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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


16 ottobre 2012

Il terremoto degli operai

Segnalo una mia riflessione, e le altre che la accompagnano, sul terremoto in Emilia.
L'originale la trovate su Lavoro culturale, nella nuova serie di Sismografie.


Il terremoto degli operai e la sfida della prevenzione

 Stefano Ventura

Le scosse che hanno interessato l’Emilia Romagna e parte della Lombardia e del Veneto a partire dal 20 maggio scorso hanno provocato sette vittime il 20 maggio (ore 4 e04, magnitudo 5.9 ), e venti vittime il 29 maggio (ore 9, magnitudo 5.8). Un’altra scossa di forte entità (5.2 scala Richter) è stata registrata il 3 giugno (ore 21 e 20), e lo sciame sismico ha tenuto in allarme le aree e le popolazioni terremotate per diversi giorni e con moltissime scosse di minore magnitudo.

I comuni più colpiti sono stati San Felice sul Panaro, Mirandola, Finale Emilia, Cavezzo e Novi. Sono state allestite dalla Protezione civile ventotto aree per la prima sistemazione dei circa 15 mila sfollati, gestite dalle forze del volontariato. In Emilia-Romagna al 25 settembre sono 4.412 le persone assistite. Tra questi, 2.897 sono ospitati nelle aree di accoglienza, 88 nelle strutture al coperto e 1.427 in strutture alberghiere.[1] Mancano, accanto a questi numeri, le cifre delle autonome sistemazioni, cioè tutte quelle famiglie e persone che hanno trovato ospitalità a casa di parenti e amici e per i quali è previsto un contributo basato sul numero di componenti del nucleo familiare.

La situazione degli edifici pubblici ha rappresentato sin da subito un punto critico; per quanto riguarda, ad esempio, le scuole, il 17 settembre hanno riaperto, ma 471 edifici avevano subito danni e circa 70 mila studenti hanno dovuto ricominciare in situazioni provvisorie, in tensostrutture o in strutture prefabbricate, altre volte raggiungendo plessi scolastici di zone vicine o altre ancora ospitati in alberghi, palestre e altri spazi adattati alle necessità.

L’altra situazione d’urgenza riguarda le aziende e l’apparato produttivo, che in quest’area trova un concentramento di importanti realtà, ad esempio nel settore biomedicale e nella produzione alimentare. Molte aziende che hanno subìto il crollo dei capannoni hanno trovato ospitalità nelle fabbriche dell’area vicina o hanno condiviso gli spazi dei capannoni rimasti agibili.

Questo terremoto sarà quindi consegnato al purtroppo ricco elenco di disastri che hanno tormentato l’Italia come “il terremoto degli operai” e dei capannoni crollati, così come il terremoto di San Giuliano di Puglia e del Molise, che sta per compiere dieci anni (31 ottobre 2002) è quello dei bambini morti nel crollo della scuola, così come il terremoto dell’Aquila ha assunto come simbolico apice di sventura il crollo della Casa dello Studente di via XX settembre.

Ognuno di questi disastri, e nello specifico i terremoti, ha trovato risposte diverse non tanto nell’organizzazione e nella prontezza dei soccorsi, quanto nell’architettura istituzionale e di governo della gestione dell’emergenza e ancor di più nell’avvio della fase di ricostruzione. In 15 anni, dal terremoto dell’Umbria e delle Marche ad oggi, tutti gli eventi principali hanno avuto storia a sé, sono stati caratterizzati da filosofie di intervento proprie, da un equilibrio di volta in volta diverso tra le principali forze in campo, cioè comunità e istituzioni locali, Regioni, Protezione Civile e Governi nazionali. Nel primo caso (Umbria e Marche 1997) il Governo diede ben presto alla Regione l’incarico di coordinare gli interventi dei comuni; in Molise, quando la gestione commissariale passò alla Regione, il governatore Iorio allargò a dismisura le fasce di danno dirottando le risorse su opere e provvedimenti non collegati alla ricostruzione. L’Aquila ha rappresentato il ritorno a una gestione fortemente centralizzata da parte del Governo e della Protezione civile, con l’azione sinergica di Berlusconi e Bertolaso che ha privato quasi del tutto i sindaci e le popolazioni locali della possibilità di intervenire.

