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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


9 febbraio 2012

Neve in Irpinia, tra emergenza e normalità

Questo articolo è uscito stamattina (9 febbraio) sul Mattino di Avellino, con il titolo "Le catastrofi create dall'uomo". Altre informazioni e letture utili sull'emergenza neve in Alta Irpinia li trovate su comunità provvisorie, piccoli paesi e sugli organi di news locali on line (Tu si nat in Italy, Il Ciriaco, Orticalab e altri).


Teora, febbraio 2012 (foto di Emidio De Rogatis)


Neve,emergenza e buon senso


StefanoVentura


Lanatura non conosce catastrofi”, affermava lo scrittore svizzero MaxFrisch. Non sono i fenomeni naturali a provocare disastri econseguenze letali per l'uomo, ma l'inadeguatezza e l'impreparazione.La “catastrofe” di questi giorni si chiama neve, quella diqualche mese fa che colpì Genova e Lunigiana si chiamava “bombad'acqua”, ma in generale la comunicazione di massa abusa asproposito della categoria delle catastrofi, ovvero un “sovvertimentodella realtà”, secondo l'etimologia.

Benpiù serio è il discorso che riguarda le responsabilità, leinadempienze e i possibili correttivi. In questi giorni sono statispesso chiamati in causa i sindaci, che hanno a loro volta criticatola struttura nazionale della Protezione Civile.

InIrpinia sappiamo bene cosa vuol dire protezione civile, sappiamoquanto è stato doloroso e grave che non ci fosse subito dopo lascossa del 23 novembre 1980; abbiamo imparato a conoscere unonorevole di Varese, Zamberletti, che ci ha insegnato, da commissariostraordinario, che la Protezione Civile nasce dal coordinamento trale varie forze, siano esse istituzioni, forze armate, volontari osemplici cittadini.

Poiè venuta negli anni Duemila la gestione Bertolaso, contraddistintada un forte interventismo dai modi spicci, una impostazione che haavuto, come effetto secondario, quello di addossare alla ProtezioneCivile un ruolo salvifico che sopperisse ai limitidell'amministrazione ordinaria.

Lepolemiche che abbondano e che tirano in ballo anche leamministrazioni locali avellinesi, così come quelle regionali, nonsono infondate, ma sono inutili se non avviano un dibattito corale suuna reale prevenzione e sugli strumenti per realizzarla. Una nevicataparticolarmente forte è un evento prevedibile, come le pioggetorrenziali e come le ondate di calore, a differenza di un terremoto.

Laprevenzione chiama in ballo anche i singoli cittadini, che sono iprimi attori della Protezione Civile. Molte volte è il correttocomportamento dei singoli a evitare conseguenze peggiori in caso di allarme o emergenza, basterebbero a volte piccoli atti di buon senso,che non necessitano per forza di una ordinanza del sindaco o di unbollettino della Protezione Civile.

Allostesso tempo, però, le istituzioni devono avere un protocollochiaro e condiviso da attuare in previsione e in seguito ad unanevicata, evento tutt'altro che estremo per zone interne come lenostre (anche se quest'ondata ha assunto davvero i caratteridell'eccezionalità, pensiamo ad esempio all'Alta Irpinia).

Tuttoquesto insieme di regole e comportamenti non può certo manifestarsiper incanto alla caduta del primo fiocco di neve, ma va preparato,così come va diffusa una cultura capillare e partecipata diProtezione civile. Pensiamo al rischio sismico: i comuni sonoobbligati a dotarsi di un piano di Protezione Civile, a verificarlo,a tenere esercitazioni e a diffonderlo. Anche su questo tema negliultimi tempi si è avuto modo di polemizzare, ma la programmazione ela pianificazione pubblica troppo spesso eludono gli scenari di lungotermine, a vantaggio del tornaconto immediato. Insomma, polemizzare èinutile se fine a se stesso, sarebbe meglio iniziare un processoserio e partecipato che metta al lavoro tutti quelli che possono dareun contributo reale.

Passata l'emergenza, sciolta la neve, dovremmo avere cura di continuare astimolare le istituzioni comunali, provinciali e regionali affinchèadottino o perfezionino i propri piani di Protezione Civile, puntandoal pieno coinvolgimento del mondo del volontariato, che in Irpiniaesiste, opera e si impegna, e anche coinvolgendo scuole, enti estrutture di ricerca, professionalità e competenze plurali.



30 luglio 2011

Appuntamento di fine agosto



E'online il sito di Felicità Interna Lorda - Il sentimento dei luoghi.

 

Si tratta di un Festival organizzato dall'Osservatorio sul Doposisma e dalla Fondazione MIdA a Pertosa e Auletta dal 25 al 27 agosto, in contemporanea con il Negro Festival. 

