.
Annunci online

teoraventura
L'assistenzialismo è peggio della peste, perchè i malati sono contenti (Ettore Chirico).


Diario


4 gennaio 2016

Teora, coniugi anziani muoiono lo stesso giorno

da ottopagine, 4 gennaio 2016

Neanche la morte è riuscita a separarli. Luciano Vito Donatiello 88 anni e Antonia Lettieri 87, sono morti a poche ore di distanza. Prima ha ceduto il cuore di lui, dopo qualche ora quello di Antonia non ha retto al dolore dell'addio del compagno di una vita.
Unico il manifesto funebre che recita «dopo una lunga vita trascorsa insieme sono ritornati alla casa del padre».E le bare saranno oggi pomeriggio una a fianco all’altra nella navata della chiesa Madre San Nicola di Mira per l’ultimo saluto. Luciano Vito Donatiello di 88 ani e Antonia Lettieri 87 si erano sposati oltre sessant’anni fa. Dalla loro unione sono nati due figli, Alessandro che vive in Svizzera e Gerardo che morì in giovane età dopo una terribile lotta contro un male che non gli lasciò scampo. Entrambi agricoltori, coltivavano i terreni e andavano fieri dei loro prodotti genuini coltivati con passione e competenza da una vita intera.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. morte amore vita anziani storie teora coniugi

permalink | inviato da teoraventura il 4/1/2016 alle 16:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


17 agosto 2015

Storie di confino: il poggibonsese Angiolo Corsi

Articolo uscito su TOSCANA NOVECENTO, 17 agosto 2014


La letteratura che riguarda il confino di polizia può annoverare contributi di personaggi di primissimo livello del panorama antifascista, sia politico sia culturale. Tra le testimonianze più importanti ci sono quelle di Carlo Levi, Cesare Pavese e Leone Ginzburg, ma i numeri riguardanti i confinati durante il fascismo furono importanti e influenti (circa 15 mila persone) e non interessarono solo gli antifascisti ma tutti coloro i quali erano ritenuti particolarmente pericolosi per l'ordine pubblico.

Anche in provincia di Siena furono effettuate numerose assegnazioni al confino, dal 1926 in poi, che cercarono di colpire l’ossatura delle strutture clandestine del partito comunista e, in misura minore, del partito socialista e del movimento anarchico. Tra le diverse forme di limitazione della libertà (carcere, confino, internamento, ammonizione, sorveglianza speciale, diffida), il confino riguardò 129 antifascisti per una condanna a 380 anni complessivi. Secondo quanto riportato da Rineo Cirri (L’antifascismo senese nei documenti della polizia e del Tribunale Speciale 1926-1943), nel complesso furono 699 le persone che tra il 1926 e il 1943 subirono un deferimento al Tribunale speciale; “ad ognuno di questi antifascisti sono collegate vicende umane, storie dolorose di famiglie e di gruppi di persone con le loro sofferenze, i loro dolori e i loro drammi ma anche le speranze di una parte della popolazione di vivere in una società più giusta”.

Alcuni personaggi di primo piano della lotta antifascista e anche del periodo di ricostruzione democratica in provincia di Siena hanno raccontato in libri, memorie e diari le proprie esperienze al confino, e tra gli altri Fortunato Avanzati “Viro” e Mauro Capecchi “Faro”. Per ricostruire le biografie e i percorsi personali e politici di altri militanti è invece necessario ricorrere ad altri tipi di fonte, come le note giudiziarie, gli atti dei Tribunali speciali, le carte di prefetture e i verbali di carabinieri e poliziotti. In questo contributo il personaggio di cui si racconteranno le vicissitudini è Angiolo Corsi, nato nel 1905 a Poggibonsi, di professione falegname.

Corsi fu arrestato per la prima volta il 26 luglio 1932 a Poggibonsi, all’età di 27 anni; la scheda   personale nel Casellario Politico Centrale del 28 agosto 1932 riporta queste informazioni: “Cicatrice sopracciglio sinistro, mancante falange mano, abbigliamento solito: da operaio. E’ di regolare condotta morale e immune da pendenze e precedenze penali. In precedenza non aveva mai dato luogo a rilievi in line apolitica né di nutrire sentimenti contrari al regime. Essendo venuto a risultare che faceva parte del comitato federale comunista costituitosi clandestinamente in Poggibonsi ed era in relazione con funzionari e fiduciari del partito stesso, distribuiva la stampa sovversiva e distribuiva materiale di propaganda. Raccoglieva gli oboli per il soccorso alle vittime politiche e loro famiglie e prendeva parte alle riunioni clandestine del partito. Funzionava anche da corriere per il collegamento e trasporto di stampa sovversiva tra Empoli- Poggibonsi e Siena. Per tale reato pende tuttora provvedimento penale a di lui carico. Esercita il mestiere di falegname, da cui trae i mezzi di sussistenza.

Nonostante questi dettagliati indizi a suo carico, Corsi fu prosciolto per insufficienza di prove. L’arresto successivo avverrà nell’aprile del 1934 per “compartecipazione a organizzazione comunista” e l’8 giugno sarà condannato a cinque anni di reclusione di cui due di libertà vigilata. Fu condotto al carcere di Roma il 10 febbraio 1935 e, dopo la sentenza del 5 aprile 1935, la condanna fu confermata ma gli saranno condonati due anni.

Il 20 febbraio 1937 gli venne concesso l'indulto, revocato però solo due mesi dopo dal Tribunale di Siena. Le notizie successive risalgono poi al 25 luglio 1940, quando una nota riservata della prefettura di Siena, firmata dal prefetto, dispose la scarcerazione e il foglio di via alla volta di Avellino; questa volta Corsi fu accusato per avere pronunciato frasi disfattiste sulla posizione dell’Italia in guerra.

