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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


30 marzo 2010

L'attualità e la storia

Sulla rivista di storia on line STORIA E FUTURO c'è un mio articolo sulla storia della Protezione Civile e i principali terremoti dell'Italia Repubblicana.


 


 

Rimando ulteriori considerazioni sul presente della Protezione Civile e sulle ultime vicende a tempi più tranquilli. Il mio è un contributo d'approfondimento, che conferma, però, che è sempre nel passato che si trovano le radici del presente. Buona lettura.

I terremoti italiani del secondo dopoguerra e la Protezione civile


27 febbraio 2010

E un partigiano come presidente

 


In questi giorni ricorrono i 20 anni dalla morte di Sandro Pertini, uno dei presidenti della Repubblica, se non IL più amato. La sua biografia è piena di suggestioni e di rettitudine morale e politica, quella che oggi scarseggia un po’ su tutti i fronti. Di Pertini si ricorda l’esultanza al Bernabeu nel 1982, quando l’Italia vince la Coppa del mondo. Noi irpini dovremmo ricordarlo per quell’annuncio fatto a tutte le televisioni in cui spronava gli italiani ad essere solidali con i nostri terremotati, quando dopo essere tornato dai nostri paesi (dove era stato accolto con proteste e grida da chi ancora non vedeva i soccorsi) invitava a rimuovere chi aveva commesso gravi errori e a non ripetere gli errori del Belice, dove i terremotati erano ancora nelle baracche.


PERTINI: MESSAGGIO SUL TERREMOTO IN IRPINIA

http://www.youtube.com/watch?v=jyRPiIl9V8I


Io ho riportato interamente quel discorso nella mia tesi di laurea sul terremoto, al primo capitolo, proprio per la forza del messaggio e per la durezza delle accuse, cosa che non tutti i presidenti erano abituati a fare.

Le commemorazioni sono sempre occasioni che seguono un rituale e un clichè solito; però, in questi periodi in cui la politica fa parlare di sé quasi sempre in negativo, ricordare personaggi come Pertini potrebbe aiutare a riflettere.


TROISI RISPONDE A PERTINI

http://www.youtube.com/watch?v=JJ0QvP7c4Ow


 

p.s. Se questo fosse un blog serio, di articoli di questo tipo ne farebbe di più e a scadenza regolare.



15 gennaio 2008

40 anni fa il terremoto del Belice

Il 15 gennaio 1968 si verificò nella Valle del Belice un terremoto di notevoli dimensioni. Siccome è stato un antecedente importante del nostro terremoto e per molti versi ci sono delle affinità, ecco una mia riflessione che apparirà prossimamente anche sul Corriere. Buona lettura.  

Il terremoto del Belice: 40 anni dopo

Stefano Ventura


Nei giorni 14, 15 e 16 gennaio del 1968 il territorio della Valle del Belice, situato nella parte interna della Sicilia Occidentale, a cavallo tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo, fu colpito da varie scosse sismiche di magnitudo tra il 4.3 e 6° grado della scala Richter. “Alle 13 e 28 di domenica 14 gennaio la terra tremò. Altre due scosse alle 14 e 15 e alle 16 e 48 convinsero la gente a prepararsi a una notte sotto le stelle; alle 2 e 33 di notte una scossa dell’8° (scala Mercalli) sconvolse 14 comuni della Valle del Belice e alle 3 e 01 un’altra spazzò via quel che era rimasto in piedi”. La mattina del 15 gennaio si cercò di fare un primo bilancio: nella sola Montevago, uno dei paesi più colpiti, si contarono 200 morti, chi se lo poteva permettere partì alla volta di Marsala o di Palermo. “Insieme all’esercito, alle prime tendopoli ed agli aiuti disordinati, arrivano le autorità, arrivano in elicottero, si spostano in tutti i paesi; il primo è Moro, che promette aiuti. E quando arriverà il secondo elicottero e – mentre il popolo aspettava gli aiuti – ne scenderà Saragat, in molti paesi la ribellione sarà faticosamente contenuta”.

Le prime cifre parlavano di 231 morti e 623 feriti, il numero dei senzatetto individuato dal governo era di 47.761 persone, ma altri lo stimavano in 100 mila. I 14 villaggi colpiti avevano tutti tra gli 8 mila e i 13 mila abitanti, e le abitazioni erano in gran parte case rurali, visto che una buona percentuale degli abitanti della Valle del Belice erano contadini. Per organizzare i soccorsi, l’Italia non aveva una legislazione di riferimento in caso di calamità: “un caotico corpo di leggi, formato da migliaia di leggi, circolari e decreti, spesso in contraddizione tra loro, che avrebbero reso comunque tutto più lento anche in tempi normali”. Il ministro dell’Interno Taviani fece stanziare al governo 100 milioni di lire per i primi soccorsi e mandò nelle zone colpite la colonna mobile dell’esercito per la Protezione Civile. A sobbarcarsi il peso maggiore degli interventi furono, come anche in altri casi della storia italiana, i Vigili del Fuoco.

