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Diario
27 aprile 2013
Vogliamo viaggiare, non emigrare. Presentazione a Contursi Terme
5 aprile 2013
Terremoto. Una testimonianza su Teora
Incollo qui un intervento di Giuliano Bugani che ho trovato in rete. Lo riporto così com'è ,con la punteggiatura esasperata e gli errori di conteggio dei morti.

Terremoto
C’ è differenza, tra fare e non fare. Io l’ ho fatto, il soldato. Di leva. Mi hanno levato, un anno. Della mia vita. C’ è differenza, tra partire e non partire. Io partii l’ 11 novembre 1980. Destinazione Lecce. Reparto carristi. Ci insegnavano come si guida, un carro. Armato. Io non volevo, fare il soldato. Poi, il 23 novembre del 1980. Il terremoto. In Irpinia. 3.000 morti. 300.000 sfollati. Dopo pochi giorni, all’ufficio Fureria. Chiesero volontari, per i soccorsi. Diedi il mio nome. Sei troppo magro. E piccolo. I volontari vennero trovati. La sera, prima di partire, per Avellino. Un volontario si ritirò. Mi chiamarono. Sei magro, e piccolo. Ma vai bene lo stesso. Partii volontario, per i soccorsi. In Irpinia. Facevo qualcosa, di utile. Fuori, dal carro. Armato. Telefonai alla mamma. Pianse. Telefonai alla ragazza. Pianse. Se non piangi, ti sposo. Quando torno. Dal militare. Partimmo, la notte del 4 dicembre. Arrivammo, a mezzogiorno. Nel comune di Teora. Avellino. Un paese di 2.500 anime. A Teora, trovammo l’inferno. C’erano stati 500 morti. Le bare, erano accatastate ai muri, rimasti in piedi. C’è differenza, tra la vita e la morte. La notte, dovevamo montare di guardia. Contro gli sciacalli. Spara. Mi dissero. Se li vedi. Io guardai in alto. Non c’ erano, nemmeno più le stelle. Quelle rimaste. Erano sul colletto, della mia giacca, militare. C’ è differenza, tra sparare e non sparare. La prima notte, dormimmo in quindici, soldati. Dentro la cassa. Del camion. Io ero l’ ultimo. Vicino allo sportello, di uscita. Ero magro. Era freddo. Le coperte, le avevamo prese dai cassonetti. Dell’ immondizia. C’ è differenza, tra il caldo e il freddo. Quella notte. Fecero molte scosse. Sentivamo i bambini urlare. Io, sentii anche qualche soldato. Piangere. Dentro la cassa. Del camion. La seconda notte. C’erano tende. Nel campo da calcio. Di Teora. I civili trovarono alloggio. Nelle tende. Poi anche qualche soldato. Restammo in tre. Nella cassa. Del camion. Riempimmo le gavette di alcool. Demmo fuoco. Fece così caldo, che dormimmo fuori, dai sacchi a pelo. Un giorno. Incontrammo una ragazza. Ci fecero una foto. Adesso, è in un cassetto. Un giorno. Incontrammo un uomo. Ci raccontò che sua moglie. Era nel letto. Con lui. Prima del terremoto. I soccorsi trovarono lui. Vivo. Lui disse che sua moglie, era a pochi metri. Ma i soccorsi, non l’ascoltarono. Trovarono sua moglie, dopo dieci giorni. Dove lui aveva detto. Morta. Quell’ uomo, lo raccontava a tutti. Quelli che incontrava. E piangeva. Ma tutti, a Teora, piangevano qualcuno. Partimmo il pomeriggio del 12 dicembre. C’è differenza tra partire e non partire. Io, da Teora, non sono mai partito. Poi, il terremoto all’ Aquila. 6 aprile 2009. Dopo venti giorni. Sono andato. Da Anna e Paolo. E Stefania. All’ Aquila. Erano vivi. Ho sposato la mia ragazza. E non ti ho detto. Che a Teora, Dopo dodici giorni. Trovarono una bambina. Di tre anni. Viva. Ma io. Non parto mai. Un giorno, prendo un terremoto. E lo porto lontano.
22 novembre 2010 Giuliano Bugani, operaio, giornalista, poeta.
| inviato da teoraventura il 5/4/2013 alle 16:35 | |
12 marzo 2013
Coop e donne, il passato insegna
Dal Mattino dell'8 marzo 2013
“Vogliamo viaggiare,
non emigrare” era lo slogan stampato su uno striscione che le ragazze della
cooperativa “La Metà del Cielo”, di
Teora, portavano a varie manifestazioni e eventi subito dopo il terremoto del
1980. Lo slogan era ispirato da un film di Troisi, uscito proprio in quel
periodo, “Ricomincio da tre”. Nel film il protagonista, Gaetano, sceglie di
andar via dalla famiglia per fare nuove esperienze; ogni volta che qualcuno gli
chiede da dove viene, e lui risponde che viene da Napoli, allora gli chiedono:
“Emigrante”? e lui risponde di no, che vuole solo viaggiare, conoscere, chi
l’ha detto che chi viene dal sud è per forza emigrante?
