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Diario
14 gennaio 2012
Teoresi all'estero, si rinnova la tradizione
Metto qui un articolo uscito sul magazine Tu si nat in Italy (da cui ho già pubblicato un articolo). Si parla della tradizione della pizza di Sant'Martin.
L’undici novembre ricorre la festa di San Martino; l’aneddoto
legato alla storia di questo santo narra che in un giorno di autunno, mentre si
trovava nei pressi della città francese di Amiens, Martino incontrò un povero
anziano seminudo e in preda al freddo. Mosso a compassione, divise in due la
sua tunica e ne diede una parte al vecchio; in quel momento le nuvole
lasciarono spazio a un sole estivo. Per questo motivo è detto “estate di San
Martino” il periodo di novembre in cui di solito la temperatura è più mite.
Nella tradizione teorese questa data rappresenta un
appuntamento familiare e di comunità; ci si ritrova con familiari e amici
attorno alla “pizza di Sant’Martin’”, che altro non è che il gateau di patate
preparato con patate, latte, uova, salame, formaggio, prezzemolo, mozzarella,
sale e pepe. La particolarità, però, consiste nel fatto che nelle porzioni che
vengono consegnate ai commensali è nascosta una moneta (”lu sold”, proprio
perché alle origini della tradizioni era la moneta da un soldo ad essere
l’ambito premio). Le porzioni sono messe in tavola e scelte in maniera casuale
dai commensali. Chi trova il soldo acquista il potere di ordinare il pranzo ai
commensali, il cosiddetto “cummit” (convito), che, come da tradizione, si
svolgerà il 21 novembre, che secondo il calendario religioso è il giorno
dedicato alla presentazione di Maria Vergine.
Altra versione della tradizione, decisamente più pagana, si
può rintracciare a Napoli ed è legata al convento in cima al colle di San
Martino, dove erano soliti recarsi “i cornuti” in processione cantando; nel
caso avessero incontrato nella salita una donna sconosciuta e l’avessero, per
modo di dire, “conquistata”, le corna sarebbero per incanto sparite.
Come tutte le tradizioni popolari, anche quella della pizza
di San Martino rischia di andare perduta; tuttavia, grazie alla caparbietà
degli emigranti teoresi, ogni anno si perpetua l’appuntamento dell’11 novembre
che diventa motivo di incontro tra gli emigranti in diversi posti nel mondo.
Anche quest’anno la tradizione è stata rispettata e in Svizzera, nei pressi di
Stans, si sono radunate circa 300 persone, tra le quali una buona parte erano
teoresi, anche se non mancavano altri irpini e altri italiani emigrati.
Hanno partecipato alla manifestazione, organizzata da Rocco
Casale e Antonio Ciccone, anche alcuni amministratori del comune di Teora, tra
cui il sindaco, e altri cittadini arrivati per l'occasione dall’Alta Irpinia, e
anche il console generale italiano in Svizzera, Mario Fridegotto.
Dalla serata trascorsa insieme, che ha visto la
partecipazione degli emigrati provenienti dai vari cantoni, è emersa l’idea di
gemellare il comune di Teora e il cantone di Lucerna, per replicare in altre
manifestazioni nel corso dell’anno il legame e il contatto tra emigrati e
luoghi d’origine. Anche a Teora, però, questa tradizione si rinnova ed è
rispettata, anche tra i giovani.
Il prossimo appuntamento individuato potrebbe essere legato
al carnevale e agli “squaqqualacchiun”, una maschera teorese tipica del
periodo del carnevale.
Di certo l’appuntamento dello scorso 11 novembre ha
rinfocolato quel legame mai interrotto tra emigrati e paese di origine. Negli
anni passati, e ancora oggi, anche in Italia settentrionale “la pizza di
Sant’Martin’” rappresenta una data cerchiata in rosso sul calendario dei
teoresi e occasione di incontro e di condivisione.
Infatti, nella condivisione e nell’amore per il prossimo sta
il significato simbolico della pizza, proprio come il Santo divise il suo
mantello con il prossimo infreddolito.
6 gennaio 2012
Intellettuali irpini, una riflessione

Nellanostra provincia abbondano i politici e gli intellettuali. Dei primi preferisconon parlare.
Sul secondo ambito, serve fare un piccolo quadro della situazione;in provincia ci conosciamo quasi tutti, se non di persona quanto meno di nome.
Esistono quattro giornali provinciali a buona tiratura (Mattino di Avellino, Ottopagine,Corriere Irpinia e Buonasera-ex Buongiorno); esistono tantissimi siti di informazioneonline, cresciuti moltissimo nell’ultimo anno (Irpinianews, Irpiniaoggi, IlCiriaco, Irpinia report, tu si nat in italy); esistono diverse televisionilocali, distribuite tra Avellino, Ariano e anche Lioni. Insostanza, c’è abbondanza di spazi informativi e una differenziata offerta,anche qualitativamente ampia, con buone punte di originalità e anche moltaimprovvisazione. Tuttoquesto ha anche l’ effetto di creare confusione, e di aprire palcosceniciimprovvisati per moltissimi aspiranti comunicatori, editorialisti avventurosi,commentatori imperterriti. E' da notare il fatto che esistano delle conventicole e deigruppi abbastanza definiti e tra loro molte volte in contrasto, che sicontendono non solo l’ultima voce in capitolo sui dibattiti dell’attualitàpolitica e culturale, ma anche il possibile accesso a forme di mecenatismopubblico, anche se le casse provinciali e regionali languono. Evito (per carità!) di entrare nelle pieghe del dibattito su uno dei pochi centri istituzionali di ricerca e attività culturale della nostra provincia (il Centro Guido Dorso).