Il comune scelto fu quindi Teora (Avellino), dove Corsi giungerà il 27 luglio 1940. Lì ebbe diversi problemi nel rapportarsi alle autorità locali del regime; appena giunto a Teora scrisse, infatti, al questore di Avellino per richiedere il rimborso di 25 lire per il viaggio effettuato da Avellino alla volta di Teora dai suoi familiari più stretti (moglie e figlio).  La lettera riporta evidenti errori grammaticali, ma contiene una puntuale lamentela sui torti subìti, sui quali Corsi aveva informato anche Questura di Siena e comune di Poggibonsi.

Il questore di Avellino, Vignali, risponde in modo molto seccato con una nota al podestà di Teora in cui dice: “Il soprascritto Angelo Corsi ha fatto pervenire alla R. Questura di Siena un esposto con il quale, usando una forma alquanto altezzosa, chiede di essere rimborsato delle spese che la moglie ha sostenuto per il tratto di viaggio da Avellino a Teora e cerca di polemizzare e di fare ricadere la colpa al Municipio di Poggibonsi e alla R. Questura di Siena. […] Si prega di richiamare il C. a tenere un comportamento più corretto e a scrivere, sempre che gli capiterà di scrivere ad autorità costituite, con la forma dovuta e senza alterigia.

Il 9 ottobre 1941 Corsi chiese di essere trasferito ad altra località (la richiesta fu però respinta) e il 9 gennaio 1942 lo stesso Corsi chiese 35 lire per la risolatura delle scarpe, ormai consumate e non adatte al rigido inverno dell’Appennino. Il questore Vignali respinse anche questa richiesta. L’assegnazione al confino terminò il 22 febbraio 1942 e così Corsi potè far ritorno a Poggibonsi, dove non terminerà la sua attività politica.

Corsi, infatti, ricoprì un ruolo nevralgico nell'organizzazione dei primi gruppi di combattimento in Valdelsa, occupandosi anche del reclutamento e della formazione dei giovani più vicini alle strutture clandestine del P.C.I., come testimonia un giovane collega del Corsi, Fortunato Fusi, ricordandone le vicende.

Dalle notizie fornite dai colleghi falegnami della ditta Lucita di Poggibonsi e dalle memorie di Treves Frilli, figura di riferimento del C.L.N. e del P.C.I. a Poggibonsi, emerge un carattere molto aspro e diretto, che procurerà a Corsi diversi grattacapi anche nella quotidianità della vita politica del dopoguerra, come è rintracciabile nella corrispondenza tra Corsi e i dirigenti locali del P.C.I. a Poggibonsi negli anni Cinquanta e Sessanta.

Quella di Angiolo Corsi, pur rappresentando solo una tessera del mosaico che può ricomporre la storia dell’antifascismo popolare, è una vicenda indicativa e sintomatica di come la scelta della militanza antifascista non badava a spese, a costo di dover subire il carcere o il confino.


22 novembre 2014

23 novembre, ancora una volta

Io stavo sul divano, 7 e 34, se non sbaglio, segnaAmbu dell’Inter, e chi se lo scorda, io pò so tifosa interista.. 

Va via la luce e inizia 'sta cosa che veramente, là per là, non ti rendi nemmeno conto che cos’è. Ci siamo ritrovati, poi, ci siamo ritrovati in strada, tutta la nottata queste persone che erano scampate, si sentivano solo le grida. Quando è arrivata la scossa prima un piccolo venticello, poi la scossa, una luna chiarissima, là dov’era tutto nero ci dicevano là è tutto caduto, dove abitavo io era la parte più danneggiata.

Che ti devo dire di sto terremoto, c’ha segnato,c’ha segnato tanto, più che altro perché c’ha levato tutto; prima ci riunivamo in piazza, era piacevole, era proprio bello, poi si è disgregato tutto, chi è partito da una parte, amicizie spezzate, tante cose che adesso, così, da descrivere sono difficili, non riesco. Però è vivo, come ricordo è vivissimo.

Una testimonianza sul 23 novembre 1980

Archivio Stefano Ventura


14 novembre 2014

Energie dalla terra: un bando per ricerca-azione


www.osservatoriosuldoposisma.com

Bando per borsa di ricerca-azione

su giovani e agricoltura

Energie dalla terra.

Occupare lo spazio delfuturo

OBIETTIVI

L’opportunitàdi futuro per dare la svolta a una situazione di immobilismo passa da quelliche consideriamo territori marginali, periferie. La forza propulsiva dell’Italia non risiede più nei grandiagglomerati urbani.

Learee interne del Mezzogiorno costituiscono l’emblema di quei territoriapparentemente marginali, che, a differenza di altri, dispongono di risorsenaturali e immateriali in grado di sostenerne la vocazione economica (paesaggi,risorse, energia).

Peralimentare speranze e vie d’uscita da uno stato di grave immobilismo economico,bisogna quindi sperimentare e cogliere i segni, anche piccoli e impercettibili,di cambiamento. Uno di questi, da più parti individuato, è il cosiddetto“ritorno alla terra”, la riscoperta dell’agricoltura e della natura comefattore possibile di realizzazione professionale e di vita, come concretaaspirazione a creare piccola impresa e non tanto come sogno idealizzato di fugadalla congestione della città e della metropoli. Inoltre, sono sempre piùnumerose le rappresentazioni di resistenza e di denuncia dei numerosi attacchial territorio e al paesaggio, in termini di cementificazione e utilizzosfrenato delle risorse naturali (acqua, suolo, materie prime); resta daindagare qual è il possibile anello di congiunzione tra queste nuove forme diazione e di protagonismo e quali prospettive si pongano, in termini dirisultati concreti e di prospettive di sviluppo locale.

Ladomanda che ci poniamo è la seguente: è vero che i giovani stanno riscoprendol’agricoltura come sbocco occupazionale e come scelta consapevole? In casoaffermativo, quali sono le dinamiche che hanno creato questo trend? Cometrasformare una tendenza momentanea in un valore aggiunto per il territorio,creando anche comunità permanente di attori attivi, responsabili e consapevoli?