“Vogliamo viaggiare,
non emigrare” è il titolo del libro che ho curato e che verrà presentato oggi 8
marzo a Teora (ore 17). Il libro nasce da una borsa di ricerca sui temi della
cooperazione sociale promossa dalla Fondazione di Comunità Officina Solidale;
la prefazione è a cura di Luisa Morgantini.
Oltre alla “Metà del
Cielo” di Teora, dopo il terremoto nacquero, tra Irpinia e Basilicata, molte
cooperative nel settore manifatturiero, nell’edilizia, in agricoltura e anche
nel settore culturale e della ristorazione. Molti dei promotori di queste
cooperative venivano dall’esperienza dei comitati popolari, altre esperienze
nascevano dal confronto e dall’interazione quotidiana tra i giovani dei
paesi terremotati e i volontari. La
“Metà del Cielo” nacque grazie alla spinta decisiva di Luisa Morgantini, allora
sindacalista arrivata da Milano come volontaria e poi protagonista di una lunga
serie di attività in campo politico, umanitario e sociale (è stata anche
vicepresidente del Parlamento Europeo). Altre cooperative femminili nacquero a
Conza della Campania (“La Verde Valle”), Sant’Angelo dei Lombardi (“Il
Lucignolo”), Santomenna (“La Spiga
d’oro”), Rapone (“La Ginestra”), Nusco e Torella dei Lombardi. I primi tempi
furono duri per queste ragazze, ma pian piano ci fu una vera e propria scoperta
delle proprie possibilità, un percorso verso l’emancipazione attraverso il
lavoro e l’apertura verso l’esterno.
Le cose cambiarono
quando prese piede l’intervento industriale del doposisma, che intercettò una
buona fetta dei finanziamenti statali destinati allo sviluppo delle aree
terremotate. C’è però da dire che molte
di queste cooperative hanno avuto un ciclo di vita lungo (alcune sono ancora
attive, anche se hanno cambiato denominazione), resistendo fino agli anni
Duemila. Inoltre, le loro attività si collegavano spesso alla tradizione
artigianale locale.
Dall’esperienza del
passato emerge una suggestione che forse è utile anche oggi; in un momento di
difficoltà (il doposisma) si incrociarono
destini e difficoltà, si incontrarono altre realtà, si provò a reagire.
Le ragazze di queste
cooperative capirono che unendo le proprie forze, investendo sulla propria
formazione e sulle proprie capacità e condividendo il rischio di impresa, si
poteva immaginare un futuro nei propri paesi, senza per forza prendere la
valigia e andarsene.
La cooperazione,
come dicono i dati, è uno dei settori che ha accusato di meno la crisi degli
ultimi anni, anzi, alcune imprese in sofferenza sono state rilevate dai
dipendenti attraverso la costituzione di cooperative.
L’altro tema forte che emerge dallo studio è il fatto
che le potenzialità di crescita e di rinascita devono per forza considerare i
giovani e le donne come elemento cardine; l’Italia è al 74esimo posto su 134
paesi nella classifica che misura il divario di opportunità lavorative tra
uomini e donne, e sappiamo quanto è grave la questione dell’occupazione
giovanile. Solo colmando questo divario si può pensare a una ripartenza
dell’economia
4 marzo 2013
Vogliamo viaggiare, non emigrare. La presentazione
1 marzo 2013
Vento, terra e libertà

(Foto di Nicola Fiore)
E' a suo modo una notizia da segnare sul calendario; nel paesaggio urbano e rurale che sta attorno a Teora sono spuntate le pale eoliche. Bisogna dire che, dopo la ricostruzione, il colpo d'occhio offerto da Teora era mutato radicalmente, con palazzoni squadrati al posto di vicoli e della Chiesa Madre. Personalmente, nei mesi scorsi, quando sono passato sulla strada che congiunge Teora a Sant'Andrea, avevo notato i lavori di installazione delle pale eoliche, e mi ero fatto qualche domanda, e le avevo fatte un pò in giro. E' un tema delicato, quello dell'eolico e della sua impronta ecologica sul paesaggio, così come sulle terre a uso agricolo che lasciano il posto ai campi eolici (o ancora più spesso ai campi fotovoltaici). Non si può neanche polarizzare tra chi è pro e chi è contro l'eolico, in mezzo ci sono mille sfumature e questioni complesse da analizzare. A Teora il problema dell'installazione delle pale eoliche aveva avuto una implicazione politica in più di una campagna elettorale passata. Non ho le informazioni e i dati completi per parlarne. Non ha neanche tanto senso mettere un articolo su questo blog, che al tempo di facebook, twitter e what's app non viene neanche più aggiornato tanto spesso. Però dopo aver visto la foto di Nicola Fiore l'ho voluta mettere qui, archiviarla, a futura memoria.
p.s. In questi mesi l'Irpinia sta vivendo il problema delle possibili trivellazioni alla ricerca di petrolio, il cosidetto "Permesso di ricerca Nusco - Gesualdo". In rete è possibile trovare tutte le informazioni sui documenti, i dati, le posizioni dei comitati e dei partiti. Io penso che è anacronistico pensare ancora al petrolio, e andare a fare trivellazioni pericolose, a poca distanza da centri abitati nocive per l'ambiente e la salute delle persone. Ma anche questo discorso è troppo articolato e richiede gli opportuni approfondimenti.