Inoltre,i singoli componenti delle confraterniteintellettuali irpine tendono ad auto elogiare i propri circuiti diappartenenza, le proprie case editrici, i “fratelli” con i quali condividono unpezzo di cammino verso obiettivi sempre nebulosi. E anche auto elogiarsi. Il tutto è comunque rinchiuso negli angusticonfini provinciali, non guarda al di fuori, dove dovrebbe scontrarsi concompetitori forse più attrezzati. Anche gli argomenti (il meridionalismo neoborbonicoalla Pino Aprile, una difesa indefinita dell’identità irpina) e le modalità concui si affrontano (serie di editoriali su diversi quotidiani, convegni e caminettioligarchici aperte, di fatto, a poche menti elette) sono a dir pocodiscutibili. Nonè il caso di andare a scomodare Gramsci, Pasolini e Croce su che cos’è l’intellettuale e qual è il suo ruolo nella società. Bastapensare a quei tanti ragazzi e persone che portano avanti associazioni,progetti e passioni rimettendoci spesso di tasca propria, senza aspettare l’elemosinapolitica di turno (da quella del comune su fino a quella del Parlamento).
E aitanti “trasferiti”, gente che dell’identità irpina non se ne fa niente perché peresprimersi liberamente ha preferito altri luoghi e altri scenari. Lasciando lascena a molti personaggi in cerca d’autore.
27 dicembre 2011
L'Irpinia, il lavoro, il futuro
Questo è il pezzo uscito sull'ultimo numero di Nuovo Millennio. Ne approfitto per scusarmi della latitanza da questo blog (ampiamente compensata con altre forme di comunicazione), per fare gli auguri di buone feste e per segnalarvi l'uscita di TU SI NAT IN ITALY, una nuova avventura in cui sono coinvolte tante belle intelligenze. (scaricabile qui: http://www.tusinatinitaly.it/rivista01.php)

La letteraturaeconomica è strapiena di libri, saggi e contributi sul progetto diindustrializzazione del Mezzogiorno, dagli anni Cinquanta a oggi, con la Cassaper il Mezzogiorno prima e con i contributi dell’Unione Europea poi. Con questotema, e per esteso, con il tema dello sviluppo del Mezzogiorno e sullasoluzione del problema occupazionale si sono confrontati le più grandi mentidell’economia e dell’intellettualità italiana, non sempre seguiti nei fattidalla politica e dall’imprenditoria. Il tema della “fabbrica del terremoto” è al centro della ricerca condottadall’Osservatorio Permanente sul Doposisma nel 2011. L’Osservatorio, istituitopresso la Fondazione MIdA, che gestisce le meravigliose Grotte dell'Angelo aPertosa, ha come obiettivo la promozione della ricerca per stimolare dibattitoe proporre suggerimenti su nuove possibili strade da percorrere. La ricerca diquest’anno è stata realizzata grazie al contributo dell’Area Ricerche del Montedei Paschi di Siena e contiene anche un interessante studio sul campo, condottoda una ricercatrice di Antropologia, Teresa Caruso, che ha vissuto a Caposeleper 7 mesi, su come una comunità si è ricostruita in 30 anni di ricostruzione. Nel rapporto del2011 c’è anche un contributo nel quale si affronta una cronistoriadell’intervento di sviluppo industriale dopo il terremoto e, soprattutto, c’èun censimento aggiornato al giugno 2011 su quanti addetti sono occupati e quante aziende sono attive oggi nelle20 aree industriali del Cratere. Il dato sugli occupati, in particolare, diceche oggi siamo al 49% rispetto alla previsione iniziale. La ricerca siaccompagna anche a una serie di proposte; una di queste parla esplicitamentedel problema dello squilibrio demografico tra aree metropolitane costiere diCampania e Puglia e ipotizza un nuovo sistema reticolare di mobilità, cherivaluti il trasporto ferroviario, per portare nuovi residenti nelle areeinterne e permettere loro di recarsi al lavoro in tempi ragionevoli. Sarebbequesto un modo per mettere a valore tutti i vani costruiti in abbondanza dopoil terremoto e lasciati vuoti dallo spopolamento delle aree interne,permettendo a giovani famiglie e nuovi residenti di lasciarsi alle spalle ilsoffocamento della città e apprezzare una qualità della vita a misura d’uomo.Così com’è, la situazione mostra una doppia disperazione, quella di chi vive inspazi angusti e in preda all’emergenza continua ( i rifiuti, il traffico, ilcongestionamento dei servizi, aule scolastiche con più di trenta alunni e senzaservizi) e quella di chi percepisce abbandono e solitudine (pochi servizi, scuole che chiudono, pochi trasporti, neanchel’accesso alla rete). La strategia di fondo si trova in continuità e affinitàanche con l’idea di ospitare e accogliere i migranti come nuovi residenti,lanciata anche in Irpinia qualche mese fa, quando molti giovani scappavano dalNord Africa avvolto dalle fiamme delle rivoluzioni contro i regimi. Bisogna ancheregistrare alcune storie di successo nel raccontare il disegno di sviluppodelle fabbriche del terremoto. Come ad esempio l’intervento della Ferrero aBalvano e Sant’Angelo dei Lombardi, dove i due stabilimenti hanno non solorispettato le promesse, ma incrementato il numero di occupati. La stessa cosasi è verificata per l’EMA di Morra de Sanctis, che prevede di aumentare ancorai propri occupati nei prossimi anni, oppure con la Desmon, un’azienda che ha ladirigenza a Nusco e altre succursali sparse per il mondo in Turchia, Cina eIndia. Altra storia degna di nota è quella della FG - Tek, a Porrara (S. Angelod. L.), che ha riconvertito la sua struttura produttiva passando dal settoredelle calzature alla produzione di fotovoltaico e mini-eolico. Ci