosa che adesso si vorrebbe far rivivere per fini turistici. Intanto, l’unica attrazione di Aquilonia è il museo della civiltà contadina. Si può dire che ormai ce n’è uno in ogni contrada, un po’ come le statue di Padre Pio, ma questo è davvero ben fatto, completo, organizzato con rigore. Il tutto si deve alla straordinaria passione e competenza di un uomo che si chiama Mimì Tartaglia. L’impresa gli è riuscita perché ha vissuto a lungo lontano dal borgo natio e si è tenuto lontano dai suoi succhi venefici. La sua collezione di “roba vecchia” all’inizio era oggetto di derisione. Ora non è più così, ora il passato non è più una cosa di cui disfarsi.

 

Anche a Calitri c’è un museo, quello della ceramica. Lo hanno costruito nel punto più alto, sistemando una serie di case che erano state danneggiate dal sisma dell’ottanta. La ceramica è una peculiarità autentica del luogo, ma se non si ha voglia di vedere anfore e vasi si può fare un giro nel centro antico. Qui il paese c’è e se lo si vede dalla zona detta di Santa Lucia ti offre una visione incantevole. Il disegno era dato dalla collina. Gli uomini ci hanno messo una sopra l’altra le loro povere case. Insomma, il tutto è straordinariamente superiore alla somma delle parti.

 

Da Calitri si va giù per un gomitolo di curve, poi un po’ di pianura ed ecco spuntare un altro paese in cui bisogna assolutamente fermarsi. Conza fu completamente distrutta dal terremoto dell’ottanta. Il luogo non venne spianato dalle ruspe. La nuova Conza fu ricostruita nella valle e ci si può passare in macchina per capire quanto sia geneticamente diversa dall’originale. Invece il paese vecchio si può solo percorrerlo a piedi fino a salire al campo sportivo che sta in cima alla collina. È il fascino dei luoghi abbandonati dall’uomo e che la natura lentamente si riprende. In una casa è cresciuto un fico, un’altra sembra la teca di un’erboristeria. C’è solo il rumore di qualche lucertola che guizza tra le pietre. Questo non è un posto da visitare in molti, venire qui è un po’ come andare al cimitero. Bisogna venirci da soli o con persone care. Si può restare mezz’ora o un intero pomeriggio, comunque si deposita il senso di aver visto qualcosa che ci rende meno apatici e indifferenti.

 

Da Conza si prosegue per Lioni dove ci si può fermare per comprare degli ottimi latticini. La meta però è più avanti, è l’abbazia del Goleto. Ancora un luogo di grandi suggestioni. C’è solo qualche monaco che si muove in punta di piedi. Il complesso è stato restaurato dopo il terremoto e offre manufatti artistici e architettonici di notevole pregio. Ma, come a Calitri, il tutto è superiore alla somma delle parti. Si può scattare qualche foto per dire agli amici che siamo stati in un posto bello, ma forse è meglio tirar fuori dalla borsa un libro e leggersi qualche pagina seduti su uno scalino. Stare qui è come accarezzare la propria vita e non c’è fretta di curiosare nella brochure che racconta l’affascinante storia di quest’abbazia. Bisogna solo accordarsi col respiro del luogo e piano piano il luogo ti porta dentro la sua quiete, te la soffia e non ti senti più naufrago. Senti che per un po’ sei salvo, in disparte dalla rissa e dall’inconcludente clamore di ogni giorno.

 

Il viaggio prosegue verso Rocca San Felice. Il borgo antico è stato tutto ricostruito con le pietre. Dovrebbe essere un allettamento per turisti. La gente del posto preferisce abitare le case col garage e la sala rustica. Il centro del paese è un bel tiglio e tutto accade un po’ lì, fuori dalla sua ombra è già periferia. Da queste parti si trova la Mefite, una pozza di fango grigiastro che per Virgilio era la porta degli inferi e che può essere una trappola mortale per chi ha l’ardire di avvicinarsi troppo. Più agevole salire verso la Rocca dove Federico II fece rinchiudere suo figlio Enrico. La salita è breve, ma ripida. Si arriva su con un filo d’affanno e se con voi c’è qualcuno che vi vuole abbracciare, qui sentirete meglio che altrove il dolce brivido di avere un corpo, di essere vivi.

 

A proposito di abbracci, la prossima visita è a Gesualdo dove soggiornò il grande madrigalista Carlo Gesualdo che si ritirò nel bellissimo castello dopo aver ucciso la moglie rea di flagrante  adulterio. Il “principe dei musici” vi rimase diciotto anni e compose molta della sua musica che, assieme alle vicende della sua vita, ne ha fatto un personaggio di grande interesse. Werner Herzog qui ha girato un film e un progetto simile aveva Bernardo Bertolucci. Il paese ha un edificio assai curioso che chiamano Cappellone, una bella fontana e tanti portali di pregevole fattura. Il paesaggio comincia a essere diverso da quello dell’irpinia d’oriente. Lì c’è solo grano. Da qui s’intravedono le colline che danno i grandi vini come il Taurasi o il Greco di Tufo. Siamo vicini a Fontanarosa, la meta finale del nostro viaggio.