 

Dibattiti, cene, riflessioni e tanto altro, e poi al Negro quest'anno suonano Goran Bregovic, Mannarino, Il parto delle nuvole pesanti e tanti altri.

 

Siete invitati, non mancate (poi vi aggiornerò sui contenuti dei dibattiti, che contengono importanti appuntamenti).


22 giugno 2011

CAIRANO 7X, nuovo look

Quest'anno, il festival dei "piccoli paesi, grande vita" cambia aspetto e organizzazione. Ci saranno 7 appuntamenti diluiti tra maggio e novembre, diversi per temi e per i gruppi che li penseranno.
Il primo appuntamento era alla fine di maggio; da venerdì 24 giugno si apre un nuovo fine settimana di eventi, dibattiti e varie attività: inizia BorgoGiardino.
Tutte le informazioni le trovate sul sito ufficiale di Cairano 7X. Io incollo qui solo il programma di questo weekend e per le altre curiosità rimando ai vari spazi facebook, youtube, flickr etc.
Una sola nota stonata; la Regione Campania non ha incluso questo Festival nei suoi eventi, e quindi non lo supporta finanziariamente, preferendo altre iniziative; l'ennesima porta in faccia all'Alta Irpinia.





Venerdì 24 giugno

ore 16  Chiesa di San Leone 

Borgo Giardino 2011  presentazione del programma  

 ore 16.30 Sala Carissanum 

Laboratorio dell’ Immaginazione a cura di Donatella Mazzoleni  

accoglienza / conoscenza dei partecipanti / conoscenza dei luoghi / ascolto del mito

ore 20

“Terra di Serenate” con i Menestrelli di  Teora nella rappresentazione della serenata rurale e tradizionale / Balcone Carissanum

 sabato 25 giugno

9.00 / 13.00  :  formazione gruppi / esplorazione del borgo / analisi e costruzione delle mappe / prima verifica

 9.30 /13.30  ascolto / comunicazioni con video-proiezione, 14 min. 

15.00 / 19.00  : discussione / costruzione ipotesi di progetto / seconda verifica 

15.30 / 19.30 parola  / interventi programmati e messaggeria libera, 7 min.  

 tra piazza San Leone e sala municipio 

“Mostra di Architettura dello Studio?AAYU Architecten,?Amsterdam”, a cura di Luigi Pucciano

“Mercatini della Nuova Ruralità”, a cura di Antonio Vespucci

“Viaggiatori a Cairano 2011”, presentazione di IrpiniaTurismo

 “Scuola di Cucina”, a cura di A. Gargano, chef del Ristorante la Locanda, S.Angelo d.L.

ore 20 :  Gran Concerto della ‘Banda Musicale Città di Calitri’ / Terrazza Carissanum

 domenica 26 giugno Chiesa di San Leone

9.00 / 12.00 : discussione / elaborazione / presentazione prime ipotesi di progetto

 Laboratorio della Comunicazione a cura di Angelo Verderosa 




  gruppo FACEBOOK                     



http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/



25 febbraio 2011

la vita agra del libro in provincia



 

Oggi è uscito un mio articolo sul Mattino in cui si parla di libri, librerie, lettori e distribuzione. Questo articolo e gli altri che hanno alimentato la discussione in questi giorni li trovate su non sembrava novembre quella sera e anche sul blog del Presidio del Libro di Avellino. Oltre che sull'immancabile facebook.


20 dicembre 2010

Presentazione a Teora

Teora, Teatro Comunale

27 dicembre 2010

ore 18



                            

proiezione di Giobbe a Teora
di Franco Arminio
e presentazione di
Non sembrava novembre quella sera
di Stefano Ventura

Saranno presenti gli autori

Mercoledì 29 dicembre
Monteverde, ore 18
Sala polivalente







14 dicembre 2010

Scompare De Vito. Aveva 84 anni

E' morto Salverino De Vito, esponente democristiano di spicco, ministro per il Mezzogiorno, a lungo anche sindaco di Bisaccia. Fu uno degli artefici della legge 219 e di tanti decreti delle ricostruzione post-sisma.
Metto qui un articolo di Franco Arminio che allarga le considerazioni non solo alla sua figura ma alla coscienza civile odierna degli irpini.