sono settori di potenziale interesse per non lasciare inutilizzati capannonie aree che già hanno danneggiato paesaggi e ambiente; ad esempio le energierinnovabili, che in Campania e Basilicata conoscono un buon livello diproduzione che però hanno scarsa ricaduta sul reddito complessivo delle aree incui agiscono. Oppure investendo su quei settori del ciclo integrato dei rifiutiche mancano del tutto in Campania e che aggravano la gestione complessiva, adesempio la produzione di concimi dal compostaggio oppure il riciclo di alcunimateriali. Inoltre è essenzialeconsiderare una delle maggiori frecce disponibili all’arco di questi territorie del Sud in generale, il turismo. Infatti, si calcola che il numero di personeche si muoveranno per motivi turistici diventerà dieci volte maggiore di qua aqualche anno, quando molti cittadini di paesi emergenti e già in forteaffermazione (India, Cina, Brasile, ma anche alcuni paesi dell’Est Europa)potranno permettersi di viaggiare e scoprire nuove mete. Per questo ci sono lepremesse, ma ci vuole un grande balzo in avanti del marketing territoriale, diinfrastrutture e professionalità del settore. Di certo, come dicel’economista Gianfranco Viesti introducendo la ricerca (Uscire dal vicolo ciecodel sottosviluppo è il titolo dell’intervista), il problema del Mezzogiorno nonsi risolve senza risolvere il problema Italia, e non serve pensare all’unosenza considerare l’altro. Inoltre è ormai diventato impensabile pensare adalcuni territori senza considerare il contesto globale, e per quanto riguardail Sud, il resto dell’area mediterranea. Nella crisi che stiamo attraversando apagare sono i territori più deboli, e le aree interne del Sud lo sono; è perquesto che serviranno dosi massicce di genio e passione per trovare una nuovaprospettiva di futuro. Stefano Ventura, novembre 2011
14 dicembre 2011
Terre memori

14 novembre 2011
Volontariato e Protezione Civile
Il 24 novembre a Teora si terrà questa iniziativa in cui le associazioni di volontariato e di Protezione Civile si confronteranno sulla memoria della solidarietà del 1980 e le sfide e i problemi attuali. Parteciperà l'allora commissario straordinario, Zamberletti, oltre a importanti realtà del volontariato italiano. Ecco la locandina dell'evento.
Su ORENT è possibile riascoltare gli interventi di Zamberletti e Postiglione.
26 ottobre 2011
Il terremoto in Turchia e i disastri dei ricchi e dei poveri
Sul terremoto di Van (Turchia) del 23 ottobre 2011
l gatto di Van, anche detto Turco van, è una razza di grande taglia, generalmente dal mantello bianco, con la coda colorata di pelo rossiccio e macchie sul capo. Narra la leggenda che quando finì il diluvio universale, Noè non riusciva a controllare l’agitazione degli animali a bordo dell’arca, e due gatti riuscirono a scappare tuffandosi in acqua e nuotando verso la terraferma. I gatti di Van, infatti, sono abili nuotatori. La città di Van, quindi, prima di ieri a ora di pranzo, era famosa soprattutto per essere la patria di origine di questi felini. Situata nell’area sudest della Turchia, vicino al confine con l’Iran e l’Armenia, questa zona è altamente problematica dal punto di vista geopolitico, perché vicina al teatro delle lotte di rivendicazione del popolo curdo contro il governo turco. Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre, infatti, sono stati uccisi 21 soldati dell’esercito turco come ritorsione per la cattura di diversi attivisti del PKK (il partito indipendentista curdo) e dei bombardamenti nell’area e nel nord dell’Iraq. Il terremoto, di magnitudo 7.2 Richter, si è verificato ieri, 23 ottobre, alle 13 e 41 locali, con una forte replica (5,6 Richter) dopo circa quindici minuti. Al momento le notizie che giungono dall’area parlano di 270 morti, bilancio che è purtroppo destinato a salire. Intanto le scosse di assestamento non si placano, rendendo più complicate le operazioni di soccorso ai terremotati. Nella città di Van risiedeva anche una famiglia italiana, originaria della Toscana, che viveva lì da tempo e aveva una piccola attività artigianale; si sono prontamente messi in salvo al momento della scossa. Tra le tristi analogie, c’è da segnalare il crollo di un ostello destinato ad ospitare studenti universitari nella città di Ercis, come avvenne a L’Aquila nel 2009. Anche il premier turco Erdogan si è recato nell’area per visitare le città colpite, rifiutando tuttavia l’aiuto offerto da molti paesi stranieri, tra cui anche Israele. Nel 1999 un altro forte terremoto colpì l’area nord ovest del Paese, nei pressi del Mar di Marmara, causando tra i 17mila e i 18mila morti. La penisola anatolica è infatti un’area ad altissimo pericolo sismico per la presenza di numerose faglie. Di recente è stato pubblicato uno studio, a cura dell’Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena, in cui vengono illustrate in prospettiva comparata le conseguenze dei disastri sotto il profilo macroeconomico in diverse aree del mondo. Lo studio, intitolato “Una scossa al sistema. Come ricominciare”, dimostra come un disastro ha effetti piuttosto simili sulle economie nel breve periodo, ma a fare la differenza sono, nel medio e lungo termine, i precedenti livelli di prodotto interno lordo pro capite e la presenza di istituzioni pubbliche efficienti e non corrotte. Lo studio è stato pubblicato nel rapporto “La fabbrica del terremoto”, a cura dell’Osservatorio Permanente sul Doposisma.