6 dicembre 2012
La piccola borghesia del Mezzogiorno
"I latifondisti sono numericamente un infima minoranza, e per
tenersi su hanno bisogno dei voti della piccola borghesia. Si ha così
un’associazione fra latifondisti e piccoli borghesi che è la chiave di volta di
tutta la vita pubblica meridionale. I due alleati si dividono da buoni amici il
terreno da sfruttare : i latifondisti si prendono il Parlamento e la piccola
borghesia lavora nei consigli comunali.
In che modo i primi sfruttino il potere parlamentare, tutti
sanno. In che modo sia sfruttato dai secondi il potere comunale, si può capire
quando si ponga mente ai bisogni e alla miseria di tutto il proletariato
intellettuale meridionale. Ogni professionista disoccupato o aspirante a
impieghi cerca di diventare impiegato municipale. Il giovane munito di licenza
tecnica aspira a un posto da scrivano municipale o di ispettore del dazio
consumo; il medico privo di ammalati domanda una condotta; l’ingegnere
disoccupato domanda di entrare nell’ufficio tecnico municipale. Ogni posto di
guardia municipale, di acchiappacani, di bidello ha i suoi aspiranti.
Ma gli aspiranti son troppi: cento cani intorno a un osso si
lacerano furiosamente per strapparlo l’uno all’altro. Quelli che sono fuori
dagli impieghi, cercano di mettersi al posto di quelli che son dentro; questi
si difendono senza scrupoli come meglio possono. Alla turba dei disoccupati se
ne aggiungono sempre nuovi, che ingrossano le fila degli assalitori, e la
guerra dura anni, ed è condotta avanti con la calunnia, con la lettera anonima,
con la delazione, con il tradimento.
Quelli che sono riesciti a conquistarsi un reddito a carico
del bilancio municipale e quelli che vogliono conquistarselo formano così due
partiti amministrativi, per i quali la vittoria o la sconfitta nelle elezioni
significano la conquista o la perdita del pane quotidiano. Questi partiti hanno
bisogno di una bandiera; la prendono dove la trovano. Si chiamano bianchi o
rossi, della banda nuova o della banda vecchia, della tromba o del tamburo, di
San Francesco o di Sant’Antonio o che so io.
Quando un partito riesce a sbalzar giù dal potere i suoi
avversari, per prima cosa manda a spasso gli impiegati antichi e mette al loro
posto i propri aderenti. Questo è il vantaggio e l’obiettivo fondamentale delle
battaglie locali. E’, insomma, per chi perde un disastro e per chi vince un
terno al lotto". Gaetano Salvemini (1898)
La questione meridionale
in Scritti sulla questione meridionale (1896-1955)
| inviato da teoraventura il 6/12/2012 alle 16:2 | |
23 novembre 2012
32esimo

Gli anniversari vanno sempre rispettati, specie se per molte comunità e per molte persone sono momenti in cui si corre con la mente a un evento luttuoso e tragico, il terremoto del 23 novembre 1980. Le date da ricordare sono utili anche a guardare indietro e rendersi conto del cammino fatto, ma anche a fare una pausa per capire se il presente è realmente quello che ci aspettavamo e quale prospettiva di futuro si delinea all’ orizzonte. Per i 36 comuni nei quali i danni furono disastrosi, e dove morirono circa tremila persone, il 23 novembre è ancora una ferita aperta, e 32 anni non sono bastati a ricucirla e a lenire il dolore. Per l’Italia delle polemiche e dell’opinione pubblica alimentata a dovere dai media il terremoto dell’Irpinia significa ancora oggi scandalo, enorme spreco di denaro, ruberie e quei centesimi che ancora vengono pagati sull’ accisa sulla benzina. E’ quello che è stato ricordato qualche mese fa in qualche servizio televisivo e giornalistico, quando il CIPE ha ripartito tra i comuni terremotati 33,4 milioni di euro per il completamento di opere e progetti collegati alla ricostruzione in Campania e Basilicata. Questi erano fondi decisi dalla finanziaria del 2007 e nel 2010 era stato formalizzato il decreto ministeriale, ma ancora non erano stati ripartiti tra i comuni per la realizzazione delle opere. Alla notizia, su molti siti e su qualche giornale sono uscite parole di condanna e sdegno per l’ennesimo scandalo targato Irpinia, e ancor di più le polemiche si sono fatte sentire dopo il terremoto in Emilia, soprattutto per iniziativa della Lega Nord. Sicuramente tutto il capitolo di spesa direttamente o indirettamente al terremoto e alla ricostruzione ha rappresentato una pagina difficilmente ripetibile per la quantità di denaro impiegata (più di 32 miliardi di euro) e per i tempi nei quali la ricostruzione è avvenuta. Ma la memoria pubblica deve anche contemplare quei tremila morti dei paesi dell’Appennino, che abitavano in piccoli centri inadatti a sopportare una scossa così violenta (6.9 scala Richter) e che, per di più, dovettero aspettare tantissime ore prima di veder arrivare i soccorsi. Una novità che si può cogliere, quando si parla di rischio sismico o dissesto idrogeologico, è il fatto che si sta parlando sempre più diffusamente di prevenzione, di piani complessivi per evitare che la prossima catastrofe ponga in pericolo l’incolumità di chi vive in territori a rischio. Si vedrà se alle buone intenzioni seguiranno azioni concrete, investimenti e progetti. I dati dicono che il 36% dei comuni italiani è a rischio