L'ultimo viaggio del Senatore

Il tredici dicembre è il giorno più corto dell’anno. Oggi tra noi e il cielo c’era un muro di nuvole. E noi qui molto simili a ombre, con cuori piccoli e facce grigie. Da un po’ di tempo vedo questa dilatazione del grigio, viene fuori dai discorsi che facciamo, a volte perfino dai sorrisi. Non è che prima c’era un tempo bello a cui è succeduto un tempo brutto. Quello che forse è cambiato è lo spazio intorno alle cose, lo spazio e il tempo. Le cose e le persone prima stavano al centro. Ai bordi c’era una cornice di vuoto. Questo valeva per una rondine, per una panchina, per un programma televisivo. Adesso è come se a ogni situazione fosse stata tolta l’aria. C’è quella cosa e basta, c’è una stretta di mano, c’è un gelato, c’è un articolo di giornale. Le cose non sono seguite e precedute da niente. Nascono al momento in cui nascono e finiscono al momento in cui finiscono. Mezzo secolo fa le cose erano preceduto nel loro nascere ed erano seguire nella loro fine. Non è che la vita fosse più bella o più sensata, era una cosa mescolata, il visibile e l’invisibile stavano alla stessa tavola, si spartivano l’onere e l’onore della culla e della camera ardente, di un insulto e di un bacio. Tutto questo può essere anche tradotto dicendo che dentro gli uomini c’era una fede, poteva essere dio o il comunismo ma era una cosa che un poco trascinava le persone fuori di se stesse.

Oggi c’è che Salverino è morto e torna al suo paese che non c’è più. I luoghi muoiono, come le persone. La differenza è che ai luoghi può accadere di rinascere. Alle persone no, almeno per come potevamo vederle quando erano vive, con il loro corpo, la loro faccia. Salverino De Vito è arrivato in un carro di onoranze funebri Irpinia percorrendo per l’ultima volta la strada che unisce Avellino all’Irpinia d’Oriente. Lui abitava nella strada in cui sono nato e abitavo pure io. Tante volte ho visto gruppetti di persone davanti alla sua casa. Lo aspettavano per chiedere un favore che prima o poi riuscivano pure ad ottenere. Ho sempre sospettato che non fosse amato dal suo paese, come credo non sono amati tutti gli altri capi dell’ex Democrazia Cristiana. E questo non per colpa dei loro meriti o demeriti, semplicemente perché questa terra non sa amare niente e nessuno. L’Irpinia è una provincia ingrata e oggi al cimitero di Bisaccia questa ingratitudine era evidentissima. Non c’erano gli amministratori dei paesi vicini. Non c’erano i bidelli, gli uscieri, gli applicati di segreteria, non c’era tutta quell’umanità che a lui aveva provveduto a sistemare. La classe politica che stamattina sui giornali osannava De Vito intuisce che in questa provincia certe imprese sono destinate a cadere assai presto nell’oblio. E a De Vito questa sorte era toccata già in vita. L’ho visto tante volte negli ultimi anni seduto davanti alla porta di casa, in compagnia solo della sua sigaretta. Provavo un po’ di pena per la sua malattia che mi pareva curiosamente intrecciata a quella del nostro paese.

Adesso la malattia è finita. Salverino riposa in seconda fila in un loculo posto nel muro di cinta del cimitero, subito a destra dopo l’ingresso. Non era un notabile e non si era fatto la cappella. Il suo ultimo arrivo al suo paese meritava comunque un abbraccio e invece non è stato proclamato neppure il lutto cittadino. Il popolo che ascoltava i suoi comizi oggi non c’era e soprattutto non c’era il suo partito, non c’erano i tanti tecnici e imprenditori che ha fatto arricchire con le sue leggi. È difficile avere amici al mio paese e lui non ne aveva. È stato accolto da un paese senza lacrime, un paese che non è stato distrutto da De Vito, ma che si è distrutto usando De Vito. Il clientelismo non è possibile solo con un politico che fa favori a volte indebiti, ci vogliono anche persone che questi favori li richiedono. E così è stato per il momento della ricostruzione post-terremoto. De Vito, senza volerlo, ha dato a ognuno la sua casa e ha tolto a ognuno il suo paese.

Bisogna indovinare tante cose nella vita, compreso il momento giusto per morire. Se De Vito fosse morto trent’anni fa il paese sarebbe stato attraversato da un’emozione fortissima. Adesso ognuno sta nella sua tana, vanno in giro solo unghie pronte a carpire, a portare il bottino nella cuccia. Adesso è come se qui ognuno di noi fosse già morto. Siamo tutti una banda di inesistenti in un mondo che non c’è più.