Far trascorrere un po’ di tempo tra lo svolgimento dei fatti e lo studio dei singoli casi aiuterà a capire se questa lettura, qui forzatamente semplificata, sia corretta o meno. Atteniamoci ora all’attualità per cercare di cogliere gli elementi principali che emergono dalla vicenda del terremoto emiliano.

Il 17 maggio, tre giorni prima della scossa del 20, è entrato in vigore il decreto n.59, quello che stabilisce compiti e modalità di intervento della nuova Protezione civile, dopo gli anni in cui alla Protezione civile sono stati affidati compiti e poteri che esulavano dalla sua vocazione originaria (i grandi eventi, ad esempio).

Il decreto stabilisce che la Protezione civile ha potere di ordinanza per venti giorni dopo una calamità

(Tremonti aveva introdotto un passaggio obbligato e una autorizzazione preventiva del ministero dell’Economia prima di stanziare i fondi per l’emergenza) e ha potere di intervento e spesa su operazioni di soccorso, assistenza alle popolazioni e opere per la sicurezza con 50 milioni di euro a disposizione da destinare allo scopo. L’emergenza dura sessanta giorni, prorogabili al massimo di altri quaranta giorni, per un totale massimo di cento giorni, dopo i quali la gestione passa alle amministrazioni ordinarie. Il decreto contiene anche l’accantonamento del principio per il quale lo Stato è tenuto a risarcire integralmente i danni dovuti a disastri e introduce un’assicurazione obbligatoria contro i danni da calamità per le abitazioni private[2].

L’Emilia rappresenta quindi il primo banco di prova di questo decreto, e da più parti è stato fatto notare che in sessanta o al massimo cento giorni non si risolve quasi nulla. Il fondo stabilito per la gestione dell’emergenza è di 50 milioni di euro, che in Emilia sono finiti venti giorni prima della scadenza dello stato di emergenza. Le istituzioni locali in particolare devono imparare in fretta a fare da soli, sotto la guida della Regione, ma ad a oggi i soldi per operare sembrano non esserci, né da parte del governo italiano (tranne i 500 milioni derivanti dalle accise sulla benzina), né dall’Unione Europea (i 670 milioni stanziati arriveranno nei primi mesi del 2013). La cosiddetta congiuntura economica, d’altronde, non è certo quella più adatta a spese e impegni finanziari straordinari. 

Eppure le prime dichiarazioni di alcuni membri del governo, al di là delle cifre annunciate, sollevavano questioni aperte di grande importanza; il ministro dell’ambiente, Clini, dichiarava di voler promuovere un piano nazionale per la difesa del territorio. Per questo sforzo straordinario servirebbero, secondo il ministro, 41 miliardi di euro e 15 anni di tempo[3].

Il ministro Fornero, invece, faceva notare che il crollo dei capannoni e degli edifici sensibili, in altri Paesi, non sarebbe potuto succedere[4].

E’ indubbio che il problema della sicurezza del patrimonio di edilizia pubblica e privata italiana è davvero il principale nemico per la difesa dai rischi naturali e antropici, ma per vari motivi non si è mai agito seriamente per porre rimedio alla questione. Dal terremoto di San Giuliano di Puglia a oggi sono passati dieci anni; tuttavia non si ricordano in questi anni leggi, interventi e impegni di spesa per la messa in sicurezza di scuole, edifici storici e per i fabbricati più datati.

Scorrendo i titoli e le pagine dei giornali delle settimane successive al terremoto emergono, inoltre, polemiche e allarmi sul rischio di nuove scosse e sull’adeguatezza della mappa nazionale del rischio sismico. La zona colpita non risulta, infatti, tra le zone a più alto rischio sismico, anche se storicamente in quell’area si ricordano alcuni terremoti, anche di forte entità, come ad esempio il sisma del 1570 a Ferrara, e in quel caso lo sciame sismico durò diverso tempo[5].

