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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


17 agosto 2015

Storie di confino: il poggibonsese Angiolo Corsi

Articolo uscito su TOSCANA NOVECENTO, 17 agosto 2014


La letteratura che riguarda il confino di polizia può annoverare contributi di personaggi di primissimo livello del panorama antifascista, sia politico sia culturale. Tra le testimonianze più importanti ci sono quelle di Carlo Levi, Cesare Pavese e Leone Ginzburg, ma i numeri riguardanti i confinati durante il fascismo furono importanti e influenti (circa 15 mila persone) e non interessarono solo gli antifascisti ma tutti coloro i quali erano ritenuti particolarmente pericolosi per l'ordine pubblico.

Anche in provincia di Siena furono effettuate numerose assegnazioni al confino, dal 1926 in poi, che cercarono di colpire l’ossatura delle strutture clandestine del partito comunista e, in misura minore, del partito socialista e del movimento anarchico. Tra le diverse forme di limitazione della libertà (carcere, confino, internamento, ammonizione, sorveglianza speciale, diffida), il confino riguardò 129 antifascisti per una condanna a 380 anni complessivi. Secondo quanto riportato da Rineo Cirri (L’antifascismo senese nei documenti della polizia e del Tribunale Speciale 1926-1943), nel complesso furono 699 le persone che tra il 1926 e il 1943 subirono un deferimento al Tribunale speciale; “ad ognuno di questi antifascisti sono collegate vicende umane, storie dolorose di famiglie e di gruppi di persone con le loro sofferenze, i loro dolori e i loro drammi ma anche le speranze di una parte della popolazione di vivere in una società più giusta”.

Alcuni personaggi di primo piano della lotta antifascista e anche del periodo di ricostruzione democratica in provincia di Siena hanno raccontato in libri, memorie e diari le proprie esperienze al confino, e tra gli altri Fortunato Avanzati “Viro” e Mauro Capecchi “Faro”. Per ricostruire le biografie e i percorsi personali e politici di altri militanti è invece necessario ricorrere ad altri tipi di fonte, come le note giudiziarie, gli atti dei Tribunali speciali, le carte di prefetture e i verbali di carabinieri e poliziotti. In questo contributo il personaggio di cui si racconteranno le vicissitudini è Angiolo Corsi, nato nel 1905 a Poggibonsi, di professione falegname.

Corsi fu arrestato per la prima volta il 26 luglio 1932 a Poggibonsi, all’età di 27 anni; la scheda   personale nel Casellario Politico Centrale del 28 agosto 1932 riporta queste informazioni: “Cicatrice sopracciglio sinistro, mancante falange mano, abbigliamento solito: da operaio. E’ di regolare condotta morale e immune da pendenze e precedenze penali. In precedenza non aveva mai dato luogo a rilievi in line apolitica né di nutrire sentimenti contrari al regime. Essendo venuto a risultare che faceva parte del comitato federale comunista costituitosi clandestinamente in Poggibonsi ed era in relazione con funzionari e fiduciari del partito stesso, distribuiva la stampa sovversiva e distribuiva materiale di propaganda. Raccoglieva gli oboli per il soccorso alle vittime politiche e loro famiglie e prendeva parte alle riunioni clandestine del partito. Funzionava anche da corriere per il collegamento e trasporto di stampa sovversiva tra Empoli- Poggibonsi e Siena. Per tale reato pende tuttora provvedimento penale a di lui carico. Esercita il mestiere di falegname, da cui trae i mezzi di sussistenza.

Nonostante questi dettagliati indizi a suo carico, Corsi fu prosciolto per insufficienza di prove. L’arresto successivo avverrà nell’aprile del 1934 per “compartecipazione a organizzazione comunista” e l’8 giugno sarà condannato a cinque anni di reclusione di cui due di libertà vigilata. Fu condotto al carcere di Roma il 10 febbraio 1935 e, dopo la sentenza del 5 aprile 1935, la condanna fu confermata ma gli saranno condonati due anni.

Il 20 febbraio 1937 gli venne concesso l'indulto, revocato però solo due mesi dopo dal Tribunale di Siena. Le notizie successive risalgono poi al 25 luglio 1940, quando una nota riservata della prefettura di Siena, firmata dal prefetto, dispose la scarcerazione e il foglio di via alla volta di Avellino; questa volta Corsi fu accusato per avere pronunciato frasi disfattiste sulla posizione dell’Italia in guerra.

Il comune scelto fu quindi Teora (Avellino), dove Corsi giungerà il 27 luglio 1940. Lì ebbe diversi problemi nel rapportarsi alle autorità locali del regime; appena giunto a Teora scrisse, infatti, al questore di Avellino per richiedere il rimborso di 25 lire per il viaggio effettuato da Avellino alla volta di Teora dai suoi familiari più stretti (moglie e figlio).  La lettera riporta evidenti errori grammaticali, ma contiene una puntuale lamentela sui torti subìti, sui quali Corsi aveva informato anche Questura di Siena e comune di Poggibonsi.

Il questore di Avellino, Vignali, risponde in modo molto seccato con una nota al podestà di Teora in cui dice: “Il soprascritto Angelo Corsi ha fatto pervenire alla R. Questura di Siena un esposto con il quale, usando una forma alquanto altezzosa, chiede di essere rimborsato delle spese che la moglie ha sostenuto per il tratto di viaggio da Avellino a Teora e cerca di polemizzare e di fare ricadere la colpa al Municipio di Poggibonsi e alla R. Questura di Siena. […] Si prega di richiamare il C. a tenere un comportamento più corretto e a scrivere, sempre che gli capiterà di scrivere ad autorità costituite, con la forma dovuta e senza alterigia.

Il 9 ottobre 1941 Corsi chiese di essere trasferito ad altra località (la richiesta fu però respinta) e il 9 gennaio 1942 lo stesso Corsi chiese 35 lire per la risolatura delle scarpe, ormai consumate e non adatte al rigido inverno dell’Appennino. Il questore Vignali respinse anche questa richiesta. L’assegnazione al confino terminò il 22 febbraio 1942 e così Corsi potè far ritorno a Poggibonsi, dove non terminerà la sua attività politica.

Corsi, infatti, ricoprì un ruolo nevralgico nell'organizzazione dei primi gruppi di combattimento in Valdelsa, occupandosi anche del reclutamento e della formazione dei giovani più vicini alle strutture clandestine del P.C.I., come testimonia un giovane collega del Corsi, Fortunato Fusi, ricordandone le vicende.

Dalle notizie fornite dai colleghi falegnami della ditta Lucita di Poggibonsi e dalle memorie di Treves Frilli, figura di riferimento del C.L.N. e del P.C.I. a Poggibonsi, emerge un carattere molto aspro e diretto, che procurerà a Corsi diversi grattacapi anche nella quotidianità della vita politica del dopoguerra, come è rintracciabile nella corrispondenza tra Corsi e i dirigenti locali del P.C.I. a Poggibonsi negli anni Cinquanta e Sessanta.