Nel mese di gennaio la situazione rimarrà gravissima, anche se giungeranno da ogni parte d’Italia numerosi volontari, con ogni genere di aiuti; arrivati nei paesi, distribuirono pane e alimenti in abbondanza alla folla che li circondava. Intanto si andò diffondendo l’angoscia per il pericolo di malattie, tifo, meningiti e broncopolmoniti soprattutto, ma anche il freddo rappresentava un nemico con cui combattere. Dopo la prima emergenza si conteranno, purtroppo, molte vittime morte a causa della mancanza di medicinali e personale di soccorso e per la lontananza da ospedali e centri attrezzati per il soccorso. Il governo predispose l’emissione di titoli di viaggio gratuiti, in gran parte biglietti ferroviari, per chi voleva raggiungere parenti e amici emigrati nell'Italia settentrionale o all’estero; sarà un esodo di massa e partiranno circa 40 mila siciliani, molti dei quali definitivamente. La prima legge (n. 241 del 18 marzo 1968) pose come ambizioso termine temporale per la ricostruzione quello di tre anni e mezzo; furono installate nei comuni 21050 baracche, di 25-35 metri quadrati che, a detta dello stesso ministro per i Lavori Pubblici, avrebbero resistito al massimo un anno. Purtroppo la realtà che i terremotati conobbero fu ben diversa e nel 1976 saranno 47 mila i terremotati che vivranno ancora nelle baracche; nel 1986 nelle baracche abiteranno ancora 5 mila persone.

I comuni da ricostruire e che quindi potevano usufruire dei finanziamenti statali, passarono da 7 a 136 nelle province di Trapani, Agrigento e Palermo (la stessa cosa, com’è noto, si verificò, forse in maniera ancor più ampia, in seguito al terremoto del 23 novembre 1980 in Campania e Basilicata); vennero stanziati mille miliardi per le opere pubbliche (260 km di strade e viadotti). Altro scandalo speculativo fu l’incremento indiscriminato del prezzo delle baracche al metro quadro (40 mila lire); secondo alcuni calcoli, la costruzione di una casa in muratura costava circa 48 mila lire al metro quadro.

Con la legge 241 del 1971 furono stanziati 162 milioni per la ricostruzione e lo sviluppo economico. Per quanto riguarda gli organi incaricati di gestire la ricostruzione, da un lato venne istituito l’Ispettorato generale per le zone terremotate, che si costituì con rapidità già nell’aprile del 1968. Per l’aspetto edilizio - urbanistico, sarà istituito un ente di progettazione (l’ISES, Istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale) che avrebbe dovuto operare per circa tre anni e mezzo. Tuttavia, l’interpretazione ideologica della ricostruzione, che voleva leggere “il territorio come spazio di libertà umana, della pianificazione come catarsi dai condizionamenti economici e sociali e dalla stessa storia tutta subalterna delle classi proletarie”, rallentò non poco la pianificazione urbanistica necessaria per ricostruire i centri abitati; l’ISES venne in seguito liquidato e nell’arco di tempo intercorso tra il 1971 e il 1976 non potè bandire gare d’appalto. La Regione intervenne nel settore agricolo per mezzo dell’ESA (Ente di Sviluppo agricolo) con la formazione di consorzi nei comuni per la gestione di piani comprensoriali e piani zonali di sviluppo, con uno stanziamento di 25 miliardi di lire. La Cassa per il Mezzogiorno, assimilando il Belice alle aree di particolare depressione, prese impegni per la creazione di circa 7 mila posti di lavoro (un cementificio e fabbriche per la produzione di manufatti per l’edilizia e di ceramica dovevano sorgere nell’area). Col passare del tempo queste idee per lo sviluppo furono abbandonate e la popolazione del Belice trovò sollievo lavorando alla ricostruzione con l’edilizia; da questo punto di vista, la lentezza della ricostruzione aveva come effetto indiretto quello di permettere un impiego più prolungato per i terremotati con l’edilizia. Un altro settore che conobbe un periodo florido dopo il terremoto fu quello della viticoltura, con la creazione di cantine sociali e aziende che incrementarono la produzione e la vendita di vino in maniera sistematica. 
 

