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L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


9 maggio 2012

E' uscito "Sismografie. Tornare a l'Aquila mille giorni dopo il sisma"


SISMOGRAFIE. Tornare all'Aquila mille giorni dopo il sisma è il titolo di un volume collettivo nato dalle pagine web di Lavoro Culturale, un blog cultural-letterario che raccoglie contributi e discussioni ed è promosso e gestito da giovani studiosi e studenti dell'Università di Siena.

Da una serie di saggi e articoli sul terremoto dell'Aquila del 2009 è nata l'idea di dar vita a un volume di riflessione a più voci.


LEGGI LA RECENSIONE SU CARMILLA

 

LA SEZIONE SISMOGRAFIE SU LAVORO CULTURALE


11 ottobre 2011

L'Aquila e la shock doctrine all'italiana

Quella che pubblico è una mia riflessione meditata dopo una visita all'Aquila, circa un mese fa. Sono concetti già esposti e approfonditi da altri: del resto la letteratura, il materiale in rete, i documentari e altri lavori sul terremoto del 2009 sono già moltissimi e vari. Però è importante mantenere accesi i riflettori sull'Aquila e sull'Abruzzo, dove le debolezze e i pregi del nostro carattere nazionale (sempre che ce ne sia uno) sono emersi nitidamente in questi quasi 1000 giorni di doposisma

 L'AQUILA E LA SHOCK ECONOMY ALL'ITALIANA

Ogni evento fuori dall'ordinario si colloca nel tempo in cui accade. A maggior ragione un terremoto interviene a fare tabula rasa di una comunità, delle dinamiche e delle abitudini della gente che lo subisce, offrendo uno spazio di infinite possibili alternative.

Per questo chi in quel periodo si trova in una posizione di responsabilità, in particolare i governi territoriali e nazionali, hanno il compito di scegliere il destino di una ricostruzione, tanto più incisivo quanto più distruttivo è stato il sisma.

Anche il terremoto del 2009 in Abruzzo non ha fatto eccezione. Una cosa è apparsa chiara sin da subito; l'Aquila e l'Abruzzo hanno rappresentato in piccolo i pregi e i difetti dell'intera nazione, le aspirazioni e i difetti della sua classe dirigente, dei suoi imprenditori, della gente comune.

Una delle frasi più comuni che si sentono dire agli aquilani (una precisazione; laddove si citeranno per brevità gli aquilani, si intende una parte per il tutto, quindi tutti i cittadini del cratere terremotato) è che se non si visita la città non si può capire l'effetto del sisma. Questo inciso deriva dal fatto che la narrazione mass mediatica del sisma è stata fortemente influenzata dall'informazione mainstream, fortemente condizionata da poche e influenti lobby. Va detto anche che il terremoto e la ricostruzione hanno prodotto comunque una messe informativa spropositata, chemetterà certamente in difficoltà quelli che vorranno fare i conticon questo evento nei prossimi anni. Gli studi, i video, idocumentari, i libri, i blog tematici sono veramente un oceano in cui perdersi facilmente, e per questo risulta difficile percepire quale e quanta informazione è giunta a destinazione e in che modo.

Di certo, camminare per le strade della città provoca sensazioni forti a chi la visita, figuriamoci a chi l'ha vista nel suo splendore e poi la vede ora. Una delle cose più evidenti è la selva di impalcature che proteggono e ingabbiano i palazzi, e infatti è stata questa una delle voci di spesa più ingenti del doposisma (circa 136 milioni di euro, secondo i dati forniti dall'assessore alla ricostruzione del comune dell'Aquila, Pietro Di Stefano).