Quella di Angiolo Corsi, pur rappresentando solo una tessera del mosaico che può ricomporre la storia dell’antifascismo popolare, è una vicenda indicativa e sintomatica di come la scelta della militanza antifascista non badava a spese, a costo di dover subire il carcere o il confino.


23 ottobre 2013

Teora negli anni '40: storia di Angelo Corsi, confinato

Pubblico anche qui, in simultanea con l'uscita della rivista, un articolo apparso sul Mai Tardi,  periodico dell'Istituto storico della Resistenza senese. E' il primo di due, il prossimo uscirà entro dicembre 2013.
Quella dei confinati irpini è una vicenda che abbiamo tentato di ricostruire insieme ad altri cultori di storia locale. Alcuni articoli sono usciti su "Nuovo Millennio" negli anni scorsi e li trovate in questo stesso blog.
Se avete appunti, materiali utili, notizie curiose sul periodo del ventennio fascista e della guerra a Teora, Irpinia e dintorni, Teoraventura è disponibile a darvi spazio.

Angelo Corsi: una biografia dal confino

Stefano Ventura

Mai Tardi, n.1/2013

Qualche anno fa, nel 2003, in un’intervista a un giornalista inglese del settimanale Spectator, parlando dell’attacco all’Iraq di Saddam Hussein e delle figure di dittatori a confronto, l’allora presidente del consiglio Berlusconi definì il confino di polizia un periodo di villeggiatura che Mussolini concedeva, a carico dello Stato e del regime, affermando che i luoghi che ospitarono i confinati ora sono luoghi di turismo esclusivo. Questa reinterpretazione storica è solo uno degli esempi che spesso sono stati usati per corroborare una lettura poco profonda che ha sempre fatto del fascismo una dittatura più blanda e di Mussolini una figura tutto sommato non sanguinaria. Per fortuna sono numerosi e più seri gli studi che smentiscono, dati e storie alla mano, questa interpretazione (basti pensare al libro sugli episodi più atroci e poco noti che hanno avuto gli italiani come protagonisti, Italiani brava gente?, scritto da Angelo Del Boca nel 2005). 

Le vicende legate al confino di polizia hanno riguardato, invece, quasi 17mila persone che furono arrestate senza processo, senza prove, senza possibilità di difendersi, detenute per un periodo di tempo mai definito con certezza e facilmente prolungabile, costretti a vivere in condizioni igieniche, alimentari, sanitarie al limite della decenza. I luoghi del confino non erano solo nelle isole che oggi sono luoghi turistici affermati, ma anche paesi e piccoli borghi dell’Appennino, dall’Abruzzo all’Aspromonte, in luoghi remoti, inospitali e raggiungibili solo dopo lunghi e disagevoli viaggi.

A partire dal 1927 Mussolini manifestò la necessità di avviare la deportazione per i sospettati di antifascismo. Proprio la radice etimologica di deportazione, l’azione del “portare via”, indicava un allontanamento forzato che cambiava radicalmente lo stato di diritto del condannato. Il confinato si trovava a essere un cittadino senza alcun diritto, non poteva disporre di alcuna garanzia e non sapeva nulla sul proprio destino, sui motivi dell’arresto, sul luogo assegnato, sulla durata della pena e sulla eventuale liberazione. 

Se si pensa ai campi di identificazione ed espulsione che oggi ospitano i numerosi migranti che tentano di raggiungere clandestinamente l’Europa e l’Italia, la situazione di sospensione dei diritti individuali è la medesima, visto che anche quei profughi non hanno diritti, non sono accusati di un reato specifico e certo e non conoscono bene il loro immediato destino.

Approfondire le caratteristiche del confino e le vicende individuali dei confinati è quindi un atto di legittimità verso i protagonisti di quelle condanne e verso chi oggi subisce ancora una limitazione ingiustificata dello stato di diritto.

Brevi cenni su confino e repressione

La letteratura che riguarda il confino può annoverare contributi di personaggi di primissimo livello del panorama sia politico sia culturale dell'antifascismo.

Carlo Levi scrisse, sulla base dell’esperienza del confino in Basilicata, “Cristo si è fermato a Eboli”, uno dei capolavori della storia culturale italiana, non tanto in termini stilistici quanto per gli effetti prodotti; infatti, dopo la fine della guerra e la liberazione dal nazifascismo, grazie alle narrazioni di Levi l’Italia scoprì una parte dimenticata del suo territorio, un mondo arretrato fino all’inverosimile dove superstizione e povertà tenevano prigionieri i contadini e dove permaneva un’organizzazione quasi feudale della società.

Cesare Pavese scrisse il romanzo “Il carcere”, ispirandosi al suo confino a Brancaleone Calabro (Reggio Calabria), anche se in questo caso il protagonista, Stefano, non è una trasposizione autobiografica dell’autore. Del confino a Brancaleone restano, tuttavia, come testimonianza le lettere scritte alla sorella Maria, nella cui corrispondenza Pavese descriveva nei minimi particolari luoghi, fatti e personaggi del vivere quotidiano della sua condizione di confinato. AncheLeone Ginzburg visse l’esperienza del confino a Pizzoli, in Abruzzo.

Più in generale, il confino di polizia fu uno degli strumenti decisivi che il regime usò per la repressione dell’antifascismo, del dissenso e per il controllo di chiunque fosse ritenuto pericoloso per l’ordine pubblico. Il confino, introdotto dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del novembre 1926, subentrava al domicilio coatto, misura introdotta nel 1863 contro il brigantaggio e usata in seguito come strumento di controllo sociale. Il domicilio coatto fu usato in maniera ampia da Crispi come metodo di repressione politica e rimase in uso fino al 1900, alla caduta del governo Pelloux. In particolare, nel 1894 le leggi “anti anarchiche” e la repressione del movimento dei Fasci Siciliani allargarono a dismisura il numero di domiciliati. Con i governi a guida Giolitti questa forma d’istituto penale non fu più usata fino alla prima guerra mondiale, quando fu reintrodotta per i cittadini delle nazioni nemiche.

Durante il regime, il confino di polizia era ordinato da commissioni provinciali composte dal prefetto, dal procuratore del re, dal comandante dell’arma dei carabinieri e da un ufficiale superiore della Milizia Volontaria per la Sicurezza; nel 1942 fu incluso anche il segretario del Partito nazionale fascista. L’invio al confino restava comunque un atto preventivo demandato alla discrezionalità degli organi di polizia. L’assegnazione al confino poteva durare al massimo cinque anni ma poteva essere rinnovata.

Furono i diversi attentati compiuti ai danni del duce tra il novembre 1925 (per opera di Zaniboni) e il novembre 1926 che convinsero il Consiglio dei Ministri, sulla spinta dell’emotività, a varare alcuni provvedimenti restrittivi tra i quali lo scioglimento dei partiti e delle associazioni, pene severe per l’espatrio clandestino e il confino di polizia per quanti potessero essere sospettati di essere pericolosi per l’ordinamento dello stato.

In realtà, la rapidità con la quale furono predisposte le prime assegnazioni fa presupporre che queste misure indirizzate a colpire coloro i quali avevano svolto o “manifestato il proposito di voler svolgere attività sovversiva per gli ordinamenti dello stato” fossero state preparate già nei mesi precedenti.