(pubblicato anche qui e qui)
21 ottobre 2011
Il termovalorizzatore di Melfi tra veleni e omissioni
Segnalo anche qui un piccolo contributo pubblicato su TU SI NAT IN ITALY in cui si parla dell'inquinamento prodotto dal termovalorizzatore Fenice a Melfi. Melfi, proseguono le indagini sul termovalorizzatore
Destapreoccupazione l’inchiesta di Potenza sull’inquinamento delle falde acquifere da parte dell’Impianto Fenice, di proprietà dal colosso energetico francese EDF, nell’area industriale San Nicola di Melfi. Nell’impianto fin dal 1999 vengono smaltiti, oltre ai rifiuti solidi urbani della Basilicata, anche rifiuti industriali provenienti dai grandi impianti del Mezzogiorno. Lei ndagini hanno accertato che dal 2002 al 2007 non sono stati resi pubblici i rilievi e le tabelle sullo stato delle acque del sottosuolo nei dintorni dell’impianto. I dati presentati lo scorso 17 settembre sono risultati nettamente superiori ai valori consentiti, con tracce di nichel, cromo e mercurio. Dati preoccupanti erano emersi già nel marzo 2009, con l’apertura di un’inchiesta presso la Procura di Melfi trasferita poi nel più stretto riserbo a Potenza, senza però interventi diretti sulla centrale. Leproteste dei cittadini dei comuni vicini all’area hanno sollevato l’attenzione mediatica anche nazionale sul caso. Lo scorso 11 ottobre sono stati arrestati due dirigenti dell’ARPAB, l’Agenzia regionale incaricata di monitorare i dati sull’inquinamento ambientale, tra i quali l’ex presidente Sigillito, per disastro ambientale e omissione di atti d’ufficio. L’impianto ha continuato a funzionare grazie a una autorizzazione della Provincia di Potenza e in attesa che la Regione concedesse il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale; la Provincia ha nelle scorse ore revocato l’autorizzazione per 150 giorni in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. I cittadini e gli amministratori della zona avevano da tempo registrato preoccupanti segnali per la salute; da segnalare il caso di una inserviente che si occupava delle pulizie all’interno dell’impianto e che dal 2005 si è ritrovata con il corpo ricoperto di macchie rosse e viola e piaghe e ha denunciato il fatto alla Procura della Repubblica di Potenza. LaFenice si difende dichiarando di aver provveduto ad eliminare le sorgenti di contaminazione. A partire dalle rilevazioni anomale del 2009 la stessa Fenice si era autodenunciata e aveva stanziato 3,5 milioni per la messa in sicurezza. Intantocontinuano le polemiche sulle responsabilità politiche di mancato controllo e intervento. Oltre al caso recente di Melfi, sono numerose le associazioni territoriali lucane che si occupano di monitoraggio ambientale raccogliendo documentazione e producendo dossier e inchieste.
Altri approfondimenti Il quotidiano della Basilicata La Repubblica inchieste Olambientalista Di Consoli sul caso Melfi
11 ottobre 2011
L'Aquila e la shock doctrine all'italiana
Quella che pubblico è una mia riflessione meditata dopo una visita all'Aquila, circa un mese fa. Sono concetti già esposti e approfonditi da altri: del resto la letteratura, il materiale in rete, i documentari e altri lavori sul terremoto del 2009 sono già moltissimi e vari. Però è importante mantenere accesi i riflettori sull'Aquila e sull'Abruzzo, dove le debolezze e i pregi del nostro carattere nazionale (sempre che ce ne sia uno) sono emersi nitidamente in questi quasi 1000 giorni di doposisma L'AQUILA E LA SHOCK ECONOMY ALL'ITALIANA Ogni evento fuori dall'ordinario si colloca nel tempo in cui accade. A maggior ragione un terremoto interviene a fare tabula rasa di una comunità, delle dinamiche e delle abitudini della gente che lo subisce, offrendo uno spazio di infinite possibili alternative. Per questo chi in quel periodo si trova in una posizione di responsabilità, in particolare i governi territoriali e nazionali, hanno il compito di scegliere il destino di una ricostruzione, tanto più incisivo quanto più distruttivo è stato il sisma. Anche il terremoto del 2009 in Abruzzo non ha fatto eccezione. Una cosa è apparsa chiara sin da subito; l'Aquila e l'Abruzzo hanno rappresentato in piccolo i pregi e i difetti dell'intera nazione, le aspirazioni e i difetti della sua classe dirigente, dei suoi imprenditori, della gente comune. Una delle frasi più comuni che si sentono dire agli aquilani (una precisazione; laddove si citeranno per brevità gli aquilani, si intende una parte per il tutto, quindi tutti i cittadini del cratere terremotato) è che se non si visita la città