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2 gennaio 2008

I terremoti irpini nel corso dei secoli

Questo è un mio articolo apparso sil Corriere dell'Irpinia lo scorso 31 dicembre 2007; si tratta di una rassegna dei terremoti avvenuti in Irpinia, con particolare attenzione a quelli degli ultimi due secoli, basata sulle schede del "Catalogo dei forti terremoti" pubblicato nel 1997 dall'Istituto Nazionale di Geofisica. Spero possa interessarvi. 

I terremoti irpini nel corso dei secoli

Il territorio irpino è una delle zone a maggiore intensità sismica in Italia; oltre alla memoria recente, quella legata al tragico evento del 23 novembre 1980, nel corso dei tempi più e più volte le scosse sismiche hanno cambiato volto a paesi e contrade rurali dell’Irpinia, con fuochi epicentrali situati in aree diverse. Negli ultimi due secoli, inoltre, si possono contare circa sette eventi sismici di proporzioni notevoli, 4 nel Novecento (1910, 1930, 1962 e 1980) e tre nell’Ottocento (1851, 1853, 1857). Va senza dire che quello del 1980 è stato il più catastrofico. In questo contributo saranno rapidamente elencati e brevemente descritti i terremoti avvenuti prima del Ventesimo secolo, nell’arco cronologico che va dal 989 dopo Cristo fino alla fine del 1800. Il filo conduttore di questa rassegna saranno i volumi pubblicati dall’Istituto Nazionale di Geofisica nel 1995 e nel 1997, in cui sono stati catalogati i terremoti avvenuti sul territorio nazionale dal 481 a.C. al 1980. Per approfondire la storia dei terremoti in Irpinia, è di sicuro prezioso il volume di Nicola Di Guglielmo dal titolo “I terremoti in Campania. Profilo storico, considerazioni critiche e documenti”(2003), in cui si trova anche un ricco repertorio di fonti.

25 ottobre 989-990. Irpinia.

Le fonti sono discordi sull’anno in cui si verificò il terremoto. Il villaggio di Ronza fu raso dal suolo e gli abitanti fuggirono altrove. Il paese non fu più ricostruito; gravi danni anche a Conza, dove crollarono la metà degli edifici e morirono molte persone tra cui il vescovo, e a Frigento.

5 dicembre 1456. Italia centro-meridionale.

Un forte terremoto coinvolse nel 1456 tutta l’Italia centro meridionale; si pensa che ci siano state tre aree epicentrali, con un quadro macrosismico dato dalla sovrapposizione di più scosse; le tre aree erano situate una tra il Sannio e l’Irpinia (Apice, Ariano Irpino, S. Giorgio del Sannio i comuni più colpiti); l’altra nelle valle del fiume Pescara, l’altra ancora nella zona dei Monti del Matese, tra Bojano e Isernia. In Irpinia fu avvertito maggiormente, oltre che ad Ariano, a Grottaminarda, Aquilonia, Lacedonia e Zungoli.

17 marzo 1517. Ariano Irpino.

La scossa (VIII° scala Mercalli) colpì Ariano con effetti distruttivi; la cattedrale ne fu molto danneggiata; il terremoto è infatti ricordato da un’epigrafe conservata nella cattedrale stessa.

5 giugno 1688, Sannio.

I massimi effetti distruttivi della scossa di verificarono nelle vicinanze di Cerreto Sannita (Benevento), ma la scossa (potenza massima percepita: XI° scala Mercalli) fu avvertita in modo forte dai Monti del Matese al Beneventano e fino all’Irpinia. Benevento fu gravemente danneggiata: su un totale di 1607 abitazioni ne furono danneggiate 997; il numero di morti nella città fu di 1367 persone su un totale di circa 7500 abitanti. In totale le vittime furono circa 10mila. In provincia di Avellino i centri coinvolti con maggior danni furono Casalbore, Moschiano, Ariano Irpino. Il terremoto causò gravi carestie alimentari e a Napoli scoppiarono tensioni sociali e tumulti nella popolazione. L’amministrazione tentò con scarsi risultati di calmierare i prezzi degli interventi edilizi e di contrastare la crisi alimentare.

8 settembre 1694. Irpinia e Basilicata.

Il periodo sismico iniziò alle 18 e 45 del 8 settembre 1694, la scossa durò circa un minuto con punte massime che raggiunsero l’XI° grado della scala Mercalli. Il territorio colpito, circa 9500 kmq, comprendeva circa 56 comuni sulla dorsale appenninica, tra le province di Avellino e Potenza; tra i comuni con danni più gravi vi erano S. Angelo dei Lombardi, Lioni, Conza della Campania, Muro Lucano, San Fele, Calitri, Bisaccia e Picerno. I morti furono circa 6 mila, i danni e le conseguenze economiche furono molto gravi. I vescovi chiesero aiuto al Vaticano per la ricostruzione delle chiese e segnalarono che le diocesi non riuscivano a raccogliere rendite necessarie neanche per la sopravvivenza. Vi furono notevoli difficoltà per reperire generi alimentari; le amministrazioni sospesero la riscossione dei tributi per accertare la quantità dei danni; il terremoto, inoltre, causò emigrazioni temporanee. I contemporanei accusarono le autorità politiche ed ecclesiastiche di concentrarsi troppo sulla ricostruzione di edifici pubblici e di culto a discapito degli interventi sociali ed economici. Le situazioni di disagio per i senzatetto si protrassero per lungo tempo.

29 novembre 1732. Irpinia.