L’annuncio di imminenti scosse di uguale o maggiore entità ha tenuto in allarme la popolazione e messo in difficoltà geologi ed esperti che stavano, nel frattempo, monitorando la situazione, vista anche la relativa novità del fenomeno. Si pone quindi un altro problema, quasi etico: comunicare tutte le informazioni di cui la comunità scientifica è in possesso oppure selezionarle per evitare allarmismi e panico?

Quello che sicuramente emerge è la corsa alla semplificazione, i titoli a effetto e la rapidità frenetica imposta da comunicazione di massa al tempo dei social network, quando un tweet o un hashtag hanno più presa di un approfondimento ragionato. Nel caso del terremoto, la previsione di un evento sismico sta diventando un’ossessione scientificamente infondata, ma sempre evocata. Invece di inventarsi date, previsioni e allarmi su dove e quando sarà il prossimo sisma, sarebbe certamente meglio investire le energie per adeguare le strutture materiali e per educare la popolazione.

Infine, bisogna prestare attenzione al frequente appello alla “retorica della tragedia”, cioè a quella vulgata che sottolinea in maniera strumentale il carattere di una comunità,  la fierezza degli aquilani oppure la laboriosità degli emiliani. Certamente raccontare le esperienze positive di rinascita può essere di incoraggiamento per chi deve ripartire.

Molto spesso, però, questo tipo di narrazione serve a oscurare o mettere in secondo piano l’individuazione delle responsabilità, ad esempio sui palazzi costruiti su una faglia a Pettino, quartiere dell’Aquila, o sui capannoni accartocciati su se stessi in un niente in Emilia e spinge a minimizzare i problemi della ricostruzione e dell’immediato.

Staremo a vedere quale corso prenderà la ricostruzione in Emilia; di certo la seria considerazione dei problemi degli emiliani porterebbe a una più matura consapevolezza della fragilità dell’Italia intera e, forse, a pensare la natura e il territorio come elementi primari e non trascurabili. Al di là delle politiche di lungo periodo, delle azioni di governo nazionali e locali, la prima cellula di Protezione civile è sempre il buonsenso, quello individuale e quello collettivo; per far maturare questa coscienza è fondamentale sostenere e rafforzare i progetti educativi, che già nel nostro Paese sono ben presenti grazie al volontariato, all’associazionismo e a ricercatori e professionisti della prevenzione. Vale anche la pena ricordare di come la prevenzione, oltre a salvare vite umane, potrebbe far risparmiare le ingenti risorse necessarie, ogni volta, per ricostruire dopo un disastro. C’è bisogno, quindi, di agire con continuità in questa direzione, senza aspettare la prossima calamità.



9 maggio 2012

E' uscito "Sismografie. Tornare a l'Aquila mille giorni dopo il sisma"


SISMOGRAFIE. Tornare all'Aquila mille giorni dopo il sisma è il titolo di un volume collettivo nato dalle pagine web di Lavoro Culturale, un blog cultural-letterario che raccoglie contributi e discussioni ed è promosso e gestito da giovani studiosi e studenti dell'Università di Siena.

Da una serie di saggi e articoli sul terremoto dell'Aquila del 2009 è nata l'idea di dar vita a un volume di riflessione a più voci.


LEGGI LA RECENSIONE SU CARMILLA

 

LA SEZIONE SISMOGRAFIE SU LAVORO CULTURALE


18 aprile 2012

Buone e cattive pratiche, dall'Irpinia a l'Aquila

Sul Mattino di Av di oggi, 18 aprile, è uscito questo mio pezzo. Buona lettura.

Il terremoto, Barca e la lezione dell'Irpinia

Stefano Ventura


Il ministro per la coesione territoriale, Fabrizio Barca, ha visitato alcuni paesi del Cratere domenica scorsa, accompagnato dall’ex sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi, Rosanna Repole, e incontrando diversi sindaci e amministratori. Il motivo della visita è stato l’approfondimento delle dinamiche di legge e di ricostruzione urbanistica che hanno contraddistinto la ricostruzione irpina, con i suoi processi virtuosi e casi positivi e con le ombre che hanno ispirato più volte la narrazione scandalistica che i media hanno trasmesso nel corso degli anni all’opinione pubblica nazionale.