non si può capire l'effetto del sisma. Questo inciso deriva dal fatto che la narrazione mass mediatica del sisma è stata fortemente influenzata dall'informazione mainstream, fortemente condizionata da poche e influenti lobby. Va detto anche che il terremoto e la ricostruzione hanno prodotto comunque una messe informativa spropositata, chemetterà certamente in difficoltà quelli che vorranno fare i conticon questo evento nei prossimi anni. Gli studi, i video, idocumentari, i libri, i blog tematici sono veramente un oceano in cui perdersi facilmente, e per questo risulta difficile percepire quale e quanta informazione è giunta a destinazione e in che modo. Di certo, camminare per le strade della città provoca sensazioni forti a chi la visita, figuriamoci a chi l'ha vista nel suo splendore e poi la vede ora. Una delle cose più evidenti è la selva di impalcature che proteggono e ingabbiano i palazzi, e infatti è stata questa una delle voci di spesa più ingenti del doposisma (circa 136 milioni di euro, secondo i dati forniti dall'assessore alla ricostruzione del comune dell'Aquila, Pietro Di Stefano). Colpiscono poi le pattuglie dell'esercito e delle forze dell'ordine che presidiano alcune “zone rosse”, invalicabili e vietate, tanto da poter incappare in severe ammende e condanne. Ma quella delle zone rosse, e le loro consorelle, le “zone verdi” (quelle create ad esempio nell'Iraq belligerante degli ultimissimi anni per proteggere le truppe e l'entourage americano e alleato) , è una caratteristica che sembra accomunare questo disastro ad altri “shock”. Chi interviene dopo un disastro, dopo la tabula rasa, sempre più spesso recinta e espropria spazi e luoghi potenzialmente pericolosi, e così facendo espropria anche diritti e decisioni. E'accaduto a New Orleans, a scapito degli abitanti del Lower Ninth Ward, la zona più povera di New Orleans, ma anche sulle coste delSudest asiatico spazzate vie dallo tsunami del 2004, dove i pescatori sono stati deportati nell'interno per lasciare spazio a progetti che prevedono resort turistici di lusso da costruire sulla costa. La shock economy ben descritta da Naomi Klein ha quindi scelto i disastri, le guerre, le crisi di sistema come espediente per accelerare processi di privatizzazione ed esproprio di spazi, poteri, diritti, quasi sempre a vantaggio di pochi e scelti approfittatori a scapito del percorso decisionale democratico. Quasi sempre i processi di primo intervento nelle ricostruzioni vengono appaltati a grandi consorzi di imprese, che a volte non possiedono neanche una ruspa ma subappaltano ad altri gli interventi materiali da compiere, e il più delle volte questi consorzi e queste imprese sono esterne all'area colpita, perchè questo permette meno condizionamenti e meno ostacoli alla realizzazione dei progetti preconfenzionati. Questa, infatti, appare un'altra caratteristica della shock doctrine; i progetti di intervento sono già pronti prima che un disastro accada, in modo tale da bruciare sul tempo qualsiasi idea alternativa e da poter sfruttare con forza il bisogno di decisionismo e di interventismo che una catastrofe, e i suoi effetti psicologici, richiedono. Milton Friedman, il teorico della scuola di Chicago che ha coniato la shock doctrine, affermava dopo New Orleans che quella poteva essere “un'opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo”, dotando i cittadini di buoni scuola da spendere nel sistema di istruzione privato e liquidando quello pubblico, perchè “soltanto una crisi -vera o presunta – produce vero cambiamento”. Friedman è morto nel 2008; Bush e i suoi seguaci sono stati sconfitti dalla speranza di cambiamento di Obama; anche in Italia la cricca è sotto inchiesta, e i vertici nazionali della Protezione Civile nel terremoto del 2009 sono stati chiamati direttamente incausa dalle indagini. C'è, dunque, la necessità di una nuova dottrina, un nuovo modello di solidarietà globale, che ponga al centro dell'attenzione non più il mercato e le sue fantasiose appendici ma le comunità come portatrici di diritti, in tutti gli angoli del pianeta, da Haiti al Giappone, da New Orleans all'Aquila.
Stefano Ventura
6 ottobre 2011
L'Irpinia e la fabbrica della memoria
Incollo qui un articolo uscito sul Mattino di ieri, 5 ottobre; si inserisce in un dibattito sui luoghi e gli spazi della memoria. Sembra che ci sia una strana sindrome per la quale si debbano inventare musei della memoria, non si sa poi di che. Invece le cose già si sono, basta vederle e metterle in connessione tra loro. Buona lettura.