sismico e il 58% della superficie del paese è a rischio frana o alluvione. Dal 1944 al 2012, si è speso circa 3,5 miliardi di euro di media annua per i danni provocati da terremoti, alluvioni e frane ( sono i dati del rapporto ANCE sullo Stato del territorio italiano). Nell’ultimo anno, dall’alluvione che ha colpito Genova il 4 novembre 2011 e la Lunigiana qualche giorno prima, fino alla sentenza sulla commissione Grandi Rischi a l’Aquila, passando per il terremoto in Emilia e a quello del 26 ottobre scorso sul Pollino, il problema di come fronteggiare e, se possibile, evitare i pericoli derivanti dai disastri è diventato di attualità e fatto comprendere che sono diversi i nodi da sciogliere. Ad esempio, i comuni devono predisporre i piani di protezione civile, divulgarli, fare esercitazioni e lavorare affinchè funzionino. Quanti sono i comuni italiani che su questo aspetto sono pienamente in regola? L’anniversario del 23 novembre 1980 serve a discutere, ancora una volta, di prevenzione, di azione comune tra chi opera per quella che una volta si chiamava “pubblica incolumità” e oggi protezione civile. Stefano Ventura anche su www.osservatoriosuldoposisma.com
16 ottobre 2012
Il terremoto degli operai
Segnalo una mia riflessione, e le altre che la accompagnano, sul terremoto in Emilia. L'originale la trovate su Lavoro culturale, nella nuova serie di Sismografie.
Il terremoto degli
operai e la sfida della prevenzione
Stefano Ventura
Le scosse che hanno
interessato l’Emilia Romagna e parte della Lombardia e del Veneto a partire dal
20 maggio scorso hanno provocato sette vittime il 20 maggio (ore 4 e04,
magnitudo 5.9 ), e venti vittime il 29 maggio (ore 9, magnitudo 5.8). Un’altra
scossa di forte entità (5.2 scala Richter) è stata registrata il 3 giugno (ore
21 e 20), e lo sciame sismico ha tenuto in allarme le aree e le popolazioni
terremotate per diversi giorni e con moltissime scosse di minore magnitudo.
I comuni più colpiti sono
stati San Felice sul Panaro, Mirandola, Finale Emilia, Cavezzo e Novi. Sono
state allestite dalla Protezione civile ventotto aree per la prima sistemazione
dei circa 15 mila sfollati, gestite dalle forze del volontariato. In Emilia-Romagna
al 25 settembre sono 4.412 le
persone assistite. Tra questi, 2.897 sono ospitati nelle aree di accoglienza, 88 nelle strutture al coperto
e 1.427 in strutture
alberghiere.
Mancano, accanto a questi numeri, le cifre delle autonome sistemazioni, cioè
tutte quelle famiglie e persone che hanno trovato ospitalità a casa di parenti
e amici e per i quali è previsto un contributo basato sul numero di componenti
del nucleo familiare.
La situazione degli edifici
pubblici ha rappresentato sin da subito un punto critico; per quanto riguarda,
ad esempio, le scuole, il 17 settembre hanno riaperto, ma 471 edifici avevano
subito danni e circa 70 mila studenti hanno dovuto ricominciare in situazioni
provvisorie, in tensostrutture o in strutture prefabbricate, altre volte
raggiungendo plessi scolastici di zone vicine o altre ancora ospitati in
alberghi, palestre e altri spazi adattati alle necessità.
L’altra situazione d’urgenza
riguarda le aziende e l’apparato produttivo, che in quest’area trova un
concentramento di importanti realtà, ad esempio nel settore biomedicale e nella
produzione alimentare. Molte aziende che hanno subìto il crollo dei capannoni hanno
trovato ospitalità nelle fabbriche dell’area vicina o hanno condiviso gli spazi
dei capannoni rimasti agibili.
Questo terremoto sarà quindi consegnato
al purtroppo ricco elenco di disastri che hanno tormentato l’Italia come “il
terremoto degli operai” e dei capannoni crollati, così come il terremoto di San
Giuliano di Puglia e del Molise, che sta per compiere dieci anni (31 ottobre
2002) è quello dei bambini morti nel crollo della scuola, così come il
terremoto dell’Aquila ha assunto come simbolico apice di sventura il crollo
della Casa dello Studente di via XX settembre.
Ognuno di questi disastri, e
nello specifico i terremoti, ha trovato risposte diverse non tanto
nell’organizzazione e nella prontezza dei soccorsi, quanto nell’architettura
istituzionale e di governo della gestione dell’emergenza e ancor di più nell’avvio
della fase di ricostruzione. In 15 anni, dal terremoto dell’Umbria e delle
Marche ad oggi, tutti gli eventi principali hanno avuto storia a sé, sono stati
caratterizzati da filosofie di intervento proprie, da un equilibrio di volta in
volta diverso tra le principali forze in campo, cioè comunità e istituzioni
locali, Regioni, Protezione Civile e Governi nazionali. Nel primo caso (Umbria
e Marche 1997) il Governo diede ben presto alla Regione l’incarico di coordinare
gli interventi dei comuni; in Molise, quando la gestione commissariale passò
alla Regione, il governatore Iorio allargò a dismisura le fasce di danno
dirottando le risorse su opere e provvedimenti non collegati alla
ricostruzione. L’Aquila ha rappresentato il ritorno a una gestione fortemente
centralizzata da parte del Governo e della Protezione civile, con l’azione
sinergica di Berlusconi e Bertolaso che ha privato quasi del tutto i sindaci e
le popolazioni locali della possibilità di intervenire.