Bisognò aspettare il 1976 per dare un’impronta definitiva alla legislazione, fino ad allora contraddittoria e copiosa; con la legge 178 (aprile 1976) si preferì affidare direttamente ai privati i contributi con l’obiettivo di ricostruire circa 12 mila abitazioni; restava il problema degli affittuari e dei nullatenenti, ma senza dubbio questa legge diede impulso al completamento della ricostruzione quanto meno nel campo dell’edilizia. Complessivamente si calcola che lo Stato ha inviato nel Belice circa 12 mila miliardi, secondo quanto affermato il presidente della Commissione parlamentare sui fondi per la ricostruzione, On. Lauricella. Secondo Gian Antonio Stella, nel volume “Lo spreco”, i fondi stanziati ammontano a 20 mila miliardi; il 29 luglio 2004, l’Ansa ha riferito che al Belice saranno destinati 75 milioni di euro per completare la ricostruzione, suddivisi in 15 anni. Il finanziamento per questo terremoto si esaurirà, quindi, nel 2020.

Se, dal punto di vista istituzionale, questa è la sintesi della ricostruzione in Belice, bisogna raccontare anche altri aspetti interessanti. Dall’inizio degli anni ’60, nella Valle del Belice si organizzarono alcuni movimenti di contadini e masse popolari con due obiettivi: la lotta per l’affrancamento dei contadini dall’enfiteusi, un vecchio contratto agrario che sfavoriva nettamente i contadini a vantaggio dei proprietari; inoltre, fu avanzata la richiesta per la costruzione di almeno una diga sul corso del fiume Belice per garantire l’approvvigionamento idrico all’agricoltura per tutto il corso dell’anno. Alla guida di questi contadini si pose una figura carismatica, quella di Danilo Dolci, coadiuvato nella sua azione dal Centro Studi di Partinico e ancor di più dal Centro Studi e iniziative Valle del Belice, coordinato da Lorenzo Barbera, con sede a Partanna (Trapani).

Dopo il terremoto, nelle tendopoli e nelle baraccopoli dei paesi terremotati si formarono comitati popolari di cittadini, determinati a cogliere l’occasione della ricostruzione per risolvere i problemi sociali delle zone colpite, come l’emigrazione, il lavoro e la criminalità. Queste rivendicazioni furono portate all’attenzione dei politici nazionali nel marzo del 1968, quando un migliaio di belicini manifestò in Piazza Montecitorio con un presidio di dieci giorni. La richiesta più forte era quella di poter esercitare un controllo popolare reale sulle decisioni della ricostruzione. Nel mese di luglio 1500 terremotati manifestarono davanti alla sede del Parlamento Regionale Siciliano per chiedere stanziamenti a favore dell’agricoltura. Altre occasioni di forte mobilitazioni furono il giudizio popolare di Roccamena (22 e 23 ottobre 1968), in cui vennero chiamati in causa ministri, presidenti di enti, tecnici e burocrati e furono giudicati colpevoli di non fare tutto il possibile per il Belice, e le iniziative tenute nel corso del 1970, che fu denominato “l’anno dei tre chiodi”(1, il governo è fuorilegge; 2, non si pagano più tasse; 3, approntare un piano di sopravvivenza). I cittadini del Belice rifiutarono di pagare tributi di qualsiasi tipo allo Stato, dichiarato “fuorilegge” perché non rispettava gli impegni presi, e si arrivò anche alla renitenza alla leva. Se sulla contribuzione il Governo esonerò i cittadini dal pagamento delle tasse, sulla leva fu permesso a chi ne facesse richiesta di svolgere servizio civile utile alla ricostruzione nei luoghi terremotati. Oltre a queste iniziative, il Centro Studi e i comitati cittadini svolsero una capillare azione di formazione alla politica delle masse popolari, investendo anche nella creazione di cooperative, cantine e stalle sociali, iniziative imprenditoriali. Questa esperienza, portata avanti dal 1973 in poi dal CRESM (Centro ricerche economiche e sociali per il Meridione), conoscerà un’onda lunga che arriverà anche in Irpinia, grazie all’azione di Lorenzo Barbera, dopo il terremoto del 1980. In Irpinia nacquero quindi cooperative e furono avviati corsi di formazione per l’imprenditoria e il lavoro femminile; alcune di queste cooperative, in particolare in Alta Irpinia, sono ancora oggi in attività.

Stefano Ventura

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