Nel novembre 1926 i primi 68 confinati vennero inviati nelle isole siciliane (Favignana, Lampedusa, Pantelleria e Ustica); a fine anno i confinati erano 900.

Non è facile avere una cifra definita del numero di persone che tra il 1926 e il 1943 furono assegnate al confino, tenendo conto che le stesse persone qualora non si fossero “ravvedute” potevano essere riassegnate al confino. Paola Carucci,in un suo contributo del 2005, parladi 15.440 assegnazioni al confino. Alessandra Gissi, in una ricerca basata su un fondo dell’Archivio centrale di Stato, riporta il numero di 12.330 confinati e 16.876 fascicoli personali, seguendo un criterio che esclude i condannati per truffa, traffico di valuta estera, funzionari di enti pubblici e del partito fascista, bancarottieri, sospetti, spie e così via[1].

Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale al confino di polizia si aggiunse l’internamento, che secondo il diritto internazionaleera una misura restrittiva della libertà personale che, in caso di conflitto, gli Stati avevano il potere di prendere nei confronti di certe categorie di stranieri o di propri cittadini, allontanandoli dalle zone di guerra e relegandoli in località militarmente non importanti, ove esercitare agevolmente la vigilanza. La convenzione di Ginevra del 1929 contemplava la possibilità di istituire, in caso di guerra, campi di prigionia e di lavoro.

A partire dal 1940 l’internamento fu adottato per i civili nemici presenti in Italia e anche per altri individui ritenuti pericolosi, sospetti o indesiderabili durante la guerra. La misura dell’internamento fu estesa anche agli “ebrei stranieri” (maggio 1940) e molti campi d’internamento furono costruiti nelle nazioni nemiche occupate, in particolare in Jugoslavia, dove il numero dei civili internati raggiunse le 100mila unità. L’internamento civile fascista invece poteva essere “libero” (obbligo di residenza in particolari località, in genere posti disagiati nelle zone interne della penisola) o “nei campi”, cioè strutture appositamente costruite allo scopo di ospitare gli internati. Inizialmente, nel 1936, una circolare del ministero della Guerra prevedeva che in tutta Italia ne fossero costruiti tre, in cui ospitare 1000-1500 internati ciascuna, e che i campi fossero preferibilmente collocati nelle province di Perugia, Ascoli Piceno. L’Aquila, Avellino, Macerata. Presso l’Archivio Centrale di Stato sono conservati circa 20mila fascicoli di internati, di cui 8.418 di pericolosi italiani e circa 12 mila riguardanti stranieri e italiani internati per spionaggio.

La repressione dellantifascismo e i confinati senesi

La geografia del movimento antifascista senese, anche dopo le leggi eccezionali del 1926, rispecchiava le lotte dei lavoratori dalla fine del primo conflitto mondiale in poi. I minatori di Abbadia San Salvatore e dellAmiata, gli operai di Siena e della Val dElsa senese, alcuni nuclei di mezzadri in Valdichiana e Val di Merse rimasero attivi organizzandosi clandestinamente e costituendo lossatura delle strutture clandestine del partito comunista e, in misura minore, del partito socialista e del movimento anarchico. La ricostruzione storiografica di quello che potremmo definireantifascismo popolareè piuttosto ardua per il fatto che questi militanti non lasciarono quasi mai documenti e tracce; la loro storia è da recuperare attraverso le note giudiziarie, gli atti dei Tribunali speciali, le carte delle prefetture e i verbali di carabinieri e poliziotti.

Nello specifico, tra le diverse forme di limitazione della libertà (carcere, confino, internamento, ammonizione, sorveglianza speciale, diffida), il confino riguardò 129 antifascisti della provincia di Siena per una condanna a 380 anni complessivi.

Andrea Orlandini ha reso noto qualche numero complessivo sugli antifascisti senesi schedati nel Casellario Politico Centrale; i fascicoli personali erano 1060 nella provincia di Siena tra il 1926 e il 1943, 417 sanzioni comminate a 310 persone, tra cui 28 donne[2].

Secondo quanto riportato da Rineo Cirri, nel complesso furono 699 le persone che tra il 1926 e il 1943 subirono un deferimento al Tribunale speciale, sommando confinati, internati, ammoniti e diffidati, ricercati allestero, rimpatriati e sospettati, un numero che per una provincia come quella di Siena (circa 270mila abitanti in quegli anni) è certamente significativo.

Nella Poggibonsi di Angelo Corsi fin dal maggio del 1932 il nucleo comunista, formato da 19 militanti, fu individuato e rimandato a giudizio per associazione e propaganda sovversiva. Nella motivazione della sentenza si legge chel'organizzazionecomunista [] svolgeva intensa attività politica e sindacale con raccolta di somme per il Soccorso Rosso. Fu poi concessa loro l'amnistia per il decennale della marcia su Roma.

Nell'aprile 1934, però, un nucleo più cospicuo di comunisti, questa volta di 27 persone, fu nuovamente perseguito e sottoposto a pene che andavano dai due ai sette anni, anche se per otto di questi fu stabilito il non luogo a procedere. Questa volta la motivazione era la seguente:l'attività comprendeva riunioni campestri, celebrazioni di feste comuniste, diffusione dellaScintillae deL'Unità.

Le feste richiamate erano il primo maggio e l'anniversario della rivoluzione d'ottobre, mentre laScintillaera un giornale che rappresentava il comitato politico provinciale, costituitosi con difficoltà dopo le azioni repressive del 1932 e che aveva proprio sede a Poggibonsi per meglio tenere i rapporti con il comitato regionale di stanza a Empoli.  Angelo Corsi fu tra i fermati in entrambe le occasioni citate. Maggiori dettagli sulla biografia di Angelo Corsi saranno illustratinella seconda parte di questo contributo, in uscita sul prossimo numero diquesta rivista.

In conclusione, quindi, sembra ancora importante e utile il lavoro di tessitura di tutta quella complessa e sotterranea ragnatela che ha costituito lantifascismo militante e popolare in provincia di Siena e in tutta Italia, perché, come affermava Luigi Orlandi:ad ognuno di questi antifascisti sono collegate vicende umane, storie dolorose di famiglie e di gruppi di persone con le loro sofferenze, i loro dolori e i loro drammi ma anche le speranze di una parte della popolazione di vivere in una società più giusta[3]


[1]Paola Carucci, Dal domicilio coatto alsoggiorno obbligato: confino e internamento nel sistema di prevenzione erepressione fascista e nel dopoguerra, in Regione di confino: la Calabria (1927-1943), a cura di F. Cordova ePantaleone Sergi, Bulzoni editore, Roma, 2005, pp. 33- 102. Alessandra Gissi, Un percorso a ritroso: donne al confinopolitico 1926-1943 (Italia Contemporanea, 2002, fascicolo 226), pag. 32.

[2]Andrea Orlandini, L’antifascismo a Siena:le schede del Casellario Politico Centrale, Mai tardi, fascicolo 3/2011.