Far trascorrere un po’ di
tempo tra lo svolgimento dei fatti e lo studio dei singoli casi aiuterà a
capire se questa lettura, qui forzatamente semplificata, sia corretta o meno. Atteniamoci
ora all’attualità per cercare di cogliere gli elementi principali che emergono
dalla vicenda del terremoto emiliano.
Il 17 maggio, tre giorni prima
della scossa del 20, è entrato in vigore il decreto n.59, quello che stabilisce
compiti e modalità di intervento della nuova Protezione civile, dopo gli anni
in cui alla Protezione civile sono stati affidati compiti e poteri che
esulavano dalla sua vocazione originaria (i grandi eventi, ad esempio).
Il decreto stabilisce che la
Protezione civile ha potere di ordinanza per venti giorni dopo una calamità
(Tremonti aveva introdotto un
passaggio obbligato e una autorizzazione preventiva del ministero dell’Economia
prima di stanziare i fondi per l’emergenza) e ha potere di intervento e spesa
su operazioni di soccorso, assistenza alle popolazioni e opere per la sicurezza
con 50 milioni di euro a disposizione da destinare allo scopo. L’emergenza dura
sessanta giorni, prorogabili al massimo di altri quaranta giorni, per un totale
massimo di cento giorni, dopo i quali la gestione passa alle amministrazioni
ordinarie. Il decreto contiene anche l’accantonamento del principio per il
quale lo Stato è tenuto a risarcire integralmente i danni dovuti a disastri e
introduce un’assicurazione obbligatoria contro i danni da calamità per le
abitazioni private.
L’Emilia rappresenta quindi il
primo banco di prova di questo decreto, e da più parti è stato fatto notare che
in sessanta o al massimo cento giorni non si risolve quasi nulla. Il fondo
stabilito per la gestione dell’emergenza è di 50 milioni di euro, che in Emilia
sono finiti venti giorni prima della scadenza dello stato di emergenza. Le
istituzioni locali in particolare devono imparare in fretta a fare da soli,
sotto la guida della Regione, ma ad a oggi i soldi per operare sembrano non
esserci, né da parte del governo italiano (tranne i 500 milioni derivanti dalle
accise sulla benzina), né dall’Unione Europea (i 670 milioni stanziati
arriveranno nei primi mesi del 2013). La cosiddetta congiuntura economica,
d’altronde, non è certo quella più adatta a spese e impegni finanziari
straordinari.
Eppure le prime dichiarazioni
di alcuni membri del governo, al di là delle cifre annunciate, sollevavano
questioni aperte di grande importanza; il ministro dell’ambiente, Clini,
dichiarava di voler promuovere un piano nazionale per la difesa del territorio.
Per questo sforzo straordinario servirebbero, secondo il ministro, 41 miliardi
di euro e 15 anni di tempo.
Il ministro Fornero, invece,
faceva notare che il crollo dei capannoni e degli edifici sensibili, in altri
Paesi, non sarebbe potuto succedere.
E’ indubbio che il problema
della sicurezza del patrimonio di edilizia pubblica e privata italiana è
davvero il principale nemico per la difesa dai rischi naturali e antropici, ma
per vari motivi non si è mai agito seriamente per porre rimedio alla questione.
Dal terremoto di San Giuliano di Puglia a oggi sono passati dieci anni;
tuttavia non si ricordano in questi anni leggi, interventi e impegni di spesa per
la messa in sicurezza di scuole, edifici storici e per i fabbricati più datati.
Scorrendo i titoli e le pagine
dei giornali delle settimane successive al terremoto emergono, inoltre,
polemiche e allarmi sul rischio di nuove scosse e sull’adeguatezza della mappa
nazionale del rischio sismico. La zona colpita non risulta, infatti, tra le
zone a più alto rischio sismico, anche se storicamente in quell’area si
ricordano alcuni terremoti, anche di forte entità, come ad esempio il sisma del
1570 a Ferrara, e in quel caso lo sciame sismico durò diverso tempo.
L’annuncio di imminenti scosse
di uguale o maggiore entità ha tenuto in allarme la popolazione e messo in
difficoltà geologi ed esperti che stavano, nel frattempo, monitorando la
situazione, vista anche la relativa novità del fenomeno. Si pone quindi un
altro problema, quasi etico: comunicare tutte le informazioni di cui la
comunità scientifica è in possesso oppure selezionarle per evitare allarmismi e
panico?
Quello che sicuramente emerge
è la corsa alla semplificazione, i titoli a effetto e la rapidità frenetica
imposta da comunicazione di massa al tempo dei social network, quando un tweet
o un hashtag hanno più presa di un approfondimento ragionato. Nel caso del
terremoto, la previsione di un evento sismico sta diventando un’ossessione
scientificamente infondata, ma sempre evocata. Invece di inventarsi date,
previsioni e allarmi su dove e quando sarà il prossimo sisma, sarebbe
certamente meglio investire le energie per adeguare le strutture materiali e
per educare la popolazione.