Colpiscono poi le pattuglie dell'esercito e delle forze dell'ordine che presidiano alcune “zone rosse”, invalicabili e vietate, tanto da poter incappare in severe ammende e condanne. Ma quella delle zone rosse, e le loro consorelle, le “zone verdi” (quelle create ad esempio nell'Iraq belligerante degli ultimissimi anni per proteggere le truppe e l'entourage americano e alleato) , è una caratteristica che sembra accomunare questo disastro ad altri “shock”. Chi interviene dopo un disastro, dopo la tabula rasa, sempre più spesso recinta e espropria spazi e luoghi potenzialmente pericolosi, e così facendo espropria anche diritti e decisioni. E'accaduto a New Orleans, a scapito degli abitanti del Lower Ninth Ward, la zona più povera di New Orleans, ma anche sulle coste delSudest asiatico spazzate vie dallo tsunami del 2004, dove i pescatori sono stati deportati nell'interno per lasciare spazio a progetti che prevedono resort turistici di lusso da costruire sulla costa.

La shock economy ben descritta da Naomi Klein ha quindi scelto i disastri, le guerre, le crisi di sistema come espediente per accelerare processi di privatizzazione ed esproprio di spazi, poteri, diritti, quasi sempre a vantaggio di pochi e scelti approfittatori a scapito del percorso decisionale democratico. Quasi sempre i processi di primo intervento nelle ricostruzioni vengono appaltati a grandi consorzi di imprese, che a volte non possiedono neanche una ruspa ma subappaltano ad altri gli interventi materiali da compiere, e il più delle volte questi consorzi e queste imprese sono esterne all'area colpita, perchè questo permette meno condizionamenti e meno ostacoli alla realizzazione dei progetti preconfenzionati. Questa, infatti, appare un'altra caratteristica della shock doctrine; i progetti di intervento sono già pronti prima che un disastro accada, in modo tale da bruciare sul tempo qualsiasi idea alternativa e da poter sfruttare con forza il bisogno di decisionismo e di interventismo che una catastrofe, e i suoi effetti psicologici, richiedono.

Milton Friedman, il teorico della scuola di Chicago che ha coniato la shock doctrine, affermava dopo New Orleans che quella poteva essere “un'opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo”, dotando i cittadini di buoni scuola da spendere nel sistema di istruzione privato e liquidando quello pubblico, perchè “soltanto una crisi -vera o presunta – produce vero cambiamento”.

Friedman è morto nel 2008; Bush e i suoi seguaci sono stati sconfitti dalla speranza di cambiamento di Obama; anche in Italia la cricca è sotto inchiesta, e i vertici nazionali della Protezione Civile nel terremoto del 2009 sono stati chiamati direttamente incausa dalle indagini.

C'è, dunque, la necessità di una nuova dottrina, un nuovo modello di solidarietà globale, che ponga al centro dell'attenzione non più il mercato e le sue fantasiose appendici ma le comunità come portatrici di diritti, in tutti gli angoli del pianeta, da Haiti al Giappone, da New Orleans all'Aquila. 


Stefano Ventura




18 ottobre 2010

Altro articolo: Il Centro, quotidiano d'Abruzzo




Fase d'emergenza all'Aquila, speso più dell'Irpinia
Studio confronta i costi dei terremoti. È polemica

Il Centro, 18 ottobre 2010

L'AQUILA.
 Il terremoto dell'Irpinia, nel 1980, costò allo Stato 7.889 euro per ogni senzatetto (col dovuto cambio da lira ad euro). Ventinove anni dopo, per l'Abruzzo sono stati spesi 23mila 718 euro a sfollato (finora). Emerge dallo studio «Trent'anni di terremoti italiani- Analisi comparata sulla gestione delle emergenze» a cura di Stefano Ventura. Ricerca voluta dall'Osservatorio sul Doposisma della Fondazione Mida. Dati differenti, destinati a fare discutere, che hanno preso in esame le catastrofi avvenute in Campania e Basilicata, in Umbria e Marche, in Molise e in Abruzzo. 

