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Diario


8 aprile 2011

Teora e la sua storia

Il numero in edicola di Nuovo Millennio si occupa diffusamente di terremoto e trentennale, oltre ad altri interessanti approfondimenti.
Ringrazio gli impagabili redattori anche per la recensione e lo spazio dato a "Non sembrava novembre quella sera".
Però, questa volta sono io che non mi sono occupato, nella mia solita rubrica, di terremoto, anche per evitare sovradosaggi fastidiosi. Ho scritto invece un articolo su come si viveva a Teora al tempo della seconda guerra mondiale, promettendo di continuare anche sui prossimi numeri questa narrazione. 
Buona lettura!

La vita a Teora in tempo di guerra

E' sempre bene diffidare da chi afferma di mancare d'ispirazione, quando bisogna raccontare storie, scrivere romanzi, comporre poesie. Infatti, le mille pieghe della storia rappresentano un baule inesauribile di aneddoti, storie, vicende più o meno affascinanti che aspettano di essere raccontate. La storia locale è uno di questi serbatoi, anche se molte volte chi se ne occupa passa per provinciale rispetto a chi narra eventi che interessano gli Stati, gli uomini illustri, i grandi problemi. Eppure la microstoria, ovvero la storia che parte da piccoli eventi, piccole vicende, per collegarsi poi ai contesti più grandi, ha un fascino particolare e molte volte accattivante. In questo filone rientra anche questo contributo, che cercherà di raccontare alcune storie, in più puntate, che hanno caratterizzato la vita della nostra comunità negli anni Quaranta, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e poi nel duro dopoguerra.

Nei primi anni ’40, con la guerra ancora lontana, la vita sociale di Teora scorreva alquanto tranquilla, vista la scarsità di risorse del territorio, che non attirava gli interessi delle parti in guerra e per il fatto che non eravamo al centro di nessuna direttrice strategica. La popolazione teorese viveva in gran parte di agricoltura, e in questo non si discostava molto da quella di molti altri paesi della provincia irpina. Per lo più chi lavorava nei campi era una figura mista di bracciante, di affittuario e di piccolo proprietario. Di solito anche gli artigiani e i commercianti erano coltivatori diretti e per ottenere qualcosa dalla terra si avvalevano del contributo di altri membri del nucleo familiare. Coloro i quali facevano valere le proprie rendite derivanti da proprietà terriere non erano comunque latifondisti, poiché possedevano appezzamenti di terreni frazionati e avevano pochi braccianti ciascuno al proprio servizio, spesso coincidenti con nuclei interi di famiglie contadine.

Con la guerra aumentarono non poco le difficoltà legate al contributo di viveri e di generi necessari a sostenere l’impresa militare. Le famiglie avevano a disposizione una tessera annonaria per ricevere pochi grammi di pasta, olio e pane. Siccome le razioni consentite raramente erano sufficienti per vivere, si sviluppò presto un mercato illegale (la borsa nera) per riuscire a procacciarsi un po' di grano in più, dalla Puglia. Le autorità costrinsero i mulini (da ricordare il mulino Stefanelli) a macinare solo il quantitativo prescritto per ogni famiglia, cosicché per macinare quel poco di grano che ci si era procurati si era costretti a usare i macinini del caffè. Al popolo l’amministrazione dello Stato fascista chiedeva, inoltre, lana e altro per i combattenti.

Diverso è il discorso per quanto riguarda il contributo umano, la chiamata alle armi; i giornali provinciali riportavano con puntualità i nomi e la provenienza dei giovani chiamati alle armi, ma tra il ‘41 e il ‘43 si leggono ben pochi nomi di teoresi. In effetti, attraverso le conversazioni con alcuni anziani, è emerso che il grosso dei giovani era stato richiamato già alla fine degli anni '30, in occasione della campagna per la conquista dei territori in Africa Orientale (Etiopia, Eritrea, Somalia) e per la Guerra Civile spagnola. Il reclutamento dei giovani spesso avveniva con l'inganno, cioè attraverso la promessa di andare a lavorare in terra straniera. Inoltre, prima della guerra, molti contadini e artigiani del Sud si erano portati in Africa Orientale e in Libia a cercare fortuna in cambio di un esiguo compenso.

Teora fu utilizzata dall’amministrazione dello Stato, oltre che come luogo di confino di polizia per criminali comuni e antifascisti, come punto di accoglienza degli sfollati; chi si offriva per dare  ospitalità agli sfollati nelle proprie abitazioni riceveva un conguaglio per le spese presentando una richiesta specifica al comune. Gli sfollati furono circa un centinaio, in gran parte napoletani che scappavano dai bombardamenti alleati su Napoli, ma furono ospitati a Teora anche 9 sfollati provenienti da Carbonia (in provincia di Cagliari, dove lavoravano come minatori alcuni teoresi), 4 da Milano, 3 dalla Libia.

La guerra si presentò alle porte di Teora dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Uno dei punti strategici per l’evolversi della guerra in quel frangente era la Sella di Conza, punto in cui era più facile valicare l’Appennino per le truppe tedesche in ritirata. In quei giorni i bombardamenti delle truppe alleate per costringere alla fuga i tedeschi furono frequenti e distruttivi, arrivando nella sola giornata del 21 settembre a ventidue ondate successive. Gli aerei americani tentavano di scovare le postazioni antiaeree tedesche, che si facevano spesso e volentieri scudo con i civili annidandosi nel pieno centro abitato. Le notizie che il professore Tonino Caprio ha esposto su Voci da Teora qualche anno fa riportano che i tedeschi nascosero le loro auto corazzate sotto il fitto del fogliame dei lecci in Piazza Castello, nella parte alta di Teora.

I tedeschi riuscirono anche ad abbattere nelle vicinanze del fiume Ofanto un aereo alleato, ma non riuscirono a trovare il pilota, per poter trarre da lui, torturandolo, informazioni utili. Sorse quindi il sospetto, nei tedeschi, che il pilota alleato fosse stato nascosto da una famiglia teorese (si trattava della famiglia di Annunziata Pannuti, che per questo atto di coraggio fu poi anche premiata con un attestato del Comando Superiore delle Forze Armate nel Mediterraneo). Allora il maggiore Karl Webber si recò dal sindaco di Teora e gli diede tre giorni di tempo per farsi consegnare il soldato, altrimenti sarebbe scattata la rappresaglia. Fortunatamente, un giorno prima dello scadere dell’ultimatum, le truppe alleate attraversavano le Croci d’Acerno e mettevano in fuga i tedeschi, salvando Teora dalla rappresaglia. Prima di ritirarsi, però, i tedeschi fecero saltare il ponte della Mantenese.

Ecco la descrizione che nel romanzo “Lo sbandato”, lo scrittore Francesco Augugliaro fa dell’ingresso del primo soldato alleato nel centro abitato di Teora:

 Il fante americano continuava a salire passo dietro passo, armatissimo,con l’elmetto un po’ a sghimbescio sulla testa, il fucile con la baionetta in canna, puntato in avanti, più in atto di difesa che di offesa: tremava leggermente. Non aveva aspetto né eroico né marziale, tutt’altro. Non era preceduto da squilli di tromba o da fanfare per incitarlo alla marcia d’occupazione…Il nostro liberatore era invece un povero figlio di mamma in servizio comandato e con la sua brava paura in corpo. Avrei giurato che egli avrebbe fatto volentieri a meno di passare alla storia come il primo liberatore di Teora…Era un indocinese!

® RIPRODUZIONE RISERVATA


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