Infine, bisogna prestare
attenzione al frequente appello alla “retorica della tragedia”, cioè a quella
vulgata che sottolinea in maniera strumentale il carattere di una
comunità, la fierezza degli aquilani
oppure la laboriosità degli emiliani. Certamente raccontare le esperienze
positive di rinascita può essere di incoraggiamento per chi deve ripartire.
Molto spesso, però, questo
tipo di narrazione serve a oscurare o mettere in secondo piano l’individuazione
delle responsabilità, ad esempio sui palazzi costruiti su una faglia a Pettino,
quartiere dell’Aquila, o sui capannoni accartocciati su se stessi in un niente
in Emilia e spinge a minimizzare i problemi della ricostruzione e
dell’immediato.
Staremo a vedere quale corso
prenderà la ricostruzione in Emilia; di certo la seria considerazione dei
problemi degli emiliani porterebbe a una più matura consapevolezza della fragilità
dell’Italia intera e, forse, a pensare la natura e il territorio come elementi
primari e non trascurabili. Al di là delle politiche di lungo periodo, delle
azioni di governo nazionali e locali, la prima cellula di Protezione civile è
sempre il buonsenso, quello individuale e quello collettivo; per far maturare
questa coscienza è fondamentale sostenere e rafforzare i progetti educativi,
che già nel nostro Paese sono ben presenti grazie al volontariato,
all’associazionismo e a ricercatori e professionisti della prevenzione. Vale
anche la pena ricordare di come la prevenzione, oltre a salvare vite umane,
potrebbe far risparmiare le ingenti risorse necessarie, ogni volta, per
ricostruire dopo un disastro. C’è bisogno, quindi, di agire con continuità in
questa direzione, senza aspettare la prossima calamità.
14 settembre 2012
Terroni, briganti, meridionali: il dibattito, le polemiche, i fatti storici
Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero di Nuovo Millennio - Echi di Teora. 
Terroni, briganti, meridionali: i problemi del Sud,150 anni dopo Stefano Ventura Nel 2011 si sono svolte le celebrazioni per i 150 anni trascorsi dall’ Unità d’Italia, con una giornata di festa nazionale, il 17 marzo, e una lunga serie di eventi, convegni e altrettanti libri e studi pubblicati. Festeggiare la ricorrenza dell’Unità ha provocato molte polemiche da parte di chi quell’Unità la digerisce malvolentieri, perché vede uno squilibrio nella distribuzione di tasse e sovvenzioni, di contributi e sprechi tra Nord e Sud; in particolare la Lega Nord ha puntato il dito più volte contro le celebrazioni e anche contro i simboli nazionali, tricolore in particolare.Sulle tesi e gli argomenti usati, però, bisognerebbe parlare a lungo e scendere in profondità, mentre spesso si usano cifre ed esempi utili solo alle argomentazioni di parte. Però si sono potute ascoltare anche versioni totalmente opposte, alcuni libri e teorie, di chiara impronta meridionalistica, che prendevano di mira il modo in cui fu unificata l’Italia. Tra questi saggi ha riscosso insperati successi di vendita (250mila copie vendute) il libro di Pino Aprile, “Terroni.Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero“meridionali” (Piemme edizioni). L’idea di fondo del volume è quella di svelare e dare testimonianza delle tante ingiustizie compiute ai danni della popolazione meridionale dal momento dell’unificazione in poi, inaugurando una storia segnata nel corso dei decenni dall’emigrazione e dalla leva militare obbligatoria. La polemica su come è stata unificato il Paese, a danno del Meridione, è la spina dorsale delle argomentazioni di Pino Aprile. Si parla, per esempio, di “saccheggio del Sud”, e in particolare del prelievo di cifre rilevanti di denari dalle banche del Sud a vantaggio delle casse statali del Regno d’Italia. Inoltre, si descrive la feroce guerra civile dei soldati piemontesi contro i briganti e si parla di subalternità, cioè di quel senso di inferiorità costruito in piccole dosi tra i cittadini del Sud. La tesi del saccheggio delle risorse del Sud a favore del nuovo Stato pare avere come affermazione implicita il fatto che la situazione del Mezzogiorno, prima dell’Unità, fosse migliore di quella successiva all’annessione alla spedizione dei Mille. Le cifre, che tra l’altro nel libro di Aprile non mancano, e la lettura complessiva ci dicono che il Mezzogiorno del 1860-61 era prevalentemente povero, dominato dal latifondo, con una assoluta scarsità di mezzi e di condizioni preliminari a una parvenza di sviluppo.Un dato per tutti: al Sud i chilometri di ferrovia erano pari a un quarto diquelli delle regioni settentrionali. Le pagine di letterati e di vari intellettuali, anche stranieri, ci testimoniano di come, al di là di Napoli e Palermo, il Sud fosseuna enorme distesa di boschi e territori inospitali, in cui si annidavano i banditi e varie malattie (il tifo, la malaria). Agli inizi dell’Ottocento,Creuze de Lesser affermava lapidariamente: “l’Europa finisce a Napoli e vifinisce assai male. La Calabria, la Sicilia, tutto il resto appartiene all’Africa”. Proprio in quegli anni, però, si misero in bella luce numerosi storici e politici meridionali, che lottarono con entusiasmo e alto valore morale per risolvere i problemi del Sud all’interno del nuovo Stato, in