Perdare risposta a queste domande, l’Osservatorio sul Doposisma della FondazioneMIdA, propone una borsa diricerca-azione della durata di 6 mesi, che indaghi e illustri la questionedel “ritorno alla terra” in Campania e Basilicata.


 

REGOLAMENTO

 

1.         Il bando è aperto a giovani residenti in Italia,che abbiano meno di 35 anni di età.

2.         Costituiscono titolo preferenziale la laurea oil dottorato di ricerca in materie attinenti al contenuto del progetto (Economia, Scienze Politiche, Disciplineumanistiche) e la comprovata esperienza nell’ideazione,nell’organizzazione  e nella gestione dieventi culturali.

3.          La borsadi ricerca azione, della durata di 6MESI, ammonta a un totale di 2000euro netti. La Fondazione MIdA e lo staff dell’Osservatorio sul Doposismagarantiranno, a chi vincerà la borsa, il sostegno necessario in termini dicontatti utili, informazioni logistiche e organizzative e potranno, nei limitidelle proprie possibilità, concordare le risposte alle altre necessità chela/il borsista farà presenti.

4.         Ai fini della partecipazione i candidati devonopresentare la seguente documentazione:

·Domanda di partecipazione (Allegato A) e copiadel documento d’identità;

·Curriculum vitae, completo di esperienze inorganizzazione di eventi, festival, partecipazione e gestione di attività diassociazioni riconosciute e non riconosciute, istituzioni culturali,rendicontazione, ideazione e gestione di progetti di vario tipo.

·Lettera motivazionale nella quale si spiega comele attitudini e le competenze possedute possano essere in linea con gliobiettivi del progetto.

·Eventuali pubblicazioni, compresa la tesi dilaurea o di dottorato, utili a valutare il curriculum del candidato.

·Progetto di ricerca, nel quale si espongono gliobiettivi del lavoro, i metodi che verranno adottati, il crono programma, irisultati attesi ed i prodotti che verranno consegnati al termine della ricerca(tipo di elaborato, allegati multimediali, altro).

5.         La documentazione deve pervenireall’Osservatorio sul Doposisma della Fondazione MIdA, spedita in formato pdf susupporto elettronico a: Fondazione MIdA- contrada Muraglione 18-20, 84030 Pertosa (SA)- o inviata via e-mail come allegato all’indirizzo: info@osservatoriosuldoposisma.com entro il 1 dicembre 2014. Incaso di invio via e-mail sarà cura del candidato richiedere un avviso diricezione e di corretta apertura del file. Il candidato dovrà comunqueconservare copia elettronica dei files inviati, da re-inviare, a richiesta dell’Osservatoriosul Doposisma, in caso di problemi nell’apertura o leggibilità dei filesinviati.

6.         Il vincitore sarà tenuto a consegnare unelaborato in forma scritta che sintetizzi i risultati della ricerca e le casestories che sono state oggetto del suo censimento; la ricerca deve contenerealmeno una base di dati statistici, coerentemente illustrati, sull’oggettodella ricerca, e integrare i dati con storie, interviste e profili biograficiricavati dalla ricerca sul campo. L’elaborato sarà parte essenziale delrapporto 2014 dell’Osservatorio sul Doposisma. Inoltre, sarà richiesto alvincitore di organizzare, con il supporto dei componenti dell‘Osservatorio sul Doposisma  e della Fondazione MIdA, unfestival-evento,  da tenersi in estatecon sedi e modalità da definire, nel quale far convergere i risultati dellaricerca, i protagonisti consultati e coinvolti e tutti i soggetti locali e nazionalipotenzialmente interessati.

 

COMMISSIONE E CRITERI DI VALUTAZIONE

 

1.La valutazione delle candidature sarà effettuata da una apposita Commissionenominata dalla Fondazione MIdA.

2.Ai fini della selezione la valutazione verrà effettuata in base a:

-competenza e qualità del curriculum vitae in relazione al tema oggetto distudio. Massimo di punti 30;

 - progetto di ricerca: coerenza con il bando,fattibilità nei tempi e con le risorse assegnate, coerenza dei metodi con gliobiettivi, qualità dei risultati attesi e dei prodotti consegnati. Massimo di punti 70.

 

3. Icandidati devono superare il punteggio di 60/100per essere ammessi in graduatoria

 

4.Al termine dei lavori la Commissione redigerà una graduatoria, conl’indicazione del vincitore sul sito dell’Osservatorio sul Doposisma(www.osservatoriosuldoposisma.com). La graduatoria sarà approvata condeliberazione della Fondazione MIdA.

 

REGOLEDI PARTECIPAZIONE

 

1. Pubblicazionie materiali inviati non verranno restituiti, ma verranno conservati e resi disponibilial pubblico presso la biblioteca dell’Osservatorio sul Doposisma.

2. Iconcorrenti che non dovessero risultati vincitori ma con un profilo scientificoe di ricerca adeguato potranno inviare degli abstract o delle proposte dicontributo che, se ritenute valide, potrebbero essere inserite nel rapporto2014 dell’Osservatorio sul Doposisma.

 

Area coordinamento dell’Osservatorio sul Doposisma

Stefano Ventura

349/6499285

info@osservatoriosuldoposisma.com

 

Area stampa e comunicazione

Francesca Caggiano

fondazionemidastampa@alice.it


12 agosto 2014

Parole vuote e autoreferenzialità

Anche quest'anno ho trascorso una decina di giorni a Teora e una settimana in Basilicata, in famiglia e con gli amici, senza particolari soggiorni marittimi o altro.