L'Irpinia e le fabbriche della memoria
Stefano Ventura
Da due anni è in attività un Osservatorio Permanente sul Doposisma. Ha sede a Pertosa e Auletta, in provincia di Salerno, ed è nato per iniziativa della Fondazione MIDA (Musei integrati dell'Ambiente). E' diretto dal giornalista Antonello Caporale e raccoglie le iniziative e il lavoro di giovani ricercatori, giornalisti, videomaker, organizzatori di eventi. L'idea è quella di produrre ricerche e dossier, con cadenza annuale, che possano stimolare riflessione e dibattito. L'anno scorso abbiamo studiato le emergenze più recenti della storia italiana in chiave comparata, partendo dal terremoto del 1980 per arrivare a quello dell'Abruzzo, raccontando con cifre e storie quali sono stati i criteri e i risultati ottenuti nella gestione della fase immediatamente successiva ai terremoti.Quest'anno abbiamo analizzato “la fabbrica del terremoto”, grazie al contributo dell'Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena. Partendo dal contesto internazionale, si è voluto analizzare in chiave economica quali fattori condizionano in positivo o in negativo i territori colpiti da disastri. La ricerca è stata poi integrata da un bilancio sul piano di sviluppo industriale successivo al terremoto del 1980, con tanto di dati aggiornati sul numero di addetti e sulle aziende ancora oggi attive nelle aree industriali della 219 e illustrando non solo le promesse mancate ma anche alcuni casi di industrie che mantengono la loro produttività e offrono ancora un'opportunità ai lavoratori irpini e lucani. Abbiamo però anche indagato, grazie al lavoro di una giovane antropologa, Teresa Caruso, come si è ricostruita una comunità (quella di Caposele) dopo trent'anni di doposisma. Queste ricerche sono state presentate a fine agosto nel corso del Festival “Sentimento dei Luoghi” che ha visto la partecipazione di quattro presidenti di Regione (Campania, Friuli, Umbria e Basilicata), scrittori, giornalisti e studiosi. La nostra attività si sostiene con un budget molto limitato, grazie ai fondi della Fondazione MIDA, ma questo non toglie certo valore alle ricerche e alle nostre varie attività (mostre, documentari, web). Anche il contatto con le istituzioni è faticoso e richiede un impegno di stimolo continuo. Ma quello di cui sentiamo davvero la mancanza è il dialogo con chi come noi fa dell'iniziativa culturale e civica la sua missione e agisce in territori a noi vicini. In provincia di Avellino ci sono diversi progetti realmente realizzati nel corso degli anni; penso al museo etnografico di Aquilonia, al Centro di documentazione sulla Poesia del Sud e al Museo diocesano di Nusco, al museo del lavoro di San Potito, il museo irpino del Risorgimento da poco aperto al Carcere Borbonico, ma anche a nuovi centri di iniziativa e proposta come Officina Solidale in Alta Irpinia o all' Home Festival Irpinia d'Oriente curato dalla Scuola Holden nei giorni scorsi, e mi perdoneranno quelli che non ho citato solo per questioni di brevità. Tutti questi poli sembrano tanti buoni musicisti che suonano benissimo il proprio spartito, ma che non riescono a suonare da orchestra. Ogni appuntamento, ogni inaugurazione di un nuovo spazio della cultura, ogni progetto sembra essere incapace di dialogare con gli altri, costruire collaborazioni e sinergie che rafforzerebbero a vicenda. Proprio il terremoto, un evento che accomuna tanti comuni di questa provincia, ha dimostrato questo limite in occasione del trentennale; tante iniziative di commemorazione e approfondimento, anche simili se non identiche, in tanti posti diversi e con tante forme organizzative, ma nessuna regia, nessun dialogo tra gli attori in campo, e quindi tanta confusione. In occasione dell'anniversario dei bombardamenti su Avellino del 1943 sono tornate in circolazione alcune idee sulla costruzione di un museo della memoria, dove archiviare e conservare materiale documentario utile poi alla divulgazione. E' un'idea, quella dei musei, degli archivi o delle case della memoria, che è già circolata su altri temi come il terremoto o l'emigrazione. Credo, tuttavia, che si potrebbe partire più banalmente da quello che già c'è, quelle realtà che citavo prima, e creare una rete formata da tanti diversi poli, ognuno autonomo e indipendente ma che fa sponda e si relaziona agli altri. Questo progetto dovrebbe avere un respiro regionale e raccogliere le realtà esistenti per poi crearne altre. Si potrebbe partire semplicemente dalla costruzione di uno spazio web che faccia da vetrina e contenitore delle iniziative, con un calendario regionale di eventi che non si danneggino a vicenda.Sul tema della Seconda guerra mondiale, ad esempio, Avellino potrebbe avere uno spazio che parta dal bombardamento del 14 settembre 1943 per inserirsi in un “parco della memoria” regionale che racconti le varie stragi, battaglie ed eventi accaduti in quel periodo. Anche quest'idea c'è già e va solo messa in rete. La stessa cosa potrebbe essere fatta sul terremoto, e il nostro Osservatorio in provincia di Salerno potrebbe dialogare con altri spazi che ricordino il terremoto in Alta Irpinia e con i dipartimenti universitari che a Napoli studiano alcuni aspetti del doposisma. Stessa cosa potrebbe essere fatta sull'emigrazione, sul cinema, sul lavoro e così via.Certamente risulta difficile parlare di iniziative culturali in tempi in cui la crisi economica si fa sentire duramente per sempre più famiglie. Ma molte volte l'ingegno e l'originalità, insieme alla passione nel fare quello per cui siamo portati, possono sopperire alla mancanza di fondi. Sarebbe bello che queste realtà inizino a suonare lo stesso spartito, come una vera orchestra.
15 settembre 2011
Aree interne e sottosviluppo: l'ennesima storia

Fa un certo effetto leggere la notizia della chiusura dell’IRISBUS di Flumeri - Grottaminarda trale principali notizie di Repubblica.it, oppure sentire Bonanni che sbraita in un servizio di politica del tg nazionale della sera. L’IRISBUS è una delle più grandi realtà industriali della provincia, produce ( o forse produceva) autobus per il trasporto pubblico locale ed è nell’orbita del sistema FIAT, che negli ultimi anni sta ripensando la sua organizzazione logistica in Italia. L’altra azienda cherientra anch’essa nelle ipotesi di riorganizzazione è l’altra industria più importante della provincia, la FMA di Pratola serra, sulla quale segnalo questo interessante studio.