[3] Tratta da L’antifascismo senese nei documenti della polizia e del Tribunale Speciale, 1926-1943,a cura di Rineo Cirri.


16 giugno 2013

De Sanctis (1874)

" La lotta, qui come in molti altri luoghi d'Italia, piuttosto che da principi politici, fermamente stabiliti, conosciuti e accettati, è ispirata da aderenze, da parentele, da satellizii operanti per le lotte municipali amministrative, da clientele, o sudditanze, da affetti locali e da interessi - ma soprattutto da interessi.

Perchè non è l'ultima delle sventure italiane questa, che lo Stato (e adesso anche la Provincia e, se non rimedia, il Comune) sia considerato generalmente come la Cassa della beneficienza, il gran dispensiere di favori, e il deputato del Parlamento il sollecitatore e il dispensiere di seconda mano".

Francesco De Sanctis

La Gazzetta di Avellino

14 ottobre 1874


23 novembre 2012

32esimo



Gli anniversari vanno sempre rispettati, specie se per molte comunità e per molte persone sono momenti in cui si corre con la mente a un evento luttuoso e tragico, il terremoto del 23 novembre 1980.

Le date da ricordare sono utili anche a guardare indietro e rendersi conto del cammino fatto, ma anche a fare una pausa per capire se il presente è realmente quello che ci aspettavamo e quale prospettiva di futuro si delinea all’ orizzonte.

Per i 36 comuni nei quali i danni furono disastrosi, e dove morirono circa tremila persone, il 23 novembre è ancora una ferita aperta, e 32 anni non sono bastati a ricucirla e a lenire il dolore.

Per l’Italia delle polemiche e dell’opinione pubblica alimentata a dovere dai media il terremoto dell’Irpinia significa ancora oggi scandalo, enorme spreco di denaro, ruberie e quei centesimi che ancora vengono pagati sull’ accisa sulla benzina.

E’ quello che è stato ricordato qualche mese fa in qualche servizio televisivo e giornalistico, quando il CIPE ha ripartito tra i comuni terremotati 33,4  milioni di euro per il completamento di opere e progetti collegati alla ricostruzione in Campania e Basilicata. Questi erano fondi decisi dalla finanziaria del 2007 e nel 2010 era stato formalizzato il decreto ministeriale, ma ancora non erano stati ripartiti tra i comuni per la realizzazione delle opere.

Alla notizia, su molti siti e su qualche giornale sono uscite parole di condanna e sdegno per l’ennesimo scandalo targato Irpinia, e ancor di più le polemiche si sono fatte sentire dopo il terremoto in Emilia, soprattutto per iniziativa della Lega Nord.

Sicuramente  tutto il capitolo di spesa direttamente o indirettamente al terremoto e alla ricostruzione ha rappresentato una pagina difficilmente ripetibile per la quantità di denaro impiegata (più di 32 miliardi di euro) e per i tempi nei quali la ricostruzione è avvenuta.

Ma la memoria pubblica deve anche contemplare quei tremila morti dei paesi dell’Appennino, che abitavano in piccoli centri inadatti a sopportare una scossa così violenta (6.9 scala Richter) e che, per di più, dovettero aspettare tantissime ore prima di veder arrivare i soccorsi.

Una novità che si può cogliere, quando si parla di rischio sismico o dissesto idrogeologico, è il fatto che si sta parlando sempre più diffusamente di prevenzione, di piani complessivi per evitare che la prossima catastrofe ponga in pericolo l’incolumità di chi vive in territori a rischio.  Si vedrà se alle buone intenzioni seguiranno azioni concrete, investimenti e progetti.

I dati dicono che il 36% dei comuni italiani è a rischio sismico e il 58% della superficie del paese è a rischio frana o alluvione. Dal 1944 al 2012, si è speso circa 3,5 miliardi di euro di media annua per i danni provocati da terremoti, alluvioni e frane ( sono i dati del rapporto ANCE sullo Stato del territorio italiano).

Nell’ultimo anno, dall’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e la Lunigiana qualche giorno prima, fino alla sentenza sulla commissione Grandi Rischi a l’Aquila, passando per il terremoto in Emilia e a quello del 26 ottobre scorso sul Pollino, il problema di come fronteggiare e, se possibile, evitare i pericoli derivanti dai disastri è diventato di attualità e fatto comprendere che sono diversi i nodi da sciogliere.

Ad esempio, i comuni devono predisporre i piani di protezione civile, divulgarli, fare esercitazioni e lavorare affinchè funzionino. Quanti sono i comuni italiani che su questo aspetto sono pienamente in regola?

L’anniversario del 23 novembre 1980 serve a discutere, ancora una volta, di prevenzione, di azione comune tra chi opera per quella che una volta si chiamava “pubblica incolumità” e oggi protezione civile.

Stefano Ventura

anche su www.osservatoriosuldoposisma.com



20 febbraio 2012

Ripensare le geografie dell'interno

Da Il Mattino, 20 febbraio 2012

E' inaccettabile la lontananza che di fatto separa Napoli dai paesi dell'Alta Irpinia sommersi dalla neve dei giorni scorsi.  Franco Arminio ha colto bene il problema quando dice che “per Caldoro venire in Irpinia è come andare in Mongolia”.

Questo grido di aiuto non è venuto solo dal nostro entroterra ma ha accomunato tutta l'Italia dell'Appennino, dalla Val Marecchia al Matese, dalla Val Roveto ai paesi più impervi della Basilicata.

L’emergenza, purtroppo, per le aree interne dura tutto l’anno, e di volta in volta chiede ai cittadini e alle istituzioni locali di lottare contro la chiusura di un ospedale, la soppressione di treni e corse di autobus, gli accorpamenti di scuole, l’allarme per una nuova discarica.

Ci sono state molte pagine che hanno descritto questa antinomia tra costa e interno, tra sovraffollamento e abbandono, tra governo centrale e autonomie decentrate. Già Carlo Levi nella sua opera più famosa scriveva che “finchè Roma governerà Matera, Matera resterà anarchica e disperata, e Roma disperata e tirannica”.  Resta anche tremendamente d’attualità l’analisi di Rossi Doria, che parlava di “osso” e “polpa” del Mezzogiorno.

Oltre alla constatazione di uno stato di cose presenti, esiste oggi un progetto, più progetti per dare speranza e futuro alle aree interne?

E’ questo il tema centrale dell’appuntamento di oggi nel quale verrà presentato il rapporto dell’Osservatorio sul Doposisma sulla “fabbrica del terremoto” (alle 16 e 30 al Circolo della Stampa di Avellino). Nel rapporto c’è un quadro storico dell’intervento di industrializzazione successivo al sisma del 1980, ma ci sono anche alcune proposte di attualità per il Mezzogiorno.

Siamo di fronte a due fenomeni nettamente contrapposti ma ugualmente assurdi, la disperazione e la desolazione delle zone interne, dove chiudono gli ospedali, le scuole, i servizi, mancano treni, autobus, strade comode, e poi c’è il soffocamento delle metropoli, dove si impazzisce e si soffre per la mancanza di spazio vitale.

