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Diario


14 dicembre 2010

Scompare De Vito. Aveva 84 anni

E' morto Salverino De Vito, esponente democristiano di spicco, ministro per il Mezzogiorno, a lungo anche sindaco di Bisaccia. Fu uno degli artefici della legge 219 e di tanti decreti delle ricostruzione post-sisma.
Metto qui un articolo di Franco Arminio che allarga le considerazioni non solo alla sua figura ma alla coscienza civile odierna degli irpini.



L'ultimo viaggio del Senatore

Il tredici dicembre è il giorno più corto dell’anno. Oggi tra noi e il cielo c’era un muro di nuvole. E noi qui molto simili a ombre, con cuori piccoli e facce grigie. Da un po’ di tempo vedo questa dilatazione del grigio, viene fuori dai discorsi che facciamo, a volte perfino dai sorrisi. Non è che prima c’era un tempo bello a cui è succeduto un tempo brutto. Quello che forse è cambiato è lo spazio intorno alle cose, lo spazio e il tempo. Le cose e le persone prima stavano al centro. Ai bordi c’era una cornice di vuoto. Questo valeva per una rondine, per una panchina, per un programma televisivo. Adesso è come se a ogni situazione fosse stata tolta l’aria. C’è quella cosa e basta, c’è una stretta di mano, c’è un gelato, c’è un articolo di giornale. Le cose non sono seguite e precedute da niente. Nascono al momento in cui nascono e finiscono al momento in cui finiscono. Mezzo secolo fa le cose erano preceduto nel loro nascere ed erano seguire nella loro fine. Non è che la vita fosse più bella o più sensata, era una cosa mescolata, il visibile e l’invisibile stavano alla stessa tavola, si spartivano l’onere e l’onore della culla e della camera ardente, di un insulto e di un bacio. Tutto questo può essere anche tradotto dicendo che dentro gli uomini c’era una fede, poteva essere dio o il comunismo ma era una cosa che un poco trascinava le persone fuori di se stesse.

Oggi c’è che Salverino è morto e torna al suo paese che non c’è più. I luoghi muoiono, come le persone. La differenza è che ai luoghi può accadere di rinascere. Alle persone no, almeno per come potevamo vederle quando erano vive, con il loro corpo, la loro faccia. Salverino De Vito è arrivato in un carro di onoranze funebri Irpinia percorrendo per l’ultima volta la strada che unisce Avellino all’Irpinia d’Oriente. Lui abitava nella strada in cui sono nato e abitavo pure io. Tante volte ho visto gruppetti di persone davanti alla sua casa. Lo aspettavano per chiedere un favore che prima o poi riuscivano pure ad ottenere. Ho sempre sospettato che non fosse amato dal suo paese, come credo non sono amati tutti gli altri capi dell’ex Democrazia Cristiana. E questo non per colpa dei loro meriti o demeriti, semplicemente perché questa terra non sa amare niente e nessuno. L’Irpinia è una provincia ingrata e oggi al cimitero di Bisaccia questa ingratitudine era evidentissima. Non c’erano gli amministratori dei paesi vicini. Non c’erano i bidelli, gli uscieri, gli applicati di segreteria, non c’era tutta quell’umanità che a lui aveva provveduto a sistemare. La classe politica che stamattina sui giornali osannava De Vito intuisce che in questa provincia certe imprese sono destinate a cadere assai presto nell’oblio. E a De Vito questa sorte era toccata già in vita. L’ho visto tante volte negli ultimi anni seduto davanti alla porta di casa, in compagnia solo della sua sigaretta. Provavo un po’ di pena per la sua malattia che mi pareva curiosamente intrecciata a quella del nostro paese.

Adesso la malattia è finita. Salverino riposa in seconda fila in un loculo posto nel muro di cinta del cimitero, subito a destra dopo l’ingresso. Non era un notabile e non si era fatto la cappella. Il suo ultimo arrivo al suo paese meritava comunque un abbraccio e invece non è stato proclamato neppure il lutto cittadino. Il popolo che ascoltava i suoi comizi oggi non c’era e soprattutto non c’era il suo partito, non c’erano i tanti tecnici e imprenditori che ha fatto arricchire con le sue leggi. È difficile avere amici al mio paese e lui non ne aveva. È stato accolto da un paese senza lacrime, un paese che non è stato distrutto da De Vito, ma che si è distrutto usando De Vito. Il clientelismo non è possibile solo con un politico che fa favori a volte indebiti, ci vogliono anche persone che questi favori li richiedono. E così è stato per il momento della ricostruzione post-terremoto. De Vito, senza volerlo, ha dato a ognuno la sua casa e ha tolto a ognuno il suo paese.

Bisogna indovinare tante cose nella vita, compreso il momento giusto per morire. Se De Vito fosse morto trent’anni fa il paese sarebbe stato attraversato da un’emozione fortissima. Adesso ognuno sta nella sua tana, vanno in giro solo unghie pronte a carpire, a portare il bottino nella cuccia. Adesso è come se qui ognuno di noi fosse già morto. Siamo tutti una banda di inesistenti in un mondo che non c’è più.

Franco Arminio, da il mattino del 13-12-2010


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