Di recente abbiamo presentato nel corso del Festival FIL - Il sentimento dei luoghi la ricerca chel’Osservatorio sul Doposisma ha svolto nel 2011. Quest’anno abbiamo scelto di studiare “la fabbrica del terremoto”, grazie al contributo del Monte dei Paschidi Siena e della sua Area Ricerche. Insieme a Pietro Simonetti, ho curato un quadro della situazione sulle aree industriali della 219, raccontando un po’ la storia del progetto di sviluppo industriale nato dopo il sisma e cosa rimane oggi di quel sogno di sviluppo. Fiore all’occhiello del nostro contributo è il censimento completo di quante aziende siano attive e quanti addetti siano occupati oggi nelle 20 aree industriali della legge 219,rispetto alle previsioni iniziali. Il dato dice che siamo al 49% della previsione iniziale, e che mentre alcune aree incrementano i propri occupati rispetto alle previsioni iniziali (Morra è una di queste),altre registrano numeri ridicoli. Su tutti i dati va fatta la tara della crisi occupazionale degli ultimi anni, non tutti i posti di lavoro sono stabili, ci sono la Cassa integrazione e i lavoratori in mobilità all’interno del numero di addetti citato. Nel nostro rapporto c’èanche un’intervista al presidente della Fiera del Levante, l’economista Gianfranco Viesti, che traccia un panorama sconfortante rispetto al destinodelle aree interne del Mezzogiorno, ancor più penalizzate dal declino generale dell’economia italiana. In realtà l’indagine sullo stato delle aree industriali irpine e lucane evidenzia anche alcune storie di successo, di imprenditori che hanno avuto idee di successo e sono riusciti ad affermarle anche all’estero, di alcune aziende solide chemantengono e in alcuni casi aumentano i loro occupati (penso all’EMA e alla Ferrero).
Una buona recensione del rapporto l’ha scritta Generoso Picone sul Mattino; rimando a quella per altre informazioni. Una ulteriore riflessione sul rapporto e i temi in esso contenuti la trovate su Comunità Provvisorie e presto su Lavoro Culturale. Sarebbe interessante organizzare momenti di dibattito nei quali discutere dei contenuti della nostra ricerca sulle fabbriche del terremoto, il risvolto più drammaticamente attuale di 30 anni di doposisma.
29 agosto 2011
La fabbrica del terremoto
Felicità interna lorda -Il Sentimento dei luoghi è andato in archivio; abbiamo discusso, condiviso, cenato e ballato al ritmo di Negro. Il bilancio del gruppo che ci ha lavorato con dedizione e passione, la parola chiave del nostro lavoro, è estremamente positivo. Uso le pagine del mio blog per ringraziare coloro i quali hanno reso possibile questa avventura, e quelli che incroceremo lungo il nostro prossimo cammino. Ma soprattutto un grazie ad ogni singolo, stupendo componente dell'Osservatorio sul Doposisma che ho l'onere e l'onore di coordinare. Qui trovate l'editoriale del direttore del Mattino di Avellino, Generoso Picone, sul nostro rapporto 2011.Qui l'articolo pubblicato sul Mattino del 25 agosto.
La
fabbrica del terremoto e il destino delle aree interne
Stefano Ventura
Parte oggi a Pertosa e Auletta il festival “Felicità interna lorda –
Il Sentimento dei luoghi”. Organizzato dalla Fondazione Mida e
dall’Osservatorio Permanente sul Doposisma, il Festival si svolge negli stessi
giorni (dal 25 al 27 agosto) e negli stessi luoghi del Negro Festival, un
appuntamento musicale giunto ormai alla sedicesima edizione e che quest’anno
vedrà esibirsi alle Grotte dell’Angelo di Pertosa artisti del calibro di Goran
Bregovic, Mannarino, Parto delle Nuvole Pesanti e Yalda.
Nel corso del Festival verrà presentato il rapporto 2011
dell’Osservatorio sul Doposisma, intitolato “La fabbrica del terremoto. Come i
soldi affamano il Sud”. L’Osservatorio permanente
sul Doposisma è nato per stimolare discussione attraverso i dati, le fonti e le
indicazioni che provengono dalla ricerca applicata. L’anno scorso la ricerca ha
indagato su
“Le macerie invisibili” di 30
anni di terremoti italiani, con una comparazione sui costi delle diverse
emergenze.
Il nuovo filone di indagine ha preso in
esame i condizionamenti e le dinamiche innescate nelle aree terremotate
dall’intervento di sviluppo industriale programmato nella legge di
ricostruzione (la 219/81) e cosa accade dopo un disastro a livello
macroeconomico.
A discutere di questi e altri temi interverranno, tra gli altri, i
governatori Caldoro, Di Filippo, Marini e Tondo, il sindaco dell’Aquila
Cialente e di Bari, Emiliano, il viceministro Misiti, giornalisti, professori
universitari e scrittori come Sergio Rizzo, Franco Arminio, Gianfranco Viesti e
Marco Panara.
L’idea di partenza che ha animato il lavoro di ricerca del gruppo
dell’Osservatorio è l’attualità e il destino delle aree industriali della 219.
Partendo quindi dal contesto globale e analizzando diversi casi recenti di
terremoti e ricostruzioni (la ricerca è stata curata da Lucia Lorenzoni e
Nicola Zambli dell’Area Ricerche del Monte dei Paschi di Siena), si è poi
arrivati ad esplorare le venti aree industriali campane e lucane, le loro
difficoltà ma anche le piccole eccellenze, cercando di carpire quali dinamiche
produttive riscuotono risultati migliori e quali potrebbero essere le future
linee di investimento Nel rapporto è inserito anche un censimento aggiornato di
quante aziende e quanti addetti lavorano oggi nelle aree industriali (il saggio
si intitola “Passarono gli anni e il
nuovo non venne”, curato da Pietro Simonetti e dal sottoscritto). Poi,
attraverso gli strumenti dell’ antropologia, Teresa Caruso ha cercato di
raccontare come il popolo di Caposele ha attraversato questi trent’anni di
doposisma e quali sono oggi i segni di quell’evento spartiacque. Completa il
volume un’intervista a Gianfranco Viesti, noto economista e presidente della
Fiera del Levante.