Negli ultimi anni il filo che mi tiene legato ai luoghi d'origine si è allentato, per motivi lavorativi: torno meno spesso, curo meno i rapporti con le persone con le quali ho avuto modo di collaborare nel recente passato, cerco di portare a termine cose mirate e agili.
Ho provato, anche a questo giro, a proporre progetti, idee e percorsi che ritengo fattibili, a costo zero o quasi, ho provato a capire quali interlocutori fossero più attenti, ho provato a riprendere il filo di tante cose fatte in passato. Non ci sono riuscito, se non in minima parte, e la colpa non è solo mia.
Si parla tanto, in pubbliche occasioni, e le parole sono sempre le stesse: territorio, sviluppo locale , turismo, giovani, occupazione. Non sono solo politici e amministratori a pronunciarle, ma anche presidenti di associazioni locali, intellettuali da paese, portatori di piccoli interessi, attivisti di qualche nicchia specifica.
Devo dire che in questo elenco ci sono anche persone davvero in gamba, che ci provano. 
Ma lo sconforto è la scollatura, la mancanza di dialogo, l'assurda autoreferenzialità che separa i singoli campanili, i piccoli gruppi, chi dovrebbe occuparsi di bene pubblico. 
Scrivere queste righe mi riesce difficile, sono frasi e osservazioni che possono sembrare retoriche.
Dico solo che, anche da lontano, anche per pochi giorni all'anno, anche con poche competenze, avrei voluto e voglio dare un contributo all'Irpinia, al Sud che conosco meglio e che cerco di capire attraverso l'approfondimento, lo studio. 
Ma se ti trovi di fronte a telefonate rifiutate di continuo, a mail con progetti e proposte ignorate, ad appuntamenti rinviati e a impegni non rispettati, a tempi biblici per fare cose minime, allora ti viene da pensare che è inutile sperare in positivo. 
Vorrà dire che le energie andranno spese altrove, con interlocutori più attenti, tempi più rapidi e forse più soddisfazione.
Senza rancore 


16 marzo 2014

Contro la desertificazione: la madre di tutte le battaglie

Di recente sono usciti alcuni dati statistici sull'Alta Irpinia; è possibile seguire le notizie e la rassegna stampa e web su diversi siti di informazione e blog locali, come radiolontracaposele.it, più economia, Tu si nat in Italy.
Cito e riporto un articolo che racconta le cifre dell'emigrazione a Teora e dintorni, riportando proprio una delle storie delle famiglie che in rapida successione hanno lasciato l'Irpinia alla volta della Svizzera Italiana. E' inutile dire che questa è la madre di tutte le battaglie: meno bambini vuol dire meno scuole, meno acquisti nei negozi, meno servizi in generale, più invasività da parte di predatori senza scrupoli.
Purtroppo non sembra esserci una ricetta miracolosa contro questo problema, che è di tutto l'osso appenninico. Serve tanto lavoro, sia quello materiale che quello progettuale, creativo e solidale. 


Emigrazione, fenomeno in crescita. Partono sopratutto i giovani, con titolo di studio medio alto, diplomati o laureti che cercano possibilità migliori fuori. Il problema continua a colpire in particolare i comuni dell’Alta Irpinia.

A Teora dati più preoccupanti nell’ultimo anno. In comuni come Cairano i decessi superano i nuovi nati

Il Sindaco di Monteverde, Franco Ricciardi, consegna la sua testimonianza: «Qui si riesce ancora a vivere, ma il fenomeno esiste. Negli ultimi 10 anni, esattamente dal 2001 al 2011, circa 3.500 abitanti hanno lasciato molti comuni dell’Alta Irpinia. Fino a poco tempo fa Lioni non aveva di questi problemi, ma dal 2013 ha avuto una perdita di abitanti elevata. Questo crea disagi portando alla chiusura di molti servizi. Penso al Tribunale di Sant’Angelo Dei Lombardi, all’ospedale di Bisaccia. Nei prossimi anni saranno a rischio anche le scuole. Ma il calo demografico è causato dalle nascite pari a zero, tanto da arrivare a due-tre soli parti all’anno, oltre agli spostamenti degli studenti».
Il Sindaco conclude dicendo che il problema non può essere risolto dal singolo comune, bisogna che si attivi la politica con nuove programmazioni. Il Sindaco di Teora, Stefano Farina, fa diverse riflessioni sul problema dell’emigrazione, di come si sia evoluta in maniera negativa.
«Non solo registro delle partenze anomale, ma dalla fine del 2013 e l’inizio del 2014 sono andate via tre famiglie per un totale di 12 persone. Oltre alla preoccupazione dello spostamento non è difficile intravedere uno calo delle nascite e un aumento dei decessi. Voglio sottolineare la differenza tra l’emigrazione attuale e quella degli anni 60' e 70'.
Precedentemente si parlava di emigrazione a tempo determinato, perché si partiva per racimolare dei soldi per poi rientrare e cominciare a muovere l’economia. Ora invece la situazione è terribile. Il sacrificio di coloro che partono non ha risultati perché non tornano più e l’economia si ferma, anzi retrocede. I figli con titoli di studio alti partono e proiettano il loro futuro lontano. L’economia è in crisi. A difesa di chi amministra la situazione è tragica, perché la ricaduta negativa non è limitata al meridione ma è europea e internazionale. Non c’è possibilità di azione. Prima i comuni avevano margini di manovra, oggi il patto di stabilità e la spending review bloccano tutto. Il sindaco finisce così per essere un killer armato dal governo quando la gente deve pagare, dall’altro un consolatore della comunità. Come Sindaco sono un povero lottatore in prima linea».