La convinzione di chi propone questa analisi è che non servono solo le grandi opere, che finiscono presto per alimentare lo spreco; serve tantissimo l’ordinario, una manutenzione e una cura quotidiana del territorio. Non serve a questo Sud solo l’alta velocità, serve soprattutto una velocità normale, una modernità possibile e non esclusiva.

Si fa un gran parlare di riforme e si parla anche della soppressione delle Province e di accorpare i piccoli paesi. Non entro nel merito delle proposte, anche se penso a quei piccoli paesi appenninici isolati dalla neve, con strade dissestate e decine di chilometri distanti da un altro comune, dove almeno un sindaco poteva agire con quel minimo di autorità in suo possesso. Sarebbe saggio ripensare le geografie dell’interno, come scrive Vito Teti, un antropologo calabrese; sarebbe utile per la provincia di Avellino instaurare un discorso aperto e continuo con le aree che condividono la nostra conformazione orografica su tutto l’Appennino, le montagne e le acque, in un ottica di reciproca conoscenza e azione comune. Ci sono diverse potenzialità e settori strategici (le energie rinnovabili, l’agroalimentare e l’enologia, la cura e la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, il turismo sostenibile).

Purtroppo, darsi da fare da soli non basta; anche far agire in maniera univoca tutti i piccoli paesi dell’Appennino potrebbe non bastare, se si lavorasse in contraddizione con le condizioni di sviluppo nazionali, europee e mediterranee.

Un patto tra politica, società civile, imprenditoria e centri di ricerca e promozione culturale, basato sui problemi reali e ordinari, sarebbe però un ottimo punto di partenza.


Stefano Ventura

www.osservatoriosuldoposisma.com


15 febbraio 2012

Come ricominciare. Fabbriche, sviluppo, aree interne


Lunedì 20, ore 16 e 30 ad Avellino

(Circolo della Stampa)

 


9 febbraio 2012

Neve in Irpinia, tra emergenza e normalità

Questo articolo è uscito stamattina (9 febbraio) sul Mattino di Avellino, con il titolo "Le catastrofi create dall'uomo". Altre informazioni e letture utili sull'emergenza neve in Alta Irpinia li trovate su comunità provvisorie, piccoli paesi e sugli organi di news locali on line (Tu si nat in Italy, Il Ciriaco, Orticalab e altri).


Teora, febbraio 2012 (foto di Emidio De Rogatis)


Neve,emergenza e buon senso


StefanoVentura


Lanatura non conosce catastrofi”, affermava lo scrittore svizzero MaxFrisch. Non sono i fenomeni naturali a provocare disastri econseguenze letali per l'uomo, ma l'inadeguatezza e l'impreparazione.La “catastrofe” di questi giorni si chiama neve, quella diqualche mese fa che colpì Genova e Lunigiana si chiamava “bombad'acqua”, ma in generale la comunicazione di massa abusa asproposito della categoria delle catastrofi, ovvero un “sovvertimentodella realtà”, secondo l'etimologia.

Benpiù serio è il discorso che riguarda le responsabilità, leinadempienze e i possibili correttivi. In questi giorni sono statispesso chiamati in causa i sindaci, che hanno a loro volta criticatola struttura nazionale della Protezione Civile.

InIrpinia sappiamo bene cosa vuol dire protezione civile, sappiamoquanto è stato doloroso e grave che non ci fosse subito dopo lascossa del 23 novembre 1980; abbiamo imparato a conoscere unonorevole di Varese, Zamberletti, che ci ha insegnato, da commissariostraordinario, che la Protezione Civile nasce dal coordinamento trale varie forze, siano esse istituzioni, forze armate, volontari osemplici cittadini.

Poiè venuta negli anni Duemila la gestione Bertolaso, contraddistintada un forte interventismo dai modi spicci, una impostazione che haavuto, come effetto secondario, quello di addossare alla ProtezioneCivile un ruolo salvifico che sopperisse ai limitidell'amministrazione ordinaria.

Lepolemiche che abbondano e che tirano in ballo anche leamministrazioni locali avellinesi, così come quelle regionali, nonsono infondate, ma sono inutili se non avviano un dibattito corale suuna reale prevenzione e sugli strumenti per realizzarla. Una nevicataparticolarmente forte è un evento prevedibile, come le pioggetorrenziali e come le ondate di calore, a differenza di un terremoto.

Laprevenzione chiama in ballo anche i singoli cittadini, che sono iprimi attori della Protezione Civile. Molte volte è il correttocomportamento dei singoli a evitare conseguenze peggiori in caso di allarme o emergenza, basterebbero a volte piccoli atti di buon senso,che non necessitano per forza di una ordinanza del sindaco o di unbollettino della Protezione Civile.

Allostesso tempo, però, le istituzioni devono avere un protocollochiaro e condiviso da attuare in previsione e in seguito ad unanevicata, evento tutt'altro che estremo per zone interne come lenostre (anche se quest'ondata ha assunto davvero i caratteridell'eccezionalità, pensiamo ad esempio all'Alta Irpinia).

Tuttoquesto insieme di regole e comportamenti non può certo manifestarsiper incanto alla caduta del primo fiocco di neve, ma va preparato,così come va diffusa una cultura capillare e partecipata diProtezione civile. Pensiamo al rischio sismico: i comuni sonoobbligati a dotarsi di un piano di Protezione Civile, a verificarlo,a tenere esercitazioni e a diffonderlo. Anche su questo tema negliultimi tempi si è avuto modo di polemizzare, ma la programmazione ela pianificazione pubblica troppo spesso eludono gli scenari di lungotermine, a vantaggio del tornaconto immediato. Insomma, polemizzare èinutile se fine a se stesso, sarebbe meglio iniziare un processoserio e partecipato che metta al lavoro tutti quelli che possono dareun contributo reale.

Passata l'emergenza, sciolta la neve, dovremmo avere cura di continuare astimolare le istituzioni comunali, provinciali e regionali affinchèadottino o perfezionino i propri piani di Protezione Civile, puntandoal pieno coinvolgimento del mondo del volontariato, che in Irpiniaesiste, opera e si impegna, e anche coinvolgendo scuole, enti estrutture di ricerca, professionalità e competenze plurali.



6 ottobre 2011

L'Irpinia e la fabbrica della memoria

Incollo qui un articolo uscito sul Mattino di ieri, 5 ottobre; si inserisce in un dibattito sui luoghi e gli spazi della memoria. Sembra che ci sia una strana sindrome per la quale si debbano inventare musei della memoria, non si sa poi di che. Invece le cose già si sono, basta vederle e metterle in connessione tra loro.
Buona lettura.