La scossa del X° scala Mercalli, avvenuta alle 8 e 40 del 29 novembre 1732, colpì un’area che andava da Napoli a Melfi, con effetti maggiormente disastrosi in Irpinia. Circa 20 comuni furono interamente distrutti ed effetti distruttivi più o meno gravi coinvolsero 67 paesi. Nonostante esistano diverse discrepanze tra le fonti, il numero dei decessi potrebbe attestarsi intorno ai 1942 morti, anche se tale cifra potrebbe risultare approssimata per difetto. La zona più colpita era quella dell’Irpinia settentrionale; alcuni centri, come Mirabella Eclano e in parte Ariano Irpino, furono rasi al suolo; in altri, come Castel Baronia e Flumeri, un’altissima percentuale delle abitazioni crollò o risultò inabitabile. Anche ad Avellino più della metà delle abitazioni fu danneggiata. Le popolazioni colpite fuggirono dalle case e vissero a lungo in baracche o spazi aperti. Il papa vietò di tenere spettacoli teatrali e opere in musica in occasione del carnevale ed ordinò un giubileo straordinario. I governi del Regno di Napoli e del Regno della Chiesa intervennero con aiuti sporadici e con esenzioni e dilazioni fiscali. Le popolazioni, tuttavia, continuarono per diverso tempo a chiedere aiuti ed interventi, anche perché lo stesso territorio era già stato colpito da terremoti nel 1688, nel 1694 e nel 1702; anche questa volta fu privilegiata la ricostruzione delle chiese, causando a livello locale contrasti tra le comunità e i vescovi. In soccorso alle popolazioni intervennero alcuni nobili come i Caracciolo ad Avellino e il principe Imperiale a Sant’Angelo dei Lombardi, che stanziarono somme notevoli per gli aiuti alla popolazione. Dal punto di vista delle conseguenze ambientali, la sorgente Mefite, presso Rocca San Felice, che prima del terremoto era asciutta, vide tornare le acque nel loro alveo naturale e dal fondo del bacino uscirono forti sbuffi di vapore che scagliarono in aria massi e rocce del peso di circa 9 chili.

14 agosto 1851. Basilicata.

Il 14 agosto 1851 una vasta area tra Basilicata e Irpinia fu attraversata da una scossa di intensità massima del X° della scala Mercalli. In particolare, i maggiori effetti si verificarono nella zona del Vulture; furono distrutte pressoché interamente Barile e Melfi, con gravi danni anche a Rapolla, Rionero, Venosa e Lavello. L’area dei danni raggiunse la zona della Capitanata e l’Irpinia orientale (Monteverde, Aquilonia, Bisaccia e Lacedonia). I morti furono un migliaio, di cui 444 nella sola Melfi e 120 a Barile. I senzatetto cercarono rifugio nelle grotte di cui è ricca la zona e in rifugi improvvisati. Ferdinando II di Borbone varò provvedimenti quantitativamente scarsi (elemosine in denaro, cibo e vestiario, distribuzione ai contadini di terreni demaniali e baracche, esenzione del dazio fondiario per le case crollate). Lo scenario delle zone terremotate fu aggravato dalla carenza di vie di comunicazione, dalla siccità presente già prima del terremoto e, insieme ai terremoti del 1853 e del 1857, lasciò la zona in una situazione di grave crisi economica e demografica, con notevole disinteresse dell’amministrazione borbonica.

9 aprile 1853, Irpinia.

Il terremoto (intensità massima IX° scala Mercalli) si verificò alle 13 e 45 del 9 aprile 1945 ed effetti disastrosi (crolli parziali o totali di edifici, danni diffusi) nelle alte valli dell’Ofanto e del Sele. I comuni più colpiti furono Caposele (12 morti), Calabritto (1 morto) e Teora. Secondo le modalità con cui le amministrazioni borboniche intervenivano in caso di disastri, anche in questo caso furono stanziate somme da destinarsi genericamente ai terremotati. Un effetto indiretto fu l’avvio della costruzione di opere pubbliche che potessero fornire lavoro alla popolazione.

16 dicembre 1857. Basilicata.

Il terremoto devastò vaste aree della Basilicata (l’attuale provincia di Potenza) e della Campania centro orientale. Raggiunse l’XI° della scala Mercalli e furono circa 180 le località colpite, di cui 30 con effetti gravemente disastrosi. Il maggior numero di morti si ebbe a Montemurro, Viggiano, Grumento Nova (allora Saponara), Tito, Marsico Nuovo. Le vittime furono complessivamente 10.939, di cui 9732 in provincia di Potenza e 1207 in provincia di Salerno. I feriti furono circa 90 mila. L’ impatto demografico su alcuni paesi fu devastante; secondo Mallet (1862) nell’intera area un abitante su 21 fu vittima del sisma. Il patrimonio edilizio subì gravi danni così come l’agricoltura e il bestiame. La Val d’Agri, zona maggiormente colpita, subì gravi conseguenze dovute al suo isolamento (molti paesi erano arroccati su alture e raggiungibili solo a dorso di animali) e il periodo era di decadenza sia economica che politica. Pochi anni prima c’era stata la fallita spedizione di Carlo Pisacane e ciò aveva contribuito a rendere ancora più opprimente il clima politico. Anche con l’avvento dei Savoia, alcuni anni dopo, la ricostruzione rimase alquanto inconsistente e la popolazione residente calò sensibilmente sia a causa di povertà e malaria ma anche per i consistenti flussi migratori.

Stefano Ventura

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