Infine il Sindaco Farina ci racconta la storia di un suo amico, di cui non fa il nome, il quale è stato costretto ad emigrare.
«Ero molto dispiaciuto nel vedere partire un amico. Ha perso sua madre nel terremoto dell’80 e poco dopo, a causa di una malattia, anche suo padre. Ma quando si è creato la sua famiglia se pur dotato di grande energia e forza di volontà altruisticamente se ne è andato. Egoisticamente poteva rimanere ma sperava per la su famiglia un futuro migliore».
Ed ecco le parole del Sindaco di Cairano Luigi D’Angelis:«La speranza è che i giovani rimangano per creare la loro opportunità di vita a Cairano. Stiamo perdendo la parte migliore del nostro territorio con la fuga dei cervelli. Per ora non abbiamo avuto spostamenti fuori regione o all’estero, solo qualcuno nei paesi vicini. Con i servizi non abbiamo problemi, stiamo cercando di garantire la massima disponibilità.
Il problema è quello della mortalità rispetto alle nascite, per ogni tre bambini che nascono muoiono 10 abitanti. C’è stato anche un caso di ritorno ma quando la situazione è senza sbocco molti sono costretti ad abbandonare il proprio luogo originario». Non ci sono molte soluzioni per un problema come quello delle emigrazioni, i comuni da soli non possono fare molto sono delle piccole tessere di un mosaico che non riescono a far ancora parte del disegno comune. I giovani sono la speranza ma se anche loro vanno via il problema non può far altro che rimanere tale o evolversi.

di Luisa Urciuoli dal Corriere dell’Irpinia del 14 marzo 2014


23 ottobre 2013

Teora negli anni '40: storia di Angelo Corsi, confinato

Pubblico anche qui, in simultanea con l'uscita della rivista, un articolo apparso sul Mai Tardi,  periodico dell'Istituto storico della Resistenza senese. E' il primo di due, il prossimo uscirà entro dicembre 2013.
Quella dei confinati irpini è una vicenda che abbiamo tentato di ricostruire insieme ad altri cultori di storia locale. Alcuni articoli sono usciti su "Nuovo Millennio" negli anni scorsi e li trovate in questo stesso blog.
Se avete appunti, materiali utili, notizie curiose sul periodo del ventennio fascista e della guerra a Teora, Irpinia e dintorni, Teoraventura è disponibile a darvi spazio.

Angelo Corsi: una biografia dal confino

Stefano Ventura

Mai Tardi, n.1/2013

Qualche anno fa, nel 2003, in un’intervista a un giornalista inglese del settimanale Spectator, parlando dell’attacco all’Iraq di Saddam Hussein e delle figure di dittatori a confronto, l’allora presidente del consiglio Berlusconi definì il confino di polizia un periodo di villeggiatura che Mussolini concedeva, a carico dello Stato e del regime, affermando che i luoghi che ospitarono i confinati ora sono luoghi di turismo esclusivo. Questa reinterpretazione storica è solo uno degli esempi che spesso sono stati usati per corroborare una lettura poco profonda che ha sempre fatto del fascismo una dittatura più blanda e di Mussolini una figura tutto sommato non sanguinaria. Per fortuna sono numerosi e più seri gli studi che smentiscono, dati e storie alla mano, questa interpretazione (basti pensare al libro sugli episodi più atroci e poco noti che hanno avuto gli italiani come protagonisti, Italiani brava gente?, scritto da Angelo Del Boca nel 2005). 

Le vicende legate al confino di polizia hanno riguardato, invece, quasi 17mila persone che furono arrestate senza processo, senza prove, senza possibilità di difendersi, detenute per un periodo di tempo mai definito con certezza e facilmente prolungabile, costretti a vivere in condizioni igieniche, alimentari, sanitarie al limite della decenza. I luoghi del confino non erano solo nelle isole che oggi sono luoghi turistici affermati, ma anche paesi e piccoli borghi dell’Appennino, dall’Abruzzo all’Aspromonte, in luoghi remoti, inospitali e raggiungibili solo dopo lunghi e disagevoli viaggi.

A partire dal 1927 Mussolini manifestò la necessità di avviare la deportazione per i sospettati di antifascismo. Proprio la radice etimologica di deportazione, l’azione del “portare via”, indicava un allontanamento forzato che cambiava radicalmente lo stato di diritto del condannato. Il confinato si trovava a essere un cittadino senza alcun diritto, non poteva disporre di alcuna garanzia e non sapeva nulla sul proprio destino, sui motivi dell’arresto, sul luogo assegnato, sulla durata della pena e sulla eventuale liberazione. 

Se si pensa ai campi di identificazione ed espulsione che oggi ospitano i numerosi migranti che tentano di raggiungere clandestinamente l’Europa e l’Italia, la situazione di sospensione dei diritti individuali è la medesima, visto che anche quei profughi non hanno diritti, non sono accusati di un reato specifico e certo e non conoscono bene il loro immediato destino.

Approfondire le caratteristiche del confino e le vicende individuali dei confinati è quindi un atto di legittimità verso i protagonisti di quelle condanne e verso chi oggi subisce ancora una limitazione ingiustificata dello stato di diritto.

Brevi cenni su confino e repressione

La letteratura che riguarda il confino può annoverare contributi di personaggi di primissimo livello del panorama sia politico sia culturale dell'antifascismo.

Carlo Levi scrisse, sulla base dell’esperienza del confino in Basilicata, “Cristo si è fermato a Eboli”, uno dei capolavori della storia culturale italiana, non tanto in termini stilistici quanto per gli effetti prodotti; infatti, dopo la fine della guerra e la liberazione dal nazifascismo, grazie alle narrazioni di Levi l’Italia scoprì una parte dimenticata del suo territorio, un mondo arretrato fino all’inverosimile dove superstizione e povertà tenevano prigionieri i contadini e dove permaneva un’organizzazione quasi feudale della società.

Cesare Pavese scrisse il romanzo “Il carcere”, ispirandosi al suo confino a Brancaleone Calabro (Reggio Calabria), anche se in questo caso il protagonista, Stefano, non è una trasposizione autobiografica dell’autore. Del confino a Brancaleone restano, tuttavia, come testimonianza le lettere scritte alla sorella Maria, nella cui corrispondenza Pavese descriveva nei minimi particolari luoghi, fatti e personaggi del vivere quotidiano della sua condizione di confinato. AncheLeone Ginzburg visse l’esperienza del confino a Pizzoli, in Abruzzo.