Il punto focale dell’indagine è però ben presto diventato il problema
del riequilibrio demografico tra l’osso e la polpa del Sud. La proposta che
emerge dal rapporto è quella di un equo
bilanciamento tra aree metropolitane e costiere, che passi attraverso la mobilità
reticolare; un’operazione che non comporta il dispendio delle grandi opere, ma
si esplica attraverso la riattivazione e il ripristino di un sistema
ferroviario efficiente che potrebbe garantire una mobilità sostenibile alle
aree interne ormai disabitate. Ad esse la fabbrica del terremoto ha lasciato in
eredità un enorme surplus di case inutilizzate; di contro le aree costiere,
sovraffollate, producono la fabbrica
mangiasoldi dell’emergenza. Si tratta di uno squilibrio che restituisce un
territorio ingovernabile, rendendo la vita impossibile sia a Napoli che in Irpinia. Produrre discussione a partire dai dati della ricerca, dando
possibilità di espressione a giovani ricercatori, giornalisti, grafici,
videomaker, promotori culturali è l’idea che sta alla base del lavoro
dell’Osservatorio sul Doposisma, struttura totalmente finanziata dalla
Fondazione Mida, che gestisce le Grotte dell’Angelo di Pertosa, con budget
annui limitati, a dimostrazione che non sono i soldi che determinano il
successo o lo sviluppo del Sud, ma le idee originali e il sacrificio quotidiano
di difenderle e realizzarle. Il tema di fondo che può far emergere la “felicità
interna lorda” di un territorio è la passione, la cura e l’amore per i luoghi,
sentimenti.
12 agosto 2011
L'estate del vicolo cieco

Ci sono periodi in cui non te la senti nemmeno di fare il grillo
parlante, di scrivere le stesse cose sul blog, di parlare sempre di Irpinia,
problemi vecchi e nuovi, immobilismo e ignavia di questo pezzo di Sud.
Eppure bisogna farlo, anche a costo di sembrare pedanti, anche a costo
di essere presuntuosi e antipatici.
Siamo sull’orlo del baratro, forse abbiamo già iniziato a precipitare
e non ce ne rendiamo conto. Parlo di Italia, ma il mio sguardo parte dal
territorio che conosco meglio, l’Irpinia come la vedo io.
L’ultima novità è la centrale a biomasse che la Ferrero ha chiesto di
creare nell’area industriale di Porrara; questa si aggiunge ai progetti del
distretto delle energie rinnovabili che il giovane De Mita si premura di
pubblicizzare per nascondere il fallimento sul fronte sanità e sul fronte
rifiuti, dove Avellino e provincia si sono viste sopraffare dalle decisioni di
Napoli, che ci tratta solo da periferia a suo servizio. Ma non sembra esserci
un’idea di massima sull’energia, e soprattutto sulle ricadute reali per i
cittadini irpini in termini di ristoro, posti di lavoro e royalties.
Intanto l’Irisbus chiude e la FIAT decide di venderla a Di Risio, che
ha creato una azienda automobilistica sfruttando a piene mani i fondi del dopo
terremoto in Molise. Anche dal punto di vista logico è un controsenso: chiude
una azienda che costruisce autobus per il trasporto urbano a favore di una che
costruisce il SUV italiano. Vorrà dire che andremo tutti in auto di grossa
cilindrata anche se la benzina costa al litro molto più di una bottiglia di acqua
minerale.
Intanto l’estate è nel pieno del suo svolgimento; se devo essere
sincero, non c’è alcuna novità incoraggiante, a Teora come nei paesi vicini, in
termini di inventiva e eventi. Ho perso il conto di quante sagre siano state
inserite nel calendario estivo teorese, ma le sagre abbondano in ogni dove. Ci
sono anche iniziative buone, e secondo me basterebbe fare poche cose ma bene,
piuttosto che appuntamenti quotidiani ma logoranti.
Mancano inoltre momenti di riflessione seri, culturali e civili, su
cosa stiamo diventando e sui problemi reali. E quei pochi che ci sono, sono
fatti con i piedi. Ma è estate, bisogna essere spensierati, come i naviganti
sul Titanic prima di affondare. Anche un libro sul terremoto non può essere
presentato d’estate, la gente vuol ballare, divertirsi e non pensare ai
problemi. Sacrosanto. Ma poi non lamentatevi se vi chiude l’ospedale, se le
prime elementari nei nostri paesi non hanno più iscritti, se le cave e le pale eoliche si
moltiplicano e non sappiamo chi ne
ricava gli utili.
Il problema del Sud siamo noi, la nostra approssimazione, la
nostra mancanza di ambizioni, la nostra abitudine alla scorciatoia. Cose
ataviche, ma sempre presenti e attuali.
Eppure abbiamo tante armi, dobbiamo denunciare le cose che non vanno;
c’è la rete, c’è facebook, usateli per dire cosa non va nel vostro quartiere,
per dire le ingiustizie che subìte quotidianamente, per dire che non vi hanno
preso per un lavoro perché c’era un raccomandato che vi ha superato etc. Oppure
per ringraziare qualcuno che fa onestamente il suo lavoro, che ha avuto un’idea
buona, che fa qualcosa di concreto per la sua comunità.
Se volete, usate pure questo spazio; ma forse non c’è
tempo, bisogna organizzare la prossima sagra.
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