L'OSSERVATORIO. È l'ultimo nato in casa Mida (Musei integrati dell'ambiente), la Fondazione che dal 2004 gestisce le Grotte dell'Angelo di Pertosa (Salerno), ed è diventato realtà dall'agosto scorso. È diretto dal giornalista Antonello Caporale e si avvale di un gruppo di professionisti, giornalisti, ricercatori, filmaker, archeologi di tutta Italia. L'Osservatorio nasce dalla volontà di riannodare il filo della memoria dei luoghi colpiti dal sisma del 23 novembre 1980 in Irpinia, allargandola ad altri territori.

STUDIO E DATI. In Irpinia, nel 1980, furono spesi per ogni cittadino senzatetto 7.889 euro (con 400 mila senzatetto), per l'Abruzzo con 67.500 senzatetto sono stati spesi 23.718 euro. In Campania e Basilicata (1980) si registrarono 2194 morti, 8.800 feriti e 400 mila senzatetto. In Umbria e Marche (1997) 11 morti, 136 feriti e 43.450 senza tetto. In Molise (2002) 29 morti, 50 feriti e 3.700 senzatetto. In Abruzzo (2009) 309 morti, 1600 feriti e 67.459 senzatetto. Per quanto riguarda le spese per la gestione dell'emergenza durante il primo anno, per il terremotro del 1980 in Campania e Basilicata si arriva a 2,29 miliardi di euro (7.889 euro spesa procapite). In Umbria e Marche a 226 milioni di euro (4.810 spesa procapite). In Molise a 119 milioni di euro (27.027 spesa procapite). In Abruzzo, stante alla relazione di qualche giorno fa di Bertolaso come evidenzia l'Osservatorio, si arriva a 2 miliardi di euro (23.718 spesa procapite). Infine l'arrivo sui luoghi della Protezione civile: passa dalle 10-12 ore dopo nel 1980, a 3 ore dopo in Umbria, a 30 minuti do
po in Molise, a tre minuti in Abruzzo (quando è scattata l'allerta).

L'ANALISI. La fa Stefano Ventura dell'Osservatorio: «I singoli terremoti hanno avuto caratteristiche profondamente diverse tra loro. I disastri verificatisi in Irpinia non sono paragonabili a quelli del Molise. L'Umbria e le Marche scelsero la tutela del patrimonio storico, artistico e urbanistico come stella polare, il terremoto in Abruzzo ha colpito una città capoluogo come non avveniva dal terremoto di Messina. Si può vedere», aggiunge Ventura, «come la ricostruzione in Campania e Basilicata abbia costituito il banco di prova maggiore di quello che negli anni Ottanta fu definito il partito unico della spesa pubblica, fautore della cosiddetta economia delle catastrofi. Arrivando ai terremoti più vicini, ci accorgiamo di come nelle gestioni delle ricostruzioni in Umbria e Marche e in Abruzzo ci sia stato un capovolgimento quasi totale di paradigma, passando da una delega pressoché totale alle Regioni e ai Comuni nel 1997 a una gestione affidata al commissariato guidato dal capo dipartimento Bertolaso».

IL PROGETTO CASE. Ventura spiega che «la scelta compiuta in Abruzzo di saltare completamente la fase degli insediamenti provvisori, passando dalle tende agli alloggi del Progetto Case, testimonia un progetto ben preciso che la Protezione Civile, la presidenza del Consiglio e la fondazione Eucentre avevano già predisposto, visto che fu presentato all'opinione pubblica già il 23 aprile 2009. La concentrazione di ingenti risorse finanziarie (circa 790 milioni) per ospitare tra i 15mila e i 20 mila senzatetto è stata una scelta troppo onerosa per le risorse pubbliche».
di Roberto Raschiatore
18 ottobre 2010


N.B. Una piccola considerazione. L'intervista che è uscita sul Mattino il 14 ottobre è stata realmente rilasciata telefonicamente all'autore, Alessio Fanuzzi, che poi ha scritto il pezzo. Da lì sono stati tratti diversi altri articoli, apparsi su blog e notiziari di informazione on line che hanno citato pezzi dell'intervista e dati presi dal mucchio.
Il rapporto dell'Osservatorio ancora non è stato pubblicato, le cifre e i dati riportati sono delle anticipazioni, che sono state illustrate nel convegno di Pertosa del 9 ottobre. Presto su questo blog e su
terremotoirpinia.ilcannocchiale.it ci saranno segnalazioni e date sulle iniziative, i convegni, le presentazioni  di libri e le commemorazioni che si terranno a novembre in occasione del Trentennale del terremoto del 1980.