Franco Arminio, da il mattino del 13-12-2010


Articoli 

Il Corriere del Mezzogiorno

Repubblica Napoli

Irpinianews



30 maggio 2010

Programma di Cairano 7x



paesi, paesaggi, paesologia

da un’idea di franco dragone

direzione artistica: franco arminio

organizzazione: comunità provvisoria

20-27 giugno 2010

 

IL PROGRAMMA COMPLETO QUI

IL SITO

In particolare, segnalo

Domenica 20 giugno

ore 21.00, Chiesa di San Leone

Vezio De Lucia, Nora Scirè, Marcello Anselmo, Paolo Speranza, Michele Fumagallo, Stefano Ventura

Trent’anni e non li dimostra

La memoria dei paesi, la memoria delle persone

immagini e testimonianze dal Cratere

 SU ORENT L'AUDIO DEGLI INTERVENTI
 


9 maggio 2010

Irpinia dalla terra dell'osso alla terra della cenere

L'attività letteraria e anche culturale di Franco Arminio ha raggiunto ormai lo scenario nazionale, pur abitando a Bisaccia e vivendo l'Irpinia quotidianamente, dimostrando che abitare i piccoli paesi non vuol dire vivere una piccola vita (è lo slogan del festival di Cairano 7x, che quest'anno si ripeterà a fine giugno).  Riporto qui un articolo uscito oggi in cui Franco parla dei problemi d'attualità, un appello a scuotersi dal torpore e un quadro di prospettive negative ma purtroppo reali (chiusura degli ospedali, marginalità, svuotamento dei paesi). Secondo me in Irpinia ci sono anche aspetti positivi, realtà vive e buone pratiche, persone che lavorano sodo ma in silenzio. Aspetto di poter raccontare una replica di qualcuno che racconti quell'Irpinia, che c'è ma che non si mostra.

L’Irpinia: una terra nemica di se stessa
 
Il Mattino, 9 maggio 2010

L’Irpinia che viene rischia di essere un luogo orribile. Dal punto di vista dei servizi non ci sarebbe da meravigliarsi se, in breve tempo, ci ritrovassimo nelle condizioni in cui eravamo negli anni sessanta, con il danno ulteriore e, credo, irrecuperabile, di non avere intorno a noi e dentro di noi le speranze e gli umori positivi che circolavano in quegli anni. Penso in particolare all'Irpinia d'oriente. Qui ormai le case vuote sono molte di più degli abitanti. Il problema non è essere rimasti in pochi. Il problema vero è l'atteggiamento di chi nei nostri paesi ci è rimasto. Un paese di cento persone che amano la cultura e hanno rispetto degli altri è sicuramente migliore di un paese di mille abitanti in cui questi valori, che sembrano diventati inutili e fastidiosi orpelli, sono stati dismessi per partecipare ai fasti della miseria spirituale che dilaga in tutto l'occidente.
L'annunciata chiusura dell'ospedale di Bisaccia nasconde una verità ancora più amara: quell'ospedale di fatto da anni non è stato messo in condizioni di assicurare servizi adeguati e non mi riferisco a centri di eccellenza, ma ai servizi minimi ai quali un malato avrebbe diritto in uno stato che vuole definirsi “moderno” e “civile”.
In questi territori ormai veniamo chiamati a mobilitarci per difendere quel pochissimo che ci è rimasto, che ancora non ci è stato tolto. E, in genere, il risultato è che la briciola diventa sempre più piccola perché finisce sempre che bisogna spartirsela con altri difensori di briciole (in questo caso con l'ospedale di Sant'Angelo).
A Bisaccia permane una certa attitudine alle lotte sociali, basti pensare alla battaglia per il Formicoso. Per ora sembra che il pericolo è svanito e invece è solo rinviato. Attualmente nella nostra regione non c'è il minimo indizio di un ciclo avanzato nella gestione dei rifiuti. Andiamo avanti con solo due anelli delle catena: discariche e inceneritore di Acerra. Nessuna riduzione della produzione dei rifiuti, ridicole e false percentuali nella raccolta differenziata, assenza di veri impianti per la selezione e il riciclaggio. Con queste premesse è chiaro che la discarica sul Formicoso è ancora davanti a noi A meno che quel pezzo di terra lasciato libero non venga invaso da una selva confusa di pale eoliche. Come in una penosa catena di Sant'Antonio, qui si arriva a un'altra stazione del nostro calvario. Con tutte le pale che ci sono dovremmo come cittadini avere qualche beneficio. Il vento è un bene pubblico ma le pale fino a ora sono servite solo ad arricchire poche persone. Sembra di essere nei paesi arabi prima della nazionalizzazione del petrolio. Da questa veloce rassegna delle nostre croci sarebbe il caso di passare alle delizie, sarebbe il caso di segnalare che a giugno a Cairano ci sarà un evento straordinario, ma anche qui la domanda è la solita: gli irpini se ne accorgeranno? Siamo ancora in grado di cogliere il meglio considerano che siamo sempre più assuefatti al peggio? L’ultima nota è per questo mio articolo. Non ci sono nomi e dunque è destinato a non lasciare traccia. Ormai la barbarie impone che per ottenere risposte da qualcuno bisogna farne nome e cognome. E la risposta, allora, è immediata e, quasi sempre tagliente, rancorosa.
Quindi un riferimento chiaro, un nome in extremis lo voglio fare, è quello dei sindaci irpini, di tutti i sindaci irpini: abbiano il coraggio di andare in prefettura già dalle settimana prossima e di consegnare le loro fasce. Solo dimissioni collettive e immediate oggi potrebbero scuotere la ruggine che sta corrodendo tutto e tutti. Le dimissioni dei sindaci servirebbero a scuotere le istituzioni superiori ma anche a scuotere se stessi. Servono gesti clamorosi e generosi, serve impegno e, al tempo stesso, capacità di abbandonare le proprie cariche, quando queste non sono più utili al bene comune.
A Roma e a Napoli ormai ci trattano con indifferenza, ma non abbiamo nemici più grandi di noi stessi. Ad Avellino c’è un enorme teatro, un teatro che può raccogliere più di mille persone. Perché non usarlo per un gesto eccezionale, una grande manifestazione che serva a lanciare una vertenza irpina, la vertenza della terra dei paesi. Invitateci a partecipare, invitateci a sostenervi in scelte complesse, difficili, esposte. Solo così possiamo pensare di riammagliare i fili di una comunicazione e di una comunità che, allo stato attuale, non esiste, perché si è persa nelle incomprensioni e nei giochi di potere piccoli piccoli che giovano, forse, per un momento, ma che ci condurranno alla distruzione di questa terra.
A questo punto mi chiedo: chi dovrebbe organizzarlo questo raduno al Gesualdo? Come si fa a immaginare che di colpo centoventi campanili facciano risuonare la stessa campana? La prima risposta che mi viene in mente è che questo ruolo spetterebbe al sindaco del capoluogo. Oggi la politica non può essere mera gestione amministrativa, deve costruire cornici e dentro queste cornici i cittadini possono svolgere la loro azione. Adesso più che mai è necessario costruire una cornice irpina, un luogo in cui la politica diventi sintesi delle utopie meridiane e dello scrupolo nordico. Non è detto che i politici in servizio debbano limitarsi a svolgere la manutenzione della propria mediocrità. A volte, con un po’ di coraggio, si può andare anche oltre i propri limiti. Mi piacerebbe leggere nei prossimi giorni una risposta del sindaco Galasso. E se questa risposta non dovesse venire allora mi aspetto un’iniziativa senza indugi dai parti dei sindaci dell’Irpinia d’oriente. La terra dell’osso non può trasformarsi così repentinamente nella terra della cenere.