In particolare Barca ha cercato di conoscere dettagliatamente i meccanismi di ricostruzione dei centri storici dei piccoli paesi irpini, alla ricerca di spunti e stimoli da trasferire a L’Aquila. E’ incoraggiante  che un ministro che si occupa di coesione dei territori, qualcosa di cui si ha un drammatico bisogno in tempi di tagli serrati, accorpamenti e chiusure di strutture, visiti queste aree del Mezzogiorno diverse dalle solite mete.  Sarebbe stato bello avere la stessa attenzione durante l’emergenza neve del febbraio scorso, soprattutto da parte degli amministratori della Regione Campania.

Il ministro Barca ha avuto occasione di spiegare il suo modo di intendere le tre parole chiave (infrastrutture, scuola e banda larga) da lui individuate per tentare di dare una scrollata al Mezzogiorno intorpidito.

La visita capita poi in prossimità dello sblocco di circa 50 milioni di euro per completare la ricostruzione in provincia di Avellino; un’occasione importante per i comuni terremotati, una piccola boccata d’ossigeno da gestire all’insegna di metodi e criteri nuovi, come proposto nel dettaglio di norme e procedimenti da alcuni sindaci, dall’Anci e dalla Lega Autonomie.

Un piccolo esempio di un progetto - pilota innovativo Barca lo ha osservato ad Auletta (Salerno) dove ha sede un Osservatorio sul Doposisma. Qui Il recupero del centro storico, il “Parco a ruderi”, ancora abbandonato dal 1980, è stato al centro di un concorso di idee coordinato a RENA ( Rete per l’Eccellenza nazionale), che ha visto partecipare 56 progetti da tutto il mondo; sono stati poi scelti cinque finalisti, che si sono confrontati in un workshop che avvierà un percorso per prendere il meglio da ognuno dei progetti. I prossimi mesi diranno se la sfida è stata vinta, ma quelli finora giunti sono segni incoraggianti.

Tra le cose buone da suggerire per la ricostruzione dell’Aquila, se fosse possibile, si dovrebbe restituire un pizzico di quello spirito che animò gli irpini e i lucani subito dopo il sisma, quella voglia di ripartire, quel senso di solidarietà e di comunità che poi, con l’arrivo dei soldi per ricostruire, e quindi degli interessi, andò scemando. Gli aquilani, se rivogliono il loro centro storico, non dovranno essere egoisti, dovranno essere pronti cedere anche qualche metro quadro di proprietà, dovranno pensare all’insieme e non al particolare.

Sulle cose da non fare, invece, bisogna rimarcare che le cricche e il malaffare, compreso quello criminale, sono abilissimi a infiltrarsi tra subappalti, concessioni e incarichi, specie se c’è fretta di fare. Su questo si deve vigilare, al di là dei certificati antimafia, con strutture inquirenti e di controllo, ma anche con la partecipazione attiva degli stessi terremotati e della società responsabile.

Inoltre, sarebbe buono evitare progetti megalomani e sradicati di infrastrutture e sviluppo. Non voglio parlare delle aree industriali del cratere, faccio un altro esempio più recente; a San Giuliano di Puglia è stata costruita una scuola avveniristica, dopo il terremoto del 2002, costata quattro milioni di euro per circa 100 bambini iscritti. Non sarebbe forse meglio costruire tante scuole, asili e plessi universitari “normali”, sicuri e attrezzati, invece che strutture sovradimensionate?   

 


11 ottobre 2011

L'Aquila e la shock doctrine all'italiana

Quella che pubblico è una mia riflessione meditata dopo una visita all'Aquila, circa un mese fa. Sono concetti già esposti e approfonditi da altri: del resto la letteratura, il materiale in rete, i documentari e altri lavori sul terremoto del 2009 sono già moltissimi e vari. Però è importante mantenere accesi i riflettori sull'Aquila e sull'Abruzzo, dove le debolezze e i pregi del nostro carattere nazionale (sempre che ce ne sia uno) sono emersi nitidamente in questi quasi 1000 giorni di doposisma

 L'AQUILA E LA SHOCK ECONOMY ALL'ITALIANA

Ogni evento fuori dall'ordinario si colloca nel tempo in cui accade. A maggior ragione un terremoto interviene a fare tabula rasa di una comunità, delle dinamiche e delle abitudini della gente che lo subisce, offrendo uno spazio di infinite possibili alternative.