 


27 luglio 2010

Una notte in Italia, mostra su Irpinia e Abruzzo

Una Notte in Italia
Irpinia • L'Aquila: istantanee da un dopo sisma

 

Il 31 luglio 2010 sarà inaugurata la mostra fotografica “Una notte in Italia. Irpinia-L’Aquila, istantanee da un dopo sisma”. La mostra sarà collocata presso i locali del palazzo Jesus ad Auletta (Salerno) e sarà visitabile fino a dicembre 2010.

La mostra contiene immagini di due fotografi di fama nazionale, Francesco Fantini e Daniele Lanci, che hanno cercato di catturare dettagli e testimonianze di due territori devastati da due terremoti, in due epoche diverse.

La mostra si inserisce nelle attività promosse dall’Osservatorio permanente sul Doposisma, promosso dalla Fondazione Mida e diretto da Antonello Caporale.


1 maggio 2010

Protezione, Civile e partecipata

 

Quest’anno, anno 30 del dopo terremoto che fa da spartiacque alla storia d’Irpinia, sarà così: attualità, mass media, suggestioni e fatti del passato e letture possibili del futuro si sovrapporranno in continuazione, con continui richiami a fenomeni ciclici o straordinari.

Personalmente ho trattato il tema della genesi e dell’evoluzione della protezione civile diverse volte; prima per Nuovo Millennio due anni fa e oggi su una rivista on line di storia, Storia e Futuro. Sarà questa la linea su cui cercherò, da studioso, di percorrere i prossimi mesi, in vista del 23 novembre 2010, data di arrivo di un percorso di lavoro e speriamo di partenza per un discorso collettivo di tutela e trasmissione della memoria (è la 127esima volta che dico questa frase…) .

In questi scorsi mesi, il frastuono nato attorno alla Protezione Civile e al suo Capo Guido Bertolaso hanno riportato di nuovo, dopo il terremoto di Haiti e quello del Cile, sulle prime pagine di giornali e tg il rapporto tra istituzioni ed emergenze, vere o finte che siano. In effetti, considerare il Giubileo, la morte di Papa Woityla e i mondiali di nuoto e di ciclismo eventi da affidare a gestioni straordinarie e denominarli “grandi eventi” ha provocato una degenerazione di fatto del ruolo storico per cui era nata la protezione civile; questo sta al di fuori delle indagini giudiziarie che faranno il loro corso e stabiliranno le eventuali responsabilità.

Un giudizio serio ed equilibrato viene da chi ha plasmato la legge italiana sulla Protezione Civile, Giuseppe Zamberletti, lo trovate qui con un'intervista e qui c'è la video-intervista.

Nei giorni scorsi ho partecipato a un convegno a Firenze dove si è parlato di Protezione civile, unendo le esperienze accademiche e di ricerca alla narrazione collettiva dei volontari, facenti parte di grandi movimenti come l’Anpas e la Misericordia. Il tema era volontariato e partecipazione, la chiave di lettura, fornita anche dai molti aquilani presenti e intervenuti, era quella di una struttura di Protezione Civile più attenta ai temi di prevenzione e previsione, appunto con la sua reti di associazioni e strutture sul territorio, e quindi attenta a temi come lo stupro del paesaggio e la sfida al territorio, specie dove questo è più fragile (e questo in Italia vuol dire quasi ovunque).