 
Franco Arminio

 


8 gennaio 2010

Qualcosa si muove

DOMANI A GROTTAMINARDA SI SVOLGERA' IL PRIMO SEMINARIO DI PAESOLOGIA.





INTANTO SU FACEBOOK NASCE UN GRUPPO DI PERSONE CHE PENSA AL TRENTENNALE DEL TERREMOTO.





(cliccate sulle immagini per maggiori informazioni)


30 giugno 2009

L'Irpinia e il gattopardo



-          Cumm staje la vigna a te?

-          Eh, auanno nun la stac curann. Ji nun m la figh cchiù, figl’m eia a la Svizzera, nun aggio truvat nisciun ca me la curava.

-          E che bbuo fa, facimm viecchie.

 


Sono stati giorni intensi, questi di Cairano 7x. Chi legge questo blog oppure i giornali locali fino alle pagine più interne, oppure ha dimestichezza con la rete, ha saputo dell’esistenza di questo esperimento che per 7 giorni ha portato più di cento persone ad abitare Cairano e altri paesi dell’Alta Irpinia, risiedendo nelle abitazioni lasciate vuote dallo spopolamento e dall’emigrazione (Cairano ha a disposizione circa 4000 vani per una popolazione di 380 persone, di cui solo 6 bambini che frequentano la scuola elementare). A parte i nomi più ridondanti (Vinicio Capossela, giornalisti e scrittori come Paolo Rumiz e Andrea Di Consoli, il fotografo Mario Dondero, il jazzista Innarella) a Cairano si sono alternati registi, professori universitari di Architettura, archeologia, scienze ambientali, intellettuali e simili, cuochi irpini, oltre ai volontari della Pro Loco che hanno offerto un prezioso supporto logistico e ai membri della comunità provvisoria. La direzione artistica è stata curata da Franco Arminio, il patrocinio è stato della Fondazione Dragone, fondata da Franco, cairanese emigrato in Belgio e produttore del Cirque de Soleil.

Gran parte della gente dell’Alta Irpinia, però, non è venuta a conoscenza di questo evento, sicuramente estraneo ai canoni locali del divertimento e dell’intrattenimento. I destinatari erano sicuramente esterni, appartenenti ad alti livelli di istruzione, una platea selezionata già all’origine. Tuttavia, il programma era talmente ricco che tutti potevano scegliere di partecipare a qualche laboratorio o concerto.