Più in generale, il confino di polizia fu uno degli strumenti decisivi che il regime usò per la repressione dell’antifascismo, del dissenso e per il controllo di chiunque fosse ritenuto pericoloso per l’ordine pubblico. Il confino, introdotto dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del novembre 1926, subentrava al domicilio coatto, misura introdotta nel 1863 contro il brigantaggio e usata in seguito come strumento di controllo sociale. Il domicilio coatto fu usato in maniera ampia da Crispi come metodo di repressione politica e rimase in uso fino al 1900, alla caduta del governo Pelloux. In particolare, nel 1894 le leggi “anti anarchiche” e la repressione del movimento dei Fasci Siciliani allargarono a dismisura il numero di domiciliati. Con i governi a guida Giolitti questa forma d’istituto penale non fu più usata fino alla prima guerra mondiale, quando fu reintrodotta per i cittadini delle nazioni nemiche.

Durante il regime, il confino di polizia era ordinato da commissioni provinciali composte dal prefetto, dal procuratore del re, dal comandante dell’arma dei carabinieri e da un ufficiale superiore della Milizia Volontaria per la Sicurezza; nel 1942 fu incluso anche il segretario del Partito nazionale fascista. L’invio al confino restava comunque un atto preventivo demandato alla discrezionalità degli organi di polizia. L’assegnazione al confino poteva durare al massimo cinque anni ma poteva essere rinnovata.

Furono i diversi attentati compiuti ai danni del duce tra il novembre 1925 (per opera di Zaniboni) e il novembre 1926 che convinsero il Consiglio dei Ministri, sulla spinta dell’emotività, a varare alcuni provvedimenti restrittivi tra i quali lo scioglimento dei partiti e delle associazioni, pene severe per l’espatrio clandestino e il confino di polizia per quanti potessero essere sospettati di essere pericolosi per l’ordinamento dello stato.

In realtà, la rapidità con la quale furono predisposte le prime assegnazioni fa presupporre che queste misure indirizzate a colpire coloro i quali avevano svolto o “manifestato il proposito di voler svolgere attività sovversiva per gli ordinamenti dello stato” fossero state preparate già nei mesi precedenti.

Nel novembre 1926 i primi 68 confinati vennero inviati nelle isole siciliane (Favignana, Lampedusa, Pantelleria e Ustica); a fine anno i confinati erano 900.

Non è facile avere una cifra definita del numero di persone che tra il 1926 e il 1943 furono assegnate al confino, tenendo conto che le stesse persone qualora non si fossero “ravvedute” potevano essere riassegnate al confino. Paola Carucci,in un suo contributo del 2005, parladi 15.440 assegnazioni al confino. Alessandra Gissi, in una ricerca basata su un fondo dell’Archivio centrale di Stato, riporta il numero di 12.330 confinati e 16.876 fascicoli personali, seguendo un criterio che esclude i condannati per truffa, traffico di valuta estera, funzionari di enti pubblici e del partito fascista, bancarottieri, sospetti, spie e così via[1].

Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale al confino di polizia si aggiunse l’internamento, che secondo il diritto internazionaleera una misura restrittiva della libertà personale che, in caso di conflitto, gli Stati avevano il potere di prendere nei confronti di certe categorie di stranieri o di propri cittadini, allontanandoli dalle zone di guerra e relegandoli in località militarmente non importanti, ove esercitare agevolmente la vigilanza. La convenzione di Ginevra del 1929 contemplava la possibilità di istituire, in caso di guerra, campi di prigionia e di lavoro.

A partire dal 1940 l’internamento fu adottato per i civili nemici presenti in Italia e anche per altri individui ritenuti pericolosi, sospetti o indesiderabili durante la guerra. La misura dell’internamento fu estesa anche agli “ebrei stranieri” (maggio 1940) e molti campi d’internamento furono costruiti nelle nazioni nemiche occupate, in particolare in Jugoslavia, dove il numero dei civili internati raggiunse le 100mila unità. L’internamento civile fascista invece poteva essere “libero” (obbligo di residenza in particolari località, in genere posti disagiati nelle zone interne della penisola) o “nei campi”, cioè strutture appositamente costruite allo scopo di ospitare gli internati. Inizialmente, nel 1936, una circolare del ministero della Guerra prevedeva che in tutta Italia ne fossero costruiti tre, in cui ospitare 1000-1500 internati ciascuna, e che i campi fossero preferibilmente collocati nelle province di Perugia, Ascoli Piceno. L’Aquila, Avellino, Macerata. Presso l’Archivio Centrale di Stato sono conservati circa 20mila fascicoli di internati, di cui 8.418 di pericolosi italiani e circa 12 mila riguardanti stranieri e italiani internati per spionaggio.

La repressione dellantifascismo e i confinati senesi

La geografia del movimento antifascista senese, anche dopo le leggi eccezionali del 1926, rispecchiava le lotte dei lavoratori dalla fine del primo conflitto mondiale in poi. I minatori di Abbadia San Salvatore e dellAmiata, gli operai di Siena e della Val dElsa senese, alcuni nuclei di mezzadri in Valdichiana e Val di Merse rimasero attivi organizzandosi clandestinamente e costituendo lossatura delle strutture clandestine del partito comunista e, in misura minore, del partito socialista e del movimento anarchico. La ricostruzione storiografica di quello che potremmo definireantifascismo popolareè piuttosto ardua per il fatto che questi militanti non lasciarono quasi mai documenti e tracce; la loro storia è da recuperare attraverso le note giudiziarie, gli atti dei Tribunali speciali, le carte delle prefetture e i verbali di carabinieri e poliziotti.

Nello specifico, tra le diverse forme di limitazione della libertà (carcere, confino, internamento, ammonizione, sorveglianza speciale, diffida), il confino riguardò 129 antifascisti della provincia di Siena per una condanna a 380 anni complessivi.