La gestione dei grandi eventi e di progetti e anche appalti che potrebbero benissimo essere ricondotti ad amministrazioni ordinarie distrae la Protezione Civile da questo compito, al di là di polemiche e inchieste giudiziarie che poi alimentano confusione e anche dubbi. Queste cose le dice Zamberletti, colui che ha scritto le norme di Protezione Civile del nostro paese, e che ha gestito le emergenze coniugando efficienza e dialogo, senza mai attraversare inchieste e scandali.

Se parliamo di modelli relativi alle emergenze, non possiamo lasciarci condizionare da contingenze e vulgate mediatiche; l’Aquila e l’Abruzzo hanno una storia a sé, così come l’Irpinia, il Friuli e l’Umbria, ogni emergenza è gestita secondo le direttive che i governi all’opera dettano. Ma proprio questo fa sorgere un’idea, già accennata in passato da chi si è occupato di legislazione e provvedimenti straordinari per le emergenze: una legge quadro, un riferimento generale per ogni disastro o emergenza (reale e non costruita), declinabile a seconda di territori e contesti colpiti, con le voci di spesa necessarie e relative, con la suddivisione dei compiti tra volontariato, protezione civile, competenze tecniche e amministrazioni dello stato. L’’Italia ha sempre avuto una costante spina dorsale, diffusa più o meno su tutto il suo territorio: il volontariato, il vero motore della protezione civile; se la testa (nel nostro caso il Dipartimento nazionale) pretende di fare scelte scollegate dal suo corpo (le associazioni di volontariato), non è detto che il corpo reagisca bene, anzi. 


16 maggio 2009

L'Aquila e il terremoto: impressioni dal vivo

Ho trascorso 5 giorni in Abruzzo, precisamente in due campi nei pressi de L’Aquila. I primi giorni ero a Coppito, in un campo gestito dalla CGIL e dove i volontari erano quasi tutti ragazzi, indaffarati a preparare i pasti giornalieri per i terremotati (circa 180), a fare animazione per i bambini, a rendere praticabili i servizi igienici. Poi mi sono aggregato al gruppo della Misericordia di Teora, 8 componenti, assegnati al campo di Bazzano. Tra loro c’era anche Piero Sibilia, studente teorese all’Aquila, che era ritornato per informarsi sulla ripresa delle attività universitarie e per spronare i propri colleghi (Piero è anche rappresentante degli studenti) a fare qualcosa per indirizzare nel modo più opportuno il futuro dell’Università (per gli studenti fuorisede i problemi sono molti).
Tutti i campi sono gestiti dalla Protezione Civile e dalle associazioni ad essa collegate. Tuttavia il caos dovuto all’emergenza e alla presenza di un numero molto alto di volontari ( in alcuni casi sicuramente eccessivo)   è enorme; tra i volontari e i terremotati ci sono pochissimi momenti di confronto e di condivisione, fatto salvo il momento dei pasti e pochi altri. Non si tengono assemblee, non si parla, non si progettano collaborazioni o legami tra gli sfollati e le associazioni, gli enti locali, i singoli che vogliono dare il proprio contributo. Ho già detto quello che penso sul decreto in due blog sorti dopo il terremoto ad opera di alcuni giovani aquilani (3 e 32 e aiuto terremoto). La partecipazione delle comunità alle decisioni sugli insediamenti provvisori è nulla, così come c’è molta incertezza su come, quando e a chi verranno assegnati i fondi per ricostruire.
Se l’esigenza della rapidità è reale, a causa delle condizioni delle tendopoli, non si possono mettere a margine le comunità dalle scelte; la decisione su dove collocare i 20 insediamenti di moduli antisismici, tutti uguali, è già stata presa dall’entourage di Bertolaso. L’idea iniziale era di accorpare tutti in un unico insediamento per 15-20 mila persone, mentre il territorio dell’Aquila è frazionato in una costellazione di piccole frazioni su un’area sviluppatasi in maniera longitudinale.
Per quanto mi riguarda ho cercato di parlare con diverse persone, spiegando come fu gestita in Irpinia la fase dell’emergenza e quali furono i problemi che poi causarono la dispersione e la cattiva gestione dei fondi per la ricostruzione; ho avuto modo anche di essere intervistato dalla tv locale, Tv uno. Lì ho cercato di dire che la solidarietà all’interno delle comunità, la visione d’insieme, il rifuggire da gigantismi estranei al territorio, sono le basi su cui ricostruire. Mi è sembrato che tra i terremotati ci fossero già tensioni e nervosismi, più che comprensibili. Se ai volontari venisse assegnato un ruolo più importante, di supporto e di condivisione, invece che il semplice lavoro materiale, i terremotati potrebbero certamente avvantaggiarsene. In Irpinia, quando la Protezione Civile non esisteva, furono i volontari giunti da tutta Italia e dall’estero, a dare una mano non solo materiale, ma morale, ai terremotati, insegnando loro cose nuove e promuovendo momenti di socialità e legami che sono durati negli anni.
Comunque noi irpini abbiamo il dovere di collaborare e di far conoscere la nostra esperienza, sia per essere d’aiuto agli abruzzesi, sia per rielaborare e rafforzare la memoria del nostro terremoto