Parlamento e nelle istituzioni; tra questi ricordiamo Francesco Saverio Nitti (originario di Melfi), Giustino Fortunato da Rionero in Vulture, gli irpini Francesco De Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini. Aprile nel suo “Terroni” analizza in profondità le forme e gli episodi che caratterizzarono il brigantaggio (“finora avevamo i briganti” – sottolinea Aprile citando fonti dell’epoca – “e vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena, vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è causa del popolo”). E’ evidente il giudizio severo dell’autore nei confronti dell’azione repressiva adottata dai Savoia subito dopo l’Unità ( il capitoloche affronta il brigantaggio è intitolato “La strage”). Il tema che passa sottola definizione generica di brigantaggio è stato trattato in maniera contraddittoria dalla storia nazionale, senza contributi specifici di particolare peso, mentre sono molte le opere di storia locale e saggistica prodotte da autorimeridionali, così come attraverso la musica è stata recuperata e diffusa unavalenza quasi eroica dell’esperienza ribelle dei briganti. E’ senza dubbio illuminante leggere le pagine di chi havissuto da attore protagonista quelle vicende, come ad esempio Carmine Donatelli Crocco, di Rionero in Vulture, che ha messo per iscritto le sue memorie mentre scontava la sua pena (il libro si chiama Come divenni brigante). Nelle sue considerazioni, Crocco ammette e descrive anche gli aspetti più cruenti e violenti delle azioni di guerriglia dei briganti contro l’esercito piemontese e contro chi nel Sud lo sosteneva, e spiega chiaramente le motivazioni che spingevano alla ribellione, e nel suo caso particolare le ingiustizie subite dalla sua famiglia per mano di un signorotto locale. Se il numero di meridionali che perse la vita in quella vera e propria guerra civile fu senza dubbio troppo alto, è anche vero che lareazione dei ribelli era di difesa e di distruzione, ma non proponeva nessunasoluzione alternativa per il destino del Sud, se non il ritorno allo status quoborbonico. Rispetto a un'altra delle tesi forti del libro di Aprile, quella della “educazione alla minorità”, sembra che in 150 anni non sia cambiato niente, perché è questa una visione passiva e piagnona della propria realtà; se il Sud non acquista consapevolezza dei suoi problemi reali e non si rende protagonista diretto della soluzione degli stessi, anziché chiedere che sianoaltri a farlo, difficilmente l’eterna questione meridionale potrà avviarsi a un esito positivo.
13 giugno 2012
Il terremoto in Emilia (20 e 29 maggio 2012)

Le due scosse del 20 maggio e del 29 maggio, con epicentro nella zona tra le province di Bologna, Modena e Ferrara, hanno causato 23 morti (7 nella prima scossa alle 4 e 03 del 20 maggio, 16 nella scossa delle 9 del 29 maggio); i senzatetto sono circa 14mila, i feriti circa 350. Su ORENT e sul sito dell'Osservatorio sul Doposisma potete leggere le rassegne stampa, gli approfondimenti e le riflessioni sul terremoto dell'Emilia.
24 maggio 2012
La lezione giapponese

Il 25 maggio 2012 ORENT organizza, insieme al comune di Siena e all’associazione Neverland un convegno dal titolo: “Ambiente, rischi e prevenzione: la lezione giapponese”. Il simposio è inserito nel calendario di iniziative della rassegna “Paesaggi di cultura giapponese”, che si terrà a Siena dal 13 aprile al 10 luglio 2012, presso il complesso del Santa Maria della Scala. Il progetto pone l’attenzione sull’enorme tragedia che ha investito il Giappone nel marzo 2011 e propone uno spaccato della cultura giapponese, attraverso una serie di appuntamenti (conferenze, convegni, mostre, laboratori formativi); una riflessione su un tema di grande attualità che unisce aspetti tradizionali a linguaggi e temi del contemporaneo. Il blog della rassegna : Paesaggi di cultura giapponese Complesso museale Santa Maria della Scala, Siena ore 15:30, Sala Italo Calvino
relatori: DAVID E. ALEXANDER, Global Risk Forum – Davos YUKARI SAITO, Università di Pisa, Centro di documentazione Semi sotto la neve FLAVIO PARISI, giornalista (in collegamento dal Giappone) GIANNI SILEI, ORENT- Università di Siena FABIO MASSIMO ROSSI e CARMEN SESSA, Legambiente LUCIANO ROSSETTI, Direttore Organizzazione Soci Unicoop Firenze Modera Stefano VENTURA – ORENT (Osservatorio rischi ed eventi naturali e tecnologici)
11 maggio 2012
Il giro a Laceno e l'elogio della pedivella
Il Giro d'Italia 2012 ha come punta meridionale del suo itinerario l'Irpinia, con l'arrivo a Lago Laceno. Per me che amo il ciclismo e la bici è l'occasione per una riflessione su Tu si nat in Italy, non solo sulla festa che il Giro d'Italia rappresenta, ma sulla bici come modo di essere e come antidoto alla mobilità esasperata 
Il Giro d'Italia, una festa popolare e un'opportunità
Domenica 13 maggio l’Irpinia sarà sugli schermi dei
televisori italiani e stranieri perché ospiterà un arrivo di tappa del Giro
d’Italia, a Lago Laceno. L’appuntamento rosa è diventato una piacevole
abitudine negli ultimi anni, quando la salita di Montevergine è stata inserita
tra le tappe iniziali della corsa rosa, e dove ha sempre rappresentato anche un
primo test per i corridori più forti.