Andrea Orlandini ha reso noto qualche numero complessivo sugli antifascisti senesi schedati nel Casellario Politico Centrale; i fascicoli personali erano 1060 nella provincia di Siena tra il 1926 e il 1943, 417 sanzioni comminate a 310 persone, tra cui 28 donne[2].

Secondo quanto riportato da Rineo Cirri, nel complesso furono 699 le persone che tra il 1926 e il 1943 subirono un deferimento al Tribunale speciale, sommando confinati, internati, ammoniti e diffidati, ricercati allestero, rimpatriati e sospettati, un numero che per una provincia come quella di Siena (circa 270mila abitanti in quegli anni) è certamente significativo.

Nella Poggibonsi di Angelo Corsi fin dal maggio del 1932 il nucleo comunista, formato da 19 militanti, fu individuato e rimandato a giudizio per associazione e propaganda sovversiva. Nella motivazione della sentenza si legge chel'organizzazionecomunista [] svolgeva intensa attività politica e sindacale con raccolta di somme per il Soccorso Rosso. Fu poi concessa loro l'amnistia per il decennale della marcia su Roma.

Nell'aprile 1934, però, un nucleo più cospicuo di comunisti, questa volta di 27 persone, fu nuovamente perseguito e sottoposto a pene che andavano dai due ai sette anni, anche se per otto di questi fu stabilito il non luogo a procedere. Questa volta la motivazione era la seguente:l'attività comprendeva riunioni campestri, celebrazioni di feste comuniste, diffusione dellaScintillae deL'Unità.

Le feste richiamate erano il primo maggio e l'anniversario della rivoluzione d'ottobre, mentre laScintillaera un giornale che rappresentava il comitato politico provinciale, costituitosi con difficoltà dopo le azioni repressive del 1932 e che aveva proprio sede a Poggibonsi per meglio tenere i rapporti con il comitato regionale di stanza a Empoli.  Angelo Corsi fu tra i fermati in entrambe le occasioni citate. Maggiori dettagli sulla biografia di Angelo Corsi saranno illustratinella seconda parte di questo contributo, in uscita sul prossimo numero diquesta rivista.

In conclusione, quindi, sembra ancora importante e utile il lavoro di tessitura di tutta quella complessa e sotterranea ragnatela che ha costituito lantifascismo militante e popolare in provincia di Siena e in tutta Italia, perché, come affermava Luigi Orlandi:ad ognuno di questi antifascisti sono collegate vicende umane, storie dolorose di famiglie e di gruppi di persone con le loro sofferenze, i loro dolori e i loro drammi ma anche le speranze di una parte della popolazione di vivere in una società più giusta[3]


[1]Paola Carucci, Dal domicilio coatto alsoggiorno obbligato: confino e internamento nel sistema di prevenzione erepressione fascista e nel dopoguerra, in Regione di confino: la Calabria (1927-1943), a cura di F. Cordova ePantaleone Sergi, Bulzoni editore, Roma, 2005, pp. 33- 102. Alessandra Gissi, Un percorso a ritroso: donne al confinopolitico 1926-1943 (Italia Contemporanea, 2002, fascicolo 226), pag. 32.

[2]Andrea Orlandini, L’antifascismo a Siena:le schede del Casellario Politico Centrale, Mai tardi, fascicolo 3/2011.

[3] Tratta da L’antifascismo senese nei documenti della polizia e del Tribunale Speciale, 1926-1943,a cura di Rineo Cirri.


18 ottobre 2013

Siena, 18 ottobre: si presenta "Vogliamo viaggiare, non emigrare"


29 agosto 2013

Vajont, la memoria e il dolore

       





Alcune foto da Longarone e Erto, luoghi protagonisti della tragedia della diga del Vajont (1963).
Quest'anno è il 50esimo trascorso; su www.Vajont50.it le iniziative e altri approfondimenti.

Il Vajont è stato argomento di discussione anche a ESEH 2013, lo scorso weekend, a Monaco di Baviera. (leggi anche qui)


16 giugno 2013

De Sanctis (1874)

" La lotta, qui come in molti altri luoghi d'Italia, piuttosto che da principi politici, fermamente stabiliti, conosciuti e accettati, è ispirata da aderenze, da parentele, da satellizii operanti per le lotte municipali amministrative, da clientele, o sudditanze, da affetti locali e da interessi - ma soprattutto da interessi.

Perchè non è l'ultima delle sventure italiane questa, che lo Stato (e adesso anche la Provincia e, se non rimedia, il Comune) sia considerato generalmente come la Cassa della beneficienza, il gran dispensiere di favori, e il deputato del Parlamento il sollecitatore e il dispensiere di seconda mano".

Francesco De Sanctis

La Gazzetta di Avellino

14 ottobre 1874


27 aprile 2013

Vogliamo viaggiare, non emigrare. Presentazione a Contursi Terme


5 aprile 2013

Terremoto. Una testimonianza su Teora

Incollo qui un intervento di Giuliano Bugani che ho trovato in rete. Lo riporto così com'è
,con la punteggiatura esasperata e gli errori di conteggio dei morti.