 

A Fontanarosa si fanno ottimi salumi, si lavora la pietra con antica maestria. Ad agosto i buoi tirano il carro di paglia, straordinaria creazione collettiva che ha resistito ai vaneggiamenti della modernità. Siamo in un paese dalle mani buone. Forse non basta a farne una località di grande attrazione turistica, ma una breve visita se la merita, come la meritano quasi tutti i paesi irpini che  non abbiamo elencato. Penso innanzitutto a Senerchia e a Zungoli e poi, solo per dirne alcuni, a Frigento, Greci, Montefusco, Trevico, Montemiletto, Torella, Cairano, Avella, Monteverde.

 

L’Irpinia, dunque, è la terra dei paesi. Ce ne sono centodiciannove, piccoli e piccolissimi (uno solo supera i quindicimila abitanti). Sono paesi da due righe nella garzantina universale, ma a visitarli può venirne ancora qualche sentimento.


15 agosto 2008

Irpinia, segni di (r)esistenza

Ne ho parlato fino alla noia nei mesi scorsi. Per me questa vicenda è un bivio tra vita o desolazione. Lunedì 18 succede però qualcosa di importante. Speriamo che si possa invertire la rotta.

Vi sembra questo il posto migliore per una discarica?


29 aprile 2008

Se l'Irpinia diventa immondezzaio



Gli aggiornamenti degli ultimi giorni dicono che, oltre a far aprire Savignano e S. Arcangelo Trimonte, De Gennaro stia premendo per individuare nell'area del Formicoso il territorio adatto per una discarica di proporzioni stratosferiche: 2 o 3 milioni di tonnellate di rifiuti, compresi rifiuti speciali, ma alcuni parlano anche di 13 milioni di tonnellate.
Il 5 luglio è l'ultimo giorno di autonomia per la Campania, dopo di chè non ci sarà più posto per la munnezza. Nonostante sia stato acclarato che il ciclo dei rifiuti è inesistente a Napoli e Caserta e anche ad Avellino città stenta a partire, sta avanzando al teoria del "grande buco" per infossare i rifiuti di Napoli, e si pensa al Formicoso.
Se questa idea si realizzerà, possiamo dire addio ad ogni illusione di sviluppo per l'Irpinia, a ogni tipo di coltivazione agricola, di turismo o agriturismo, alle eccellenze gastronomiche, e potremmo rassegnarci a un destino di pattumiera e di succursale delo scempio partenopeo. E per di più siamo gli unici (forse solo Salerno può essere salvata) che fanno raccolta differenziata, compostaggio e un minimo di tutela ambientale (anche se ci sono segnali preoccupanti su questo fronte) e quindi abbiamo responsabilità limitate in questa emergenza infinita. Se ogni provincia si curasse dei suoi rifiuti, come anche la legge prevede, Napoli sarebbe costretta a modificare le sue abitudini, come noi abbiamo fatto.
Ieri un articolo di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica spiegava bene le prospettive dell'immediato futuro.
La Comunità Provvisoria sta valutando una proposta diversa per il Formicoso e l'Irpinia d'Oriente, un parco regionale a carattere culturale e paesaggistico; ABBIAMO IL DOVERE DI COMBATTERE contro queste idee semplicistiche di risoluzione della questione rifiuti (questa del Parco è un modo per farlo) , e soprattutto, cercare di mantenere le nostre 
bellezze intatte.

 

    (Giuseppe D’Avanzo - La Repubblica)

    MOSTRUOSA PIATTAFORMA IN IRPINIA

    Dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi, la conferma ufficiale. Qualche estratto:

    Il commissario Gianni De Gennaro ha fatto due conti e ha concluso che “dal 5 luglio le potenzialità di smaltimento delle 7.200 tonnellate prodotte giornalmente in Campania saranno inadeguate rispetto al fabbisogno”. Lo ha detto agli amministratori, ai presidenti delle province, al presidente della regione, Antonio Bassolino. Ne ha discusso con Silvio Berlusconi che sarà presto a Napoli per il primo consiglio dei ministri. Ha preparato un piano di priorità, che il Cavaliere - in cerca di un primo colpo vincente per il suo governo - ha condiviso. Due nuovi impianti a Savignano Irpino (apertura prevista, il 20 maggio) e a Sant’Arcangelo Trimonte (pronto il 5 luglio) dovrebbero consentire di tirare in lungo fino a quando non sarà allestito il “Grande Buco” che inghiottirà tutta l’immondizia della regione.
    Una “piattaforma plurifunzionale”, la chiamano, dove scaricare e trattare due, tre milioni di tonnellate (ma c’è chi, sottovoce, sussurra di capacità fino a 13 milioni) di “rifiuti speciali solidi, liquidi, fangosi, pericolosi, non pericolosi”. La “piattaforma” dovrebbe essere preparata in Alta Irpinia nel pianoro di Formicoso tra i borghi agricoli di Vallata, Bisaccia, Lacedonia, Andretta, Vallesaccarda, al centro di un territorio di 286 chilometri quadrati con una densità di 61 abitanti per chilometro. [...]