Per questo chi in quel periodo si trova in una posizione di responsabilità, in particolare i governi territoriali e nazionali, hanno il compito di scegliere il destino di una ricostruzione, tanto più incisivo quanto più distruttivo è stato il sisma.

Anche il terremoto del 2009 in Abruzzo non ha fatto eccezione. Una cosa è apparsa chiara sin da subito; l'Aquila e l'Abruzzo hanno rappresentato in piccolo i pregi e i difetti dell'intera nazione, le aspirazioni e i difetti della sua classe dirigente, dei suoi imprenditori, della gente comune.

Una delle frasi più comuni che si sentono dire agli aquilani (una precisazione; laddove si citeranno per brevità gli aquilani, si intende una parte per il tutto, quindi tutti i cittadini del cratere terremotato) è che se non si visita la città non si può capire l'effetto del sisma. Questo inciso deriva dal fatto che la narrazione mass mediatica del sisma è stata fortemente influenzata dall'informazione mainstream, fortemente condizionata da poche e influenti lobby. Va detto anche che il terremoto e la ricostruzione hanno prodotto comunque una messe informativa spropositata, chemetterà certamente in difficoltà quelli che vorranno fare i conticon questo evento nei prossimi anni. Gli studi, i video, idocumentari, i libri, i blog tematici sono veramente un oceano in cui perdersi facilmente, e per questo risulta difficile percepire quale e quanta informazione è giunta a destinazione e in che modo.

Di certo, camminare per le strade della città provoca sensazioni forti a chi la visita, figuriamoci a chi l'ha vista nel suo splendore e poi la vede ora. Una delle cose più evidenti è la selva di impalcature che proteggono e ingabbiano i palazzi, e infatti è stata questa una delle voci di spesa più ingenti del doposisma (circa 136 milioni di euro, secondo i dati forniti dall'assessore alla ricostruzione del comune dell'Aquila, Pietro Di Stefano).

Colpiscono poi le pattuglie dell'esercito e delle forze dell'ordine che presidiano alcune “zone rosse”, invalicabili e vietate, tanto da poter incappare in severe ammende e condanne. Ma quella delle zone rosse, e le loro consorelle, le “zone verdi” (quelle create ad esempio nell'Iraq belligerante degli ultimissimi anni per proteggere le truppe e l'entourage americano e alleato) , è una caratteristica che sembra accomunare questo disastro ad altri “shock”. Chi interviene dopo un disastro, dopo la tabula rasa, sempre più spesso recinta e espropria spazi e luoghi potenzialmente pericolosi, e così facendo espropria anche diritti e decisioni. E'accaduto a New Orleans, a scapito degli abitanti del Lower Ninth Ward, la zona più povera di New Orleans, ma anche sulle coste delSudest asiatico spazzate vie dallo tsunami del 2004, dove i pescatori sono stati deportati nell'interno per lasciare spazio a progetti che prevedono resort turistici di lusso da costruire sulla costa.

La shock economy ben descritta da Naomi Klein ha quindi scelto i disastri, le guerre, le crisi di sistema come espediente per accelerare processi di privatizzazione ed esproprio di spazi, poteri, diritti, quasi sempre a vantaggio di pochi e scelti approfittatori a scapito del percorso decisionale democratico. Quasi sempre i processi di primo intervento nelle ricostruzioni vengono appaltati a grandi consorzi di imprese, che a volte non possiedono neanche una ruspa ma subappaltano ad altri gli interventi materiali da compiere, e il più delle volte questi consorzi e queste imprese sono esterne all'area colpita, perchè questo permette meno condizionamenti e meno ostacoli alla realizzazione dei progetti preconfenzionati. Questa, infatti, appare un'altra caratteristica della shock doctrine; i progetti di intervento sono già pronti prima che un disastro accada, in modo tale da bruciare sul tempo qualsiasi idea alternativa e da poter sfruttare con forza il bisogno di decisionismo e di interventismo che una catastrofe, e i suoi effetti psicologici, richiedono.