I sette giorni di Cairano rappresentano un tentativo di ripensare al presente e al futuro del nostro territorio, che si sta spopolando non solo a causa dell’emigrazione di giovani dal buon livello di istruzione, di meno giovani e di intere famiglie, ma anche a causa dell’assenza di risposte complessive e articolate, che pur ci sono state in altre aree del Sud (Basilicata, Cilento, Sardegna). 

Però, tra le altre cose, si sa che "il Sud, tra il problema e la soluzione, ha sempre preferito il problema".

In tempi di crisi economica globale, ora che si parla di ciclo corto dell’economia, di ridare vitalità all’agricoltura diffusa e biologica, di ripensare lo sviluppo, un territorio come il nostro, che è naturalmente predisposto a questo tipo di cose, non può restare fermo. Chi dice che da noi non c’è niente sbaglia. Un solo elemento tra i tanti, il paesaggio ad esempio, altrove ha rappresentato la base di partenza per alimentare circuiti economici virtuosi.

Belle parole, teorie, concetti generali, i miei, che cozzano troppo con la realtà oggi esistente nelle nostre zone come nel resto d’Italia. Lo scambio di battute che ho riportato all’inizio del post l’ho ascoltato a Tarantino, a Teora, sabato scorso, tra due signori anziani. Il declino dell’agricoltura, dopo il terremoto del 1980, ha rappresentato il contraltare principale all’industrializzazione post sisma, con il risultato che oggi abbiamo sempre meno contadini e anche salvare il posto di lavoro nelle fabbriche delle aree industriali della 219 è sempre più arduo. In compenso, incombe l’ipotesi della discarica sul Formicoso. Alcune voci insistenti dicono che a settembre inizieranno i lavori di costruzione di uno sversatoio di rifiuti da 40 ettari.

Altra nota dolente è la desolazione della politica; proprio mentre a Cairano c’erano persone che da tutta Italia venivano a scoprire questi luoghi, a Calitri la Comunità Montana Alta Irpinia veniva commissariata perché i sindaci non trovavano l’accordo sul bilancio (otto sindaci di centrodestra e otto di centrosinistra). Se si pensa che l’unica possibilità di reazione per i nostri comuni può essere quella di fare rete sui problemi comuni, pensate come è possibile farlo quando l’ente che li raccoglie subisce continuamente l’instabilità delle lotte politiche (nate, bisogna dirlo, dal cambio di rotta dettato dall’on. De Mita in tutti gli enti della provincia). Siamo deboli, non solo per colpa della politica, e quando si è deboli si diventa facilmente terra di conquista. Negli ultimi mesi, inoltre, “Irpinia” ha significato male assoluto per quanto riguarda i paragoni con altre ricostruzioni dopo eventi catastrofici, senza nessun tipo di approfondimento sulle cause, su come sono andate le cose, se la colpa è stata dei veri terremotati o di alcuni speculatori. L’anno prossimo ricorrerà il trentennale, ma già si prefigura una frammentaria commemorazione, una passerella di poche ore che morirà subito, quando invece le nostre comunità dovrebbero pensare a un percorso di tutela e recupero della loro memoria, superando i campanilismi e rispettando anche le diversità di opinione (personalmente questa sarebbe una scommessa a cui mi piacerebbe dedicare tempo e lavoro).

Tutte queste note, che posso sembrare in bilico tra pessimismo e nichilismo sono invece, secondo me, gravide di spunti positivi, che se ben coltivati possono segnare un’inversione di tendenza per i nostri territori. Come diceva Danilo Dolci, bisogna “far presto, e bene, perché si muore”.


Messaggio promozionale: Teoraventura sponsorizza, dopo un'accorta disamina, i biscotti di  Antonio Luongo.


20 giugno 2009

7 giorni per.....Tutti a Cairano!

La prossima settimana si terrà in terra d'Irpinia, in uno dei suoi borghi più piccoli, un evento organizzato, pensato e realizzato con la volontà di far conoscere l'Irpinia e pensarla in modo diverso.

Questo è il logo dell'iniziativa.


Questo è il programma.



C'è n'è per tutti i gusti, partecipate e girate la voce. 


10 dicembre 2008

Viaggiando nel vento d'Irpinia

Vi propongo una lettura piacevole, un viaggio paese per paese in Irpinia, tratto da Genteviaggi. Il libro di F. Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela, è stato selezionato tra i migliori dell'anno dalla trasmissione di Radio3 Farhenheit. Complimenti all'autore.