Terremoto


C’ è differenza, tra fare e non fare. Io l’ ho fatto, il soldato. Di leva. Mi hanno
levato, un anno. Della mia vita. C’ è differenza, tra partire e non partire. Io
partii l’ 11 novembre 1980. Destinazione Lecce. Reparto carristi. Ci insegnavano come
si guida, un carro. Armato. Io non volevo, fare il soldato. Poi, il 23 novembre del
1980. Il terremoto. In Irpinia. 3.000 morti. 300.000 sfollati. Dopo pochi giorni,
all’ufficio Fureria. Chiesero volontari, per i soccorsi. Diedi il mio nome. Sei
troppo magro. E piccolo. I volontari vennero trovati. La sera, prima di partire, per
Avellino. Un volontario si ritirò. Mi chiamarono. Sei magro, e piccolo. Ma vai bene
lo stesso. Partii volontario, per i soccorsi. In Irpinia. Facevo qualcosa, di utile.
Fuori, dal carro. Armato. Telefonai alla mamma. Pianse. Telefonai alla ragazza.
Pianse. Se non piangi, ti sposo. Quando torno. Dal militare. Partimmo, la notte del 4
dicembre. Arrivammo, a mezzogiorno. Nel comune di Teora. Avellino. Un paese di 2.500
anime. A Teora, trovammo l’inferno. C’erano stati 500 morti. Le bare, erano
accatastate ai muri, rimasti in piedi. C’è differenza, tra la vita e la morte. La
notte, dovevamo montare di guardia. Contro gli sciacalli. Spara. Mi dissero. Se li
vedi. Io guardai in alto. Non c’ erano, nemmeno più le stelle. Quelle rimaste. Erano
sul colletto, della mia giacca, militare. C’ è differenza, tra sparare e non sparare.
La prima notte, dormimmo in quindici, soldati. Dentro la cassa. Del camion. Io ero l’
ultimo. Vicino allo sportello, di uscita. Ero magro. Era freddo. Le coperte, le
avevamo prese dai cassonetti. Dell’ immondizia. C’ è differenza, tra il caldo e il
freddo. Quella notte. Fecero molte scosse. Sentivamo i bambini urlare. Io, sentii
anche qualche soldato. Piangere. Dentro la cassa. Del camion. La seconda notte.
C’erano tende. Nel campo da calcio. Di Teora. I civili trovarono alloggio. Nelle
tende. Poi anche qualche soldato. Restammo in tre. Nella cassa. Del camion. Riempimmo
le gavette di alcool. Demmo fuoco. Fece così caldo, che dormimmo fuori, dai sacchi a
pelo. Un giorno. Incontrammo una ragazza. Ci fecero una foto. Adesso, è in un
cassetto. Un giorno. Incontrammo un uomo. Ci raccontò che sua moglie. Era nel letto.
Con lui. Prima del terremoto. I soccorsi trovarono lui. Vivo. Lui disse che sua
moglie, era a pochi metri. Ma i soccorsi, non l’ascoltarono. Trovarono sua moglie,
dopo dieci giorni. Dove lui aveva detto. Morta. Quell’ uomo, lo raccontava a tutti.
Quelli che incontrava. E piangeva. Ma tutti, a Teora, piangevano qualcuno. Partimmo
il pomeriggio del 12 dicembre. C’è differenza tra partire e non partire. Io, da
Teora, non sono mai partito. Poi, il terremoto all’ Aquila. 6 aprile 2009. Dopo venti
giorni. Sono andato. Da Anna e Paolo. E Stefania. All’ Aquila. Erano vivi. Ho sposato
la mia ragazza. E non ti ho detto. Che a Teora, Dopo dodici giorni. Trovarono una
bambina. Di tre anni. Viva. Ma io. Non parto mai. Un giorno, prendo un terremoto. E
lo porto lontano.

22 novembre 2010 Giuliano Bugani, operaio, giornalista, poeta.




permalink | inviato da teoraventura il 5/4/2013 alle 16:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     agosto       
 
 




blog letto 670174 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
altra irpinia
sto leggendo...
Terremoti e dintorni

VAI A VEDERE

NON SEMBRAVA NOVEMBRE QUELLA SERA
TERREMOTO IRPINIA-Storia e memoria
TU SI NAT IN ITALY
Officina Solidale
Osservatorio sul Doposisma
Fondazione Mida
ORENT
Storia e futuro
Antonello Caporale
G. Silei
AISO Italia
Lavoro culturale
Volontariato oggi
le terre che tremarono (Belìce)
Tiere Motus- Friuli 1976
Napoli monitor
Spinoza
Doctor Brand
pearl jam
PRO LOCO TEORA
NUOVO MILLENNIO
Roberto Rotonda blog
Amici della bici
orizzonte scuola
siena news
ottopagine
il mattino
corriere irpinia
ALTirpinia
Il Ciriaco
il portale di teora
Bradipo Nevrotico
flyfra-giokoliere
palio
storia di lioni
L'alambicco di S. Cesario
SE la Capo
Piccoli paesi
Comunità Provvisorie


 

Chi sono

 
 

file:///C:/Users/Stefano/Desktop/vogliamo_viaggiare.jpg

 

Stefano Ventura

Non sembrava novembre quella sera.

Il terremoto del 1980 tra storia e memoria

2a edizione

Mephite

COMPRALO ONLINE

IL BLOG DEL LIBRO

Vogliamo viaggiare non emigrare_Ventura.jpg

 

 
 

SISMOGRAFIE.

Tornare all'Aquila 1000 giorni dopo il sisma

 

 

 

 

Teoraventura

Promuovi anche tu la tua Pagina

 

 

 

 

  

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

http://www.wikio.it

 

  

 

Contributi sparsi

I terremoti italiani e la Protezione Civile

Il terremoto del 1980. Storiografia e memoria

30 anni di terremoti italiani

Irpinia 1980, viaggio nel terremoto

L'emergenza e i soccorsi, dalle memorie alla Protezione civile

Le industrie, 30 anni dopo 

Il lavoro in Irpinia negli anni del terremoto

I comuni del terremoto dalla ricostruzione al futuro

I ragazzi dell'Ufficio di Piano. La ricostruzione urbanistica in Irpinia

Semiseria analisi lessicale di un disastro naturale (prefazione)

I confinati in Irpinia durante il fascismo

Le industrie del dopo terremoto in Campania e Basilicata

OkNotizie 

 

Gli Angeli Del Terremoto_Stefano Ventura_2010

Le Industrie Del Dopoterremoto_Stefano Ventura

L'Irpinia, la Crisi e lo spopolamento

Wikio - Top dei blog

CERCA