L'Irpinia e le fabbriche della memoria

Stefano Ventura

Da due anni è in attività un Osservatorio Permanente sul Doposisma. Ha sede a Pertosa e Auletta, in provincia di Salerno, ed è nato per iniziativa della Fondazione MIDA (Musei integrati dell'Ambiente). E' diretto dal giornalista Antonello Caporale e raccoglie le iniziative e il lavoro di giovani ricercatori, giornalisti, videomaker, organizzatori di eventi. L'idea è quella di produrre ricerche e dossier, con cadenza annuale, che possano stimolare riflessione e dibattito. L'anno scorso abbiamo studiato le emergenze più recenti della storia italiana in chiave comparata, partendo dal terremoto del 1980 per arrivare a quello dell'Abruzzo, raccontando con cifre e storie quali sono stati i criteri e i risultati ottenuti nella gestione della fase immediatamente successiva ai terremoti.Quest'anno abbiamo analizzato “la fabbrica del terremoto”, grazie al contributo dell'Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena. Partendo dal contesto internazionale, si è voluto analizzare in chiave economica quali fattori condizionano in positivo o in negativo i territori colpiti da disastri. La ricerca è stata poi integrata da un bilancio sul piano di sviluppo industriale successivo al terremoto del 1980, con tanto di dati aggiornati sul numero di addetti e sulle aziende ancora oggi attive nelle aree industriali della 219 e illustrando non solo le promesse mancate ma anche alcuni casi di industrie che mantengono la loro produttività e offrono ancora un'opportunità ai lavoratori irpini e lucani. 
Abbiamo però anche indagato, grazie al lavoro di una giovane antropologa, Teresa Caruso, come si è ricostruita una comunità (quella di Caposele) dopo trent'anni di doposisma. Queste ricerche sono state presentate a fine agosto nel corso del Festival “Sentimento dei Luoghi” che ha visto la partecipazione di quattro presidenti di Regione (Campania, Friuli, Umbria e Basilicata), scrittori, giornalisti e studiosi. La nostra attività si sostiene con un budget molto limitato, grazie ai fondi della Fondazione MIDA, ma questo non toglie certo valore alle ricerche e alle nostre varie attività (mostre, documentari, web). 
Anche il contatto con le istituzioni è faticoso e richiede un impegno di stimolo continuo. Ma quello di cui sentiamo davvero la mancanza è il dialogo con chi come noi fa dell'iniziativa culturale e civica la sua missione e agisce in territori a noi vicini. In provincia di Avellino ci sono diversi progetti realmente realizzati nel corso degli anni; penso al museo etnografico di Aquilonia, al Centro di documentazione sulla Poesia del Sud e al Museo diocesano di Nusco, al museo del lavoro di San Potito, il museo irpino del Risorgimento da poco aperto al Carcere Borbonico, ma anche a nuovi centri di iniziativa e proposta come Officina Solidale in Alta Irpinia o all' Home Festival Irpinia d'Oriente curato dalla Scuola Holden nei giorni scorsi, e mi perdoneranno quelli che non ho citato solo per questioni di brevità.
Tutti questi poli sembrano tanti buoni musicisti che suonano benissimo il proprio spartito, ma che non riescono a suonare da orchestra. Ogni appuntamento, ogni inaugurazione di un nuovo spazio della cultura, ogni progetto sembra essere incapace di dialogare con gli altri, costruire collaborazioni e sinergie che rafforzerebbero a vicenda. Proprio il terremoto, un evento che accomuna tanti comuni di questa provincia, ha dimostrato questo limite in occasione del trentennale; tante iniziative di commemorazione e approfondimento, anche simili se non identiche, in tanti posti diversi e con tante forme organizzative, ma nessuna regia, nessun dialogo tra gli attori in campo, e quindi tanta confusione. In occasione dell'anniversario dei bombardamenti su Avellino del 1943 sono tornate in circolazione alcune idee sulla costruzione di un museo della memoria, dove archiviare e conservare materiale documentario utile poi alla divulgazione. 
E' un'idea, quella dei musei, degli archivi o delle case della memoria, che è già circolata su altri temi come il terremoto o l'emigrazione. Credo, tuttavia, che si potrebbe partire più banalmente da quello che già c'è, quelle realtà che citavo prima, e creare una rete formata da tanti diversi poli, ognuno autonomo e indipendente ma che fa sponda e si relaziona agli altri. Questo progetto dovrebbe avere un respiro regionale e raccogliere le realtà esistenti per poi crearne altre. Si potrebbe partire semplicemente dalla costruzione di uno spazio web che faccia da vetrina e contenitore delle iniziative, con un calendario regionale di eventi che non si danneggino a vicenda.Sul tema della Seconda guerra mondiale, ad esempio, Avellino potrebbe avere uno spazio che parta dal bombardamento del 14 settembre 1943 per inserirsi in un “parco della memoria” regionale che racconti le varie stragi, battaglie ed eventi accaduti in quel periodo. Anche quest'idea c'è già e va solo messa in rete. La stessa cosa potrebbe essere fatta sul terremoto, e il nostro Osservatorio in provincia di Salerno potrebbe dialogare con altri spazi che ricordino il terremoto in Alta Irpinia e con i dipartimenti universitari che a Napoli studiano alcuni aspetti del doposisma. Stessa cosa potrebbe essere fatta sull'emigrazione, sul cinema, sul lavoro e così via.Certamente risulta difficile parlare di iniziative culturali in tempi in cui la crisi economica si fa sentire duramente per sempre più famiglie. Ma molte volte l'ingegno e l'originalità, insieme alla passione nel fare quello per cui siamo portati, possono sopperire alla mancanza di fondi. Sarebbe bello che queste realtà inizino a suonare lo stesso spartito, come una vera orchestra.


15 settembre 2011

Aree interne e sottosviluppo: l'ennesima storia


Fa un certo effetto leggere la notizia della chiusura dell’IRISBUS di Flumeri - Grottaminarda trale principali notizie di Repubblica.it, oppure sentire Bonanni che sbraita in un servizio di politica del tg nazionale della sera.

L’IRISBUS  è una delle più grandi realtà industriali della provincia, produce ( o forse produceva) autobus per il trasporto pubblico locale ed è nell’orbita del sistema FIAT, che negli ultimi anni sta ripensando la sua organizzazione logistica in Italia. L’altra azienda cherientra anch’essa nelle ipotesi di riorganizzazione è l’altra industria più importante della provincia, la FMA di Pratola serra, sulla quale segnalo questo interessante studio.

Di recente abbiamo presentato nel corso del Festival FIL - Il sentimento dei luoghi la ricerca chel’Osservatorio sul Doposisma ha svolto nel 2011. Quest’anno abbiamo scelto di studiare “la fabbrica del terremoto”, grazie al contributo del Monte dei Paschidi Siena e della sua Area Ricerche. Insieme a Pietro Simonetti, ho curato un quadro della situazione sulle aree industriali della 219, raccontando un po’ la storia del progetto di sviluppo industriale nato dopo il sisma e cosa rimane oggi di quel sogno di sviluppo.

Fiore all’occhiello del nostro contributo è il censimento completo di quante aziende siano attive e quanti addetti siano occupati oggi nelle 20 aree industriali della legge 219,rispetto alle previsioni iniziali. Il dato dice che siamo al 49% della previsione iniziale, e che mentre alcune aree incrementano i propri occupati rispetto alle previsioni iniziali (Morra è una di queste),altre registrano numeri ridicoli. Su tutti i dati va fatta la tara della crisi occupazionale degli ultimi anni, non tutti i posti di lavoro sono stabili, ci sono la  Cassa integrazione e i lavoratori in mobilità all’interno del numero di addetti citato.