Milton Friedman, il teorico della scuola di Chicago che ha coniato la shock doctrine, affermava dopo New Orleans che quella poteva essere “un'opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo”, dotando i cittadini di buoni scuola da spendere nel sistema di istruzione privato e liquidando quello pubblico, perchè “soltanto una crisi -vera o presunta – produce vero cambiamento”.

Friedman è morto nel 2008; Bush e i suoi seguaci sono stati sconfitti dalla speranza di cambiamento di Obama; anche in Italia la cricca è sotto inchiesta, e i vertici nazionali della Protezione Civile nel terremoto del 2009 sono stati chiamati direttamente incausa dalle indagini.

C'è, dunque, la necessità di una nuova dottrina, un nuovo modello di solidarietà globale, che ponga al centro dell'attenzione non più il mercato e le sue fantasiose appendici ma le comunità come portatrici di diritti, in tutti gli angoli del pianeta, da Haiti al Giappone, da New Orleans all'Aquila. 


Stefano Ventura




18 maggio 2010

Draquila, la mia recensione

Per ovvie ragioni di studio e di interesse, sono andato a vedere Draquila, il docu-film di Sabina Guzzanti che tante polemiche ha suscitato di recente nel modo politico e culturale. Premetto che io tra i tre fratelli Guzzanti, preferisco di gran lunga Corrado. Il film comincia con una bella scena, la camminata del sindaco Cialente nel centro storico abbandonato de L’Aquila, che visivamente fa capire come tutto sia rimasto alla notte del 6 aprile e come quei momenti possano essere stati drammatici per chi li ha vissuti. Poi il film diventa un viaggio con fiato grosso attraverso una serie di temi e di situazioni molte volte con salti di argomenti forzati. La Guzzanti ha detto di aver raccolto 700 ore di girato e il film dura circa 1 ora e mezza, quindi si capisce che di tagli ne sono stati fatti molti.

Tra gli argomenti affrontati ci sono la gestione dei campi degli sfollati, il nuovo modello di Protezione Civile, il progetto C.A.S.E., le macerie del centro storico, ma soprattutto Berlusconi; la cosa che a me non piace della Guzzanti è l’ossessione verso Berlusconi, il voler a tutti i costi dimostrare la sua inadeguatezza e la posizione di privilegio, ottenuto con losche manovre nel passato per costruire Milano 2, e che oggi prefigura una svolta autoritaria nello stile dei paesi retti da governi dittatoriali. Non entro nel merito di questi argomenti, chi mi conosce sa la mia posizione politica, abbastanza coerente da 10 anni ormai.

Ma i vari Guzzanti, Travaglio, Santoro con la loro ossessione nel fare informazione su Berlusconi, partono da un preconcetto e da una tesi già scritta, quando fanno films, servizi, libri e dossier. Draquila dimostra questo, parte da una posizione già presa per  cercare di capire i meccanismi che stanno dietro la gestione dell’emergenza all’Aquila e dietro la Protezione Civile di Bertolaso (di cui ho già parlato qua). Il fatto vero è che presto le telecamere su l'Aquila si spegneranno e i terremotati oggi non hanno la certezza di poter riavere, in parte o del tutto, la propria città, ricostruita, com'era. Puntare tutto sulle C.A.S.E. da assegnare in pochi mesi e da costruire a costi esorbitanti (45 mila euro a sfollato) probabilmente vuol dire soprattutto togliere fondi per il futuro alla ricostruzione delle abitazioni e dei centri urbani. 

L’altro momento di riflessione è nella coda, quando un signore esperto e navigato racconta come siano stati sottovalutati i vari caudillos del mondo; un “monito di speranza affinché nel mondo reale cose del genere non accadano mai”:

“Questa è la grande illusione,
che ciò che è vuoto e fasullo non possa durare. E invece dura.”