    Gianni De Gennaro vuole soltanto chiudere la fase dell’emergenza (è il suo incarico), ritornarsene a Roma e a nuovi incarichi. In assenza di un ciclo industriale dei rifiuti - che ha bisogno di molto tempo per essere realizzato - porta alle estreme conseguenze la politica del “non-ciclo” del passato. Il disgraziato modello che prevede la discarica come unico modo per smaltire i rifiuti. Si raccolgono i rifiuti, si fa un buco da qualche parte, si getta dentro tutto. La “Grande Emergenza” richiede allora un “Grande Buco” che possa raccogliere la monnezza in attesa dei tempi lunghi che consentano di costruire gli impianti industriali di trattamento, riciclaggio, recupero energetico. Responsabilità che Berlusconi intende affidare a una “sottosegretario con delega ai rifiuti”. [...]

    È impossibile non vedere, in queste cabale, un sordo conflitto di potere che non ha dato ancora il suo peggio. Non è una novità sostenere che, in quattordici anni, è nata un’industria dell’”emergenza rifiuti” che distribuisce parcelle, contratti, licenze, reddito, profitti abusivi, finanziamenti nascosti, occupazione. L’ordigno ha creato un “magma sociale” che intreccia i destini del grande professionista e dell’ex-detenuto. Ha dispensato consenso e utili politici secondo un metodo di governo distruttivo e irresponsabile non inedito, addirittura storico per la Campania. “Imprese nazionali e internazionali hanno tratto profitti dalla politica dell’emergenza in cambio di una pessima prestazione, come già avvenne in Campania per il terremoto del 1980 - spiega Gabriella Gribaudi, storica - D’altro canto gruppi dirigenti locali, attraverso la struttura del commissariato, hanno potuto gestire un rilevante flusso di spesa, rafforzando il proprio potere ed estendendo la rete di amici e clienti”. Ieri come oggi, è ancora al lavoro nella regione quel “partito della spesa pubblica” che formò le sue fortune politiche ed economiche con l’invenzione di “emergenze” e “occasioni”, sollecitando una gestione incontrollata delle risorse pubbliche, allargando un “blocco di potere” verticale e socialmente differenziato che ospitò, naturalmente, la “mediazione sociale” della camorra. Un partito unico, consociativo, trasversale che oggi deve ritrovare in fretta - ha solo 69 giorni - una nuova strategia, se non una nuova guida. Smantellare questo “sistema” dalla sera alla mattina non è semplice. In 69 giorni è impossibile, anche ammesso che lo si voglia. E nessuno ne ha voglia alla vigilia dell’arrivo dei 4 miliardi di euro dei fondi strutturali dell’Unione europea. Che promettono di rigenerare il “sistema”; di dare nuove slancio a carriere politiche in declino (Bassolino); di crearne di nuove (i “giovani leoni” del Partito delle Libertà); di riequilibrare quote di consenso sociale a favore dei nuovi assetti politici; di aprire il varco ad altre imprese felicemente protette.


29 marzo 2008

Ciclosofia

Oggi primo giorno di sole dopo lunghissimi giorni di pioggia; l’occasione è troppo ghiotta, si esce in bicicletta. Prima ipotesi: diga di Conza e su verso Andretta, ma poi decido di lasciare la macchina 3-4 km prima di Andretta, scaricare la bici e puntare sul Formicoso. Ho già parlato altre volte di come la bici sia un mezzo di locomozione fantastico; permette di ascoltare le voci del paesaggio, di non disturbare, di stabilire una sintonia che nessun mezzo a motore può eguagliare. Senza dimenticare i benefici ecologici e salutari.

Per chi li conosce, i paesaggi che si aprono a partire dalla diga di Conza, con Cairano e la sua strana morfologia, su su fino all’altopiano del Formicoso sono mozzafiato. Del resto c’è già chi li ha narrati e filmati, valorizzandoli a pieno. Pedalando metro dopo metro, mi viene naturale pensare: chissenefrega di Mauritius, Seichelles e Sharm el Sheik (si scriverà così, poi?); abbiamo paradisi dietro l’angolo e preferiamo il turismo alla moda; c’è da scommetterlo, molti miei coetanei conoscono meglio le mete del turismo che citavo sopra piuttosto che le bellezze del territorio irpino; è un paradosso insostenibile! Dovremmo avviare corsi di contemplazione del paesaggio irpino ( http://comunitaprovvisoria.wordpress.com)!

Con i tempi che il fisico ti suggerisce, pedalata dopo pedalata, cresce un senso di benessero forte, e ti fa sentire un re, specie quando si raggiunge la parte più panoramica del Formicoso; ogni tanto passa un’automobile, e i gas di scarico disturbano, ma io, sulla mia bici, mi sento di commiserare chi attraversa questi spazi in auto e non sa cosa si perde. Sono tornato a casa più ricco, dopo questa scorpacciata di bellezza. E, a pranzo, mi è sembrato di meritarmi i ravioli di Nonna Giannina e un bicchiere di aglianico. Chi viene con me la prossima volta?

P.S. E come l’anno scorso, appuntamento a Contursi il 14 maggio!

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