Nel nostro rapporto c’èanche un’intervista al presidente della Fiera del Levante, l’economista Gianfranco Viesti, che traccia un panorama sconfortante rispetto al destinodelle aree interne del Mezzogiorno, ancor più penalizzate dal declino generale dell’economia italiana. In realtà l’indagine sullo stato delle aree industriali irpine e lucane evidenzia anche alcune storie di successo, di imprenditori che hanno avuto idee di successo e sono riusciti ad affermarle anche all’estero, di alcune aziende solide chemantengono e in alcuni casi aumentano i loro occupati (penso all’EMA e alla Ferrero).

Una buona recensione del rapporto l’ha scritta Generoso Picone sul Mattino; rimando a quella per altre  informazioni. 

Una ulteriore riflessione sul rapporto e i temi in esso contenuti la trovate su  Comunità Provvisorie e presto su Lavoro Culturale.

Sarebbe interessante organizzare momenti di dibattito nei quali discutere dei contenuti della nostra ricerca sulle fabbriche del terremoto, il risvolto più drammaticamente attuale di 30 anni di doposisma.



24 aprile 2011

Teora e l'Alt(r)a Irpinia, fra 5 anni




In occasione delleelezioni di cinque anni fa i blog teoresi (questo e vocirpine curato da EnzoBonifazi) esplosero letteralmente di commenti, post, spunti di discussione,temi di polemica. In quei giorni e per i mesi successivi alle elezioni Teora visse una situazione di forte divisione sociale tra fazioni, gruppi, famiglieche appoggiavano questo o quel candidato.

Oggii due candidati alla poltrona di sindaco esprimono toni molto più pacati, le posizioni di 5 anni fa si sono rimescolate, anche seguendo le evoluzioni locali dei partiti. Le parti in campo hanno anche affermato di voler sospendere la campagna elettorale nei giorni prossimi alla Pasqua. Del resto, si sono candidati due esponenti di spicco della maggioranza uscente, sindaco e vicesindaco.

Una lettura diversa potrebbe anche essere questa: il fatto che i toni siano più pacati può essere anche segno che il motivo del contendere è molto meno appetibile orarispetto al passato e che l’animosità teorese si è assopita e ha lasciato il posto a una sonnolenza civica.

Teoraventura nonha finora postato nessuna novità sulle elezioni teoresi. Oggi c’è Facebook, enella pagina facebook di teoraventura trovate tutti le informazioni su liste, articoli della stampa locale, interventi e programmi.  L’informazione irpina sul web sta bene e fa il suo lavoro meglio di quello che potrei fare io che mi occupo di altro, quindi lascio il compito di dare le notizie a Irpinianews, Il Ciriaco, Irpiniareport, Irpinia oggi, Ottopagine, Corriere, Mattino, Buongiorno Irpinia,Opinione Irpina. 

Non scriverònessun parere sulle persone impegnate in questa competizione, facendo a tuttigli auguri affinché chi governerà Teora possa dare per il Paese il meglio nei prossimi 5 anni. Viene certo da pensare a guardare da fuori a queste amministrative irpine e non solo teoresi.

A Lioni, Calitri, Guardia, Calabritto (dove addirittura ci sono 4 liste) le logiche che hanno portato allecandidature sono state quanto meno poco trasparenti, non sembrano esserciparticolari novità né sui temi né sulle modalità con le quali si deve discutere del futuro dei singoli paesi ma ancor di più di tutto il territorio. E’ proprioquesto il punto, è secondo me poco utile parlare dei singoli comuni,  ognuno con il suo campanile e tutti arroccati lì sotto, come i protagonisti del “deserto dei Tartari”.  E’ ormai diventata una lotta per la sopravvivenza, quella delle zone interne della Campania, contro pericoliinterni e esterni sempre più ingombranti. Le divisioni non aiuteranno certo  a risolvere i problemi.

Intanto un teorese si candida a diventare consigliere comunale a Milano, e gli va fatto comunque un in bocca al lupo (nonostante le sue idee politiche siano diversissime dalle mie).

Segnalo due notizie che possono però lasciare qualche spiraglio di positività; una è quelladell’umanità dimostrata nell’ accoglienza dei migranti a Conza, l’altra viene daFrigento, dove il sindaco con 60mila euro ha acquistato sette antenne per garantire una connessione wi-fi a tutto il paese

Appuntamento a fra 5 anni.


25 febbraio 2011

la vita agra del libro in provincia



 

Oggi è uscito un mio articolo sul Mattino in cui si parla di libri, librerie, lettori e distribuzione. Questo articolo e gli altri che hanno alimentato la discussione in questi giorni li trovate su non sembrava novembre quella sera e anche sul blog del Presidio del Libro di Avellino. Oltre che sull'immancabile facebook.


4 agosto 2010

Le industrie del dopoterremoto

Metto qui un articolo uscito sulla mia rubrica nel nuovo numero di Nuovo Millennio, il giornale che i ragazzi del Forum e il direttore Pasquale Chirico pubblicano non senza sforzi e sacrifici. In questo numero si parla delle fabbriche della 219, un tema cruciale della ricostruzione post sisma. Si spera che in occasione del prossimo 30ennale si possano avere dei dati più aggiornati su quanti addetti lavorano, dopo la crisi degli ultimi anni, nelle aree industriali delle province di Salerno, Avellino e Potenza.

Per abbonarvi al giornale andate sul sito del Forum dei giovani oppure scrivete a forumteora@libero.it

Tra i segni più evidenti di questi 30 anni di dopo terremoto sicuramente hanno un posto di rilievo le venti aree industriali che con la legge 219 sono state installate nelle zone interne di Campania e Basilicata. Infatti, la legge per la ricostruzione delle zone terremotate aveva come obiettivo anche lo sviluppo di queste stesse zone, da sempre tra le più povere del Meridione e segnate da altissimi indici di emigrazione. Oggi, di quel piano di sviluppo, restano sicuramente alcune aziende e qualche posto di lavoro, ma rispetto allo sforzo economico sostenuto dallo Stato e agli obiettivi che erano stati prefissati, sicuramente la situazione attuale è al di sotto delle previsioni e l’industria irpina affronta un periodo di profondo disagio. Facciamo, però, un passo indietro e cerchiamo di mostrare la genesi e gli episodi che hanno contraddistinto la storia dell’industrializzazione dopo il terremoto.