“Restare a casa propria è una negligenza di cui, presto o tardi, si verrà puniti”. Così scrive Paul Morand in un prezioso libretto sul viaggiare. Mettiamoci in viaggio, allora, ma curandoci di non trascurare quei luoghi che aspettano semplicemente che qualcuno li guardi, li riconosca prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia.

L’Irpinia è una provincia solo dal punto di vista amministrativo. In realtà si tratta di una regione, costituita di territori molto diversi. Forse la parte più singolare di questa regione è quella che possiamo chiamare Irpinia d’oriente. Un nome che deriva innanzitutto dal fatto che si trova all’estremo lembo orientale della Campania, come una sorta di cuneo che si apre verso la Puglia e la Basilicata. Poi ci sono da considerare la particolare conformazione geografica (tortuosa fascia di terreni miocenici) e la storia di questi luoghi, esposti a continue invasioni dall’est. Basta vedere i volti degli anziani per rendersene conto, facce che parlano un linguaggio forte, deciso, facce che fanno pensare all’armenia, al Caucaso. Nel passaggio che in tante zone del sud si è compiuto dalla civiltà contadina alla modernità incivile, in un mondo che tende ad impastarsi e a divenire come la pasta di granchio giapponese con cui si fa tutto senza assaporare più niente, l’Irpinia d’oriente conserva un suo sapore, e lo si avverte attraversando quelle ragnatele di silenzio e luce che sono i paesi. Qui i paesi sono come fiocchi di neve: non ce ne sono due uguali. E tra un paese e l’altro c’è la terra dell’osso dove nei secoli si è costruita una civiltà della lentezza e del disincanto che accompagnava e un po’ leniva la penosa arretratezza  dei “cafoni”. Chi viene da queste parti deve disporsi a svolgere una serena obiezione alla civiltà della fretta e della distrazione, agli agi e ai disagi che comporta. Questi posti possono inserirsi significativamente nel circuito delle destinazioni rurali interne caratterizzate da un orientamento attrattivo di tipo ambientale, culturale e gastronomico: qui si può ancora respirare aria pulita, pensare a piedi, mangiare buon cibo.

 

Il viaggio inizia da Bisaccia, dal suo castello a lungo frequentato dai poeti. A parte il soggiorno di Torquato Tasso, qui Federico II riuniva a volte i poeti della sua scuola. Il paese ha una piazza da cui quando l’aria è chiara si vede il tavoliere di Puglia, la nuca sassosa del Gargano. Possono sconfortare i filari di case chiuse, l’assenza di dolci fanciulle a spasso, il vento spinoso che soffia anche d’estate, ma poi capitano certi giorni in cui la luce sembra la stessa dalle sette del mattino fino al tramonto, una luce che non sembra provenire da alcun luogo e ti fa stare nel paese con la sensazione che sei arrivato in un posto che non scorderai. A Bisaccia il verde dura meno di un mese, è il verde del grano che a fine maggio comincia ad ingiallire, a perdere il rosso dei papaveri. In quel grano da qualche anno si sollevano le grandi pale eoliche, sculture in movimento che a volt

e tagliano le nuvole basse in visita al paese. Non ci sono vetrine e il maestoso castello non ha altro che pietre. Da quasi trent’anni importanti reperti archeologici non riescono a trovare una degna sistemazione e questo è un po’ l’emblema di un paese che è un museo della vita mancata.

 

Per trovare un museo vero bisogna arrivare ad Aquilonia. Ma qui a mancare è il paese. Del vecchio abitato è rimasto qualcosa che adesso si vorrebbe far rivivere per fini turistici. Intanto, l’unica attrazione di Aquilonia è il museo della civiltà contadina. Si può dire che ormai ce n’è uno in ogni contrada, un po’ come le statue di Padre Pio, ma questo è davvero ben fatto, completo, organizzato con rigore. Il tutto si deve alla straordinaria passione e competenza di un uomo che si chiama Mimì Tartaglia. L’impresa gli è riuscita perché ha vissuto a lungo lontano dal borgo natio e si è tenuto lontano dai suoi succhi venefici. La sua collezione di “roba vecchia” all’inizio era oggetto di derisione. Ora non è più così, ora il passato non è più una cosa di cui disfarsi.

 

Anche a Calitri c’è un museo, quello della ceramica. Lo hanno costruito nel punto più alto, sistemando una serie di case che erano state danneggiate dal sisma dell’ottanta. La ceramica è una peculiarità autentica del luogo, ma se non si ha voglia di vedere anfore e vasi si può fare un giro nel centro antico. Qui il paese c’è e se lo si vede dalla zona detta di Santa Lucia ti offre una visione incantevole. Il disegno era dato dalla collina. Gli uomini ci hanno messo una sopra l’altra le loro povere case. Insomma, il tutto è straordinariamente superiore alla somma delle parti.