11 aprile 2009

Imparare dalle tragedie


Inoltre, copio qui un articolo uscito sul Mattino di oggi, un reportage di Marco Ciriello in due paesi simbolo del terremoto del 1980, Conza e Laviano.


Niente tv, il dolore dell'Irpinia

Tra Conza e Laviano con i terremotati del 1980

MARCO CIRIELLO

Non c’è vento a Conza della Campania, le pale eoliche sono ferme, lo specchio d’acqua della diga sembra aver ingoiato ogni rumore. Berlusconi abbraccia i parenti delle vittime a L’Aquila. La radio trasmette i funerali, qui, Concetta Cantarella del 1914 «uccisa dalle pietre», la sera dell’Ottanta, fissa i cipressi per sempre. Sono 184 i morti, solo quelli di Conza. La televisione nel bar è spenta, poca gente per strada, c’è un mercatino nella piazza, non si è fermato nessuno. Il paese è una new town spalmata in pianura, niente a che vedere col vecchio che sta in alto, arroccato, composto e vuoto. Sotto è il Texas, sopra era l’Irpinia. Monsignor Georg Gaenswein legge il messaggio di Benedetto XVI, Valeria e Luisa Masini (del 1968 e 1971) il viso nascosto dai fiori, immagine in bianco e nero, capelli corti, occhioni neri e un principio di tristezza. L’Abruzzo è legato all’Irpinia dalla transumanza, o almeno lo era, due mondi contadini annodati da quello animale. Il terremoto è esplicitazione caotica della morte che incombe su di noi, ma crea anche legami. È come per la malaria, dopo non si è più gli stessi. Nei suoi scomposti gesti distruttivi c’è il rapporto: tra pena e condannato, vita/morte. Scorrono le facce di Napolitano, Berlusconi, Ciampi, Letta, Fini, Schifani. A casa della signora Rosa Nazianzeno (62 anni) pensionata, dal 1982 al 1990 in un prefabbricato, la tv è accesa, il cardinal Bertone invita alla speranza: «Sotto le macerie dell’Abruzzo c’è la voglia di ripartire, di tornare a sognare». C’era anche qua la voglia, ma poi il dolore è diventato fame di spazio: «Più grande era la perdita maggiore la voglia di avere una casa grande, una tomba enorme, per non disperdere il ricordo».
Le telecamere indugiano sulle bare. «Qui non ci sono stati momenti formali», mi dice Stefano Ventura, dottorando in scienze storiche a Siena, tesi in storia e memoria del terremoto. «Sì, ammetto di essermi commosso. Ma anche di aver ravvisato nella discussione sulla ricostruzione - cominciata troppo presto - il solito errore di non consultare le popolazioni». Lo incontriamo a Sella di Conza, epicentro del sisma irpino, a cavallo di due provincie (Avellino e Salerno), diretti a Laviano (trecento morti). Dove andiamo con Marina Brancato, che sta scrivendo una tesi di dottorato in scienze antropologiche, sulla perdita della casa, e incrocia il terremoto con la Pasqua ebraica, rievocazione dell’esodo dall’Egitto. «Pesach: in ebraico significa passaggio e segna la metamorfosi dallo stato di schiavitù a quello della libertà, ma anche la perdita di quel poco che avevano, e un nuovo cammino - difficile - da fare». Non ha guardato i funerali «non amo le sepolture mediatiche, il lutto televisivo è l’anticamera dell’oblio».
Il sindaco di Laviano è Rocco Falivena, ha messo insieme un comitato di comuni, vista l’esperienza accumulata durante il disastro campano, e preferisce concentrarsi su un’unica opera concordata con le amministrazioni colpite: «Poco rumore, ma tanta sostanza». Questo, per lui, è anche un modo per sondare il grado di meschinità di chi «non è disposto a rendere quello che ha avuto», e infine il tentativo di tenere in vita la memoria della sofferenza «provando a trarne un dato antropologico». Falivena è un uomo pratico, d’azione, sociologo di formazione, a capo di una cooperativa che fa tagli boschivi. Uno che parla chiaro: «Qua la gente tende a rimuovere il dramma, ecco perché nessuno segue i funerali in tv, ma non è cinismo, piuttosto un modo di tenere a distanza il dolore. Perché il terremotato è anche diventato una categoria sociologica, pericolosa. Si parte col risarcimento e si finisce per usare il dolore come clava, bisogna starci attenti». E spiega il processo: «Si comincia col rancore verso il sopravvissuto e si finisce con l’essere pronti a sferrare la coltellata in nome del metro quadro». Una fila interminabile di carri funebri attende la fine del rito, a L’Aquila. Qui, il vento, leggero, a ripreso a far girare le pale eoliche.