Come già accennato, la legge 219 aveva un capitolo apposito, contenuto nell’articolo 32, per programmare lo sviluppo delle aree terremotate; questo obiettivo incontrava il parere favorevole di tutte le forze parlamentari, anche se sulle linee specifiche le opinioni divergevano. La legge quindi prevedeva la realizzazione di venti nuove aree industriali nelle provincie di Avellino (12), Salerno (3) e Potenza (5); le nuove aziende sarebbero dovute essere 228 e circa 13 mila i posti di lavoro da creare.
I primi problemi sorsero nell’individuazione dei comuni dove queste aree industriali dovevano sorgere e lì le questioni di campanile e l’influenza dei referenti politici locali e nazionali furono determinanti. Il criterio enunciato era quello di localizzare le aree in posti logisticamente favorevoli, lungo le rive dell’Ofanto, del Sele e del Basento e in corrispondenza delle arterie di comunicazione ferroviaria e stradale. Proprio l’apertura di queste aree industriali indirizzò sulle opere infrastrutturali ingenti fondi statali, che hanno portato alla costruzione della fondovalle Sele e dell’Ofantina/bis, così come il potenziamento del raccordo Sicignano - Potenza. Invece, le linee ferroviarie, che in molti casi si sviluppavano lungo le stesse direttrici (la principale è la linea Avellino - Rocchetta Sant’Antonio), non hanno ricevuto uguale attenzione e sono state ridimensionate nel corso del tempo.
Inoltre, l’occupazione di ampi spazi pianeggianti in prossimità dei fiumi ha comportato un enorme impatto dal punto di vista ambientale, influendo sul paesaggio e anche sull’inquinamento delle falde e del terreno.
Sulle linee di intervento e sui settori strategici su cui investire per creare uno sviluppo legato al territorio si era espresso un illustre studioso di problemi meridionali, Manlio Rossi Doria, già nei primi mesi dopo il terremoto, con un saggio pubblicato dal centro studi della facoltà di Agraria dell’Università di Napoli, con sede a Portici. Rossi Doria e i suoi collaboratori, dopo aver suddiviso l’intera area terremotata in base alle diverse caratteristiche agricole e produttive, suggerivano di rilanciare e modernizzare il tessuto produttivo, agricolo in particolare, già esistente, di riconvertire alcune aziende in funzione dei bisogni della ricostruzione, puntando decisamente sulla modernità tecnologia e su livelli avanzati di sperimentazione.
La lettura dei dati sui settori produttivi in questi trent’anni sembra dare ragione a Rossi Doria: il settore che non ha mai subìto crolli è quello della trasformazione dei prodotti agricoli, che raggiunge vette d’eccellenza in prodotti quali il tartufo nero di Bagnoli Irpino, le castagne di Montella e il caciocavallo podolico di Carmasciano; l’altro settore in costante crescita è quello del vino, con le produzioni di Taurasi, Falanghina e Fiano di Avellino, oltre all’intramontabile Aglianico.
Fu avviato, sin dai primi anni del dopo terremoto, una procedura di individuazione e selezione delle aziende da insediare e alla fine del procedimento furono ammesse 228 aziende; tra queste figuravano grandi nomi dell’imprenditoria nazionale, come la Parmalat, la Ferrero, la Zuegg, Finmeccanica e altre aziende del gruppo Fiat. Nel 2005, di queste 228 aziende ne rimanevano in produzione 142 (circa il 60%) e dei circa 13mila nuovi assunti previsti, nell’ottobre del 2000 lavoravano 6997 persone. I finanziamenti che lo Stato aveva stanziato per questo progetto industriale, fino al 2000, ammontavano a 2882 miliardi di lire, vale a dire 412 milioni per ogni posto di lavoro creato.
L’attualità restituisce una situazione allarmante in Irpinia, soprattutto in seguito alla crisi finanziaria che ha investito i mercati globali. Molte aziende hanno chiuso i battenti e licenziato i propri lavoratori, alcuni per mancanza di commesse, altri per scelta industriale, hanno cioè preferito delocalizzare le proprie fabbriche in posti dove il costo del lavoro è minore e hanno portato lì la produzione e i macchinari, molte volte comprati grazie agli aiuti dello Stato per la ricostruzione. Nel 2009 i tagli all’occupazione hanno raggiunto le 13300 unità, con circa 80mila lavoratori inseriti negli elenchi di disoccupazione dei centri per l’impiego; numeri purtroppo altissimi, che, se uniti a quelli che caratterizzano l’emigrazione, non lasciano spazio all’ottimismo. Anche una delle realtà produttive più importanti, la FMA di Pratola Serra, che produce i motori per la FIAT, sta affrontando una trattativa tra lavoratori e proprietà per scongiurare il pericolo di licenziamenti e dismissioni. Nelle aree industriali più vicine a noi è recente la vicenda della Bitron Sud, che qualche anno fa ha lasciato l’area industriale di Morra de Sanctis, e quella della Sivis di Conza della Campania che, pur non avendo difficoltà nel reperire commesse e non avendo mai fatto ricorso alla cassa integrazione, ha deciso di chiudere all’improvviso; in queste due aziende erano impiegati diversi lavoratori teoresi.
Anche se è facile fare considerazioni a posteriori sull’esperienza industriale successiva al terremoto, a mio parere sono diversi gli errori interpretativi e strategici commessi. Sulle scelte di settore che hanno interessato la produzione industriale si è già detto; l’industria pesante e la creazione di industrie dell’indotto, le prime ad essere in difficoltà in tempo di crisi, ha penalizzato quei settori più direttamente legati al locale. Inoltre, l’imprenditorialità irpina si è dimostrata sempre troppo vincolata alle logiche politiche, che ne hanno indirizzato scelte e percorsi, in particolare nel campo delle assunzioni, senza lasciare alla classe imprenditoriale la libertà di scelta e di azione. Questo è un marchio di fabbrica che questo processo si è portato dietro sin dalla nascita.
E’ mancato del tutto un percorso formativo che creasse una classe imprenditoriale locale, che probabilmente avrebbe legato in modo stretto i risultati al territorio, mentre gli imprenditori venuti dall’esterno hanno dimostrato poco interesse al destino di queste zone. Su questo aspetto va citato un tentativo parallelo, nato negli anni in cui i volontari erano ancora presenti nei paesi terremotati, e cioè l’esperienza cooperativa, che tentò di formare alcune figure professionali e dirigenti nel settore della cultura, dell’artigianato e dell’edilizia e del turismo. I fondi statali destinati a sostenere questo progetto furono molto pochi (solo 100 miliardi rispetto ai 60mila totali destinati alla ricostruzione) e di quella esperienza è rimasto ben poco; però, soprattutto nell’artigianato, una serie di scelte diverse e un maggior sostegno avrebbe permesso ad un settore storico della nostra terra di sopravvivere e di reinventarsi, grazie a percorsi formativi specifici e a reti di promozione e sostegno istituzionali e culturali; inoltre, costruendo alcune realtà artigianali nei singoli paesi, si sarebbero favorite le forze imprenditoriali locali. Qui subentra un discorso di mentalità, però; molte volte i giovani dell’area hanno preferito e aspettato l’assunzione in fabbrica, che comportava meno rischi e meno pensieri, rispetto al coraggio di una scelta imprenditoriale in autonomia.
In sostanza, la lezione che ci deve far riflettere è quella di saper coniugare la modernità e la tradizione, legandosi al territorio per rivolgersi allo scenario sempre più globale, e per far questo hanno sicuramente un ruolo chiave le tecnologie e la scuola.

 

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