 

Da Calitri si va giù per un gomitolo di curve, poi un po’ di pianura ed ecco spuntare un altro paese in cui bisogna assolutamente fermarsi. Conza fu completamente distrutta dal terremoto dell’ottanta. Il luogo non venne spianato dalle ruspe. La nuova Conza fu ricostruita nella valle e ci si può passare in macchina per capire quanto sia geneticamente diversa dall’originale. Invece il paese vecchio si può solo percorrerlo a piedi fino a salire al campo sportivo che sta in cima alla collina. È il fascino dei luoghi abbandonati dall’uomo e che la natura lentamente si riprende. In una casa è cresciuto un fico, un’altra sembra la teca di un’erboristeria. C’è solo il rumore di qualche lucertola che guizza tra le pietre. Questo non è un posto da visitare in molti, venire qui è un po’ come andare al cimitero. Bisogna venirci da soli o con persone care. Si può restare mezz’ora o un intero pomeriggio, comunque si deposita il senso di aver visto qualcosa che ci rende meno apatici e indifferenti.

 

Da Conza si prosegue per Lioni dove ci si può fermare per comprare degli ottimi latticini. La meta però è più avanti, è l’abbazia del Goleto. Ancora un luogo di grandi suggestioni. C’è solo qualche monaco che si muove in punta di piedi. Il complesso è stato restaurato dopo il terremoto e offre manufatti artistici e architettonici di notevole pregio. Ma, come a Calitri, il tutto è superiore alla somma delle parti. Si può scattare qualche foto per dire agli amici che siamo stati in un posto bello, ma forse è meglio tirar fuori dalla borsa un libro e leggersi qualche pagina seduti su uno scalino. Stare qui è come accarezzare la propria vita e non c’è fretta di curiosare nella brochure che racconta l’affascinante storia di quest’abbazia. Bisogna solo accordarsi col respiro del luogo e piano piano il luogo ti porta dentro la sua quiete, te la soffia e non ti senti più naufrago. Senti che per un po’ sei salvo, in disparte dalla rissa e dall’inconcludente clamore di ogni giorno.

 

Il viaggio prosegue verso Rocca San Felice. Il borgo antico è stato tutto ricostruito con le pietre. Dovrebbe essere un allettamento per turisti. La gente del posto preferisce abitare le case col garage e la sala rustica. Il centro del paese è un bel tiglio e tutto accade un po’ lì, fuori dalla sua ombra è già periferia. Da queste parti si trova la Mefite, una pozza di fango grigiastro che per Virgilio era la porta degli inferi e che può essere una trappola mortale per chi ha l’ardire di avvicinarsi troppo. Più agevole salire verso la Rocca dove Federico II fece rinchiudere suo figlio Enrico. La salita è breve, ma ripida. Si arriva su con un filo d’affanno e se con voi c’è qualcuno che vi vuole abbracciare, qui sentirete meglio che altrove il dolce brivido di avere un corpo, di essere vivi.

 

A proposito di abbracci, la prossima visita è a Gesualdo dove soggiornò il grande madrigalista Carlo Gesualdo che si ritirò nel bellissimo castello dopo aver ucciso la moglie rea di flagrante  adulterio. Il “principe dei musici” vi rimase diciotto anni e compose molta della sua musica che, assieme alle vicende della sua vita, ne ha fatto un personaggio di grande interesse. Werner Herzog qui ha girato un film e un progetto simile aveva Bernardo Bertolucci. Il paese ha un edificio assai curioso che chiamano Cappellone, una bella fontana e tanti portali di pregevole fattura. Il paesaggio comincia a essere diverso da quello dell’irpinia d’oriente. Lì c’è solo grano. Da qui s’intravedono le colline che danno i grandi vini come il Taurasi o il Greco di Tufo. Siamo vicini a Fontanarosa, la meta finale del nostro viaggio.

 

A Fontanarosa si fanno ottimi salumi, si lavora la pietra con antica maestria. Ad agosto i buoi tirano il carro di paglia, straordinaria creazione collettiva che ha resistito ai vaneggiamenti della modernità. Siamo in un paese dalle mani buone. Forse non basta a farne una località di grande attrazione turistica, ma una breve visita se la merita, come la meritano quasi tutti i paesi irpini che  non abbiamo elencato. Penso innanzitutto a Senerchia e a Zungoli e poi, solo per dirne alcuni, a Frigento, Greci, Montefusco, Trevico, Montemiletto, Torella, Cairano, Avella, Monteverde.

 

L’Irpinia, dunque, è la terra dei paesi. Ce ne sono centodiciannove, piccoli e piccolissimi (uno solo supera i quindicimila abitanti). Sono paesi da due righe nella garzantina universale, ma a visitarli può venirne ancora qualche sentimento.

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