Quest’anno, Lago Laceno rappresenterà anche la punta più a
sud che l’itinerario ciclistico toccherà, anche per il fatto che il Giro
quest’anno è partito dalla Danimarca. La scelta di coinvolgere altri Paesi come
sede di tappa ha motivazioni legate a sponsor e ascolti televisivi, e
quest’anno è cambiato anche il colore della maglia assegnata ai migliori
scalatori, che da verde è diventata azzurra per far contento lo sponsor.
Bisogna anche dire che i Paesi scelti sono posti dove, prima ancora che il
ciclismo, è la bicicletta a rappresentare molto più che un mezzo di trasporto,
tanto da avere la precedenza sulle altre vetture e anche sui pedoni (è il caso
dell’Olanda, da dove è partito il Giro del 2010, e della stessa Danimarca). Il
prossimo anno si parla di Napoli come sede di partenza di un Giro che prevede
più chilometri al Sud.
La presenza del Giro d’Italia sulle nostre strade, quindi, ha
significati che vanno al di là del semplice evento sportivo, un evento popolare
e festoso che ha attraversato la storia italiana del Novecento. Non mancheranno
sicuramente le iniziative legate alla promozione turistica del territorio; l’Altopiano
del Laceno e i comuni vicini di Bagnoli Irpino, Montella e Nusco hanno
sicuramente un potenziale positivo in tal senso, fatto di bellezza
paesaggistica, di piste da sci, aree attrezzate e sentieri, ma anche di
prodotti gastronomici tipici (il tartufo nero di Bagnoli, la castagna di
Montella, il caciocavallo e il pecorino, i vini irpini).
Ma la vetrina offerta dal Giro porta in evidenza anche le
criticità di chi vive in questo territorio e deve fronteggiare la crisi del
lavoro e altre vertenze di diverso tipo; gli operai della Irisbus, i forestali
e poi i sostenitori della linea ferroviaria Avellino – Rocchetta e i tifosi
della Scandone hanno già in qualche modo annunciato la propria presenza.
Più in generale, la crescente esperienza che la provincia sta
assumendo nell’organizzare e nell’ospitare tappe della Corsa Rosa, potrebbe
spingere a qualcosa di più, a un discorso legato alla cultura e alla salute.
Chi è appassionato di bicicletta, e non solo a scopi agonistici, sa quanti
scenari e percorsi ideali per i cicloamatori offre il nostro territorio, tra il
verde, i corsi d’acqua, le colline di vigneti e le strade di campagna.
Allo stesso modo sarebbe conveniente sensibilizzare e
favorire l’uso della bicicletta per la mobilità urbana, soprattutto dove i
dislivelli non sono così consistenti (il capoluogo in questo senso si
presterebbe bene).
Ma c’è tanto da lavorare, in tutte le città d’Italia, per
creare le condizioni utili a questo scenario. Lo scorso 28 aprile a Roma circa
50 mila persone hanno partecipato alla giornata #Salvaiciclisti, in
contemporanea con Londra. Questa iniziativa è stata lanciata dal “Times” per
sensibilizzare alla mobilità urbana sostenibile e per invitare al rispetto di
chi usa la bici da parte delle altre vetture motorizzate, intervenendo sulla
viabilità e sulla segnaletica con una vera e propria piattaforma in otto punti,
ma anche autoregolamentando il comportamento dei ciclisti urbani. Purtroppo, lo
scorso anno sono state in Italia 2556 le vittime di incidenti in bicicletta.
Spostarsi in bicicletta, e poterlo fare in sicurezza, è il
modo più conveniente per coprire brevi distanze, evita imbottigliamenti e
nevrosi da traffico, evita di imprecare contro il prezzo dei carburanti,
permette di stimolare più sensi (l’olfatto, l’udito, la vista) e influisce in
positivo sul benessere fisico.
Il Giro d’Italia, oltre ai colori della carovana, allo
spirito di gara e alle manifestazioni collegate, può quindi stimolare la voglia
di pedalare e magari discorsi più importanti legati al turismo e al modo di
vivere le città e il territorio.
LINKS COLLEGATI
Le informazioni tecniche sulla tappa (altimetria, percorso,
mappe)
http://www.gazzetta.it/Speciali/Giroditalia/2012/it/tappa.shtml?t=08&lang=it
Associazione Palazzo Tenta 39 – Bagnoli Irpino
http://www.palazzotenta39.it/public/?p=23456
Consorzio Laceno- IrpiniaTurismo
http://www.consorziolaceno.com/servizi/irpinia-turismo/
SALVA I CICLISTI
http://www.salvaiciclisti.it
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