6 aprile 2009

Terremoto, due ragazzi teoresi coinvolti

Anche due studenti teoresi, Piero Sibilia e Giulio Rotonda si trovavano a L'Aquila. Fortunatamente non hanno riportato conseguenze gravi.

Questa è la notizia uscita su irpinianews
.

Riporto invece il trafiletto uscito oggi su Ottopagine:

Apprensione per due studenti di Teora e Torella
«Mi sono salvato dai crolli scappando in un cunicolo»

Grande apprensione anche a Teora e Torella. Due studenti di Teora frequentano l’Università a l’Aquila, appena televisioni, radio e siti internet hanno iniziato a diffondere notizie sul violento terremoto riferendo che era crollata la casa dello studente si è sparso il panico in paese: Giulio
Rotonda, che frequenta la facoltà di Scienze ambientale, alloggiava nella casa dello studente. Fortunatamente il ragazzo è riuscito a mettersi in salvo attraverso un cunicolo e a telefonare subito a casa. “Era fortemente provato, scioccato – racconta il sindaco Salvatore Domenico ed in apprensione per gli amici ancora sotto le macerie.
Notizie rassicuranti per fortuna anche per Piero Sibilia. I genitori di entrambi i ragazzi Franchino Rotonda e Enzo Sibilia sono partiti insieme per l’Aquila accompagnati dal maresciallo dei carabinieri Michele Grella per andarli a riprendere. Il maresciallo si è messo in contatto con un collega che a sua volta ha accompagnato Giulio e Piero fuori dalla città, evitando così ai genitori di rimanere bloccati per ore. Da Teora – aggiunge il sindaco Di Domenico – partiranno aiuti le zone terremotate”. Tutti sani e salvi gli studenti di Torella che studiano a L’Aquila, anche loro fanno fatto ritorno a casa. (pds)



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