1 maggio 2010

Protezione, Civile e partecipata

 

Quest’anno, anno 30 del dopo terremoto che fa da spartiacque alla storia d’Irpinia, sarà così: attualità, mass media, suggestioni e fatti del passato e letture possibili del futuro si sovrapporranno in continuazione, con continui richiami a fenomeni ciclici o straordinari.

Personalmente ho trattato il tema della genesi e dell’evoluzione della protezione civile diverse volte; prima per Nuovo Millennio due anni fa e oggi su una rivista on line di storia, Storia e Futuro. Sarà questa la linea su cui cercherò, da studioso, di percorrere i prossimi mesi, in vista del 23 novembre 2010, data di arrivo di un percorso di lavoro e speriamo di partenza per un discorso collettivo di tutela e trasmissione della memoria (è la 127esima volta che dico questa frase…) .

In questi scorsi mesi, il frastuono nato attorno alla Protezione Civile e al suo Capo Guido Bertolaso hanno riportato di nuovo, dopo il terremoto di Haiti e quello del Cile, sulle prime pagine di giornali e tg il rapporto tra istituzioni ed emergenze, vere o finte che siano. In effetti, considerare il Giubileo, la morte di Papa Woityla e i mondiali di nuoto e di ciclismo eventi da affidare a gestioni straordinarie e denominarli “grandi eventi” ha provocato una degenerazione di fatto del ruolo storico per cui era nata la protezione civile; questo sta al di fuori delle indagini giudiziarie che faranno il loro corso e stabiliranno le eventuali responsabilità.

Un giudizio serio ed equilibrato viene da chi ha plasmato la legge italiana sulla Protezione Civile, Giuseppe Zamberletti, lo trovate qui con un'intervista e qui c'è la video-intervista.

Nei giorni scorsi ho partecipato a un convegno a Firenze dove si è parlato di Protezione civile, unendo le esperienze accademiche e di ricerca alla narrazione collettiva dei volontari, facenti parte di grandi movimenti come l’Anpas e la Misericordia. Il tema era volontariato e partecipazione, la chiave di lettura, fornita anche dai molti aquilani presenti e intervenuti, era quella di una struttura di Protezione Civile più attenta ai temi di prevenzione e previsione, appunto con la sua reti di associazioni e strutture sul territorio, e quindi attenta a temi come lo stupro del paesaggio e la sfida al territorio, specie dove questo è più fragile (e questo in Italia vuol dire quasi ovunque).

La gestione dei grandi eventi e di progetti e anche appalti che potrebbero benissimo essere ricondotti ad amministrazioni ordinarie distrae la Protezione Civile da questo compito, al di là di polemiche e inchieste giudiziarie che poi alimentano confusione e anche dubbi. Queste cose le dice Zamberletti, colui che ha scritto le norme di Protezione Civile del nostro paese, e che ha gestito le emergenze coniugando efficienza e dialogo, senza mai attraversare inchieste e scandali.

Se parliamo di modelli relativi alle emergenze, non possiamo lasciarci condizionare da contingenze e vulgate mediatiche; l’Aquila e l’Abruzzo hanno una storia a sé, così come l’Irpinia, il Friuli e l’Umbria, ogni emergenza è gestita secondo le direttive che i governi all’opera dettano. Ma proprio questo fa sorgere un’idea, già accennata in passato da chi si è occupato di legislazione e provvedimenti straordinari per le emergenze: una legge quadro, un riferimento generale per ogni disastro o emergenza (reale e non costruita), declinabile a seconda di territori e contesti colpiti, con le voci di spesa necessarie e relative, con la suddivisione dei compiti tra volontariato, protezione civile, competenze tecniche e amministrazioni dello stato. L’’Italia ha sempre avuto una costante spina dorsale, diffusa più o meno su tutto il suo territorio: il volontariato, il vero motore della protezione civile; se la testa (nel nostro caso il Dipartimento nazionale) pretende di fare scelte scollegate dal suo corpo (le associazioni di volontariato), non è detto che il corpo reagisca bene, anzi. 

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